C'è una domanda che mi sono posta spesso e che a prima vista può sembrare una contraddizione insanabile: come posso amare così tanto i thriller psicologici se odio, con tutta me stessa, la violenza in ogni sua forma? La violenza, che sia fisica, verbale o psicologica, mi respinge. Eppure, mi ritrovo costantemente ad aprire libri che esplorano proprio quel territorio oscuro. Autori come Wulf Dorn, che prima di scrivere ha passato vent’anni in una clinica psichiatrica ad ascoltare le parole e i silenzi di chi aveva attraversato il confine della ragione, mi hanno aiutata a capire il perché. Nei suoi romanzi non c'è compiacimento, non c'è la ricerca del sangue fine a se stesso. C'è l'analisi. La mente umana non è mai un blocco unico: è un terreno fatto di crepe, di difese, di fragilità che a volte si trasformano in ossessioni. Quando leggo, non cerco il brivido superficiale; cerco di capire. Cerco di decodificare il meccanismo che porta alla prevaricazione per poter ricomporre quel puzzle e ritrovare un senso di verità e di protezione.
Di recente mi sono trovata a riflettere su un fenomeno apparentemente lontano dal mondo della narrativa: l'interesse e il dibattito attorno a opere e inchieste crude come NAZA, che mostrano senza filtri i meccanismi gelidi e burocratici con cui si decide della vita e della morte nei contesti di guerra. Mi sono chiesta di nuovo: perché le persone scelgono di sentire ed essere spettatrici di qualcosa di così doloroso? La risposta, ho capito, è la stessa che dà un senso alla mia lettura.
Non si tratta di voyeurismo, né per me nei libri né per chi guarda la realtà. È l'esatto contrario: è il rifiuto della cecità. Proprio perché si odia la violenza, si sente il bisogno viscerale di non distogliere lo sguardo, di capire come nasce e come si articola, per non restarne vittime o spettatori inconsapevoli. Non ci si accontenta delle versioni rassicuranti di facciata. Si vuole capire come si costruiscono l'inganno, il potere e la manipolazione. Confrontarsi con l'ombra, che sia la fragilità di un personaggio fiction o il dolore reale di chi vive un conflitto, serve a mantenere sveglia la propria sensibilità morale e l'indignazione contro l'ingiustizia. In un mondo che spesso tende ad anestetizzare il male o a farcelo scivolare addosso, cercare la complessità è un atto di difesa della propria umanità.
In fondo, leggere di quello che ci spaventa non significa desiderare la violenza, ma armarsi degli strumenti per riconoscerla, rifiutarla e superarla. E se è vero che la narrativa e le inchieste ci portano a fare i conti con il lato oscuro dell’uomo, è altrettanto vero che non ci lasciano lì, abbandonati nel buio. C'è una profonda nota di speranza in tutto questo. Scegliere di capire, rifiutare l'indifferenza e avere il coraggio di guardare in faccia ciò che fa male non è un atto di resa, ma l'atto di fiducia più grande che si possa fare verso l'essere umano. Significa credere fermamente che la consapevolezza sia il primo passo per costruire qualcosa di diverso, che dalla comprensione delle ferite e dei meccanismi di sopraffazione possa nascere una sensibilità più forte, più lucida e più giusta. In fondo, anche la storia più buia ha senso solo perché, dietro ogni pagina e dietro ogni testimonianza, continua a muoversi la stessa ostinata ricerca: quella di una luce capace di restituirci la nostra umanità più autentica.
