21 ottobre 2026

Albert Camus, Maria Casarès e il privilegio di un amore sospeso.

Conosco Albert Camus, ho attraversato parecchie sue pagine, ho raccolto le sue filosofie, la sua idea di assurdità e di rivolta. 
Poi, nell'infinito archivio della rete, questa fonte inesauribile che a volte restituisce tesori dimenticati, mi sono imbattuta in un frammento della sua vita che non conoscevo: la storia del suo amore con Maria Casarès. Leggere di loro due non è stato come sfogliare una semplice pezzo di biografia. È stato come riconoscere una frequenza emotiva profonda e universale che ha calamitato la mia attenzione (e se qualcuno ha letto qualcosa in questo mio diario virtuale sa perché).
 
Quando si sono incontrati nella Parigi del 1944, lei aveva ventuno anni, lui trentuno. Il loro legame è nato sotto il segno dell’impossibilità, sospeso su un abisso di eventi storici, impegni e distanze. Eppure, quel sentimento si è trasformato in un’architettura meravigliosa e segreta. 
 
Chi guarda da fuori parla spesso di "amore impossibile" con una punta di commiserazione. Ma chi vive o ha vissuto un legame simile sa che l'impossibilità non è sempre una condanna: a volte è il guscio che protegge l'essenziale dal rumore del mondo.
 
Non sono stati i giorni condivisi a definire Albert e Maria, ma le parole che si sono scambiati. Più di ottocento lettere scritte nell'arco di quindici anni testimoniano una verità profonda: quando due anime non possono toccarsi nella quotidianità, la scrittura smette di essere comunicazione e diventa corpo vivo. Nelle loro lettere c'è il battito febbrile dell'attesa, la cronaca dei giorni, la gelosia e la fatica. Per Camus, Maria era "L’Unica"; per Maria, Albert era il baricentro dell'esistenza. Scriversi era un modo per costruirsi una stanza segreta dove l'amore potesse respirare in totale libertà.
 
Chi non ha mai vissuto una passione simile crede che la distanza consumi il desiderio. Ma è vero il contrario. L'attesa affina i sensi, rende ogni parola un evento. La parola scritta diventa l'àncora a cui aggrapparsi per non andare alla deriva, la prova tangibile che ciò che si prova è la cosa più reale che si possiede.
C’è una grazia speciale nel rifiutare il rammarico per ciò che non si è potuto vivere, scegliendo di celebrare ciò che è stato. L’impossibilità porta con sé un dono paradossale: la protezione dall’erosione del tempo.
Gli amori vissuti nella norma devono affrontare l'usura dei giorni e i compromessi della routine. Un amore "sospeso", invece, resta incorruttibile. Non declina, non invecchia. Mantiene intatta la sua natura incandescente e pura, diventando un punto di riferimento immobile dentro l'anima.
 
Guardando a storie come quella di Albert e Maria, si comprende che la vera bellezza di certi legami risiede proprio nella loro forma: imperfetta per il mondo, ma assoluta per chi la vive. Non si avverte il bisogno di chiedersi come sarebbe stato se fosse stato "possibile".
 
Non tutti i sentimenti nascono per compiersi nella quotidianità. Alcuni esistono per attraversare le stagioni della vita senza perdere un solo grado del loro calore, ricordandoci che la misura di un amore non sta nella sua durata terrena o nella sua presenza fisica, ma nella forza indelebile con cui riesce a illuminare un'esistenza.

 

20 ottobre 2026

Il desiderio di fuga e il coraggio di esse se stessi.

"Esci dalla storia che ti trattiene. Entra nella nuova storia che sei disposta a creare". (Oprah Winfrey)
 
Chiacchierando con un amico che frequento da parecchi anni e che mi conosce molto bene, abbiamo ripercorso alcune tappe della nostra vita e io gli ho raccontato il momento in cui sono scappata di casa. Avevo 48 anni e "scappata" non è un eufemismo. Un giorno me ne sono andata senza portarmi niente appresso, buttandomi tutto alle spalle (e in quel "tutto" c'era un marito, dei figli adulti, un padre anziano, il lavoro e il giudizio della gente). 

