12 ottobre 2026

Oltre la ragione e il sentimento: il coraggio di fidarsi dell'istinto.

L’altro giorno stavo chiacchierando con un amico sulla classica contrapposizione tra ragione e sentimento. Lui è una persona profondamente razionale, al limite del cinismo: misura la realtà con il calibro dei pro e dei contro, delle convenienze e dei calcoli freddi. Io mi riconosco una buona dose di razionalità, ma so di essere anche molto istintiva.
Riflettendoci dopo, mi sono chiesta: affidarsi all'istinto significa far prevalere il sentimento sulla ragione?
La risposta che mi sono data è no. Ragione e sentimento è la classica sfida tra testa e cuore: la logica contro le emozioni. Ma razionalità e istinto è qualcosa di diverso. L'istinto non è un sentimento cieco o un'emozione travolgente; è un'intelligenza di pancia, una scintilla fulminea che elabora le cose in una frazione di secondo. È una forma di razionalità velocissima che attinge alla nostra esperienza accumulata e ti dice "questo sì" o "questo no" prima ancora che la mente riesca a formulare un ragionamento logico.
A me succede quasi sempre così, soprattutto con le persone. Mi basta un primo impatto, uno sguardo, un dettaglio impercettibile, e l'istinto mi restituisce un verdetto preciso su chi ho davanti. E, guarda caso, il tempo finisce quasi sempre per darmi ragione.
Ma l'istinto non serve solo a valutare gli altri; serve soprattutto a salvare se stessi.
Anni fa, quando ho deciso di separarmi, l'istinto ha alzato la voce. In quel momento c'era sicuramente anche tanta esasperazione, quella stanchezza accumulata che ti dice che non puoi più restare dove sei. Ma, sopra ogni cosa, c'era la spinta viscerale a imboccare una strada completamente nuova e soprattutto diversa, che mi permettesse di cambiare, di non stare più dove non stavo bene.
A guardarlo da fuori, o con la logica fredda del mio amico razionale, poteva sembrare un atto d'imprudenza o di pura disperazione. Eppure l'ho intrapresa lo stesso. Ho camminato nel buio, senza paracadute e senza garanzie.
All'inizio non è stato facile. In quella nuova dimensione mi sono trovata inesperta: desideravo con tutta me stessa la libertà, ma non sapevo ancora come si usasse. Ho fatto tanti errori, ho preso cantonate, mi sono mossa a tentoni come chi impara a camminare di nuovo. Ma fa parte del gioco: la libertà non ti viene consegnata con un libretto di istruzioni, è un vestito che devi imparare a cucirti addosso un giorno alla volta, accettando anche di sbagliare le cuciture.
Oggi, a distanza di anni, mi capita spesso di ripensare a quel periodo. E la sensazione che mi accompagna non è il rimpianto per la fatica o per le cadute, ma un senso di profonda gratitudine verso me stessa.
Certo, la libertà non è un dono gratuito: si paga a caro prezzo, fatto di sacrifici quotidiani, non ultimi quelli economici. Ma il valore di ciò che ho conquistato non si misura in comodità.
Ciò che rende questo presente così prezioso è la certezza interiore di essere capace, autonoma e indipendente. La consapevolezza che, attraverso ogni errore e ogni passo falso, ho costruito la vita che volevo davvero.
Tra il cinismo di chi analizza tutto per non rischiare mai e l'istinto di chi sa fidarsi della propria bussola profonda, so da che parte stare. Perché l'istinto può farci paura mentre ci spinge verso l'ignoto, ma è l'unico che sa davvero dove si trova la nostra libertà.
Dopotutto, la vera differenza sta tutta qui: il confronto tra ragione e sentimento ci costringe sempre a una scelta dolorosa: ascoltare la testa o seguire il cuore? Il confronto tra razionalità e istinto, invece, non ci divide a metà. Ci mostra che la pancia e la mente possono parlare la stessa lingua, solo a velocità diverse. La razionalità calcola il percorso con la mappa, l'istinto riconosce la strada al primo sguardo. E a volte, per ritrovare se stessi, non serve un piano perfetto: basta avere la saggezza e il coraggio di fidarsi della propria bussola interiore.

