Conosco Albert Camus, ho attraversato parecchie sue pagine, ho raccolto le sue filosofie, la sua idea di assurdità e di rivolta.
Poi, nell'infinito archivio della rete, questa fonte inesauribile che a volte restituisce tesori dimenticati, mi sono imbattuta in un frammento della sua vita che non conoscevo: la storia del suo amore con Maria Casarès. Leggere di loro due non è stato come sfogliare una semplice pezzo di biografia. È stato come riconoscere una frequenza emotiva profonda e universale che ha calamitato la mia attenzione (e se qualcuno ha letto qualcosa in questo mio diario virtuale sa perché).
Quando si sono incontrati nella Parigi del 1944, lei aveva ventuno anni, lui trentuno. Il loro legame è nato sotto il segno dell’impossibilità, sospeso su un abisso di eventi storici, impegni e distanze. Eppure, quel sentimento si è trasformato in un’architettura meravigliosa e segreta.
Chi guarda da fuori parla spesso di "amore impossibile" con una punta di commiserazione. Ma chi vive o ha vissuto un legame simile sa che l'impossibilità non è sempre una condanna: a volte è il guscio che protegge l'essenziale dal rumore del mondo.
Non sono stati i giorni condivisi a definire Albert e Maria, ma le parole che si sono scambiati. Più di ottocento lettere scritte nell'arco di quindici anni testimoniano una verità profonda: quando due anime non possono toccarsi nella quotidianità, la scrittura smette di essere comunicazione e diventa corpo vivo. Nelle loro lettere c'è il battito febbrile dell'attesa, la cronaca dei giorni, la gelosia e la fatica. Per Camus, Maria era "L’Unica"; per Maria, Albert era il baricentro dell'esistenza. Scriversi era un modo per costruirsi una stanza segreta dove l'amore potesse respirare in totale libertà.
Chi non ha mai vissuto una passione simile crede che la distanza consumi il desiderio. Ma è vero il contrario. L'attesa affina i sensi, rende ogni parola un evento. La parola scritta diventa l'àncora a cui aggrapparsi per non andare alla deriva, la prova tangibile che ciò che si prova è la cosa più reale che si possiede. C’è una grazia speciale nel rifiutare il rammarico per ciò che non si è potuto vivere, scegliendo di celebrare ciò che è stato. L’impossibilità porta con sé un dono paradossale: la protezione dall’erosione del tempo. Gli amori vissuti nella norma devono affrontare l'usura dei giorni e i compromessi della routine. Un amore "sospeso", invece, resta incorruttibile. Non declina, non invecchia. Mantiene intatta la sua natura incandescente e pura, diventando un punto di riferimento immobile dentro l'anima.
Guardando a storie come quella di Albert e Maria, si comprende che la vera bellezza di certi legami risiede proprio nella loro forma: imperfetta per il mondo, ma assoluta per chi la vive. Non si avverte il bisogno di chiedersi come sarebbe stato se fosse stato "possibile".
Non tutti i sentimenti nascono per compiersi nella quotidianità. Alcuni esistono per attraversare le stagioni della vita senza perdere un solo grado del loro calore, ricordandoci che la misura di un amore non sta nella sua durata terrena o nella sua presenza fisica, ma nella forza indelebile con cui riesce a illuminare un'esistenza.
"Esci dalla storia che ti trattiene. Entra nella nuova storia che sei disposta a creare". (Oprah Winfrey)
Chiacchierando con un amico che frequento da parecchi anni e che mi conosce molto bene, abbiamo ripercorso alcune tappe della nostra vita e io gli ho raccontato il momento in cui sono scappata di casa. Avevo 48 anni e "scappata" non è un eufemismo. Un giorno me ne sono andata senza portarmi niente appresso, buttandomi tutto alle spalle (e in quel "tutto" c'era un marito, dei figli adulti, un padre anziano, il lavoro e il giudizio della gente). E' stato parecchi anni fa, un momento difficile in cui i problemi si accavallavano giorno dopo giorno fino a soffocarmi e c’era un pensiero fisso che mi accompagnava: volevo cambiare, non volevo più vivere la vita che stavo vivendo, e fuggire era l'unico modo per abbattere tutti gli ostacoli che me lo impedivano. Una vita diversa, meno incasinata, ma soprattutto la vita che volevo io, non quella che gli altri continuavano a impormi o ad aspettarsi da me. Quel mio desiderio derivava dal sentirmi male nei panni che indossavo, dall'esigenza di essere me stessa, sbagliata o giusta che fossi; era una vera e propria ribellione. Alla fine l’ho fatto. Non sono andata molto lontano in termini di chilometri, ma ho percorso tutta la distanza necessaria per riuscire, passo dopo passo, facendo errori madornali e rompendomici la testa, a costruirmi la vita che desideravo davvero. Ripensando a quel periodo, mi è venuto spontaneo guardarmi intorno. E ho notato una cosa: di gente che vorrebbe fuggire ce n’è tanta. Ma sopra ogni cosa, so che ci sono tantissime donne che provano esattamente questo. Magari non lo confessano nemmeno a sè stesse, ma ci sono. Donne di ogni età che accarezzano l'idea di piantare tutto, fare le valigie e ricominciare da zero. Ma come mai accade così spesso, e in modo così viscerale, proprio a noi donne? Per una donna, la trappola del "dover essere" è storicamente più stretta e soffocante. Fin da piccole veniamo educate all'empatia, all'accudimento, all'armonia familiare e sociale. Ci viene insegnato, quasi sottobanco, che il nostro valore si misura da quanto riusciamo a far funzionare le cose per gli altri: la famiglia, la casa, i figli, i genitori anziani, il lavoro. Ci ritroviamo così a indossare ruoli che ci vengono cuciti addosso giorno dopo giorno, fino a non capire più dove finiscano i doveri verso gli altri e dove inizi la nostra vera identità. Diventiamo il perno di meccanismi complessi, ma a costo di annullarci. E quando ci si rende conto che in quella vita "perfetta" o "doverosa" la nostra felicità è stata messa nell'ultimo cassetto, l'impulso di spezzare la gabbia diventa travolgente. Quando è una donna a voler fuggire, la società tende subito a farla sentire in colpa. Se a desiderare la libertà è un uomo, spesso viene compreso come uno "spirito libero" o una crisi passeggera. Se lo desidera una donna, viene scambiata per egoismo, leggerezza o ingratitudine. Ma la verità è un'altra: voler ricominciare da capo non è un atto di egoismo, è un atto di pura sopravvivenza e di responsabilità verso se stesse. È il momento in cui una donna decide di non essere più solo la comparsa o il supporto nella vita altrui, ma la protagonista della propria storia. È il rifiuto di lasciarsi spegnere lentamente dal peso di una quotidianità che prosciuga ogni energia. C'è un equivoco legato al ricominciare: si pensa sempre che serva un biglietto di sola andata per un'isola lontana. In realtà, la distanza più difficile da coprire non è geografica, ma interiore. Quando me ne sono andata, non ho preso un volo transoceanico. Ho solo tagliato i fili invisibili del "si deve fare così" e del "cosa dirà la gente". Ho imparato che per una donna ricominciare significa prima di tutto riappropriarsi dei propri spazi, del proprio tempo, del diritto di dire dei "no" senza sentirsi in colpa e di fare spazio a quella libertà essenziale che troppo spesso le viene negata. Ricominciare da zero spaventa perché ci priva di certezze consolidate, per quanto soffocanti fossero. Per una donna significa spesso affrontare giudizi più severi, contrasti di ogni tipo, sguardi di incomprensione e la fatica quotidiana di ricostruirsi in autonomia. Ma c'è una bellezza indicibile nel momento in cui ti guardi intorno e riconosci che la tua giornata, il tuo spazio, le tue scelte e persino il tuo silenzio ti appartengono per davvero. A tutte le donne che oggi guardano fuori dalla finestra e sognano di fuggire, vorrei dire solo questo: quel desiderio non è sbagliato e non siete voi ad essere "sbagliate". È la vostra parte più autentica che vi sta chiedendo di smettere di salvare tutti, fuorché voi stesse. E non serve andare ai confini del mondo per darle ascolto: basta fare il primo passo verso la propria libertà.
