Quando ero piccola vivendo in campagna adoravo salire sugli alberi, anche se mia madre me lo proibiva continuamente: aveva un terrore folle che mi facessi male (come infatti succedeva spesso). Ma io non mi preoccupavo di cadere o di graffiarmi: quando abbracciavo i rami e mi lasciavo sfiorare dalle foglie, avevo l’impressione che fosse l’albero stesso a proteggermi. Avrei voluto costruirmi un rifugio su quelle braccia di legno, un posto tutto mio dove far vivere le mie fantasie.
Ce n’era uno in particolare dove mi inerpicavo quasi ogni giorno: un’imponente quercia al centro della radura. Era così vecchia che nessuno in paese ricordava quando fosse stata piantata. Ci si saliva con facilità grazie ai nodi della corteccia, appigli naturali che portavano dritti ai rami più alti, quelli che salivano fin quasi ad accarezzare il cielo.
Una volta ero riuscita a portare su una coperta di nascosto; l’avevo stesa tra due rami incrociati e mi ci ero addormentata. Non ci rimasi a lungo: se sparivo, tutti sapevano dove cercarmi. Così, seppure a malincuore, scesi al richiamo di mia madre. Fu proprio mentre mi calavo lentamente che notai un dettaglio mai visto prima: un incavo profondo nel tronco, incastrato tra la biforcazione dei rami. Mi sporsi e scorsi il bagliore scuro di una scatola di latta. Non la presi subito. Volevo tenerla per me,come fosse un segreto. Così decisi di tornare più tardi, nel pomeriggio, quando la casa cadeva nel sonno della controra.
E così feci. La scatola era piccola, con il coperchio decorato da un intreccio di "non ti scordar di me". Erano quei fiorellini azzurri che raccoglievo lungo le siepi, ma che una volta recisi appassivano in un soffio.
Stringendo il metallo arrugginito sotto la maglietta, corsi in camera mia. Aprirla fu difficile, ma la ruggine alla fine cedette. Dentro c’erano lettere ingiallite. Aprii la prima: una scrittura fitta e ordinata riempiva le due facce del foglio. In calce, una firma: Davide. Chi era? Non avevo mai sentito quel nome in famiglia. Cominciai a leggere.
14 ottobre 1935
Mia cara,
Ti scrivo da qui, all’ombra della nostra quercia. Il sole di metà autunno scalda ancora le foglie, ma io sento già addosso un freddo diverso, che non ha nulla a che fare con la stagione.
In paese non si parla d’altro. Al circolo dicono che è arrivato il momento di fare il nostro dovere, che la Patria chiama e che oltre il mare ci aspetta un destino di gloria. Ma io non vedo alcuna gloria: vedo soltanto la polvere e il sole bruciante di una terra lontana di cui non so nulla, dove ci mandano con una divisa nuova e un fucile in spalla. Dicono che sarà una cosa breve, pochi mesi per conquistare un impero, ma nei loro occhi ho visto soltanto la fretta di chi deve obbedire senza fare domande.
Non ho avuto il coraggio di dirtelo a voce ieri sera. Vederti sorridere mentre mi parlavi di quel fagottino che porti in grembo e dei nostri progetti mi ha tolto il fiato. Non potevo spezzarti il cuore.
Partiamo lunedì all'alba. La tradotta ci porterà al porto e da lì ci imbarcheremo per l'Africa. Non so quando tornerò, né come. Ma finché avrò forza, conserverò la memoria del tuo viso come si conserva l'unica luce in mezzo a una notte tempestosa.
Se sarai tu a ritrovare questa scatola, sappi che l'ho nascosta nel nostro posto sicuro perché il mondo là fuori sta diventando troppo piccolo per la verità. Oltre a queste righe ti lascio un piccolo fiore essiccato: guardalo quando sentirai la mia mancanza.