10 ottobre 2026

Prima di iniziare la giornata

Tutte le mattine, per almeno un'ora, apro le finestre sul mondo. Scorro le notizie, leggo gli articoli, attraverso i bollettini di una realtà che sembra aver smarrito la bussola. Guerre ovunque, delinquenza, sopraffazioni, sfruttamento sistematico e tanta crudeltà. E ogni mattina, immancabilmente, ne esco con un senso profondo di disgusto.

La domanda finale è sempre la stessa, quella che non ammette risposte facili: com'è arrivata l'umanità a tutto questo?
Poi mi fermo, mi guardo intorno. Sono qui. Ho un tetto sulla testa, un pasto ogni giorno, posso permettermi qualche sfizio e, soprattutto, faccio quello che voglio. Nessuno mi obbliga a marciare al passo di qualcun altro (almeno finora). E penso a quei milioni e milioni di persone là fuori che soffrono il freddo, la fame, la paura, a cui manca l'essenziale. Non lo chiamo senso di colpa, perché la colpa implica una responsabilità che non ho, ma è un attrito costante, una ferita sottile. È la percezione stridente di un'ingiustizia radicale.
Perché proprio io sì e loro no? Perché la lotteria della nascita e della storia distribuisce privilegi e tragedie con tanta cinica casualità?
Molti mi direbbero di smetterla. Di evitare di avvelenarmi la mente di prima mattina, di chiudere gli occhi e godermi il mio "piccolo mondo protetto" per preservare la serenità. Ma io non ci sto. Non voglio anestetizzarmi, non voglio abituarmi all'orrore e far finta che non esista solo perché non sfonda la mia porta. Voglio restare vigile, attenta, con lo sguardo lucido proprio quando la mente è più riposata. Voltarsi dall'altra parte è già una forma di complicità.
Il punto, però, è che non ci si può far travolgere senza perdere la ragione. E allora, passata quell'ora di lucidità spietata, la mia giornata cambia passo. Mi dedico a ciò che amo: leggo un libro che mi sfida o mi consola, scrivo, esco a camminare.
Non è un rifugio egoistico per dimenticare il mondo là fuori; è l'argine necessario. È il modo per ristabilire l'equilibrio e ricordare che, accanto alla violenza e alla sopraffazione, esiste un'altra umanità fatta di bellezza, di pensieri liberi, di cura e di parole scritte con intenzione.
Camminare sul crinale tra l'indignazione per un mondo ingiusto e la gratitudine per il proprio piccolo spazio di libertà è un esercizio faticoso. Ma è l'unico modo che conosco per restare viva, intera e fedele a me stessa.

 

08 ottobre 2026

Il tempo che passa e la libertà di essere.


Vorrei riprendere un concetto accennato nel mio ultimo post, un po’ scarno, devo ammetterlo, ma l'ho scritto appena sveglia ed è uscito così com'era, per parlare del tempo che passa. Per me, come per tutti. 

Non sto a ripetere la mia età, l'ho già detta: sono nella terza età. In quella fase della vita in cui le aspettative diminuite portano spesso a fare meno, o a non riuscire più a fare cose che fino a poco tempo fa erano la norma. Confrontandomi di frequente con amiche e amici della mia età su questi temi, mi accorgo di essere sempre la più ottimista. Non perché mi aspetti chissà cosa, ma perché vivo questo periodo con una serena e piena accettazione. Senza troppi drammi, consapevole che gli anni lasciano il segno sul corpo e sulla mente, e che tutto questo è semplicemente naturale. Anzi, da quando ho smesso di lavorare e ho finalmente raggiunto la meritata (seppur misera) pensione, mi sono sentita libera. Sembrerà assurdo, ma è così. Non devo più sottostare ai ritmi frenetici del lavoro, agli orari e alle aspettative altrui. L'unica cosa che spero davvero è di conservare la salute, che fortunatamente ancora mi sorregge, il più a lungo possibile. Non per paura della morte, se dovesse succedere anche stanotte, non avrei nulla da obiettare, ma perché ciò che ho più a cuore è la mia autonomia: il non dover dipendere da nessuno.