C’è un momento preciso in cui capisci che la tua vecchia vita è finita e che quella nuova non ha ancora una forma, se non quella che deciderai di darle tu. Per me, quel momento non è coinciso con la firma davanti all'avvocato, né con l’eco della porta di casa che si chiudeva per l'ultima volta dopo la separazione. È coinciso con il rumore metallico di una fibbia. Quella del grembiule nero che mi allacciavo dietro la schiena nel retrobottega di un bar/ristorante, specchiandomi in un piccolo vetro opaco. Ritrovarsi a dover ricominciare da zero, a rimettersi in gioco nel mondo del lavoro dopo una vita trascorsa in due, è un’esperienza che ti toglie il fiato. Avevo bisogno di un’indipendenza immediata, concreta, economica ma soprattutto mentale. Così, ho accettato un lavoro da barista/cameriera. I primi giorni sono stati un terremoto fisico ed emotivo. E' un lavoro duro, che richiede una presenza assoluta. Devi ricordare i tavoli, le comande, le preferenze dei clienti, i tempi della cucina. E soprattutto, devi saper gestire il peso. Il primo vassoio che ho preso in mano tremava. Non era solo per la mancanza di abitudine; tremavo io. Dentro di me c'era il rumore di una separazione ancora fresca, le domande sul futuro, la paura di non farcela. Eppure, fuori dovevo sorridere. Dovevo accogliere. Poi, accade qualcosa di strano. Ti rendi conto che quel vassoio pesante diventa il tuo baricentro. Per non far cadere i bicchieri devi trovare l’equilibrio. Per muoverti tra i tavoli devi raddrizzare la schiena. Senza accorgermene, mentre imparavo a bilanciare quel peso tra le mani, stavo imparando a ritrovare il mio equilibrio interiore. Ogni passo sicuro verso un tavolo era un passo che mi allontanava dal dolore. La fatica fisica è diventata una strana forma di anestesia per l'anima. Tornavo a casa con le gambe doloranti, ma la mente finalmente silenziosa. Ce la stavo facendo da sola. Ma la vera sorpresa di questo lavoro è arrivata quando ho capito che sarei diventata una custode estemporanea di storie.
E di incontri inaspettati. L’inizio dell’autunno porta con sé una luce diversa. È una stagione sospesa, proprio come mi sentivo io in quel periodo. Fuori l’aria rinfrescava e il locale, dopo il caos estivo, aveva ritrovato un ritmo più lento, quasi intimo. I pomeriggi tra il pranzo e la cena erano i miei preferiti. Il ristorante si svuotava, restava solo il profumo del caffè appena fatto. È in uno di quei pomeriggi che è entrato lui. Si capiva subito che era un viaggiatore di passaggio. Si sedette al tavolo vicino alla finestra, posò a terra uno zaino vissuto e ordinò un caffè lungo. Mentre gli portavo la tazza, i nostri sguardi si sono incrociati. Forse nei miei occhi c’era ancora la traccia di stanchezza emotiva che cercavo di nascondere. "È una bella giornata per viaggiare, ma è ancora più bello fermarsi," mi disse accennando un sorriso, guardando fuori dal vetro. È bastata quella frase a rompere il ghiaccio. Nel giro di pochi minuti, quella che doveva essere una normale interazione si è trasformata in qualcosa di completamente diverso. Mi raccontò che era in viaggio da settimane, senza una meta precisa. Stava attraversando un momento di transizione, una di quelle fasi della vita in cui senti il bisogno di lasciare andare il passato per capire cosa c'è oltre la curva. Non sapeva nulla di me. Eppure, ogni singola parola che usciva dalla sua bocca sembrava una risposta alle domande che mi portavo dentro. Mi parlò della paura che si prova prima di partire, ma anche della meravigliosa leggerezza che ti assale quando capisci che puoi sopravvivere anche con pochissime cose.