Questo blog ha un sottotitolo: "blog semiserio con tendenze sovversive".
Ultimamente qualcuno mi ha fatto notare, con affetto o con una punta di nostalgia forse, che non scrivo più di politica, di cronaca o dei grandi fatti del mondo come facevo una volta. E mi chiedono: “Ma allora quel sottotitolo ha ancora senso?”
La risposta è: sì, oggi più che mai. C’è stato un tempo in cui commentare l’attualità mi sembrava il modo migliore per stare nel mondo della rete, commentare, arrabbiarmi e contestare. Poi ho capito una cosa: la cronaca corre, grida, scade nell’arco di ventiquattro ore e spesso ci lascia esattamente dove ci ha trovati, soltanto più stanchi e frastornati. Oggi la mia sovversione ha cambiato forma, ma non intenzione. Credo sia sovversivo fermarsi a riflettere. Credo che sia sovversivo porsi domande scomode, indagare i sentimenti, esplorare la solitudine, le crepe e le pieghe dell’animo umano in una rete che ci vorrebbe sempre veloci, leggeri, performanti e omologati. Inventare storie, usare l’immaginazione, dare corpo a personaggi, intrecciare destini e creare mondi che non chiedono il permesso alla realtà di esistere. Questo credo sia sovversivo. La narrativa e la riflessione intima per me non sono una fuga: sono uno sguardo obliquo e profondo sul mondo, spesso molto più sincero di tanti commenti di cronaca o editoriali del giorno. E poi c’è quel “semiserio” che tiene insieme tutto: ho la presunzione (perdonatemela) di avere la capacità di conservare l’ironia, il disincanto e, soprattutto, almeno qui in questo spazio solo mio, la libertà assoluta di cambiare rotta. Non ho firmato un contratto di fedeltà con i dibattiti del momento. Il mio blog vive con me, cambia con me e si nutre di ciò che mi muove dentro. Quindi sì, questo spazio resta profondamente sovversivo. Solo che invece di inseguire il rumore di fondo della cronaca, preferisco farmi domande e scavare dove il rumore non arriva.
Oggi mi è venuta in mente una di quelle domande che, ogni tanto, mi bussano alla testa.
Guardo la mia vita di adesso. Sono una donna attempata, single da tempo e pensionata. Non mi sento "vecchia". Passo le giornate a scrivere, a leggere, a camminare, a occuparmi del mio tempo e di me stessa. Ho la fortuna di avere una vita piena, ho tanti amici, mi sento serena, abbastanza equilibrata e, insomma, credo di cavarmela con un po' di sale in zucca.
Eppure c'è una piccola curiosità che mi accompagna da sempre e riguarda proprio questi amici con cui mi accompagno per passare qualche bel momento: sono quasi tutti uomini. Le mie amiche donne si contano sulle dita di una mano, e ne avanzano. E la cosa singolare è che io per le donne nutro una solidarietà profonda.
Io, in prima persona, mi sono scontrata spesso e duramente con gli stereotipi patriarcali che ancora purtroppo insistono tenaci, e guardo al mondo femminile con affetto e rispetto. Non mi definisco una femminista delle più arrabbiate ma sicuramente sto dalla parte delle donne.
E allora perché il mio piccolo mondo relazionale finisce quasi sempre per tingersi di azzurro? Sia chiaro: non mi crea alcun disagio. Non sento alcun vuoto da colmare né la necessità di cercare a tutti i costi una complicità al femminile. Però la mente è curiosa, e mi sono chiesta se, in fondo, non sia il mio modo di essere a creare una certa distanza con le altre donne. Ripensandoci, forse è semplicemente una questione di frequenze. Con gli uomini (quelli che hanno superato la mia durissima selezione), mi sono spesso trovata a mio agio grazie a una comunicazione più lineare, diretta, a volte più leggera. Ci si incontra, si beve un bicchiere, si parla di un libro, di un'idea, ci si confronta senza troppi strati emotivi in mezzo e poi ognuno torna ai propri spazi. Forse è solo una mia pigrizia, o forse una naturale inclinazione verso un certo tipo di semplicità nei rapporti. Certo, la vita mi ha insegnato a bastarmi parecchio, a godermi la solitudine senza vederla come un problema. E mi rendo conto che non tutti vivono i legami allo stesso modo. A volte, certe dinamiche sociali più tradizionali, quelle fatte di consuetudini, di condivisioni quotidiane o di piccoli riti di paese, mi risultano semplicemente estranee, e immagino che, specularmente, il mio modo di vivere un po' in autonomia possa risultare altrettanto distante per gli altri. Insomma, non c'è nessuna colpa da attribuire né a me né a nessun altro. Alla fine, credo che le amicizie si compongano da sole, seguendo correnti invisibili.
Non è una regola fissa, solo il mio modo di inciampare, o di planare, sulle persone giuste per me.
Ecco, almeno a questa domanda mi sono data una risposta. Ne rimangono altre mille, ma a quelle ci penseremo..😊
L’altro giorno stavo chiacchierando con un amico sulla classica contrapposizione tra ragione e sentimento. Lui è una persona profondamente razionale, al limite del cinismo: misura la realtà con il calibro dei pro e dei contro, delle convenienze e dei calcoli freddi. Io mi riconosco una buona dose di razionalità, ma so di essere anche molto istintiva. Riflettendoci dopo, mi sono chiesta: affidarsi all'istinto significa far prevalere il sentimento sulla ragione? La risposta che mi sono data è no. Ragione e sentimento è la classica sfida tra testa e cuore: la logica contro le emozioni. Ma razionalità e istinto è qualcosa di diverso. L'istinto non è un sentimento cieco o un'emozione travolgente; è un'intelligenza di pancia, una scintilla fulminea che elabora le cose in una frazione di secondo. È una forma di razionalità velocissima che attinge alla nostra esperienza accumulata e ti dice "questo sì" o "questo no" prima ancora che la mente riesca a formulare un ragionamento logico. A me succede quasi sempre così, soprattutto con le persone. Mi basta un primo impatto, uno sguardo, un dettaglio impercettibile, e l'istinto mi restituisce un verdetto preciso su chi ho davanti. E, guarda caso, il tempo finisce quasi sempre per darmi ragione. Ma l'istinto non serve solo a valutare gli altri; serve soprattutto a salvare se stessi. Anni fa, quando ho deciso di separarmi, l'istinto ha alzato la voce. In quel momento c'era sicuramente anche tanta esasperazione, quella stanchezza accumulata che ti dice che non puoi più restare dove sei. Ma, sopra ogni cosa, c'era la spinta viscerale a imboccare una strada completamente nuova e soprattutto diversa, che mi permettesse di cambiare, di non stare più dove non stavo bene. A guardarlo da fuori, o con la logica fredda del mio amico razionale, poteva sembrare un atto d'imprudenza o di pura disperazione. Eppure l'ho intrapresa lo stesso. Ho camminato nel buio, senza paracadute e senza garanzie. All'inizio non è stato facile. In quella nuova dimensione mi sono trovata inesperta: desideravo con tutta me stessa la libertà, ma non sapevo ancora come si usasse. Ho fatto tanti errori, ho preso cantonate, mi sono mossa a tentoni come chi impara a camminare di nuovo. Ma fa parte del gioco: la libertà non ti viene consegnata con un libretto di istruzioni, è un vestito che devi imparare a cucirti addosso un giorno alla volta, accettando anche di sbagliare le cuciture. Oggi, a distanza di anni, mi capita spesso di ripensare a quel periodo. E la sensazione che mi accompagna non è il rimpianto per la fatica o per le cadute, ma un senso di profonda gratitudine verso me stessa. Certo, la libertà non è un dono gratuito: si paga a caro prezzo, fatto di sacrifici quotidiani, non ultimi quelli economici. Ma il valore di ciò che ho conquistato non si misura in comodità. Ciò che rende questo presente così prezioso è la certezza interiore di essere capace, autonoma e indipendente. La consapevolezza che, attraverso ogni errore e ogni passo falso, ho costruito la vita che volevo davvero. Tra il cinismo di chi analizza tutto per non rischiare mai e l'istinto di chi sa fidarsi della propria bussola profonda, so da che parte stare. Perché l'istinto può farci paura mentre ci spinge verso l'ignoto, ma è l'unico che sa davvero dove si trova la nostra libertà. Dopotutto, la vera differenza sta tutta qui: il confronto tra ragione e sentimento ci costringe sempre a una scelta dolorosa: ascoltare la testa o seguire il cuore? Il confronto tra razionalità e istinto, invece, non ci divide a metà. Ci mostra che la pancia e la mente possono parlare la stessa lingua, solo a velocità diverse. La razionalità calcola il percorso con la mappa, l'istinto riconosce la strada al primo sguardo. E a volte, per ritrovare se stessi, non serve un piano perfetto: basta avere la saggezza e il coraggio di fidarsi della propria bussola interiore.
