19 luglio 2026

Un giorno qualunque di Luglio.

Ti svegli. Con calma. Con una calma inconsueta. Non c'è fretta, puoi decidere se alzarti o startene ancora un po' lì, a goderti il fresco della mattina non ancora inondata dal sole. E mentre te ne stai lì, pensi. Stai percependo una consapevolezza che non avevi mai sentito, ti stai accorgendo di quanto la tua vita sia cambiata. Non adesso, non tutta adesso. Ha cominciato a cambiare tempo fa ma non c'avevi fatto molto caso. Perché non ci sono stati dei colpi di scena, dei movimenti improvvisi o delle scelte coraggiose. No, solo piccoli cambiamenti quasi impercettibili che hanno modificato il tuo modo di relazionarti con le persone e con il mondo che ti circonda. Solo ora te ne accorgi, strano. Ti accorgi che non ti serve più riempire ogni vuoto, che non serve più spiegare, giustificare, convincere, trattenere, cercare. Ti accorgi che le distanze non sono inutili, che fa persino bene allontanarsi perchè così puoi rimanere fedele a te stessa. Ti alzi, guardi fuori e ti senti tua nella maniera giusta. E sarà pure caldo, ma non te ne frega più di tanto, puoi sopportarlo e aspettare. Con calma.


 

16 luglio 2026

Prezzi da pagare.

Credo di essere ancora molto ingenua, nonostante le quasi 74 primavere sulle spalle che dovrebbero avermi insegnato parecchie cose circa il riporre aspettative sulle persone. Dico sempre che mi fido molto del mio istinto, che 'sente' immediatamente l'affinità, ma purtroppo devo constatare che a volte cade in errore. Non ho ancora perso quel maledetto vizio di idealizzare, di creare attese laddove non sarebbe logico farlo.

Fatto sta che mi ritrovo spesso a fare i conti con le delusioni. Chiarisco: non sono il tipo che conta sugli altri, anzi, non lo faccio mai; questo l'ho imparato molto presto e faccio affidamento sempre su me stessa. Ho però la tendenza a mettere su un piedistallo le persone che mi piacciono, a pensarle sempre coerenti con l'immagine che mi sono fatta di loro. Così succede che, a volte, le faccio scendere da quel piedistallo su cui non hanno mai chiesto di salire. Ma non è colpa loro: sono io che mi faccio i film.

Eppure, a pensarci bene, credo sia un prezzo che sono disposta a pagare. Preferisco di gran lunga la possibilità di una delusione alla certezza di un cuore sigillato. Essere 'ingenua' a quasi 74 anni non è una debolezza, ma una scelta consapevole: preferisco il rischio di veder crollare qualche castello in aria, piuttosto che rinunciare al gusto di credere, ancora e sempre, nella bellezza degli incontri.


 

 

13 luglio 2026

Il vuoto.

Davanti a me ho lo schermo bianco. 

Vorrei riempirlo. 

Ho sempre tanti pensieri in testa, vorrei condividerli e analizzarli mentre li scrivo.

In questo momento non ci riesco. 

La verità é che ci sono giorni che proprio non mi sento all'altezza. 

Avevo un'idea poco fa. Mi sembrava bellissima, calda, viva. Poi, nel momento in cui ho provato a formularla, è come se si fosse spenta, diventando grigia e scontata.

Non perché mi manchino le parole, ma perché mi manca la terra sotto i piedi. Mi sembra di avere una lente deformante davanti agli occhi ogni volta che guardo un mio pensiero. Un'idea nasce fresca nella mia mente, ma non appena provo a metterla nero su bianco, quel filtro la fa sembrare improvvisamente ovvia, già detta. E' come avere un recensore spietato seduto alla scrivania con me, che mi boccia subito l'iniziativa. Non mi dà nemmeno il tempo di sviluppare il pensiero, lo soffoca sul nascere definendolo superficiale e mi sussurra: "Chi sei tu per dire qualcosa di interessante? E' già stato detto meglio da qualcun altro".

Mi sento inadeguata, come se avessi ambizioni troppo alte e non riuscissi a reggerne il peso, a reinventarmi ogni volta. 

Volevo scrivere di cose interessanti, ma l'unica cosa reale che ho tra le mani oggi è questa mia fragilità. 

E questo post nasce proprio dal fallimento di tutti gli altri post che avrei voluto scrivere.