Quando arrivò il momento di andare, l'uomo si rimise in spalla lo zaino, ma prima di alzarsi si fermò. Mi guardò a lungo, in silenzio. Poi, infilò la mano nella tasca della giacca. Per un attimo pensai al gesto classico di chi sta per lasciare una mancia sul tavolo. Invece, tirò fuori un piccolo taccuino. La copertina era consunta, ma quando lo aprì davanti a me, vidi che le pagine erano completamente bianche. Lo posò sul legno del tavolo, lo spinse delicatamente verso di me e mi disse: “Questo è per te, lo puoi riempire”. Non aggiunse altro, mi dedicò un ultimo cenno di saluto ed uscì, scomparendo nella luce tiepida del pomeriggio. Rimasi lì, immobile, con il vassoio sotto il braccio. In quel preciso istante, qualcosa dentro di me è scattato. Quell'uomo mi aveva raccontato la sua storia riconoscendo la mia. Ho guardato le mie mani: erano le mani di una donna che stava affrontando la fine di un matrimonio e, soprattutto, il dolore più lacerante: l'allontanamento dei miei figli. In quel periodo non capivano. Avevano giudicato le mie scelte, non avevano compreso le mie ragioni, e quel loro silenzio pesava molto più di qualsiasi vassoio stracolmo. Ci sono voluti anni perché capissero. Anni di pazienza, di silenzi ingoiati e di attesa.
Ma in quel pomeriggio d'autunno, con quel taccuino tra le mani, ho capito che dovevo resistere anche per loro. Quel lavoro, iniziato per necessità, si stava rivelando il palcoscenico del mio riscatto. Non ero "solo una cameriera che cercava di sbarcare il lunario". Ero una madre che, nonostante il cuore spezzato dall'incomprensione dei propri figli, continuava a camminare a testa alta. Ero una donna indipendente, capace di costruirsi una nuova dignità da sola, un turno alla volta. Sapevo che prima o poi la verità e l'amore avrebbero trovato la strada di casa, e nel frattempo io stavo dimostrando a me stessa quanto fossi forte.
Ho stretto quel taccuino tra le mani. Sono tornata dietro al bancone più consapevole che stavo ricominciando a scrivere la mia storia. Una pagina alla volta.
Le pagine di quel taccuino, allora spaventose nella loro immacolata purezza, oggi sono piene della mia vita. C’è voluto tempo, ci sono stati errori d'orgoglio e di inesperienza, ci sono volute lacrime e una speranza ostinata che non mi ha mai abbandonata. Ma la storia che volevo scrivere l'ho scritta. Ed è finalmente, interamente, la mia.
Oggi vado a trovare mia sorella. Cinque anni più di me, settantanove primavere portate addosso con la devozione di chi ha vissuto per gli altri. La sua vita e la mia sono state due rette che non si sono mai incontrate, se non con il cuore. Io ho scelto la strada contorta dell’indipendenza. Mi sono separata più di trent’anni fa, ho fatto le mie follie, ho pagato i miei conti con la vita e ho lottato con le unghie per conquistare la mia solitudine e la mia libertà. Lei, invece, ha costruito la sua esistenza attorno a un unico, grande altare: la famiglia. Marito, figli, nipoti. Ha vissuto all’ombra dei loro bisogni, mettendosi sempre per ultima, silenziosa e presente. Quando nostra madre se n’è andata, mia sorella è diventata quasi una seconda madre per me. Non ha mai davvero approvato le mie scelte — le vedeva forse troppo azzardate, troppo lontane dal suo modo di intendere il dovere —, eppure non mi ha mai voltato le spalle. C’era sempre quando serviva aiuto. E c’è stata soprattutto quando il mio ex marito ha fatto di tutto per denigrarmi, avvelenando la mente dei miei figli fino a spingerli a rifiutarmi. In quel periodo buio, mia sorella è rimasta accanto ai miei ragazzi, facendo da ponte con un affetto discreto finché il tempo non ha finalmente riportato la pace. Oggi la guardo e vedo il peso degli anni e dei malanni. Vedo la fatica di chi si prende cura di un marito gravemente malato, un uomo dal carattere difficile che non conosce la parola grazie e che consuma le energie di chi gli sta accanto. E lei, nonostante tutto, non smette. Continua a preoccuparsi per tutti, a farsi carico del mondo. Si lamenta appena, con quella dignità stanca di chi non ha mai imparato a chiedere nulla per sé. A volte, nei suoi occhi, incrocio un'ombra sottile. Credo che ci sia una punta di invidia per questa mia indipendenza conquistata a caro prezzo, per questa solitudine che io vivo come uno spazio di respiro e che a lei è sempre stata negata. Così come io, a volte, ho guardato alla sua capacità di restare, di proteggere, di essere radice. Siamo diverse in tutto. Io la matta, lei la custode. Io il vento, lei l'ancora. Eppure, quando ci sediamo vicine, tutte le distanze sfumano e resta solo ciò che conta davvero: un bene profondo, ostinato, che non ha bisogno di giudizi né di spiegazioni. Vado da lei oggi non per confrontare le nostre vite, ma per offrirle un momento di tregua, una mano da stringere e la certezza che, comunque sia andata, ci siamo ancora l'una per l'altra.