Tutte le mattine, per almeno un'ora, apro le finestre sul mondo. Scorro le notizie, leggo gli articoli, attraverso i bollettini di una realtà che sembra aver smarrito la bussola. Guerre ovunque, delinquenza, sopraffazioni, sfruttamento sistematico e tanta crudeltà. E ogni mattina, immancabilmente, ne esco con un senso profondo di disgusto. La domanda finale è sempre la stessa, quella che non ammette risposte facili: com'è arrivata l'umanità a tutto questo? Poi mi fermo, mi guardo intorno. Sono qui. Ho un tetto sulla testa, un pasto ogni giorno, posso permettermi qualche sfizio e, soprattutto, faccio quello che voglio. Nessuno mi obbliga a marciare al passo di qualcun altro (almeno finora). E penso a quei milioni e milioni di persone là fuori che soffrono il freddo, la fame, la paura, a cui manca l'essenziale. Non lo chiamo senso di colpa, perché la colpa implica una responsabilità che non ho, ma è un attrito costante, una ferita sottile. È la percezione stridente di un'ingiustizia radicale. Perché proprio io sì e loro no? Perché la lotteria della nascita e della storia distribuisce privilegi e tragedie con tanta cinica casualità? Molti mi direbbero di smetterla. Di evitare di avvelenarmi la mente di prima mattina, di chiudere gli occhi e godermi il mio "piccolo mondo protetto" per preservare la serenità. Ma io non ci sto. Non voglio anestetizzarmi, non voglio abituarmi all'orrore e far finta che non esista solo perché non sfonda la mia porta. Voglio restare vigile, attenta, con lo sguardo lucido proprio quando la mente è più riposata. Voltarsi dall'altra parte è già una forma di complicità. Il punto, però, è che non ci si può far travolgere senza perdere la ragione. E allora, passata quell'ora di lucidità spietata, la mia giornata cambia passo. Mi dedico a ciò che amo: leggo un libro che mi sfida o mi consola, scrivo, esco a camminare. Non è un rifugio egoistico per dimenticare il mondo là fuori; è l'argine necessario. È il modo per ristabilire l'equilibrio e ricordare che, accanto alla violenza e alla sopraffazione, esiste un'altra umanità fatta di bellezza, di pensieri liberi, di cura e di parole scritte con intenzione. Camminare sul crinale tra l'indignazione per un mondo ingiusto e la gratitudine per il proprio piccolo spazio di libertà è un esercizio faticoso. Ma è l'unico modo che conosco per restare viva, intera e fedele a me stessa.
Vorrei riprendere un concetto accennato nel mio ultimo post, un po’ scarno, devo ammetterlo, ma l'ho scritto appena sveglia ed è uscito così com'era, per parlare del tempo che passa. Per me, come per tutti.
Non sto a ripetere la mia età, l'ho già detta: sono nella terza età. In quella fase della vita in cui le aspettative diminuite portano spesso a fare meno, o a non riuscire più a fare cose che fino a poco tempo fa erano la norma. Confrontandomi di frequente con amiche e amici della mia età su questi temi, mi accorgo di essere sempre la più ottimista. Non perché mi aspetti chissà cosa, ma perché vivo questo periodo con una serena e piena accettazione. Senza troppi drammi, consapevole che gli anni lasciano il segno sul corpo e sulla mente, e che tutto questo è semplicemente naturale. Anzi, da quando ho smesso di lavorare e ho finalmente raggiunto la meritata (seppur misera) pensione, mi sono sentita libera. Sembrerà assurdo, ma è così. Non devo più sottostare ai ritmi frenetici del lavoro, agli orari e alle aspettative altrui. L'unica cosa che spero davvero è di conservare la salute, che fortunatamente ancora mi sorregge, il più a lungo possibile. Non per paura della morte, se dovesse succedere anche stanotte, non avrei nulla da obiettare, ma perché ciò che ho più a cuore è la mia autonomia: il non dover dipendere da nessuno.
A questo proposito, mi faccio un po' di pubblicità gratuita e vi lascio con questo brano tratto dal mio libro "Tante domande poche risposte", dove racconto esattamente quello che penso della vecchiaia:
".....Già, il corpo che invecchia. Lo vedo, e mentirei se dicessi
che la pelle meno tonica, le rughe e la schiena incurvata mi piacciano: ma è un
processo inevitabile. Non voglio ipocritamente dire che sono felice di
invecchiare; dico soltanto che mi sento finalmente libera di farlo.
Vedo la stagione che segue la pensione come un tempo
affrancato da responsabilità vincolanti e da modelli rigidi a cui doversi
adeguare per non essere emarginati. Ma soprattutto la vedo slegata dalle solite
caricature che la società ha dipinto addosso a noi donne: niente inerme e
mansueta nonnina, niente zitella inaridita dalla solitudine, e niente "similgiovane"
rifatta e plastificata. Che tipo di vecchia essere lo decido io. E posso farlo
perché oggi sono più consapevole, svincolata dal giudizio altrui e capace di
scindere i bisogni indotti da quelli autentici.
La lunghezza del passato rende forti; la brevità del futuro
aiuta a non perdere tempo dietro a ciò che non è essenziale.
Non so fare previsioni per il domani e, a dire il vero, non
ho alcuna intenzione di farne: l'avvenire è un territorio che non mi appartiene
e che non pretendo di imbrigliare. Ho imparato a vivere giorno per giorno,
concentrando ogni energia nell'unica ricerca che conta davvero: la sintonia
profonda con la mia anima, quell'equilibrio interiore che per troppo tempo ho
messo in secondo piano.
Spero con tutto il cuore di continuare a sentirmi come mi
sento adesso: vigile, curiosa, ancora capace di interrogare le mie sensazioni
senza paura e di assecondare con grazia e coraggio la loro naturale evoluzione.
Nonostante il disincanto, qualche desiderio pulito sul futuro continuo a
custodirlo nel profondo. Il primo, il più grande, riguarda i miei figli:
desidero vederli sereni, risolti e realizzati nelle loro vite, perché so bene
che la loro pace è il riflesso della mia, e che vedendo fiorire loro mi sento,
se possibile, ancora più appagata e in pace con me stessa.
L'altro desiderio è per me: poter continuare a godere di questa mia
autonomia, un bene preziosissimo che ho conquistato a caro prezzo, pagando ogni
centimetro di libertà con fatica, lacrime e determinazione. Vorrei difendere
questo spazio mio fino all'ultimo respiro. Senza mai diventare un peso per
nessuno, senza dovere nulla a nessuno e con la lucidità, la fermezza e la
dignità — se e quando dovesse servire — di poter decidere io stessa il momento
e il modo in cui porre fine al tempo che mi è stato dato da vivere. Anche
questa, per la mia visione del mondo, non è una resa, ma la forma più alta e suprema di libertà...."
C'è una saggezza antica e pacata nel modo in cui l'autunno si fa spazio. Mentre il cielo sbiadisce e il freddo comincia a farsi sentire, ci viene naturale cercare una spiegazione a quella strana malinconia che ci attraversa. Ma la natura non si rammarica per la fine dell'estate; si limita a seguire il proprio corso.
Nessuno lo ha espresso con tanta serena nitidezza quanto Fernando Pessoa, attraverso la voce del suo Ricardo Reis:
Segue il tuo corso,
scontenta le tue piante,
guarda le foglie cadere.
Non c’è nostalgia,
né desiderio,
ma la serena certezza
che tutto passa,
e che è bello che tutto passi.
Guarda da lontano
la vita che trascorre.