 

04 luglio 2026

Il filo rosso che non si spezza: quarant'anni di noi.

Quarant’anni sono una vita intera. Sono il tempo in cui si cambia pelle, si accumulano cicatrici, si impara a scendere a patti con la realtà. Eppure, a volte, c'è un elemento che resta immobile, quasi a farsi beffe dello scorrere dei decenni. Nel mio caso, questo elemento è un amore impossibile.

Un amore che dura da quarant'anni, senza chiedere il permesso e senza pretendere un lieto fine da commedia romantica.

Due vite parallele (e parecchi scossoni).

Per moltissimo tempo non ci siamo visti. Le nostre strade si sono separate e ognuno ha continuato a camminare sui propri binari. La vita, si sa, non è sempre una passeggiata: ci sono stati alti e bassi e, a essere del tutto onesti, i bassi hanno spesso superato gli alti. Abbiamo affrontato tempeste personali, delusioni e la faticosa quotidianità che logora chiunque.

Poi il destino o il caso o la volontà decidono di farci incrociare di nuovo.

Nessun colpo di scena hollywoodiano, nessuna fuga romantica. Ci siamo rivisti, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo dovuto fare i conti con la realtà. L'amore era ancora lì, esattamente dove lo avevamo lasciato, non scalfito dal tempo né dalle delusioni. Ma è rimasto, inevitabilmente, impossibile.

Lui ha la sua vita, un matrimonio e una situazione familiare complessa, densa di responsabilità e nodi difficili da sciogliere. La mia un po' meno ma rimane comunque faticosa. Una realtà che non si può cancellare con un colpo di spugna, e che nessuno dei due ha intenzione di calpestare.

Se state cercando la nostalgia strappalacrime o il rimpianto di ciò che "avrebbe potuto essere", avete sbagliato post. La verità è che a noi va bene così.

Non c'è rabbia, non c'è il senso di urgenza che apparteneva ad un tempo passato. C’è, invece, una forma di serena accettazione. Abbiamo capito che l'impossibilità della situazione non toglie valore a ciò che proviamo. Anzi, forse lo protegge dal logorio della routine e del tempo.

Riconoscere che qualcosa è irrealizzabile non significa che sia meno reale.

Oggi mi guardo indietro e, anziché provare amarezza per quello che non è stato, provo una profonda gratitudine. In un mondo in cui tutto si consuma alla velocità di un clic, in cui i sentimenti spesso sbiadiscono alla prima difficoltà, noi abbiamo qualcosa di diverso.

Scoprire che un sentimento è rimasto intatto dopo quarant'anni di distanza e tempeste personali non è una condanna: è un privilegio. Ci riteniamo fortunati a essere capaci di provare un affetto così solido, pulito e immune al tempo. 

Ci basta sapere che esiste, e questo ci basta per camminare nel mondo con un pizzico di calore in più nel cuore.


 

22 giugno 2026

Una calda domenica di Giugno...55 anni dopo: lo stesso filo, una nuova storia.

E' stata un'idea che mi è venuta quando abbiamo fatto l'ultimo incontro con tutti i componenti della classe del Liceo (quelli reperibili ovviamente). Allora eravamo in tanti, le conversazioni risultavano ovviamente dispersive e quello stare insieme non ha avuto l'effetto che mi aspettavo, almeno su di me. Volevo qualcosa di più. Volevo sentire se resisteva ancora quella complicità che ci aveva uniti in quegli anni favolosi di crescita, di ribellione e di divertimento. Così ho pensato di escludere qualche presenza che secondo me risultava ingombrante e guardacaso siamo rimaste noi, solo femmine come avrebbero detto i maschi. Non l'ho fatto apposta ad escludere i ragazzi, non sono una femminista arrabbiata che ce l'ha a morte con l'altra metà del cielo (anche se ne avrei tutte le ragioni). E' successo così, ho semplicemente scremato la superfice.

Presi gli accordi eccoci qua: 7 donne che erano amiche a quel tempo e che in tutti questi anni hanno fatto percorsi diversi, affrontato sfide e superato ostacoli. 

Cinquantacinque anni fa eravamo solo delle ragazze con il futuro tra le mani, i sogni nascosti nei diari e la testa tra i banchi di scuola. Oggi ci siamo ritrovate e, capitolo dopo capitolo, ci siamo raccontate le nostre vite: abbiamo scoperto strade diverse, gioie, traguardi, figli, nipoti e tutte le sfide che il tempo ci ha messo davanti.