A volte ci si guarda allo specchio senza filtri e ci si fa quelle domande un po' scomode, di quelle che non chiedono risposte veloci, ma solo un po’ di coraggio per essere pronunciate. In questi giorni mi sono chiesta: ma questo mio amore impossibile, che continuo a celebrare forse con troppa ostinazione, non sarà che è solo un trucco? Il tentativo un po' ingenuo di rincorrere l'illusione di essere ancora giovane, almeno nel cuore? A 74 anni, il rischio di sentirsi dire – o di dirsi da sole – che si è ridicole è sempre lì, dietro l'angolo. C'è un'idea precostituita su come si dovrebbe abitare questa stagione della vita: con composta saggezza, un po' di nostalgia sfumata e molti ricordi ben messi in ordine sugli scaffali. Ma l'amore impossibile ha un difetto magnifico: non invecchia. Non si scontra con la stanchezza del quotidiano, non conosce la noia delle bollette o le incomprensioni della colazione. Vive di pura scintilla, di attesa, di un’energia spudorata che non chiede il permesso all'anagrafe per farsi sentire. E allora ho provato a ribaltare la domanda. E se non fosse un’illusione per sembrare giovani, ma la semplice, ostinata prova che siamo vivi adesso? Sentire il cuore che accelera o che si accende di un calore improvviso non è un privilegio dei vent’anni. È il privilegio di chi non si è ancora stancato di desiderare, di chi ha la libertà di non doversi più scusare con nessuno per ciò che prova. Non so se chi legge queste righe ci troverà un pizzico di follia o una nota fuori tempo. So solo che finché quell'emozione mi regala calore e idee da regalare alla pagina, me la tengo stretta. Non per fare la ragazzina, ma per far rifiorire la donna che sono oggi, esattamente a 74 anni.
Ci sono giorni in cui la vita scorre su un binario ben ordinato, scandito dalle abitudini, dalla razionalità e da quella sommessa disciplina che ci costruiamo per stare al mondo. Poi arriva un pomeriggio diverso. Una tavolata calda con gli amici di sempre — quelli delle vedute condivise, delle opinioni che si intrecciano da anni, delle intese in cui non serve spiegare nulla — e la guardia, inevitabilmente, si abbassa. Tra una risata e un bicchiere di vino in più, accade qualcosa che non a tutti succede, ma che a me appartiene da sempre.
Per me l’alcool non è mai stato uno stordimento, né una fuga. È piuttosto un solvente. Ha il potere di sciogliere d'un tratto la patina del controllo quotidiano, di zittire il brusio di fondo e di assottigliare le difese. La sensibilità, spogliata di ogni corazza, si fa improvvisamente vigile, esposta, quasi a fior di pelle. Tutto ciò che porto dentro riemerge con una trasparenza spietata e bellissima, e il mondo interiore si fa di un'acutezza nitida.
È proprio in quel silenzio improvviso che il fiume sotterraneo riaffiora.