A questo proposito, mi faccio un po' di pubblicità gratuita e vi lascio con questo brano tratto dal mio libro "Tante domande poche risposte", dove racconto esattamente quello che penso della vecchiaia:

".....Già, il corpo che invecchia. Lo vedo, e mentirei se dicessi che la pelle meno tonica, le rughe e la schiena incurvata mi piacciano: ma è un processo inevitabile. Non voglio ipocritamente dire che sono felice di invecchiare; dico soltanto che mi sento finalmente libera di farlo.

Vedo la stagione che segue la pensione come un tempo affrancato da responsabilità vincolanti e da modelli rigidi a cui doversi adeguare per non essere emarginati. Ma soprattutto la vedo slegata dalle solite caricature che la società ha dipinto addosso a noi donne: niente inerme e mansueta nonnina, niente zitella inaridita dalla solitudine, e niente "similgiovane" rifatta e plastificata. Che tipo di vecchia essere lo decido io. E posso farlo perché oggi sono più consapevole, svincolata dal giudizio altrui e capace di scindere i bisogni indotti da quelli autentici.

La lunghezza del passato rende forti; la brevità del futuro aiuta a non perdere tempo dietro a ciò che non è essenziale.

Non so fare previsioni per il domani e, a dire il vero, non ho alcuna intenzione di farne: l'avvenire è un territorio che non mi appartiene e che non pretendo di imbrigliare. Ho imparato a vivere giorno per giorno, concentrando ogni energia nell'unica ricerca che conta davvero: la sintonia profonda con la mia anima, quell'equilibrio interiore che per troppo tempo ho messo in secondo piano.

Spero con tutto il cuore di continuare a sentirmi come mi sento adesso: vigile, curiosa, ancora capace di interrogare le mie sensazioni senza paura e di assecondare con grazia e coraggio la loro naturale evoluzione. Nonostante il disincanto, qualche desiderio pulito sul futuro continuo a custodirlo nel profondo. Il primo, il più grande, riguarda i miei figli: desidero vederli sereni, risolti e realizzati nelle loro vite, perché so bene che la loro pace è il riflesso della mia, e che vedendo fiorire loro mi sento, se possibile, ancora più appagata e in pace con me stessa.

L'altro desiderio è per me: poter continuare a godere di questa mia autonomia, un bene preziosissimo che ho conquistato a caro prezzo, pagando ogni centimetro di libertà con fatica, lacrime e determinazione. Vorrei difendere questo spazio mio fino all'ultimo respiro. Senza mai diventare un peso per nessuno, senza dovere nulla a nessuno e con la lucidità, la fermezza e la dignità — se e quando dovesse servire — di poter decidere io stessa il momento e il modo in cui porre fine al tempo che mi è stato dato da vivere. Anche questa, per la mia visione del mondo, non è una resa, ma la forma più alta e suprema di libertà...."

Buona vita a tutti. 😊 

Il ritmo segreto del tempo.

 
 
 
 
C'è una saggezza antica e pacata nel modo in cui l'autunno si fa spazio. Mentre il cielo sbiadisce e il freddo comincia a farsi sentire, ci viene naturale cercare una spiegazione a quella strana malinconia che ci attraversa. Ma la natura non si rammarica per la fine dell'estate; si limita a seguire il proprio corso.
Nessuno lo ha espresso con tanta serena nitidezza quanto Fernando Pessoa, attraverso la voce del suo Ricardo Reis:

    Segue il tuo corso,

    scontenta le tue piante,

    guarda le foglie cadere.