Mai la tua vita
ti appartiene davvero.
Qualunque cosa accada
è scritta nel libro del Tempo.
In questi versi si nasconde il cuore vero della riflessione autunnale. Spesso scambiamo il passare del tempo per una perdita, dimenticando che il cambiamento è l'unica vera costante. Pessoa ci invita a fare un passo indietro, a guardare il ciclo delle cose "da lontano", senza l'ansia di dover trattenere ciò che se ne va e senza la smania di inseguire ciò che deve ancora venire.
È un pensiero che sento particolarmente mio oggi, in questo giorno che sembra segnare l'inizio dell'autunno, guardando la mia vita e gli anni che avanzano. Non c'è paura nel veder scorrere il tempo, né l'ombra di un timore per l'età che cresce. Anzi: c'è una profonda, inaspettata conquista di leggerezza. Avere più strada alle spalle che davanti, non è un peso, ma una forma di libertà. Si impara a guardarsi con più indulgenza, a spogliare le giornate da ciò che è superfluo e a godere della limpidezza che solo il tempo sa regalare.
L'autunno diventa così il momento perfetto per fermarsi e pensare. Non è una stagione di rinuncia, ma di liberazione: accettare che "è bello che tutto passi" significa togliere gravità ai giorni e trovare pace in ogni loro sfumatura. È l'invito a rientrare in casa, accendere una luce intima e lasciar scorrere il tempo con quieta gratitudine.
C'è una domanda che mi sono posta spesso e che a prima vista può sembrare una contraddizione insanabile: come posso amare così tanto i thriller psicologici se odio, con tutta me stessa, la violenza in ogni sua forma? La violenza, che sia fisica, verbale o psicologica, mi respinge. Eppure, mi ritrovo costantemente ad aprire libri che esplorano proprio quel territorio oscuro. Autori come Wulf Dorn, che prima di scrivere ha passato vent’anni in una clinica psichiatrica ad ascoltare le parole e i silenzi di chi aveva attraversato il confine della ragione, mi hanno aiutata a capire il perché. Nei suoi romanzi non c'è compiacimento, non c'è la ricerca del sangue fine a se stesso. C'è l'analisi. La mente umana non è mai un blocco unico: è un terreno fatto di crepe, di difese, di fragilità che a volte si trasformano in ossessioni. Quando leggo, non cerco il brivido superficiale; cerco di capire. Cerco di decodificare il meccanismo che porta alla prevaricazione per poter ricomporre quel puzzle e ritrovare un senso di verità e di protezione.
Di recente mi sono trovata a riflettere su un fenomeno apparentemente lontano dal mondo della narrativa: l'interesse e il dibattito attorno a opere e inchieste crude come NAZA, che mostrano senza filtri i meccanismi gelidi e burocratici con cui si decide della vita e della morte nei contesti di guerra. Mi sono chiesta di nuovo: perché le persone scelgono di sentire ed essere spettatrici di qualcosa di così doloroso? La risposta, ho capito, è la stessa che dà un senso alla mia lettura.
Non si tratta di voyeurismo, né per me nei libri né per chi guarda la realtà. È l'esatto contrario: è il rifiuto della cecità. Proprio perché si odia la violenza, si sente il bisogno viscerale di non distogliere lo sguardo, di capire come nasce e come si articola, per non restarne vittime o spettatori inconsapevoli. Non ci si accontenta delle versioni rassicuranti di facciata. Si vuole capire come si costruiscono l'inganno, il potere e la manipolazione. Confrontarsi con l'ombra, che sia la fragilità di un personaggio fiction o il dolore reale di chi vive un conflitto, serve a mantenere sveglia la propria sensibilità morale e l'indignazione contro l'ingiustizia. In un mondo che spesso tende ad anestetizzare il male o a farcelo scivolare addosso, cercare la complessità è un atto di difesa della propria umanità.
In fondo, leggere di quello che ci spaventa non significa desiderare la violenza, ma armarsi degli strumenti per riconoscerla, rifiutarla e superarla. E se è vero che la narrativa e le inchieste ci portano a fare i conti con il lato oscuro dell’uomo, è altrettanto vero che non ci lasciano lì, abbandonati nel buio. C'è una profonda nota di speranza in tutto questo. Scegliere di capire, rifiutare l'indifferenza e avere il coraggio di guardare in faccia ciò che fa male non è un atto di resa, ma l'atto di fiducia più grande che si possa fare verso l'essere umano. Significa credere fermamente che la consapevolezza sia il primo passo per costruire qualcosa di diverso, che dalla comprensione delle ferite e dei meccanismi di sopraffazione possa nascere una sensibilità più forte, più lucida e più giusta. In fondo, anche la storia più buia ha senso solo perché, dietro ogni pagina e dietro ogni testimonianza, continua a muoversi la stessa ostinata ricerca: quella di una luce capace di restituirci la nostra umanità più autentica.
C’è un momento preciso in cui capisci che la tua vecchia vita è finita e che quella nuova non ha ancora una forma, se non quella che deciderai di darle tu. Per me, quel momento non è coinciso con la firma davanti all'avvocato, né con l’eco della porta di casa che si chiudeva per l'ultima volta dopo la separazione. È coinciso con il rumore metallico di una fibbia. Quella del grembiule nero che mi allacciavo dietro la schiena nel retrobottega di un bar/ristorante, specchiandomi in un piccolo vetro opaco. Ritrovarsi a dover ricominciare da zero, a rimettersi in gioco nel mondo del lavoro dopo una vita trascorsa in due, è un’esperienza che ti toglie il fiato. Avevo bisogno di un’indipendenza immediata, concreta, economica ma soprattutto mentale. Così, ho accettato un lavoro da barista/cameriera. I primi giorni sono stati un terremoto fisico ed emotivo. E' un lavoro duro, che richiede una presenza assoluta. Devi ricordare i tavoli, le comande, le preferenze dei clienti, i tempi della cucina. E soprattutto, devi saper gestire il peso. Il primo vassoio che ho preso in mano tremava. Non era solo per la mancanza di abitudine; tremavo io. Dentro di me c'era il rumore di una separazione ancora fresca, le domande sul futuro, la paura di non farcela. Eppure, fuori dovevo sorridere. Dovevo accogliere. Poi, accade qualcosa di strano. Ti rendi conto che quel vassoio pesante diventa il tuo baricentro. Per non far cadere i bicchieri devi trovare l’equilibrio. Per muoverti tra i tavoli devi raddrizzare la schiena. Senza accorgermene, mentre imparavo a bilanciare quel peso tra le mani, stavo imparando a ritrovare il mio equilibrio interiore. Ogni passo sicuro verso un tavolo era un passo che mi allontanava dal dolore. La fatica fisica è diventata una strana forma di anestesia per l'anima. Tornavo a casa con le gambe doloranti, ma la mente finalmente silenziosa. Ce la stavo facendo da sola. Ma la vera sorpresa di questo lavoro è arrivata quando ho capito che sarei diventata una custode estemporanea di storie.
E di incontri inaspettati. L’inizio dell’autunno porta con sé una luce diversa. È una stagione sospesa, proprio come mi sentivo io in quel periodo. Fuori l’aria rinfrescava e il locale, dopo il caos estivo, aveva ritrovato un ritmo più lento, quasi intimo. I pomeriggi tra il pranzo e la cena erano i miei preferiti. Il ristorante si svuotava, restava solo il profumo del caffè appena fatto. È in uno di quei pomeriggi che è entrato lui. Si capiva subito che era un viaggiatore di passaggio. Si sedette al tavolo vicino alla finestra, posò a terra uno zaino vissuto e ordinò un caffè lungo. Mentre gli portavo la tazza, i nostri sguardi si sono incrociati. Forse nei miei occhi c’era ancora la traccia di stanchezza emotiva che cercavo di nascondere. "È una bella giornata per viaggiare, ma è ancora più bello fermarsi," mi disse accennando un sorriso, guardando fuori dal vetro. È bastata quella frase a rompere il ghiaccio. Nel giro di pochi minuti, quella che doveva essere una normale interazione si è trasformata in qualcosa di completamente diverso. Mi raccontò che era in viaggio da settimane, senza una meta precisa. Stava attraversando un momento di transizione, una di quelle fasi della vita in cui senti il bisogno di lasciare andare il passato per capire cosa c'è oltre la curva. Non sapeva nulla di me. Eppure, ogni singola parola che usciva dalla sua bocca sembrava una risposta alle domande che mi portavo dentro. Mi parlò della paura che si prova prima di partire, ma anche della meravigliosa leggerezza che ti assale quando capisci che puoi sopravvivere anche con pochissime cose.