Eppure, è bastato un attimo per annullare più di mezzo secolo di assenza.

Ascoltare i vostri vissuti è stato il regalo più bello. Abbiamo scoperto che il tempo ha cambiato i nostri volti, ma non ha sfiorato quel filo invisibile che ci unisce. Tra una storia e l'altra, la risata è rimasta esattamente la stessa di allora, saggia ma ancora incredibilmente vivace. Abbiamo sostituito i compiti in classe con i bilanci di una vita, ma l'affetto e la complicità non sono invecchiati di un solo giorno.

Siamo state il passato l'una dell'altra, e oggi siamo una parte bellissima del nostro presente. Grazie per questo tuffo nel cuore e per questa giornata indimenticabile.

Vi voglio bene, amiche mie di ieri, di oggi e di sempre... e promettiamo di non far passare altri cinquant'anni per il prossimo brindisi!


 

 


 

19 giugno 2026

Il senso della vita


Non lo so qual'è il senso della vita. Non so nemmeno se ce n'è uno. 

Però alcuni giorni fa mi è sucessa una cosa: un signore che non conoscevo si è tolto il cappello incontrandomi e non ho potuto fare a meno di sorridergli.

Non so ma forse qualcosa di buono c'è in questo mondo così sbagliato, così fragile, così tutto da rifare.

Forse è solo tenere stretta l'unica mano che ci viene tesa oppure capire che la bellezza non fa rumore ma cura come una carezza.

Forse è imparare a piangere, a spezzarsi con grazia, a credere che ogni rovina è una stanza in cui la luce può entrare meglio.

Forse è restare accanto anche senza capire, senza salvare, senza aggiustare; restare solo lì, con l'anima nuda e dire: sono qui e ho solo la mia voce per curare le ferite. 

Forse è disseminare amore in questa grande fatica di essere vivi. 

08 giugno 2026

Educazione sessuo-affettiva a scuola: il decreto ddl Valditara è legge

 

 Valditara non è che l’alfiere dell’Italietta bigotta e ipocrita della mala educazione, ossessionata dall’innominabile fin dai tempi dei tempi.
Quella di mia mamma che mi esortava a lavarmi bene “la’ sotto, con rispetto parlando”.
Tutta questa fuffa a proposito del sesso in un paese che definisce “sporche” le barzellette che ne parlano (la stessa definizione vale per quelle che parlano di escrementi), che mentre è leader nel turismo sessuale trova centinaia di sinonimi per prostituta e nessuno per “cliente”… come possono vivere serenamente le relazioni ragazzi e ragazze immersi fin da piccoli in questo clima?
Ho visto negozi di abbigliamento per neonati in cui le tutine azzurre recavano la scritta “sciupafemmine”, oppure “mi piacciono le tette proprio come a papà”. 
 
Chissà che consenso esprimeranno gli entusiasti acquirenti, genitori competenti.

07 giugno 2026

Domande e risposte.

 

Ci insegnano a cercare risposte alle domande. A essere sicuri, decisi, coerenti. A considerare il dubbio come un'incertezza da superare il prima possibile.
Eppure molte delle domande più importanti della nostra vita non hanno una risposta immediata.
Cosa voglio fare? 
Cosa voglio essere?
Sto andando nella direzione giusta?
Quello che penso oggi sarà ancora vero domani?
Con la sua frase «Tra le cose sicure la più sicura è il dubbio», Bertolt Brecht ci invita a guardare il dubbio da un'altra prospettiva. Non come un ostacolo, ma come un segno di apertura. Come la dimostrazione che stiamo ancora osservando il mondo con curiosità, che non abbiamo smesso di metterci in discussione, che siamo disposti a cambiare idea quando incontriamo qualcosa che ci trasforma.
Forse la cultura nasce anche qui. Non nelle certezze che accumuliamo, ma nelle domande che continuiamo a porci. In quelle letture che ci fanno vacillare. In quelle conversazioni che ci costringono a guardare le cose da un punto di vista diverso. In quei momenti in cui scopriamo che la realtà è più complessa di quanto pensassimo.
Perché non sempre cresciamo quando troviamo una risposta. A volte cresciamo quando impariamo a convivere con una domanda.
 
Qual è una domanda che ti accompagna da tempo e alla quale non hai ancora trovato una risposta?