    Non c’è nostalgia,

    né desiderio,

    ma la serena certezza

    che tutto passa,

    e che è bello che tutto passi.

    Guarda da lontano

    la vita che trascorre.

    Mai la tua vita

    ti appartiene davvero.

    Qualunque cosa accada

    è scritta nel libro del Tempo.


In questi versi si nasconde il cuore vero della riflessione autunnale. Spesso scambiamo il passare del tempo per una perdita, dimenticando che il cambiamento è l'unica vera costante. Pessoa ci invita a fare un passo indietro, a guardare il ciclo delle cose "da lontano", senza l'ansia di dover trattenere ciò che se ne va e senza la smania di inseguire ciò che deve ancora venire.
È un pensiero che sento particolarmente mio oggi, in questo giorno che sembra segnare l'inizio dell'autunno, guardando la mia vita e gli anni che avanzano. Non c'è paura nel veder scorrere il tempo, né l'ombra di un timore per l'età che cresce. Anzi: c'è una profonda, inaspettata conquista di leggerezza. Avere più strada alle spalle che davanti, non è un peso, ma una forma di libertà. Si impara a guardarsi con più indulgenza, a spogliare le giornate da ciò che è superfluo e a godere della limpidezza che solo il tempo sa regalare.
L'autunno diventa così il momento perfetto per fermarsi e pensare. Non è una stagione di rinuncia, ma di liberazione: accettare che "è bello che tutto passi" significa togliere gravità ai giorni e trovare pace in ogni loro sfumatura. È l'invito a rientrare in casa, accendere una luce intima e lasciar scorrere il tempo con quieta gratitudine.


02 ottobre 2026

Guardare dentro l'ombra: perché leggo thriller e perché guardiamo la realtà.

C'è una domanda che mi sono posta spesso e che a prima vista può sembrare una contraddizione insanabile: come posso amare così tanto i thriller psicologici se odio, con tutta me stessa, la violenza in ogni sua forma?
 La violenza, che sia fisica, verbale o psicologica, mi respinge. Eppure, mi ritrovo costantemente ad aprire libri che esplorano proprio quel territorio oscuro.
Autori come Wulf Dorn, che prima di scrivere ha passato vent’anni in una clinica psichiatrica ad ascoltare le parole e i silenzi di chi aveva attraversato il confine della ragione, mi hanno aiutata a capire il perché. Nei suoi romanzi non c'è compiacimento, non c'è la ricerca del sangue fine a se stesso. C'è l'analisi. La mente umana non è mai un blocco unico: è un terreno fatto di crepe, di difese, di fragilità che a volte si trasformano in ossessioni. Quando leggo, non cerco il brivido superficiale; cerco di capire. Cerco di decodificare il meccanismo che porta alla prevaricazione per poter ricomporre quel puzzle e ritrovare un senso di verità e di protezione.

Di recente mi sono trovata a riflettere su un fenomeno apparentemente lontano dal mondo della narrativa: l'interesse e il dibattito attorno a opere e inchieste crude come NAZA, che mostrano senza filtri i meccanismi gelidi e burocratici con cui si decide della vita e della morte nei contesti di guerra. Mi sono chiesta di nuovo: perché le persone scelgono di sentire ed essere spettatrici di qualcosa di così doloroso? La risposta, ho capito, è la stessa che dà un senso alla mia lettura.