Quando arrivò il momento di andare, l'uomo si rimise in spalla lo zaino, ma prima di alzarsi si fermò. Mi guardò a lungo, in silenzio. Poi, infilò la mano nella tasca della giacca. Per un attimo pensai al gesto classico di chi sta per lasciare una mancia sul tavolo. Invece, tirò fuori un piccolo taccuino. La copertina era consunta, ma quando lo aprì davanti a me, vidi che le pagine erano completamente bianche. Lo posò sul legno del tavolo, lo spinse delicatamente verso di me e mi disse: “Questo è per te, lo puoi riempire”. Non aggiunse altro, mi dedicò un ultimo cenno di saluto ed uscì, scomparendo nella luce tiepida del pomeriggio. Rimasi lì, immobile, con il vassoio sotto il braccio. In quel preciso istante, qualcosa dentro di me è scattato. Quell'uomo mi aveva raccontato la sua storia riconoscendo la mia. Ho guardato le mie mani: erano le mani di una donna che stava affrontando la fine di un matrimonio e, soprattutto, il dolore più lacerante: l'allontanamento dei miei figli. In quel periodo non capivano. Avevano giudicato le mie scelte, non avevano compreso le mie ragioni, e quel loro silenzio pesava molto più di qualsiasi vassoio stracolmo. Ci sono voluti anni perché capissero. Anni di pazienza, di silenzi ingoiati e di attesa.
Ma in quel pomeriggio d'autunno, con quel taccuino tra le mani, ho capito che dovevo resistere anche per loro. Quel lavoro, iniziato per necessità, si stava rivelando il palcoscenico del mio riscatto. Non ero "solo una cameriera che cercava di sbarcare il lunario". Ero una madre che, nonostante il cuore spezzato dall'incomprensione dei propri figli, continuava a camminare a testa alta. Ero una donna indipendente, capace di costruirsi una nuova dignità da sola, un turno alla volta. Sapevo che prima o poi la verità e l'amore avrebbero trovato la strada di casa, e nel frattempo io stavo dimostrando a me stessa quanto fossi forte.
Ho stretto quel taccuino tra le mani. Sono tornata dietro al bancone più consapevole che stavo ricominciando a scrivere la mia storia. Una pagina alla volta.
Le pagine di quel taccuino, allora spaventose nella loro immacolata purezza, oggi sono piene della mia vita. C’è voluto tempo, ci sono stati errori d'orgoglio e di inesperienza, ci sono volute lacrime e una speranza ostinata che non mi ha mai abbandonata. Ma la storia che volevo scrivere l'ho scritta. Ed è finalmente, interamente, la mia.
Oggi vado a trovare mia sorella. Cinque anni più di me, settantanove primavere portate addosso con la devozione di chi ha vissuto per gli altri. La sua vita e la mia sono state due rette che non si sono mai incontrate, se non con il cuore. Io ho scelto la strada contorta dell’indipendenza. Mi sono separata più di trent’anni fa, ho fatto le mie follie, ho pagato i miei conti con la vita e ho lottato con le unghie per conquistare la mia solitudine e la mia libertà. Lei, invece, ha costruito la sua esistenza attorno a un unico, grande altare: la famiglia. Marito, figli, nipoti. Ha vissuto all’ombra dei loro bisogni, mettendosi sempre per ultima, silenziosa e presente. Quando nostra madre se n’è andata, mia sorella è diventata quasi una seconda madre per me. Non ha mai davvero approvato le mie scelte — le vedeva forse troppo azzardate, troppo lontane dal suo modo di intendere il dovere —, eppure non mi ha mai voltato le spalle. C’era sempre quando serviva aiuto. E c’è stata soprattutto quando il mio ex marito ha fatto di tutto per denigrarmi, avvelenando la mente dei miei figli fino a spingerli a rifiutarmi. In quel periodo buio, mia sorella è rimasta accanto ai miei ragazzi, facendo da ponte con un affetto discreto finché il tempo non ha finalmente riportato la pace. Oggi la guardo e vedo il peso degli anni e dei malanni. Vedo la fatica di chi si prende cura di un marito gravemente malato, un uomo dal carattere difficile che non conosce la parola grazie e che consuma le energie di chi gli sta accanto. E lei, nonostante tutto, non smette. Continua a preoccuparsi per tutti, a farsi carico del mondo. Si lamenta appena, con quella dignità stanca di chi non ha mai imparato a chiedere nulla per sé. A volte, nei suoi occhi, incrocio un'ombra sottile. Credo che ci sia una punta di invidia per questa mia indipendenza conquistata a caro prezzo, per questa solitudine che io vivo come uno spazio di respiro e che a lei è sempre stata negata. Così come io, a volte, ho guardato alla sua capacità di restare, di proteggere, di essere radice. Siamo diverse in tutto. Io la matta, lei la custode. Io il vento, lei l'ancora. Eppure, quando ci sediamo vicine, tutte le distanze sfumano e resta solo ciò che conta davvero: un bene profondo, ostinato, che non ha bisogno di giudizi né di spiegazioni. Vado da lei oggi non per confrontare le nostre vite, ma per offrirle un momento di tregua, una mano da stringere e la certezza che, comunque sia andata, ci siamo ancora l'una per l'altra.
A volte ci si guarda allo specchio senza filtri e ci si fa quelle domande un po' scomode, di quelle che non chiedono risposte veloci, ma solo un po’ di coraggio per essere pronunciate. In questi giorni mi sono chiesta: ma questo mio amore impossibile, che continuo a celebrare forse con troppa ostinazione, non sarà che è solo un trucco? Il tentativo un po' ingenuo di rincorrere l'illusione di essere ancora giovane, almeno nel cuore? A 74 anni, il rischio di sentirsi dire – o di dirsi da sole – che si è ridicole è sempre lì, dietro l'angolo. C'è un'idea precostituita su come si dovrebbe abitare questa stagione della vita: con composta saggezza, un po' di nostalgia sfumata e molti ricordi ben messi in ordine sugli scaffali. Ma l'amore impossibile ha un difetto magnifico: non invecchia. Non si scontra con la stanchezza del quotidiano, non conosce la noia delle bollette o le incomprensioni della colazione. Vive di pura scintilla, di attesa, di un’energia spudorata che non chiede il permesso all'anagrafe per farsi sentire. E allora ho provato a ribaltare la domanda. E se non fosse un’illusione per sembrare giovani, ma la semplice, ostinata prova che siamo vivi adesso? Sentire il cuore che accelera o che si accende di un calore improvviso non è un privilegio dei vent’anni. È il privilegio di chi non si è ancora stancato di desiderare, di chi ha la libertà di non doversi più scusare con nessuno per ciò che prova. Non so se chi legge queste righe ci troverà un pizzico di follia o una nota fuori tempo. So solo che finché quell'emozione mi regala calore e idee da regalare alla pagina, me la tengo stretta. Non per fare la ragazzina, ma per far rifiorire la donna che sono oggi, esattamente a 74 anni.
Ci sono giorni in cui la vita scorre su un binario ben ordinato, scandito dalle abitudini, dalla razionalità e da quella sommessa disciplina che ci costruiamo per stare al mondo. Poi arriva un pomeriggio diverso. Una tavolata calda con gli amici di sempre — quelli delle vedute condivise, delle opinioni che si intrecciano da anni, delle intese in cui non serve spiegare nulla — e la guardia, inevitabilmente, si abbassa. Tra una risata e un bicchiere di vino in più, accade qualcosa che non a tutti succede, ma che a me appartiene da sempre.