Questo fiume non nasce oggi e non si spegne domani. Scorre sempre dentro di me, profondo, lento e costante, anche quando la superficie della mia giornata appare tranquilla e distratta. È il corso d’acqua che custodisce un sentimento, un amore impossibile che, come ormai gli scarsi lettori di questo diario virtuale sapranno, ho imparato ad abitare con una sorta di beata e lucida consapevolezza. È un amore che non chiede nulla in cambio. Non preme per diventare quotidianità, non pretende il possesso, non si nutre di promesse né cerca la conferma di un futuro insieme. Vive della sua stessa esistenza, integro e luminoso nel suo equilibrio.
Eppure, quando il velo della razionalità si solleva, quel fiume non si limita a scorrere: straripa con dolcezza. La sensazione smette di essere un pensiero astratto e diventa un’onda calda, un'emozione fisica che riempie il petto e fa quasi mancare il respiro per quanta pienezza contiene. È un senso di gratitudine pura per il solo fatto che quella persona esista nel mondo, e per la grazia di scoprirmi ancora capace di provarlo, questo sentimento, con un'intensità così intatta.
Ho deciso di scrivere queste parole e di affidarle alla pagina non per cercare risposte, né per cambiare il corso reale delle cose. Non è un messaggio che attende un'eco, né una confessione che chiede di essere riparata. È semplicemente l'atto di testimoniare ciò che c'è. Perché anche i fiumi più segreti, quelli che scorrono al riparo dagli sguardi e dal tempo, ogni tanto hanno bisogno di risalire in superficie, di respirare l'aria aperta e di riflettere, anche solo per un istante, la luce del sole.
Una persona molto speciale (il mio amore impossibile) mi ha dedicato questa canzone: "Nous deux" di Leo Ferré
Noi due
I nostri fratelli gitani di Saint-Ouen sono partiti senza preavviso, con i loro mocciosi e le loro chitarre. Le rondini sono partite a volo teso e senza ritorno, Parigi non ne aveva più bisogno. Flutti di cemento e di stupidità, ci vogliono i drugstore e il strip-tease, i palazzi e i sotterranei. E di Boulogne e di Vincennes e delle banchine fiorite della Senna, presto non resterà più nulla. Ma quel giorno, mia tortora, figlia mia, mia bellissima, mia sorella d'amore, mia mamma, nonostante le assi e poi la terra, ci stringeremo come sappiamo fare, noi due. Nonostante la terra e poi le assi, ci coccoleremo come la domenica quando non andiamo al cinema, noi due. E che poi ci ritroviamo in sogno, affascinati come Adamo ed Eva e fieri di aver trovato questo, noi due. Vedi, è scritto in prima pagina: ci stiamo già contendendo la Luna, figli di domani, innocenti. Un generale sui pianeti ti seguirà da lontano con il cannocchiale e dirà "è rosso di sangue". A tanto giocare con la bomba, un giorno dovrà pur cadere: è il suo scopo ed è il nostro destino. Dovrà pur venire quel giorno, addio Parigi e addio Vienna, addio Roma e Montecarlo. Ma quel giorno, mia tortora, figlia mia, mia bellissima, mia sorella d'amore, mia mamma, che tutto geli o che tutto bruci, non importa, se siamo insieme, noi due. Che tutto bruci o che tutto geli, avremo già il nostro posto nella leggenda degli amanti, noi due. Allora, quando salterà il pianeta, se mai suoneranno le trombe, ce ne infischieremo divinamente, noi due. La gente mi tratta da artista, da senza cuore, e se me ne dispiace non ne sarò sorpreso, perché questo cuore pietoso e tenero, a te sola che hai saputo prenderlo, già da tempo l'ho donato. Proprio come oggi ti dono questa canzone di fine autunno che voleva essere una canzone d'amore. Io non sono né santo né apostolo, e per pensare ancora agli altri mi restano troppi pochi giorni. Nel frattempo, mia tortora, figlia mia, mia bellissima, mia sorella d'amore, mia mamma, poiché le nostre anime vagano, andiamo a fare il giro del mondo, noi due. Poiché le nostre anime vagano, baciamoci vicinissimi ai flutti dell'oceano dei giorni cattivi, noi due. E poi, ai nostri amori fedeli, nel cuore delle nevi eterne, andiamo a perderci per sempre, noi due Noi due...