Non si tratta di voyeurismo, né per me nei libri né per chi guarda la realtà. È l'esatto contrario: è il rifiuto della cecità. Proprio perché si odia la violenza, si sente il bisogno viscerale di non distogliere lo sguardo, di capire come nasce e come si articola, per non restarne vittime o spettatori inconsapevoli. Non ci si accontenta delle versioni rassicuranti di facciata. Si vuole capire come si costruiscono l'inganno, il potere e la manipolazione. Confrontarsi con l'ombra, che sia la fragilità di un personaggio fiction o il dolore reale di chi vive un conflitto, serve a mantenere sveglia la propria sensibilità morale e l'indignazione contro l'ingiustizia. In un mondo che spesso tende ad anestetizzare il male o a farcelo scivolare addosso, cercare la complessità è un atto di difesa della propria umanità.

In fondo, leggere di quello che ci spaventa non significa desiderare la violenza, ma armarsi degli strumenti per riconoscerla, rifiutarla e superarla. E se è vero che la narrativa e le inchieste ci portano a fare i conti con il lato oscuro dell’uomo, è altrettanto vero che non ci lasciano lì, abbandonati nel buio.
C'è una profonda nota di speranza in tutto questo. Scegliere di capire, rifiutare l'indifferenza e avere il coraggio di guardare in faccia ciò che fa male non è un atto di resa, ma l'atto di fiducia più grande che si possa fare verso l'essere umano. Significa credere fermamente che la consapevolezza sia il primo passo per costruire qualcosa di diverso, che dalla comprensione delle ferite e dei meccanismi di sopraffazione possa nascere una sensibilità più forte, più lucida e più giusta.
In fondo, anche la storia più buia ha senso solo perché, dietro ogni pagina e dietro ogni testimonianza, continua a muoversi la stessa ostinata ricerca: quella di una luce capace di restituirci la nostra umanità più autentica.


01 ottobre 2026

Incontri.

C’è un momento preciso in cui capisci che la tua vecchia vita è finita e che quella nuova non ha ancora una forma, se non quella che deciderai di darle tu. Per me, quel momento non è coinciso con la firma davanti all'avvocato, né con l’eco della porta di casa che si chiudeva per l'ultima volta dopo la separazione.