21 maggio 2026

Per te.

Sì, questa volta scrivo per te in modo esplicito. Per te che che mi hai detto: "Scrivi, fallo per me". Non so se intendevi che lo facessi per dedicarti i miei pensieri (cosa che faccio regolarmente anche senza metterli nero su bianco) o se era solo un incoraggiamento. Comunque scrivo con quello che ho dentro in questo momento.

Ebbene sì, non sono mai riuscita a smettere di pensare che potevi essermi affine, emotivamente e intellettualmente. 

E non ho mai smesso di dubitare di questa eterna consapevolezza.

Curioso vero? Dubito ergo sum. E' il mio mantra. 

Quello che mi fa dubitare è il tempo, quel tempo che non c'è stato la cui mancanza potrebbe aver contribuito a idealizzare quell'entusiasmante nuovo che c'era ma che non ha fatto il giusto rodaggio per poter procedere sicuro.

Ti ho trovato in anni ancora acerbi e ho fatto di te il mio riscatto. Ti ho perso e ho fatto dei ricordi un viaggio per conoscermi. Senza troppo successo forse, ma qualche traguardo l'ho raggiunto. Ho vissuto senza di te, senza imparare a conoscerti. 

E adesso mi chiedi di scrivere per te. 

Non l'ho fatto nel nostro corto tempo insieme, non l'ho fatto nel lungo tempo di ricerca di me stessa. L'ho fatto in un tempo generoso. Lo faccio sempre, quando scrivo sei sempre un sottinteso, anche se non compari. 

Sei lì, sospeso, incorporeo, quasi un fantasma benevolo. Un aggancio per scivolare nella fantasia, in quella parte di me che ringrazia di essere custode di quel qualcosa che solo tu riesci a fare emergere. 

E chissenefrega dei dubbi, delle domande. Basta avere una mente e un cuore, con quelli si possono costruire mille vite. 

P.S. Sappi che mentre scrivevo ho messo a cuocere il coniglio, ho fatto una lavatrice e ho pulito una finestra...così, per dire quanto possa essere ubiquitaria. Può essere che ho fatto una salto anche da te😂💓


 

12 maggio 2026

Albert Camus svela come la violenza nasce dall’ignoranza.

Riporto qui un articolo di Saro Trovato che mi è piaciuto molto, un po' perché ho letto parecchie cose di Albert Camus e un po' perché rispecchia esttamente il mio pensiero. Lo riprendo da "Libreriamo" https://libreriamo.it/sociologia/albert-camus-violenza-ignoranza-male/

 


Albert Camus aveva individuato con anticipo impressionante una delle dinamiche più pericolose delle società moderne. La violenza non si impone solo attraverso l’odio, ma si diffonde soprattutto quando nasce dall’ignoranza. Non dall’ignoranza intesa come mancanza di istruzione, ma come assenza di consapevolezza, incapacità di pensare le conseguenze delle proprie azioni, rinuncia a interrogarsi sul bene e sul male.

Nella nostra epoca la violenza non appare sempre come un’esplosione improvvisa. Più spesso si presenta in forma continua, quotidiana, ripetuta. È nel linguaggio che si inasprisce, nei gesti che si irrigidiscono, nella cronaca che si accumula fino a perdere forza. A forza di essere vista, raccontata, commentata, la violenza smette di scandalizzare e rischia di diventare uno sfondo abituale dell’esperienza collettiva, talvolta persino una forma di intrattenimento.

Nel romanzo La peste (1947), Camus analizza questo processo con estrema lucidità. Il male, mostra lo scrittore, non avanza solo grazie alla cattiveria dichiarata, ma grazie a una zona grigia fatta di automatismi, superficialità morale e buona volontà non pensata. È in questo spazio che la violenza trova terreno fertile, perché non viene più riconosciuta come tale.

Camus lo dice senza attenuazioni, individuando il cuore del problema:

    Il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare tanti danni quanto la cattiveria, se non è illuminata.

Qui la riflessione si fa decisiva. La violenza non cresce soltanto dove manca l’etica, ma anche dove manca il pensiero. E quando il pensiero si spegne, il male non ha più bisogno di imporsi, diventa normale.
 