Mi ha regalato una poesia che non lascia scampo. In un mondo che corre, distrugge e dimentica, questo "noi due" non ha bisogno di futuro per essere eterno: gli basta essere esistito, esattamente lì, nel cuore delle nevi o nell'oceano dei giorni cattivi. Leggere queste parole è come guardare il nostro specchio, uno spazio sovversivo e dolcissimo dove il resto del mondo non può entrare. Non importa cosa bruci o cosa geli fuori; la verità di quel "noi due" me la porto dentro, intatta e divina. “Ce ne infischieremo divinamente, noi due”: in questa riga c'è tutto ciò che siamo. Grazie per avermi vista, cercata e riconosciuta in questa leggenda d'amore, e per questa canzone di inizio autunno che tengo stretta al cuore come la custodia della nostra anima libera.
Ho imparato a conoscere ed apprezzare Leo Ferré quando avevo circa trent'anni, anzi me l'ha fatto conoscere "lui", che ancora adesso, dopo più di quarant'anni, abita il mio cuore. Da allora, ascoltando i testi di quelle canzoni (tradotti ovviamente, il mio francese scolastico non mi permette altro), non finisco mai di stupirmi.
Una personalità complessa, intransigente e profondamente teatrale, segnata da un contrasto perenne tra una ferrea fedeltà ai propri ideali anarchici e una sensibilità quasi dolorosa. Ferré non scendeva a compromessi. Il suo anarchismo viscerale e individualista rifiutava ogni forma di autorità, istituzione o dogma, una rigidità morale che lo portò spesso a scontrarsi sia con l'industria discografica che con i colleghi. Chi lo ha conosciuto o studiato descrive una personalità dalle molte sfaccettature; capace di slanci di infinita dolcezza e malinconia (espressi nelle sue canzoni d'amore), ma anche di furiose e provocatorie invettive pubbliche, gridate sul palco con una passionalità teatrale. Nonostante il successo, scelse spesso l'esilio volontario e la solitudine. La sua decisione di ritirarsi nella campagna toscana rifletteva il bisogno di allontanarsi dal "rumore" del mondo e dalla società dei consumi che tanto disprezzava. Possedeva un forte ego e una totale devozione alla propria arte, che considerava una missione sacra. Questo lo rendeva una figura carismatica e magnetica sul palco, ma talvolta spigolosa e difficile nei rapporti privati. Il carattere fiero, tormentato e romantico di Léo Ferré si riflette in modo diretto e trasparente nella sua scrittura. I suoi testi non sono semplici canzoni, ma veri e propri specchi della sua psiche, dove la struttura metrica si piega ai suoi sbalzi d'umore. Ferré non conosceva mezze misure. Nei testi si passa repentinamente dalla violenza verbale della satira sociale e politica a una vulnerabilità lirica e straziante. Questo riflette il suo essere contemporaneamente un uomo di rabbia e di infinita tenerezza. La sua intolleranza verso il potere, i borghesi e lo Stato si traduce in versi taglienti e provocatori. In brani come "Ils ont voté" o "Ni Dieu ni maître", il testo diventa un manifesto della sua intransigenza morale e del suo rifiuto assoluto di ogni dogma. La scelta dell'isolamento e la sua visione tragica dell'esistenza emergono nel capolavoro "Avec le temps". Qui Ferré descrive il tempo come un elemento cinico che cancella anche gli amori più grandi, mostrando la sua parte più fragile, malinconica e priva di illusioni. Ferré non scriveva per sussurrare. I suoi testi sono pensati per essere declamati, urlati o recitati. L'uso di metafore oscure e surreali (come in "La Mémoire et la mer") mostra il suo egocentrismo artistico: non cercava di essere facilmente comprensibile, ma pretendeva che l'ascoltatore entrasse nel suo personale e complesso universo mentale.