E' stato parecchi anni fa, un momento difficile in cui i problemi si accavallavano giorno dopo giorno fino a soffocarmi e c’era un pensiero fisso che mi accompagnava: volevo cambiare, non volevo più vivere la vita che stavo vivendo, e fuggire era l'unico modo per abbattere tutti gli ostacoli che me lo impedivano. Una vita diversa, meno incasinata, ma soprattutto la vita che volevo io, non quella che gli altri continuavano a impormi o ad aspettarsi da me. Quel mio desiderio derivava dal sentirmi male nei panni che indossavo, dall'esigenza di essere me stessa, sbagliata o giusta che fossi; era una vera e propria ribellione. 
Alla fine l’ho fatto. Non sono andata molto lontano in termini di chilometri, ma ho percorso tutta la distanza necessaria per riuscire, passo dopo passo, facendo errori madornali e rompendomici la testa, a costruirmi la vita che desideravo davvero. Ripensando a quel periodo, mi è venuto spontaneo guardarmi intorno. E ho notato una cosa: di gente che vorrebbe fuggire ce n’è tanta. Ma sopra ogni cosa, so che ci sono tantissime donne che provano esattamente questo. Magari non lo confessano nemmeno a sè stesse, ma ci sono. Donne di ogni età che accarezzano l'idea di piantare tutto, fare le valigie e ricominciare da zero. Ma come mai accade così spesso, e in modo così viscerale, proprio a noi donne? Per una donna, la trappola del "dover essere" è storicamente più stretta e soffocante. Fin da piccole veniamo educate all'empatia, all'accudimento, all'armonia familiare e sociale. Ci viene insegnato, quasi sottobanco, che il nostro valore si misura da quanto riusciamo a far funzionare le cose per gli altri: la famiglia, la casa, i figli, i genitori anziani, il lavoro. Ci ritroviamo così a indossare ruoli che ci vengono cuciti addosso giorno dopo giorno, fino a non capire più dove finiscano i doveri verso gli altri e dove inizi la nostra vera identità. Diventiamo il perno di meccanismi complessi, ma a costo di annullarci. E quando ci si rende conto che in quella vita "perfetta" o "doverosa" la nostra felicità è stata messa nell'ultimo cassetto, l'impulso di spezzare la gabbia diventa travolgente. 
Quando è una donna a voler fuggire, la società tende subito a farla sentire in colpa. Se a desiderare la libertà è un uomo, spesso viene compreso come uno "spirito libero" o una crisi passeggera. Se lo desidera una donna, viene scambiata per egoismo, leggerezza o ingratitudine. Ma la verità è un'altra: voler ricominciare da capo non è un atto di egoismo, è un atto di pura sopravvivenza e di responsabilità verso se stesse. È il momento in cui una donna decide di non essere più solo la comparsa o il supporto nella vita altrui, ma la protagonista della propria storia. È il rifiuto di lasciarsi spegnere lentamente dal peso di una quotidianità che prosciuga ogni energia. 
C'è un equivoco legato al ricominciare: si pensa sempre che serva un biglietto di sola andata per un'isola lontana. In realtà, la distanza più difficile da coprire non è geografica, ma interiore. Quando me ne sono andata, non ho preso un volo transoceanico. Ho solo tagliato i fili invisibili del "si deve fare così" e del "cosa dirà la gente". Ho imparato che per una donna ricominciare significa prima di tutto riappropriarsi dei propri spazi, del proprio tempo, del diritto di dire dei "no" senza sentirsi in colpa e di fare spazio a quella libertà essenziale che troppo spesso le viene negata. Ricominciare da zero spaventa perché ci priva di certezze consolidate, per quanto soffocanti fossero. Per una donna significa spesso affrontare giudizi più severi, contrasti di ogni tipo, sguardi di incomprensione e la fatica quotidiana di ricostruirsi in autonomia. Ma c'è una bellezza indicibile nel momento in cui ti guardi intorno e riconosci che la tua giornata, il tuo spazio, le tue scelte e persino il tuo silenzio ti appartengono per davvero. 
A tutte le donne che oggi guardano fuori dalla finestra e sognano di fuggire, vorrei dire solo questo: quel desiderio non è sbagliato e non siete voi ad essere "sbagliate". È la vostra parte più autentica che vi sta chiedendo di smettere di salvare tutti, fuorché voi stesse. E non serve andare ai confini del mondo per darle ascolto: basta fare il primo passo verso la propria libertà.