Il contesto di La peste di Albert Camus

Il romanzo La peste, pubblicato nel 1947, nasce da un’esperienza storica precisa. Albert Camus aveva attraversato gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista, partecipando alla Resistenza francese. La peste che colpisce la città di Orano non è solo una malattia: è una metafora del male che si diffonde, del totalitarismo, della violenza che entra nella vita quotidiana e la trasforma senza annunciarsi come eccezione.

Camus ambienta il racconto in una città normale, fatta di abitudini, lavoro, affetti. È una scelta decisiva. Il male, suggerisce lo scrittore, non irrompe in un mondo già preparato, ma in una società che continua a vivere, a organizzarsi, a rimandare. Proprio per questo la peste non viene riconosciuta subito per ciò che è. All’inizio viene negata, minimizzata, spiegata. Poi viene accettata.

È in questo passaggio che La peste diventa un romanzo profondamente attuale. Camus non si interroga su come nasca il male in senso astratto, ma su come le persone imparino a conviverci. La vera minaccia non è solo la violenza esplicita, ma l’assuefazione, l’automatismo, la rinuncia a pensare. È qui che l’ignoranza, intesa come mancanza di coscienza critica, diventa il terreno su cui il male prolifera.
Quando la violenza smette di essere un’eccezione

Il problema non è solo che la violenza sia presente nella nostra società. Il vero danno è il modo in cui viene assorbita. Ripetuta, raccontata, commentata senza sosta, la violenza perde progressivamente la sua capacità di disturbare. Non perché sia meno grave, ma perché diventa familiare. Entra nella routine informativa, nel linguaggio pubblico, nella percezione quotidiana del mondo.

Questo meccanismo era già chiarissimo a Albert Camus, che in La peste descrive la prima reazione degli uomini di fronte al male:

    Il flagello non è fatto a misura d’uomo; ci si dice quindi che il flagello è irreale, un brutto sogno che passerà.

Il male, all’inizio, viene negato. Viene minimizzato, spiegato, allontanato. Finché è compatibile con la vita quotidiana, viene tollerato. Ma Camus aggiunge subito una precisazione decisiva:

    Ma non sempre passa, e di brutto sogno in brutto sogno sono gli uomini che passano.

È in questo passaggio che la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione. Non perché scompaia, ma perché ci si abitua a conviverci. La soglia dello scandalo si alza, la reazione si attenua, la coscienza si adatta.

A questo punto entra in gioco l’ignoranza nel senso più profondo indicato da Albert Camus. Non la mancanza di informazioni, ma la rinuncia a pensare, l’automatismo morale, l’accettazione passiva di ciò che viene ripetutamente mostrato per catturare attenzione. È così che la violenza non viene più riconosciuta come tale, ma interpretata, giustificata, talvolta perfino consumata come spettacolo.

Il rischio più grande non è l’esplosione improvvisa del male, ma la sua integrazione silenziosa nel flusso della normalità. Quando la violenza diventa sfondo, smette di interrogare. E quando smette di interrogare, trova terreno fertile per continuare a riprodursi.
La violenza diventa spettacolo

Quando la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione, compie un ulteriore passaggio: si trasforma in spettacolo. Non perché venga celebrata apertamente, ma perché viene consumata. Le immagini si moltiplicano, i racconti si accavallano, i dettagli vengono ripetuti fino a perdere peso. La violenza entra nel circuito dell’attenzione, dove ciò che conta non è più la gravità dei fatti, ma la loro capacità di trattenere lo sguardo.

In questo processo, il dolore non genera più una risposta morale proporzionata. Viene osservato, commentato, discusso, spesso giudicato. Ma raramente produce una presa di posizione duratura. L’esposizione continua non rafforza la coscienza: la indebolisce. La violenza non ferisce più perché è diventata familiare, prevedibile, parte del flusso.

Camus coglie con precisione questo effetto collaterale devastante dell’assuefazione, quando scrive:

    Ci si stanca della compassione prima ancora di aver conosciuto la giustizia.

La frase non parla di mancanza di empatia, ma del suo consumo. La compassione si esaurisce perché viene sollecitata senza tregua, senza che trovi uno sbocco nella giustizia, nella responsabilità, nel cambiamento. Il dolore altrui diventa un’esperienza ripetuta, e proprio per questo perde la capacità di mobilitare.