È coinciso con il rumore metallico di una fibbia. Quella del grembiule nero che mi allacciavo dietro la schiena nel retrobottega di un bar/ristorante, specchiandomi in un piccolo vetro opaco.
Ritrovarsi a dover ricominciare da zero, a rimettersi in gioco nel mondo del lavoro dopo una vita trascorsa in due, è un’esperienza che ti toglie il fiato. Avevo bisogno di un’indipendenza immediata, concreta, economica ma soprattutto mentale. Così, ho accettato un lavoro da barista/cameriera.
I primi giorni sono stati un terremoto fisico ed emotivo. E' un lavoro duro, che richiede una presenza assoluta. Devi ricordare i tavoli, le comande, le preferenze dei clienti, i tempi della cucina. E soprattutto, devi saper gestire il peso. Il primo vassoio che ho preso in mano tremava. Non era solo per la mancanza di abitudine; tremavo io. Dentro di me c'era il rumore di una separazione ancora fresca, le domande sul futuro, la paura di non farcela. Eppure, fuori dovevo sorridere. Dovevo accogliere.
Poi, accade qualcosa di strano. Ti rendi conto che quel vassoio pesante diventa il tuo baricentro. Per non far cadere i bicchieri devi trovare l’equilibrio. Per muoverti tra i tavoli devi raddrizzare la schiena. Senza accorgermene, mentre imparavo a bilanciare quel peso tra le mani, stavo imparando a ritrovare il mio equilibrio interiore. Ogni passo sicuro verso un tavolo era un passo che mi allontanava dal dolore. La fatica fisica è diventata una strana forma di anestesia per l'anima. Tornavo a casa con le gambe doloranti, ma la mente finalmente silenziosa. Ce la stavo facendo da sola.
Ma la vera sorpresa di questo lavoro è arrivata quando ho capito che sarei diventata una custode estemporanea di storie. 
E di incontri inaspettati.
L’inizio dell’autunno porta con sé una luce diversa. È una stagione sospesa, proprio come mi sentivo io in quel periodo. Fuori l’aria rinfrescava e il locale, dopo il caos estivo, aveva ritrovato un ritmo più lento, quasi intimo. I pomeriggi tra il pranzo e la cena erano i miei preferiti. Il ristorante si svuotava, restava solo il profumo del caffè appena fatto. È in uno di quei pomeriggi che è entrato lui.
Si capiva subito che era un viaggiatore di passaggio. Si sedette al tavolo vicino alla finestra, posò a terra uno zaino vissuto e ordinò un caffè lungo. Mentre gli portavo la tazza, i nostri sguardi si sono incrociati. Forse nei miei occhi c’era ancora la traccia di stanchezza emotiva che cercavo di nascondere. "È una bella giornata per viaggiare, ma è ancora più bello fermarsi," mi disse accennando un sorriso, guardando fuori dal vetro. È bastata quella frase a rompere il ghiaccio. Nel giro di pochi minuti, quella che doveva essere una normale interazione si è trasformata in qualcosa di completamente diverso. Mi raccontò che era in viaggio da settimane, senza una meta precisa. Stava attraversando un momento di transizione, una di quelle fasi della vita in cui senti il bisogno di lasciare andare il passato per capire cosa c'è oltre la curva. Non sapeva nulla di me. Eppure, ogni singola parola che usciva dalla sua bocca sembrava una risposta alle domande che mi portavo dentro. Mi parlò della paura che si prova prima di partire, ma anche della meravigliosa leggerezza che ti assale quando capisci che puoi sopravvivere anche con pochissime cose. 
Quando arrivò il momento di andare, l'uomo si rimise in spalla lo zaino, ma prima di alzarsi si fermò. Mi guardò a lungo, in silenzio. Poi, infilò la mano nella tasca della giacca. Per un attimo pensai al gesto classico di chi sta per lasciare una mancia sul tavolo. Invece, tirò fuori un piccolo taccuino. La copertina era consunta, ma quando lo aprì davanti a me, vidi che le pagine erano completamente bianche. Lo posò sul legno del tavolo, lo spinse delicatamente verso di me e mi disse: “Questo è per te, lo puoi riempire”. Non aggiunse altro, mi dedicò un ultimo cenno di saluto ed uscì, scomparendo nella luce tiepida del pomeriggio.
Rimasi lì, immobile, con il vassoio sotto il braccio. In quel preciso istante, qualcosa dentro di me è scattato. Quell'uomo mi aveva raccontato la sua storia riconoscendo la mia. Ho guardato le mie mani: erano le mani di una donna che stava affrontando la fine di un matrimonio e, soprattutto, il dolore più lacerante: l'allontanamento dei miei figli. In quel periodo non capivano. Avevano giudicato le mie scelte, non avevano compreso le mie ragioni, e quel loro silenzio pesava molto più di qualsiasi vassoio stracolmo. Ci sono voluti anni perché capissero. Anni di pazienza, di silenzi ingoiati e di attesa. 
Ma in quel pomeriggio d'autunno, con quel taccuino tra le mani, ho capito che dovevo resistere anche per loro. Quel lavoro, iniziato per necessità, si stava rivelando il palcoscenico del mio riscatto. Non ero "solo una cameriera che cercava di sbarcare il lunario". Ero una madre che, nonostante il cuore spezzato dall'incomprensione dei propri figli, continuava a camminare a testa alta. Ero una donna indipendente, capace di costruirsi una nuova dignità da sola, un turno alla volta. Sapevo che prima o poi la verità e l'amore avrebbero trovato la strada di casa, e nel frattempo io stavo dimostrando a me stessa quanto fossi forte.
Ho stretto quel taccuino tra le mani. Sono tornata dietro al bancone più consapevole che stavo ricominciando a scrivere la mia storia. Una pagina alla volta.
Le pagine di quel taccuino, allora spaventose nella loro immacolata purezza, oggi sono piene della mia vita. C’è voluto tempo, ci sono stati errori d'orgoglio e di inesperienza, ci sono volute lacrime e una speranza ostinata che non mi ha mai abbandonata. Ma la storia che volevo scrivere l'ho scritta. Ed è finalmente, interamente, la mia. 