Forse è per questo che questo dono mi tocca così a fondo: perché per entrare in un universo simile ci vuole una chiave rara. E sapere che, dopo più di quarant'anni, esiste ancora un luogo tutto nostro in cui ritrovarci e "infischiarcene divinamente" di tutto il resto, è la risposta più bella a qualunque impossibilità.
A volte ascolti mille volte dei versi di una canzone senza che succeda mai nulla. Poi, una mattina qualunque, mentre la solita musica scorre nell’aria, una frase si stacca dalla canzone e fa da chiave in una serratura che credevi arrugginita: "Lo sai come si dice, che il mondo è fatto a scale..."
È bastato questo. Un attimo prima ero qui, nel mio presente, e un attimo dopo mi sono ritrovata bambina, piccolissima, forse ancora incapace di misurare il mondo con le parole. È affiorato un ricordo nitido e improvviso: una casa antica, una scala di legno che scendeva verso il piano terra. E la paura. Una paura antica, di quelle che si provano prima ancora di imparare a dare un nome alle cose. Ero sicuramente in braccio a qualcuno, avvolta da un abbraccio sicuro, eppure quella pendenza, quel legno scuro, quell'abisso verso il basso mi facevano tremare il cuore.
Poi, come per un effetto domino dell’anima, quel ricordo ne ha svegliato un altro, un sogno ricorrente che mi ha inseguito per tutti gli anni delle scuole elementari. Ricordo la strada che percorrevo ogni mattina per andare a scuola: nel mio sogno non era d'asfalto o di sassi, ma un percorso punteggiato da buchi enormi, voragini spalancate nelle quali rischiavo continuamente di scivolare.
Mi sono chiesta cosa legasse questi tre frammenti dispersi nel tempo: una canzone, una scala di legno e una strada bucata dalla fantasia.
Credo che la risposta stia tutta nello scorrere del nostro cammino. La scala di legno era la mia prima vertigine, il primo incontro con il vuoto quando il mondo era ancora troppo grande per me. Ma allora c’era qualcuno a tenermi stretta. Qualche anno dopo, quando è arrivato il tempo della scuola — cioè il tempo di cominciare a camminare con le proprie gambe nel mondo — la mente ha ripreso quell’antica paura e l’ha trasformata in un sogno. Le voragini sulla strada per scuola non erano altro che il timore di fare un passo falso ora che non c'erano più le braccia degli adulti a fare da paracadute.
È curioso come lavora la memoria. Non usa la logica, ma la suggestione. Aspetta il momento giusto per restituirci i pezzi di chi siamo stati, magari usando la voce di un cantautore e il ricordo di un legno scricchiolante.
Quei buchi nella strada mi spaventavano a morte, eppure a scuola ci sono sempre arrivata. La scala mi sembrava un baratro, eppure sono scesa. Forse questi ricordi riaffiorano solo per ricordarci una cosa semplice: che di cose ripide e di strade dissestate ne abbiamo incontrate tante, ma alla fine abbiamo imparato a camminare, a saltare i buchi e a non aver più paura del vuoto...anche se io con le altezze continuo ad avere qualche problema...😁
Ci sono parole che, nel corso dei secoli, cambiano pelle in modo silenzioso ma radicale. Subiscono una sorta di derubricazione linguistica che ne restringe il respiro e ne altera l’anima. La parola amante è forse uno degli esempi più emblematici di questo fenomeno.