È qui che la spettacolarizzazione produce il suo esito più grave. Non rende le persone più crudeli, ma più stanche. La violenza non provoca più una frattura interiore, ma una reazione automatica, spesso breve, destinata a spegnersi rapidamente. L’indignazione dura quanto l’attenzione. Poi viene sostituita da un nuovo evento, da un nuovo racconto, da un nuovo shock.

In questo scenario, la violenza non ha più bisogno di imporsi con forza. Trova già un pubblico preparato a guardare, a commentare, a passare oltre. E quando la compassione si consuma prima della giustizia, il male non incontra più resistenza: circola liberamente, legittimato dalla normalità.


Come reagire all’assuefazione del male

Di fronte a un male che si diffonde per assuefazione e si rafforza attraverso la spettacolarizzazione, Albert Camus non propone soluzioni eroiche. Non invoca grandi gesti, né redenzioni collettive. Indica una cura sobria, quasi spoglia, proprio perché è l’unica che può funzionare nel tempo.

Scrive lo scrittore francese:

    L’unico mezzo di lottare contro la peste è l’onestà.

E subito precisa cosa intende:

    Che cos’è l’onestà? Fare il proprio mestiere.

La cura non sta nell’eccezione, ma nella responsabilità quotidiana. Restare vigili significa non cedere all’automatismo, non smettere di pensare, non abituarsi al male anche quando è ovunque. Significa continuare a chiamarlo con il suo nome, rifiutare di trasformarlo in intrattenimento, sottrarsi alla tentazione di giustificarlo in nome dell’efficienza, della paura o dell’abitudine.

Per Camus, il male prospera quando il pensiero si spegne. La cura, allora, è tenere acceso il pensiero: nei gesti, nel linguaggio, nelle scelte minime. Non delegare la coscienza. Non confondere la buona volontà con il bene. Non accettare che ciò che si ripete diventi normale.

In una società che consuma violenza e si stanca della compassione, la vera resistenza è non assuefarsi. È una posizione fragile, esposta, spesso solitaria. Ma è l’unica che impedisce al male di diventare invisibile.

Camus non promette salvezza. Chiede attenzione, reazione, rimanere lucidi, vigili. E ricorda che, quando la violenza smette di scandalizzare, restare onesti è già un atto radicale.
Quando l’indignazione diventa scelta

La lezione di Albert Camus oggi chiama in causa un livello molto concreto della responsabilità. In una società in cui la violenza viene amplificata per conquistare attenzione, l’indignazione non può restare una reazione emotiva. Ha bisogno di tradursi in comportamenti riconoscibili, quotidiani, misurabili.

Reagire significa prima di tutto interrompere il circuito della visibilità. Spegnere, non condividere, non sostenere contenuti che usano il dolore come leva narrativa. Video, immagini, trasmissioni che insistono sulla violenza per trattenere il pubblico non informano: alimentano assuefazione. Ogni visualizzazione è una forma di legittimazione. Ogni click rafforza un modello.

Ma la responsabilità non è solo individuale. Le aziende, gli sponsor, i brand hanno oggi un potere culturale enorme. Scegliere dove investire, quali contenuti sostenere, da quali contesti prendere distanza significa orientare il linguaggio pubblico. Non finanziare la speculazione sul male, sulla paura, sull’aggressività è una presa di posizione etica che incide molto più di qualsiasi dichiarazione.

Qui l’indignazione diventa attiva, manifestando la scelta di non sostenere, di togliere attenzione, di premiare le narrazioni di vera condanna invece dello sfruttamento dello shock.

La violenza prospera quando trova pubblico, spazio, ritorno. Ridurre questo spazio non è censura, ma cura del contesto. È il modo più diretto per impedire che il male venga normalizzato attraverso l’abitudine e lo spettacolo.

Nel presente, la vigilanza di cui parlava Albert Camus passa anche da qui: scegliere cosa guardare, cosa sostenere, cosa rendere visibile. È in queste scelte, apparentemente piccole, che l’indignazione smette di essere consumo emotivo e diventa responsabilità civile. 

 

30 aprile 2026

Cosa succederebbe se tutti si dimettessero dal proprio lavoro?