 

28 settembre 2026

Due sponde dello stesso fiume.

Oggi vado a trovare mia sorella.

Cinque anni più di me, settantanove primavere portate addosso con la devozione di chi ha vissuto per gli altri. La sua vita e la mia sono state due rette che non si sono mai incontrate, se non con il cuore.
Io ho scelto la strada contorta dell’indipendenza. Mi sono separata più di trent’anni fa, ho fatto le mie follie, ho pagato i miei conti con la vita e ho lottato con le unghie per conquistare la mia solitudine e la mia libertà. Lei, invece, ha costruito la sua esistenza attorno a un unico, grande altare: la famiglia. Marito, figli, nipoti. Ha vissuto all’ombra dei loro bisogni, mettendosi sempre per ultima, silenziosa e presente.
Quando nostra madre se n’è andata, mia sorella è diventata quasi una seconda madre per me. Non ha mai davvero approvato le mie scelte — le vedeva forse troppo azzardate, troppo lontane dal suo modo di intendere il dovere —, eppure non mi ha mai voltato le spalle. C’era sempre quando serviva aiuto. E c’è stata soprattutto quando il mio ex marito ha fatto di tutto per denigrarmi, avvelenando la mente dei miei figli fino a spingerli a rifiutarmi. In quel periodo buio, mia sorella è rimasta accanto ai miei ragazzi, facendo da ponte con un affetto discreto finché il tempo non ha finalmente riportato la pace.
Oggi la guardo e vedo il peso degli anni e dei malanni. Vedo la fatica di chi si prende cura di un marito gravemente malato, un uomo dal carattere difficile che non conosce la parola grazie e che consuma le energie di chi gli sta accanto. E lei, nonostante tutto, non smette. Continua a preoccuparsi per tutti, a farsi carico del mondo. Si lamenta appena, con quella dignità stanca di chi non ha mai imparato a chiedere nulla per sé.
A volte, nei suoi occhi, incrocio un'ombra sottile. Credo che ci sia una punta di invidia per questa mia indipendenza conquistata a caro prezzo, per questa solitudine che io vivo come uno spazio di respiro e che a lei è sempre stata negata. Così come io, a volte, ho guardato alla sua capacità di restare, di proteggere, di essere radice.
Siamo diverse in tutto. Io la matta, lei la custode. Io il vento, lei l'ancora.
Eppure, quando ci sediamo vicine, tutte le distanze sfumano e resta solo ciò che conta davvero: un bene profondo, ostinato, che non ha bisogno di giudizi né di spiegazioni. Vado da lei oggi non per confrontare le nostre vite, ma per offrirle un momento di tregua, una mano da stringere e la certezza che, comunque sia andata, ci siamo ancora l'una per l'altra.


L’illusione della giovinezza o la caparbietà del cuore?