16 ottobre 2026

Chi ha detto che le storie e le domande non sono sovversive?

Questo blog ha un sottotitolo: "blog semiserio con tendenze sovversive". 
Ultimamente qualcuno mi ha fatto notare, con affetto o con una punta di nostalgia forse, che non scrivo più di politica, di cronaca o dei grandi fatti del mondo come facevo una volta. E mi chiedono: “Ma allora quel sottotitolo ha ancora senso?” 
La risposta è: sì, oggi più che mai.
C’è stato un tempo in cui commentare l’attualità mi sembrava il modo migliore per stare nel mondo della rete, commentare, arrabbiarmi e contestare. Poi ho capito una cosa: la cronaca corre, grida, scade nell’arco di ventiquattro ore e spesso ci lascia esattamente dove ci ha trovati, soltanto più stanchi e frastornati.
Oggi la mia sovversione ha cambiato forma, ma non intenzione.
Credo sia sovversivo fermarsi a riflettere. Credo che sia sovversivo porsi domande scomode, indagare i sentimenti, esplorare la solitudine, le crepe e le pieghe dell’animo umano in una rete che ci vorrebbe sempre veloci, leggeri, performanti e omologati. Inventare storie, usare l’immaginazione, dare corpo a personaggi, intrecciare destini e creare mondi che non chiedono il permesso alla realtà di esistere. Questo credo sia sovversivo. La narrativa e la riflessione intima per me non sono una fuga: sono uno sguardo obliquo e profondo sul mondo, spesso molto più sincero di tanti commenti di cronaca o editoriali del giorno.
E poi c’è quel “semiserio” che tiene insieme tutto: ho la presunzione (perdonatemela) di avere la capacità di conservare l’ironia, il disincanto e, soprattutto, almeno qui in questo spazio solo mio, la libertà assoluta di cambiare rotta.
Non ho firmato un contratto di fedeltà con i dibattiti del momento. Il mio blog vive con me, cambia con me e si nutre di ciò che mi muove dentro.
Quindi sì, questo spazio resta profondamente sovversivo. Solo che invece di inseguire il rumore di fondo della cronaca, preferisco farmi domande e scavare dove il rumore non arriva.


15 ottobre 2026

Di amiche, di uomini e di filtri naturali.

Oggi mi è venuta in mente una di quelle domande che, ogni tanto, mi bussano alla testa. 
Guardo la mia vita di adesso. Sono una donna attempata, single da tempo e pensionata. Non mi sento "vecchia". Passo le giornate a scrivere, a leggere, a camminare, a occuparmi del mio tempo e di me stessa. Ho la fortuna di avere una vita piena, ho tanti amici, mi sento serena, abbastanza equilibrata e, insomma, credo di cavarmela con un po' di sale in zucca.
Eppure c'è una piccola curiosità che mi accompagna da sempre e riguarda proprio questi amici con cui mi accompagno per passare qualche bel momento: sono quasi tutti uomini.
Le mie amiche donne si contano sulle dita di una mano, e ne avanzano. E la cosa singolare è che io per le donne nutro una solidarietà profonda. 
Io, in prima persona, mi sono scontrata spesso e duramente con gli stereotipi patriarcali che ancora purtroppo insistono tenaci, e guardo al mondo femminile con affetto e rispetto. Non mi definisco una femminista delle più arrabbiate ma sicuramente sto dalla parte delle donne.
E allora perché il mio piccolo mondo relazionale finisce quasi sempre per tingersi di azzurro?
Sia chiaro: non mi crea alcun disagio. Non sento alcun vuoto da colmare né la necessità di cercare a tutti i costi una complicità al femminile. Però la mente è curiosa, e mi sono chiesta se, in fondo, non sia il mio modo di essere a creare una certa distanza con le altre donne.
Ripensandoci, forse è semplicemente una questione di frequenze.
Con gli uomini (quelli che hanno superato la mia durissima selezione), mi sono spesso trovata a mio agio grazie a una comunicazione più lineare, diretta, a volte più leggera. Ci si incontra, si beve un bicchiere, si parla di un libro, di un'idea, ci si confronta senza troppi strati emotivi in mezzo e poi ognuno torna ai propri spazi. Forse è solo una mia pigrizia, o forse una naturale inclinazione verso un certo tipo di semplicità nei rapporti.
Certo, la vita mi ha insegnato a bastarmi parecchio, a godermi la solitudine senza vederla come un problema. E mi rendo conto che non tutti vivono i legami allo stesso modo. A volte, certe dinamiche sociali più tradizionali, quelle fatte di consuetudini, di condivisioni quotidiane o di piccoli riti di paese, mi risultano semplicemente estranee, e immagino che, specularmente, il mio modo di vivere un po' in autonomia possa risultare altrettanto distante per gli altri.
Insomma, non c'è nessuna colpa da attribuire né a me né a nessun altro. Alla fine, credo che le amicizie si compongano da sole, seguendo correnti invisibili. 
Non è una regola fissa, solo il mio modo di inciampare, o di planare, sulle persone giuste per me.
Ecco, almeno a questa domanda mi sono data una risposta. Ne rimangono altre mille, ma a quelle ci penseremo..😊 