 

Domani è il 1° Maggio, festa dei lavoratori e proprio oggi ho ripreso in mano un libriccino di facile lettura: "Saluteremo il signor padrone" di Stefano Valerio.
Una favola sociale, come la definisce l'autore, una prospettiva utopica che si concretizza quando venti milioni di lavoratrici e lavoratori, nello stesso momento, comunicano la fine del loro rapporto di lavoro inviando lettere di dimissioni, interrompendo la produzione e l’erogazione di ogni servizio o quasi e ponendo fine in tal modo a quell’Italia fondata sul lavoro e sullo sfruttamento.
E già qui siamo nell'utopistico.
A Roma, i ministri esterrefatti pianificano soluzioni e colpi di Stato e tra le organizzazioni politiche già si parla di rivoluzione.
Per ripristinare l'ordine viene chiamato un ingegnere dall’Inghilterra per ideare macchine e robot capaci di aumentare enormemente la produttività. Ma i suoi obiettivi si rivelano via via più ambiziosi e non vanno esattamente nella direzione voluta dagli industriali e politici committenti...
E se l’Italia diventasse una Repubblica fondata non più sul lavoro, ma sul reddito garantito?
Tra fantapolitica e inconscio collettivo, distopia e utopia, un caleidoscopio di vite, eventi e reazioni a catena che cattura, affascina e instilla nuovi, allettanti interrogativi, mentre l’impossibile, forse, diventa possibile…
 

 

Una piccola storia, una fantasia ... o forse no.

Vento e acqua bussano alle finestre ora. Da poco siamo tornati facendoci sorprendere dal temporale. Non abbiamo voluto dar retta a quei nuvoloni profetici che volevano impedirci di camminare come sempre in mezzo ai boschi. Siamo bagnati, il cane ci rivolge uno sguardo di rimprovero e va ad arrotolarsi corrucciato nel suo angolino morbido. Per fortuna in casa c'è ancora una buona scorta di legna e basta poco per riaccendere il fuoco, un soffio e le braci sotto la cenere tornano ad occhieggiare, pronte a contagiare il loro calore. Un calore che si confonde e unisce con quello delle note lente e strascicate di un sax. Il nome no, quello non lo ricordo mai, ma tu sì e lo declami, evocandone la magia, mentre ti togli i vestiti bagnati di là, in camera. Anch'io mi spoglio, ma davanti al fuoco, perché la mia pelle ne assapori immediatamente la carezza. Ecco, la sensazione di benessere si allarga a tutto il corpo, mentre faccio spazio al piumone e qualche cuscino davanti al camino. Ti chiamo ma non rispondi perso a fare o a pensare chissà cosa. Ho voglia di abbracciarti e di consumare con te quelle lingue di fuoco sempre più alte che si insinuano predatrici. Il sax continua a illanguidire i pensieri, viene voglia di lasciarsi andare, seguire quelle note ovunque portino, senza resistenza, senza pudore. Eccoti finalmente. Sì, hai indovinato i miei pensieri: quei due calici di nettare rosso sono quello che mancava per annullare qualsiasi confine con la fantasia. Potrebbe succedere di tutto là fuori e non ce ne accorgeremmo, si sta troppo bene qui per preoccuparsi di altro.
Parliamo. Di noi, di emozioni. Ridiamo. Del presente e del passato. Del futuro no, incerta previsione che non sarà fruibile fino a che non diventerà anch'esso passato.
Poi le parole tacciono, non servono ora. Ora parliamo con gli occhi, con le mani, ipnotizzati dal calore dentro e fuori. Occhi socchiusi, mani lente e curiose, bocche solo morbide di baci.
I bicchieri sono ancora quasi colmi là, in un angolo, testimoni di un inizio appena accennato. Dopo, quando gli abbracci si scioglieranno e il velluto delle parole busserà al silenzio dei baci, dopo, forse, li vuoteremo … se non ci addormenteremo, cullati dal calore delle tenerezze.
 

 



05 marzo 2026

Dimenticanze.

Ci si dimentica di molte persone nel cammino della vita.
Certe lentamente, senza accorgersene: telefonate sempre più rare, messaggi dimenticati. A volte si sceglie, a volte no.

Poi ci sono quelle che rimangono addosso anche se sembra di non ricordarle. Basta una canzone, una foto, una frase letta da qualche parte ed ecco che si sorride. E ci si chiede cosa stanno facendo, se sono felici o se stanno combattendo e come affrontano le loro battaglie. Ci si commuove pensando a come si sono affrontate insieme certe battaglie. 

 

Poi si spegne la radio, si mette via la foto e si chiude la pagina. Si continua la giornata cercando di scrollarsi di dosso quella sensazione di aver perso insieme a loro qualcosa di sè stessi.