Tuo per sempre,
Davide
Diceva che suo padre se n'era andato in una notte di luna piena, affascinato da quella luce che fa impazzire gli uomini. Aveva abbandonato tutto per inseguire quel bagliore che scompare per poi ritornare, a volte nascosto, a volte così palese da far invidia al sole. La madre, pur amandolo, non piangeva. "Ritornerà" diceva, "ritornerà con la luna, perché la luna ritorna sempre". E ogni notte scriveva alla luna per supplicarla di restituirle il suo amore.
Raccontava che passarono gli anni e la
donna si ammalò. Una notte la luna, accorgendosi di quel silenzio
inusuale, volle scendere a vedere: la trovò stesa sul letto, fragile e
pura come una rosa addormentata. E fu allora che l'uomo ritornò. La
guardò in quel letto da Biancaneve, le prese le mani, le sussurrò parole
che nessuno poté sentire e poi svanì di nuovo nell'ombra. Il giorno
dopo lei aprì gli occhi, mormorò "Colpa della luna", e li richiuse per
sempre.
Frugai ancora nella scatola. Trovai una seconda lettera:
Poi una cartolina consumata:
12 novembre 1935
Davide mio,
Ieri sera la luna era così grande sopra la radura che sembrava di poterla tocccare salendo sui rami più alti. Ho tenuto la tua lettera sul petto finché la carta non si è scaldata.
In paese dicono che siete partiti per una terra lontana, dove la terra brucia e il cielo è di ferro. Dicono che è la guerra. Ma io non voglio sentire quelle parole, Davide. Io alle loro guerre non ci credo. Quando mi chiedono di te, dico solo che sei andato via con la luna: soltanto lei poteva essere così forte da strapparti da me e dalla nostra piccola che sta aspettando di sorriderti.
Ti lascio questo foglio nella nostra scatola. So che passerai a prenderlo, magari in una notte limpida. Ti aspetterò qui. E fino a che non ti rivedrò, scriverò ogni notte.
Oltre il mare, 1936In fondo alla scatola c'era un taccuino di tela consumata, fittamente riempito di date e fasi lunari. L'ultima annotazione risaliva a molti anni dopo la fine del conflitto:
Nostra Signora della Quercia,
Qui la notte non ha alberi sotto cui ripararsi. La polvere entra nei polmoni e il sole di giorno brucia persino la memoria di casa. Ma quando spunta la luna sopra la distesa di sabbia, il rumore dei fucili tace.
Vedo la luna e so che la stai guardando anche tu insieme alla nostra bambina. È il nostro unico filo. Se non dovessi tornare prima dell'ammasso del grano, voi continuate a guardare lassù. Tornerò solo quando lei mi darà il permesso.
14 maggio 1948
Stasera la luna è piena. So che sei venuto a trovarmi mentre dormivo. Ho sentito le tue mani fredde sulle mie. Colpa della luna, Davide. Solo colpa della luna.
Tutti i pezzi del puzzle andarono a posto. Davide era il mio bisnonno, inghiottito dalla campagna d'Africa del 1935. La favola della luna non era altro che il velo pietoso con cui mia nonna aveva spiegato la perdita senza pronunciare le parole guerra e morte. E il presunto ritorno dell'uomo nella notte assumeva ora un significato struggente: un amore portato sempre nel cuore a cui aveva rivolto gli ultimi respiri.
Capii perché la quercia mi era sempre sembrata un luogo vivo e protetto: non era soltanto il mio rifugio da bambina, ma il portalettere di legno che per decenni aveva custodito il dialogo tra la mia bisnonna e il suo soldato.
Nascosta la scatola sotto la maglia, scesi in cucina. La nonna era seduta vicino alla finestra, la luce del tardo pomeriggio le illuminava le mani intente a sgranare piselli in una ciotola d'alluminio. Tloc, tloc, tloc.
Mi sedetti accanto a lei, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Nonna?»
«Dimmi, anima mia» rispose senza alzare gli occhi, ma le sue dita rallentarono.
«Mi racconti ancora di quando tuo padre se n'è andato con la luna?»
La nonna fermò le mani. Un baccello rimase aperto a metà. Si voltò lentamente e nei suoi occhi chiari scorsi un'ombra antica che non avevo mai saputo decifrare.