A volte ci si guarda allo specchio senza filtri e ci si fa quelle domande un po' scomode, di quelle che non chiedono risposte veloci, ma solo un po’ di coraggio per essere pronunciate.
In questi giorni mi sono chiesta: ma questo mio amore impossibile, che continuo a celebrare forse con troppa ostinazione, non sarà che è solo un trucco? Il tentativo un po' ingenuo di rincorrere l'illusione di essere ancora giovane, almeno nel cuore?
A 74 anni, il rischio di sentirsi dire – o di dirsi da sole – che si è ridicole è sempre lì, dietro l'angolo. C'è un'idea precostituita su come si dovrebbe abitare questa stagione della vita: con composta saggezza, un po' di nostalgia sfumata e molti ricordi ben messi in ordine sugli scaffali.
Ma l'amore impossibile ha un difetto magnifico: non invecchia. Non si scontra con la stanchezza del quotidiano, non conosce la noia delle bollette o le incomprensioni della colazione. Vive di pura scintilla, di attesa, di un’energia spudorata che non chiede il permesso all'anagrafe per farsi sentire.
E allora ho provato a ribaltare la domanda. E se non fosse un’illusione per sembrare giovani, ma la semplice, ostinata prova che siamo vivi adesso?
Sentire il cuore che accelera o che si accende di un calore improvviso non è un privilegio dei vent’anni. È il privilegio di chi non si è ancora stancato di desiderare, di chi ha la libertà di non doversi più scusare con nessuno per ciò che prova.
Non so se chi legge queste righe ci troverà un pizzico di follia o una nota fuori tempo. So solo che finché quell'emozione mi regala calore e idee da regalare alla pagina, me la tengo stretta. Non per fare la ragazzina, ma per far rifiorire la donna che sono oggi, esattamente a 74 anni.

 

26 settembre 2026

Dove scorrono i fiumi segreti.


Ci sono giorni in cui la vita scorre su un binario ben ordinato, scandito dalle abitudini, dalla razionalità e da quella sommessa disciplina che ci costruiamo per stare al mondo. Poi arriva un pomeriggio diverso. Una tavolata calda con gli amici di sempre — quelli delle vedute condivise, delle opinioni che si intrecciano da anni, delle intese in cui non serve spiegare nulla — e la guardia, inevitabilmente, si abbassa. Tra una risata e un bicchiere di vino in più, accade qualcosa che non a tutti succede, ma che a me appartiene da sempre.
Per me l’alcool non è mai stato uno stordimento, né una fuga. È piuttosto un solvente. Ha il potere di sciogliere d'un tratto la patina del controllo quotidiano, di zittire il brusio di fondo e di assottigliare le difese. La sensibilità, spogliata di ogni corazza, si fa improvvisamente vigile, esposta, quasi a fior di pelle. Tutto ciò che porto dentro riemerge con una trasparenza spietata e bellissima, e il mondo interiore si fa di un'acutezza nitida.
È proprio in quel silenzio improvviso che il fiume sotterraneo riaffiora.
Questo fiume non nasce oggi e non si spegne domani. Scorre sempre dentro di me, profondo, lento e costante, anche quando la superficie della mia giornata appare tranquilla e distratta. È il corso d’acqua che custodisce un sentimento, un amore impossibile che, come ormai gli scarsi lettori di questo diario virtuale sapranno, ho imparato ad abitare con una sorta di beata e lucida consapevolezza. È un amore che non chiede nulla in cambio. Non preme per diventare quotidianità, non pretende il possesso, non si nutre di promesse né cerca la conferma di un futuro insieme. Vive della sua stessa esistenza, integro e luminoso nel suo equilibrio.
Eppure, quando il velo della razionalità si solleva, quel fiume non si limita a scorrere: straripa con dolcezza. La sensazione smette di essere un pensiero astratto e diventa un’onda calda, un'emozione fisica che riempie il petto e fa quasi mancare il respiro per quanta pienezza contiene. È un senso di gratitudine pura per il solo fatto che quella persona esista nel mondo, e per la grazia di scoprirmi ancora capace di provarlo, questo sentimento, con un'intensità così intatta.
Ho deciso di scrivere queste parole e di affidarle alla pagina non per cercare risposte, né per cambiare il corso reale delle cose. Non è un messaggio che attende un'eco, né una confessione che chiede di essere riparata. È semplicemente l'atto di testimoniare ciò che c'è. Perché anche i fiumi più segreti, quelli che scorrono al riparo dagli sguardi e dal tempo, ogni tanto hanno bisogno di risalire in superficie, di respirare l'aria aperta e di riflettere, anche solo per un istante, la luce del sole.