Per me l’alcool non è mai stato uno stordimento, né una fuga. È piuttosto un solvente. Ha il potere di sciogliere d'un tratto la patina del controllo quotidiano, di zittire il brusio di fondo e di assottigliare le difese. La sensibilità, spogliata di ogni corazza, si fa improvvisamente vigile, esposta, quasi a fior di pelle. Tutto ciò che porto dentro riemerge con una trasparenza spietata e bellissima, e il mondo interiore si fa di un'acutezza nitida.
È proprio in quel silenzio improvviso che il fiume sotterraneo riaffiora.
Questo fiume non nasce oggi e non si spegne domani. Scorre sempre dentro di me, profondo, lento e costante, anche quando la superficie della mia giornata appare tranquilla e distratta. È il corso d’acqua che custodisce un sentimento, un amore impossibile che, come ormai gli scarsi lettori di questo diario virtuale sapranno, ho imparato ad abitare con una sorta di beata e lucida consapevolezza. È un amore che non chiede nulla in cambio. Non preme per diventare quotidianità, non pretende il possesso, non si nutre di promesse né cerca la conferma di un futuro insieme. Vive della sua stessa esistenza, integro e luminoso nel suo equilibrio.
Eppure, quando il velo della razionalità si solleva, quel fiume non si limita a scorrere: straripa con dolcezza. La sensazione smette di essere un pensiero astratto e diventa un’onda calda, un'emozione fisica che riempie il petto e fa quasi mancare il respiro per quanta pienezza contiene. È un senso di gratitudine pura per il solo fatto che quella persona esista nel mondo, e per la grazia di scoprirmi ancora capace di provarlo, questo sentimento, con un'intensità così intatta.
Ho deciso di scrivere queste parole e di affidarle alla pagina non per cercare risposte, né per cambiare il corso reale delle cose. Non è un messaggio che attende un'eco, né una confessione che chiede di essere riparata. È semplicemente l'atto di testimoniare ciò che c'è. Perché anche i fiumi più segreti, quelli che scorrono al riparo dagli sguardi e dal tempo, ogni tanto hanno bisogno di risalire in superficie, di respirare l'aria aperta e di riflettere, anche solo per un istante, la luce del sole.
Una persona molto speciale (il mio amore impossibile) mi ha dedicato questa canzone: "Nous deux" di Leo Ferré
Noi due
I nostri fratelli gitani di Saint-Ouen sono partiti senza preavviso, con i loro mocciosi e le loro chitarre. Le rondini sono partite a volo teso e senza ritorno, Parigi non ne aveva più bisogno. Flutti di cemento e di stupidità, ci vogliono i drugstore e il strip-tease, i palazzi e i sotterranei. E di Boulogne e di Vincennes e delle banchine fiorite della Senna, presto non resterà più nulla. Ma quel giorno, mia tortora, figlia mia, mia bellissima, mia sorella d'amore, mia mamma, nonostante le assi e poi la terra, ci stringeremo come sappiamo fare, noi due. Nonostante la terra e poi le assi, ci coccoleremo come la domenica quando non andiamo al cinema, noi due. E che poi ci ritroviamo in sogno, affascinati come Adamo ed Eva e fieri di aver trovato questo, noi due. Vedi, è scritto in prima pagina: ci stiamo già contendendo la Luna, figli di domani, innocenti. Un generale sui pianeti ti seguirà da lontano con il cannocchiale e dirà "è rosso di sangue". A tanto giocare con la bomba, un giorno dovrà pur cadere: è il suo scopo ed è il nostro destino. Dovrà pur venire quel giorno, addio Parigi e addio Vienna, addio Roma e Montecarlo. Ma quel giorno, mia tortora, figlia mia, mia bellissima, mia sorella d'amore, mia mamma, che tutto geli o che tutto bruci, non importa, se siamo insieme, noi due. Che tutto bruci o che tutto geli, avremo già il nostro posto nella leggenda degli amanti, noi due. Allora, quando salterà il pianeta, se mai suoneranno le trombe, ce ne infischieremo divinamente, noi due. La gente mi tratta da artista, da senza cuore, e se me ne dispiace non ne sarò sorpreso, perché questo cuore pietoso e tenero, a te sola che hai saputo prenderlo, già da tempo l'ho donato. Proprio come oggi ti dono questa canzone di fine autunno che voleva essere una canzone d'amore. Io non sono né santo né apostolo, e per pensare ancora agli altri mi restano troppi pochi giorni. Nel frattempo, mia tortora, figlia mia, mia bellissima, mia sorella d'amore, mia mamma, poiché le nostre anime vagano, andiamo a fare il giro del mondo, noi due. Poiché le nostre anime vagano, baciamoci vicinissimi ai flutti dell'oceano dei giorni cattivi, noi due. E poi, ai nostri amori fedeli, nel cuore delle nevi eterne, andiamo a perderci per sempre, noi due Noi due...
Mi ha regalato una poesia che non lascia scampo. In un mondo che corre, distrugge e dimentica, questo "noi due" non ha bisogno di futuro per essere eterno: gli basta essere esistito, esattamente lì, nel cuore delle nevi o nell'oceano dei giorni cattivi. Leggere queste parole è come guardare il nostro specchio, uno spazio sovversivo e dolcissimo dove il resto del mondo non può entrare. Non importa cosa bruci o cosa geli fuori; la verità di quel "noi due" me la porto dentro, intatta e divina. “Ce ne infischieremo divinamente, noi due”: in questa riga c'è tutto ciò che siamo. Grazie per avermi vista, cercata e riconosciuta in questa leggenda d'amore, e per questa canzone di inizio autunno che tengo stretta al cuore come la custodia della nostra anima libera.
Ho imparato a conoscere ed apprezzare Leo Ferré quando avevo circa trent'anni, anzi me l'ha fatto conoscere "lui", che ancora adesso, dopo più di quarant'anni, abita il mio cuore. Da allora, ascoltando i testi di quelle canzoni (tradotti ovviamente, il mio francese scolastico non mi permette altro), non finisco mai di stupirmi.
Una personalità complessa, intransigente e profondamente teatrale, segnata da un contrasto perenne tra una ferrea fedeltà ai propri ideali anarchici e una sensibilità quasi dolorosa. Ferré non scendeva a compromessi. Il suo anarchismo viscerale e individualista rifiutava ogni forma di autorità, istituzione o dogma, una rigidità morale che lo portò spesso a scontrarsi sia con l'industria discografica che con i colleghi. Chi lo ha conosciuto o studiato descrive una personalità dalle molte sfaccettature; capace di slanci di infinita dolcezza e malinconia (espressi nelle sue canzoni d'amore), ma anche di furiose e provocatorie invettive pubbliche, gridate sul palco con una passionalità teatrale. Nonostante il successo, scelse spesso l'esilio volontario e la solitudine. La sua decisione di ritirarsi nella campagna toscana rifletteva il bisogno di allontanarsi dal "rumore" del mondo e dalla società dei consumi che tanto disprezzava. Possedeva un forte ego e una totale devozione alla propria arte, che considerava una missione sacra. Questo lo rendeva una figura carismatica e magnetica sul palco, ma talvolta spigolosa e difficile nei rapporti privati. Il carattere fiero, tormentato e romantico di Léo Ferré si riflette in modo diretto e trasparente nella sua scrittura. I suoi testi non sono semplici canzoni, ma veri e propri specchi della sua psiche, dove la struttura metrica si piega ai suoi sbalzi d'umore. Ferré non conosceva mezze misure. Nei testi si passa repentinamente dalla violenza verbale della satira sociale e politica a una vulnerabilità lirica e straziante. Questo riflette il suo essere contemporaneamente un uomo di rabbia e di infinita tenerezza. La sua intolleranza verso il potere, i borghesi e lo Stato si traduce in versi taglienti e provocatori. In brani come "Ils ont voté" o "Ni Dieu ni maître", il testo diventa un manifesto della sua intransigenza morale e del suo rifiuto assoluto di ogni dogma. La scelta dell'isolamento e la sua visione tragica dell'esistenza emergono nel capolavoro "Avec le temps". Qui Ferré descrive il tempo come un elemento cinico che cancella anche gli amori più grandi, mostrando la sua parte più fragile, malinconica e priva di illusioni. Ferré non scriveva per sussurrare. I suoi testi sono pensati per essere declamati, urlati o recitati. L'uso di metafore oscure e surreali (come in "La Mémoire et la mer") mostra il suo egocentrismo artistico: non cercava di essere facilmente comprensibile, ma pretendeva che l'ascoltatore entrasse nel suo personale e complesso universo mentale.