«Sei diventata grande per le favole» disse con un sorriso tenue. «E poi te l'ho detta mille volte.»
«Sì, ma mi piace» insistei. «È che oggi pensavo... ma la luna, quando se lo portava via, gli dava almeno qualcosa da coprirsi? Tipo una divisa? O faceva caldo dove andava?»
La nonna restò immobile. Il silenzio nella stanza diventò denso, pieno del profumo di terra e pomodori. Poi trasse un respiro lungo.
«La luna fa fare cose strane agli uomini» disse piano, con una gravità nuova. «Li veste di cose che non vorrebbero mettere e li manda dove il sole brucia così forte che a volte ci si dimentica persino il proprio nome.»
«E tua mamma?» continuai con il cuore in gola. «Scriveva davvero alla luna?»
La nonna mi prese la mano tra le sue, calde e ruvide. «Mia mamma scriveva a chiunque fosse disposto ad ascoltarla, piccola mia. A volte alle stelle, a volte a un pezzo di carta. E quando le parole erano troppe... le affidava a chi sapeva custodirle senza fare domande.»
Mi guardò con una dolcezza infinita. Non c'era bisogno di nominare la scatola né la quercia: sapeva. Sapeva dove andavo a rifugiarmi e sapeva cosa avevo trovato. Non disse altro. Riprese il baccello e lasciò cadere i piselli nella ciotola. Il segreto era passato di mano.
Uscii di casa prima del tramonto e corsi verso la radura. Non era la solita corsa scapestrata, ma una processione. Tenevo la scatola stretta al petto. Salii sulla quercia fino al ramo più alto, ne estrassi un foglietto e vi scrissi con la mia grafia incerta:
La nonna sa che sei tornato. E la quercia non vi dimenticherà mai.
Infilai il foglietto nella scatola insieme alle vecchie lettere e la spinsi nel profondo della cavità, al riparo dalla pioggia e dal tempo. Poi mi appoggiai alla corteccia e guardai la prima falce di luna spuntare nel cielo.
Sono passati tanti anni da quel giorno. Anni volati via tra le corse e gli impegni della vita adulta, che mi hanno portato lontana dalla campagna. Ma la memoria ha radici profonde.
Sono tornata alla vecchia casa in un pomeriggio di fine ottobre. Mia madre e mia nonna se n'erano andate e io ero lì per preparare la casa alla vendita: un compito che mi pesava sul cuore come un macigno. La cucina era fredda e silenziosa, priva di quel profumo di soffritto e di infanzia.
Senza nemmeno accorgermene, varcai la porta sul retro e mi incamminai verso il campo.
La grande quercia era ancora lì, maestosa e immutabile. Appoggiai la mano sulla corteccia ruvida e avvertii lo stesso brivido di calore che provavo a dieci anni. La mia mano adulta si adatta perfettamente alle rughe del tronco, come se l'albero mi stesse riconoscendo.
Mi arrampicai piano, ritrovando a memoria ogni appiglio. Raggiunsi l'incavo, infilai la mano al suo interno e le mie dita sfiorarono il metallo. Estrassi la scatola: i "non ti scordar di me" erano ancora lì, quasi immuni al tempo. Con le mani tremanti la aprii. Tra le lettere ingiallite e il taccuino trovai il mio foglietto da bambina:
Una lacrima mi solcò il viso, ma era una lacrima di pace. Nulla era andato perduto: la guerra, l'attesa della bisnonna, la dolcezza della nonna e la mia infanzia erano ancora lì, intrecciati e protetti dal tronco di quell'albero.La nonna sa che sei tornato. E la quercia non vi dimenticherà mai.
Mi sedetti sul ramo e guardai la vallata mentre il sole tramontava e una pallida luna faceva capolino nel cielo. Sorrisi, riposi il foglietto nella scatola e la spinsi di nuovo nel suo covo profondo.
In quel momento presi la mia decisione: non avrei mai venduto la radura. La grande quercia sarebbe rimasta per sempre il nostro rifugio di famiglia, il posto dove la luna torna sempre a ritrovare chi ha amato.

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