Oggi, se diciamo "amante", l’immaginario comune corre subito all’ombra: a una relazione clandestina, a un segreto da custodire, a un triangolo consumato lontano dagli sguardi ufficiali. Il vocabolario moderno ha confinato questo termine nell’ambito del nascondimento o della contrapposizione al matrimonio e alla stabilità.
Ma se torniamo indietro di due secoli, al cuore del Romanticismo, la parola suonava in modo infinitamente diverso. Nel linguaggio e nella letteratura romantica, amante conservava la forza pura della sua radice etimologica: il participio presente del verbo amare. L’amante era, semplicemente e grandiosamente, colui o colei che ama. Non c’era alcuno stigma di furtività squallida o di ripiego. L’amante romantico era la figura di chi viveva una passione assoluta, spirituale ed etica, spesso tragica proprio perché incapace di piegarsi alle convenzioni sociali, ai matrimoni d’interesse o alle logiche di convenienza del proprio tempo. Essere «amanti» significava riconoscere una profonda affinità elettiva e rivendicare la verità dei propri sentimenti contro il resto del mondo. Era un titolo di nobiltà d’animo, un’attestazione di devozione e purezza sentimentale.
Con il passare del tempo e l’affermarsi della morale borghese, il termine si è progressivamente ristretto, finendo per designare quasi esclusivamente la figura dell’altro o dell’altra all’interno di un legame extraconiugale. La dimensione ideale ha ceduto il passo a quella relazionale e sociale, portandosi dietro una pesante eredità di giudizi e ipocrisie.
Ed è qui che la riflessione si fa più viva: che cosa accade quando una donna, oggi, sceglie e vive questo ruolo con piena consapevolezza, chiarezza e persino felicità? La risposta della società non è quasi mai univoca. Da un lato sopravvive lo sguardo rigido della morale tradizionale, pronto a bollare la scelta come un atto di egoismo o una minaccia per l’equilibrio familiare. È un giudizio che spesso scarica sulla donna il peso morale dell’intera dinamica relazionale.
Dall’altro lato, tuttavia, emerge una lettura diversa, legata all’autonomia e alla libertà individuale. In una prospettiva più aperta e disincantata, una donna che accetta felicemente questo tipo di legame può essere vista come una persona che rifiuta i compromessi della quotidianità e le etichette sociali. È la scelta di chi decide di vivere la passione, la complicità e la qualità del tempo condiviso, senza chiedere alla relazione di trasformarsi in un’architettura burocratica o in una promessa di stabilità futura.
Scollegarsi dalle aspettative altrui richiede una notevole maturità emotiva. Significa saper stare nel presente, godere di ciò che c’è senza pretendere la proprietà dell’altro o la convalida del mondo esterno. Forse, in fondo, la vera metamorfosi non riguarda solo la parola, ma il modo in cui guardiamo all’amore e alle sue forme. Tra l’assoluto tragico dei romantici e la pragmatica libertà contemporanea, la parola amante continua a interrogarci sul confine, sempre sottile, tra ciò che la società prescrive e ciò che il cuore — in totale autonomia — sceglie di vivere.
Resta infine un’ultima, inevitabile contraddizione con cui fare i conti: il diverso metro di giudizio che la società continua ad applicare a seconda del genere. Se una donna che vive felicemente il ruolo di amante viene ancora troppo spesso osservata con sospetto, giudicata per la sua presunta spregiudicatezza o caricata della colpa di una rottura, all’uomo nella medesima posizione viene storicamente riservato uno sguardo ben più indulgente. Per l’uomo, la condizione di "amante" o il collezionare relazioni esterne è stato a lungo letto come un segno di vitalità, di conquista o persino di comprensibile fuga dalla routine. E' una disparità antica, un doppio standard che fatica a morire.
E forse la vera sfida culturale di oggi sta proprio qui: nel superare queste asimmetrie di giudizio per restituire a tutti — donne e uomini — la stessa responsabilità e la stessa dignità nelle proprie scelte affettive, libere da ipocrisie e da vecchi retaggi patriarcali.