Forse è per questo che questo dono mi tocca così a fondo: perché per entrare in un universo simile ci vuole una chiave rara. E sapere che, dopo più di quarant'anni, esiste ancora un luogo tutto nostro in cui ritrovarci e "infischiarcene divinamente" di tutto il resto, è la risposta più bella a qualunque impossibilità.
A volte ascolti mille volte dei versi di una canzone senza che succeda mai nulla. Poi, una mattina qualunque, mentre la solita musica scorre nell’aria, una frase si stacca dalla canzone e fa da chiave in una serratura che credevi arrugginita: "Lo sai come si dice, che il mondo è fatto a scale..."
È bastato questo. Un attimo prima ero qui, nel mio presente, e un attimo dopo mi sono ritrovata bambina, piccolissima, forse ancora incapace di misurare il mondo con le parole. È affiorato un ricordo nitido e improvviso: una casa antica, una scala di legno che scendeva verso il piano terra. E la paura. Una paura antica, di quelle che si provano prima ancora di imparare a dare un nome alle cose. Ero sicuramente in braccio a qualcuno, avvolta da un abbraccio sicuro, eppure quella pendenza, quel legno scuro, quell'abisso verso il basso mi facevano tremare il cuore.
Poi, come per un effetto domino dell’anima, quel ricordo ne ha svegliato un altro, un sogno ricorrente che mi ha inseguito per tutti gli anni delle scuole elementari. Ricordo la strada che percorrevo ogni mattina per andare a scuola: nel mio sogno non era d'asfalto o di sassi, ma un percorso punteggiato da buchi enormi, voragini spalancate nelle quali rischiavo continuamente di scivolare.
Mi sono chiesta cosa legasse questi tre frammenti dispersi nel tempo: una canzone, una scala di legno e una strada bucata dalla fantasia.
Credo che la risposta stia tutta nello scorrere del nostro cammino. La scala di legno era la mia prima vertigine, il primo incontro con il vuoto quando il mondo era ancora troppo grande per me. Ma allora c’era qualcuno a tenermi stretta. Qualche anno dopo, quando è arrivato il tempo della scuola — cioè il tempo di cominciare a camminare con le proprie gambe nel mondo — la mente ha ripreso quell’antica paura e l’ha trasformata in un sogno. Le voragini sulla strada per scuola non erano altro che il timore di fare un passo falso ora che non c'erano più le braccia degli adulti a fare da paracadute.
È curioso come lavora la memoria. Non usa la logica, ma la suggestione. Aspetta il momento giusto per restituirci i pezzi di chi siamo stati, magari usando la voce di un cantautore e il ricordo di un legno scricchiolante.
Quei buchi nella strada mi spaventavano a morte, eppure a scuola ci sono sempre arrivata. La scala mi sembrava un baratro, eppure sono scesa. Forse questi ricordi riaffiorano solo per ricordarci una cosa semplice: che di cose ripide e di strade dissestate ne abbiamo incontrate tante, ma alla fine abbiamo imparato a camminare, a saltare i buchi e a non aver più paura del vuoto...anche se io con le altezze continuo ad avere qualche problema...😁
Ci sono parole che, nel corso dei secoli, cambiano pelle in modo silenzioso ma radicale. Subiscono una sorta di derubricazione linguistica che ne restringe il respiro e ne altera l’anima. La parola amante è forse uno degli esempi più emblematici di questo fenomeno.
Oggi, se diciamo "amante", l’immaginario comune corre subito all’ombra: a una relazione clandestina, a un segreto da custodire, a un triangolo consumato lontano dagli sguardi ufficiali. Il vocabolario moderno ha confinato questo termine nell’ambito del nascondimento o della contrapposizione al matrimonio e alla stabilità.
Ma se torniamo indietro di due secoli, al cuore del Romanticismo, la parola suonava in modo infinitamente diverso. Nel linguaggio e nella letteratura romantica, amante conservava la forza pura della sua radice etimologica: il participio presente del verbo amare. L’amante era, semplicemente e grandiosamente, colui o colei che ama. Non c’era alcuno stigma di furtività squallida o di ripiego. L’amante romantico era la figura di chi viveva una passione assoluta, spirituale ed etica, spesso tragica proprio perché incapace di piegarsi alle convenzioni sociali, ai matrimoni d’interesse o alle logiche di convenienza del proprio tempo. Essere «amanti» significava riconoscere una profonda affinità elettiva e rivendicare la verità dei propri sentimenti contro il resto del mondo. Era un titolo di nobiltà d’animo, un’attestazione di devozione e purezza sentimentale.
Con il passare del tempo e l’affermarsi della morale borghese, il termine si è progressivamente ristretto, finendo per designare quasi esclusivamente la figura dell’altro o dell’altra all’interno di un legame extraconiugale. La dimensione ideale ha ceduto il passo a quella relazionale e sociale, portandosi dietro una pesante eredità di giudizi e ipocrisie.
Ed è qui che la riflessione si fa più viva: che cosa accade quando una donna, oggi, sceglie e vive questo ruolo con piena consapevolezza, chiarezza e persino felicità? La risposta della società non è quasi mai univoca. Da un lato sopravvive lo sguardo rigido della morale tradizionale, pronto a bollare la scelta come un atto di egoismo o una minaccia per l’equilibrio familiare. È un giudizio che spesso scarica sulla donna il peso morale dell’intera dinamica relazionale.
Dall’altro lato, tuttavia, emerge una lettura diversa, legata all’autonomia e alla libertà individuale. In una prospettiva più aperta e disincantata, una donna che accetta felicemente questo tipo di legame può essere vista come una persona che rifiuta i compromessi della quotidianità e le etichette sociali. È la scelta di chi decide di vivere la passione, la complicità e la qualità del tempo condiviso, senza chiedere alla relazione di trasformarsi in un’architettura burocratica o in una promessa di stabilità futura.
Scollegarsi dalle aspettative altrui richiede una notevole maturità emotiva. Significa saper stare nel presente, godere di ciò che c’è senza pretendere la proprietà dell’altro o la convalida del mondo esterno. Forse, in fondo, la vera metamorfosi non riguarda solo la parola, ma il modo in cui guardiamo all’amore e alle sue forme. Tra l’assoluto tragico dei romantici e la pragmatica libertà contemporanea, la parola amante continua a interrogarci sul confine, sempre sottile, tra ciò che la società prescrive e ciò che il cuore — in totale autonomia — sceglie di vivere.
Resta infine un’ultima, inevitabile contraddizione con cui fare i conti: il diverso metro di giudizio che la società continua ad applicare a seconda del genere. Se una donna che vive felicemente il ruolo di amante viene ancora troppo spesso osservata con sospetto, giudicata per la sua presunta spregiudicatezza o caricata della colpa di una rottura, all’uomo nella medesima posizione viene storicamente riservato uno sguardo ben più indulgente. Per l’uomo, la condizione di "amante" o il collezionare relazioni esterne è stato a lungo letto come un segno di vitalità, di conquista o persino di comprensibile fuga dalla routine. E' una disparità antica, un doppio standard che fatica a morire.
E forse la vera sfida culturale di oggi sta proprio qui: nel superare queste asimmetrie di giudizio per restituire a tutti — donne e uomini — la stessa responsabilità e la stessa dignità nelle proprie scelte affettive, libere da ipocrisie e da vecchi retaggi patriarcali.
È la frase che mi sento ripetere spesso dagli amici, con quel tono tra il rimprovero affettuoso e la sincera preoccupazione. Sorrido sempre, perché so che per loro stare a casa sembra una punizione, mentre per me è semplicemente il posto migliore del mondo.
Non si arriva alla propria solitudine da un giorno all'altro; la si conquista a piccoli passi, spesso smantellando le aspettative altrui e superando la paura del silenzio. C'è stato un momento preciso in cui ho smesso di cercare conferme fuori e ho capito che l'unico punto fermo di cui avevo davvero bisogno ero me stessa. Scegliere di stare da sola non è stata una rinuncia o una resa al tempo che passa, ma l'atto d'indipendenza più autentico della mia vita: la decisione di abitare la mia storia senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Io ho cominciato così, cercando un luogo che non fosse fuga ma presenza, nel momento in cui ho capito che la solitudine non è un’assenza da subire, ma uno spazio pieno da costruire.
