“Gli esseri umani non procedono tenendosi per mano per tutto il cammino della vita. C’è una foresta vergine in ciascuno di noi, un campo di neve dove anche l’impronta delle zampe d’uccello è sconosciuta. Qui ci addentriamo da soli e preferiamo che sia così. Avere sempre la solidarietà, essere sempre accompagnati, essere sempre compresi, sarebbe intollerabile.”
Virginia Woolf, On Being Ill (Sulla malattia)
Virginia Woolf, On Being Ill (Sulla malattia)
Si dice che la letteratura abbia scritto fiumi di parole su ogni cosa, guerre, passioni, grandi tragedie e ambizioni, dimenticandosi quasi sempre della malattia. Eppure, quando ci si ammala o ci si ritrova a fare i conti con la propria fragilità, si sperimenta uno stato d'animo che cambia radicalmente il nostro modo di stare al mondo. Lo sapeva bene Virginia Woolf, che rifletteva su come la società dei sani pretenda sempre una condivisione e una vicinanza costanti.
Leggendo quelle parole di Virginia Woolf ho sentito una scintilla di immediata sintonia.
Spesso la narrazione comune descrive la vita come un cammino da fare rigorosamente tenendosi per mano, dove la solitudine viene vista solo come una mancanza o una condanna. Io la vedo in modo molto diverso. Quel campo di neve intonso, dove persino l'impronta di un uccello è sconosciuta, io l'ho sempre cercato e difeso. Per me non è un vuoto: è uno spazio che mi appartiene per intero e mi completa.
Non amo mettere in piazza i miei malesseri. Ho questo "vizio", se così si può chiamare, di non dire mai niente a nessuno quando non sto bene.
È un atteggiamento che affonda le radici in una corazza antica, che mi porto addosso fin da quando ero giovane. Forse è l'istinto di non volermi mostrare debole di fronte a un giudizio che ho sempre un po' temuto, o forse è semplicemente il prezzo di un'autonomia che mi sono conquistata a fatica e a cui non intendo rinunciare per nulla al mondo. Più che la perdita della salute in sé, ciò che mi spaventa davvero è l'idea di veder scalzata questa indipendenza.
A volte mi capita di desiderare che qualcuno intuisca da solo come sto, senza che io debba chiedere o spiegare nulla. Ma poi mi rendo conto che gli altri non possono indovinare i silenzi di chi ha imparato a sembrare sempre forte. E alla fine va bene così: per me, la tentazione di farmi capire a tutti i costi ha sempre un limite invalicabile. Anche quando scrivo so di indossare una piccola maschera. Condivido pensieri, uso le parole per mettere in ordine il disordine interiore, ma la parte più intima resta soltanto mia.
Quella foresta vergine di cui parla Virginia Woolf la tengo ben custodita: è il mio rifugio più sicuro, ed è proprio lì che trovo la mia vera libertà.