Oggi la mia solitudine è fatta di gesti calmi e precisi, di rituali che scandiscono giornate ricche di senso. È il valore del mio tempo ritrovato: la gioia di potermi immergere nelle pagine di un buon libro, di lasciar scorrere i pensieri sulla carta quando scrivo, di ascoltare la pioggia o il primo soffio di vento senza il bisogno di riempire quel vuoto con un rumore di fondo. È la bellezza di guardare il mondo con i miei occhi, senza fretta, godendo della semplicità della casa e del contatto con la natura. In questi momenti non c'è solitudine che pesa, ma solo una profonda sensazione di pienezza.
C'è una differenza fondamentale tra l'isolarsi e l'abitare consapevolmente la propria solitudine. La mia non è chiusura verso il mondo né rifiuto degli altri. Anzi: è proprio perché basto a me stessa che posso permettermi di scegliere con cura le relazioni, coltivando solo gli affetti autentici, i legami sinceri e la solidarietà spontanea con chi mi circonda. Non ho bisogno di stare in mezzo alla folla per sentirmi viva, né di un rumore di fondo per scacciare i pensieri.
Questa solitudine, oggi, la custodisco come si fa con le cose più preziose. Non è un muro alzato contro il mondo, ma una finestra aperta sulla mia libertà. È il mio centro, la mia casa interiore: il luogo dove ho imparato a bastarmi e dove, finalmente, mi sento a casa.
Ci sono date che restano impresse nel calendario come vecchi chiodi a cui non c'è più nulla da appendere. Il 13 settembre del 1970 era una domenica, proprio come oggi. A fare i calcoli con la logica dei numeri e delle convenzioni, a distanza di cinquantasei anni si potrebbe parlare di un anniversario di matrimonio; a guardarli con la lucidità di chi ha voltato pagina alla fine degli anni novanta, si potrebbe al massimo festeggiare quasi un trentennio di divorzio.
Ma gli anniversari, in fondo, lasciano il tempo che trovano. Non c'è molto da festeggiare e meno che mai c'è bisogno di infierire o denigrare ciò che è stato. Anche i percorsi che s'interrompono si lasciano dietro qualcosa di vivo e duraturo: dei figli, per esempio.
I figli crescono e imparano, quasi sempre a proprie spese, una delle lezioni più amare della vita: che gli adulti, compresi i genitori, raramente sono ciò che appaiono. Scoprono che chi dovrebbe guidarli sa predicare bene e razzolare male, che l'egoismo, l'opportunismo, l'ipocrisia e la manipolazione non sono difetti estranei alle pareti domestiche. E così prendono le distanze da chi, secondo loro, ha sbagliato, lasciando un vuoto emotivo che non sono preparati a colmare.
Non si tratta di stilare classifiche sulle colpe o su chi sia stato più o meno imperfetto. Ciò che conta è che, se dopo anni di distanza e di contumacia quelle braccia tornano ad aprirsi, un significato deve pur esserci. C'è l'amore filiale, certo, ma da solo non basta: i figli sanno essere giudici inflessibili e intransigenti, poco inclini a rimettere in discussione le proprie sentenze se non c'è qualcosa di autentico a fare da peso sulla bilancia.
Ma cosa accade quando il tempo passa e quei giudici inflessibili smettoni di indossare la toga?
Quando un figlio è giovane, l'errore di un genitore non è solo una ferita: è un tradimento dell'ordine naturale delle cose. I ragazzi chiedono coerenza perché ne hanno bisogno per costruire il proprio baricentro. Poi, lentamente, accade qualcosa di inaspettato. Gli anni passano anche per loro, la vita reale presenta i suoi conti, le sue complessità, le sue inevitabili incongruenze.
La contumacia dei figli, in fondo, non è sempre solo rabbia. Spesso è il tempo necessario per rielaborare le macerie delle illusioni cadute. È la distanza indispensabile per smettere di guardare i genitori come divinità infallibili o carnefici onnipotenti, e iniziare finalmente a vederli per quello che sono sempre stati: esseri umani fallibili, imperfetti, che hanno fatto quello che potevano con gli strumenti che avevano a disposizione in quel momento.
Quel riavvicinamento non è quasi mai un ritorno al passato, perché indietro non si torna. È la nascita di un patto nuovo. È la scoperta che oltre la delusione esiste uno spazio di maturità in cui l'affetto non chiede più perfezione, ma autenticità.
Alla fine, forse, festeggiare un anniversario di matrimonio o un divorzio ha poca importanza. Ciò che conta davvero è constatare che la vita, pur nella sua disordinata complessità, lascia sempre uno spiraglio aperto per chi ha il coraggio di attraversare il silenzio e attendere che il tempo compia il suo lavoro.
P.S.Ci si chiede spesso se il tempo sia davvero un galantuomo o solo un testimone silenzioso. La verità è che il tempo non consola e non sistema le cose da solo, ma possiede un talento ostinato: smantella le sovrastrutture, scrosta le narrazioni di comodo e lascia emergere i fatti nella loro nuda essenza.
A distanza di anni, le ragioni ostentate perdono peso, le colpe sbandierate sbiadiscono e resta solo ciò che era reale. La verità che il tempo regala non è mai una vittoria di parte né una resa al passato: è semplicemente la presa d'atto che le persone cambiano, che le illusioni finiscono e che l'unica cosa che conta davvero è ciò che siamo riusciti a salvare lungo la strada.
Vivere il
presente, a volte, richiede una gran fatica. Ci troviamo immersi in un mondo
rumoroso, spesso spigoloso, attraversato da conflitti, odio e una complessità
che tende a sopraffarci. Guardare i telegiornali o anche solo osservare la
frenesia delle nostre giornate può lasciare un senso di smarrimento, come se la
bellezza facesse sempre più fatica a trovare spazio tra le pieghe della
quotidianità.
È proprio in questi
momenti, quando il presente pesa troppo, che sento il bisogno di cercare un
punto d'ancoraggio. E lo trovo in una forma particolare di malinconia: non una
tristezza che paralizza o che si strugge nel rimpianto, ma una forma di custodia
interiore. L'arte di tirare fuori dal cassetto della memoria qualcosa di bello,
per ricordarci che la serenità è esistita ed è ancora possibile.
È allora che mi
ritrovo a sfogliare vecchie fotografie. Sono immagini in bianco e nero dei
lontani primi anni ’50, con i bordi consumati dal tempo. Ritraggono la mia
infanzia immersa nella vastità e nel silenzio della campagna.
Era un'altra epoca,
un mondo fatto di pochissime cose materiali ma di una sconfinata libertà. La
campagna non era solo uno sfondo, ma una presenza viva. Aveva odori, sapori,
colori, essenze antiche che oggi non sentiamo più, sommersi come siamo
dall'asfalto o distratti dalla fretta. Era l'armonia di giornate semplici, in cui
bastava davvero poco per sorridere e sentirsi parte di tutto quello che ci circondava.
Riaprire la scatola
di quei ricordi non significa voler fuggire dalla realtà di oggi o far finta
che le brutture del presente non esistano. Significa, piuttosto, fare un
respiro profondo. Significa rispolverare quella luce antica, scaldarsi al
calore di un passato felice e poi tornare al presente con il cuore un po' più
leggero e fortificato.
La malinconia buona
è questo: una riserva di bellezza a cui attingere quando fuori fa troppo
freddo. Ci ricorda chi siamo stati, da dove veniamo e che la semplicità, anche
quando sembra perduta, resta una bussola preziosa per orientarci nel caos di
oggi.
P.S. Mi rendo conto che ultimamente scrivo con una vena di ottimismo che
sembra quasi stridere con la realtà che ci circonda. Perdonatemi: sarà che sto
diventando vecchia, che il mio spirito ribelle si sta un po' affievolendo, o
semplicemente che i ricordi ormai sono diventati il mio pane quotidiano. Ma, in
questo tempo così duro, ho solo un grande, immenso bisogno di cose belle.