12 ottobre 2026

Oltre la ragione e il sentimento: il coraggio di fidarsi dell'istinto.

L’altro giorno stavo chiacchierando con un amico sulla classica contrapposizione tra ragione e sentimento. Lui è una persona profondamente razionale, al limite del cinismo: misura la realtà con il calibro dei pro e dei contro, delle convenienze e dei calcoli freddi. Io mi riconosco una buona dose di razionalità, ma so di essere anche molto istintiva.
Riflettendoci dopo, mi sono chiesta: affidarsi all'istinto significa far prevalere il sentimento sulla ragione?
La risposta che mi sono data è no. Ragione e sentimento è la classica sfida tra testa e cuore: la logica contro le emozioni. Ma razionalità e istinto è qualcosa di diverso. L'istinto non è un sentimento cieco o un'emozione travolgente; è un'intelligenza di pancia, una scintilla fulminea che elabora le cose in una frazione di secondo. È una forma di razionalità velocissima che attinge alla nostra esperienza accumulata e ti dice "questo sì" o "questo no" prima ancora che la mente riesca a formulare un ragionamento logico.
A me succede quasi sempre così, soprattutto con le persone. Mi basta un primo impatto, uno sguardo, un dettaglio impercettibile, e l'istinto mi restituisce un verdetto preciso su chi ho davanti. E, guarda caso, il tempo finisce quasi sempre per darmi ragione.
Ma l'istinto non serve solo a valutare gli altri; serve soprattutto a salvare se stessi.
Anni fa, quando ho deciso di separarmi, l'istinto ha alzato la voce. In quel momento c'era sicuramente anche tanta esasperazione, quella stanchezza accumulata che ti dice che non puoi più restare dove sei. Ma, sopra ogni cosa, c'era la spinta viscerale a imboccare una strada completamente nuova e soprattutto diversa, che mi permettesse di cambiare, di non stare più dove non stavo bene.
A guardarlo da fuori, o con la logica fredda del mio amico razionale, poteva sembrare un atto d'imprudenza o di pura disperazione. Eppure l'ho intrapresa lo stesso. Ho camminato nel buio, senza paracadute e senza garanzie.
All'inizio non è stato facile. In quella nuova dimensione mi sono trovata inesperta: desideravo con tutta me stessa la libertà, ma non sapevo ancora come si usasse. Ho fatto tanti errori, ho preso cantonate, mi sono mossa a tentoni come chi impara a camminare di nuovo. Ma fa parte del gioco: la libertà non ti viene consegnata con un libretto di istruzioni, è un vestito che devi imparare a cucirti addosso un giorno alla volta, accettando anche di sbagliare le cuciture.
Oggi, a distanza di anni, mi capita spesso di ripensare a quel periodo. E la sensazione che mi accompagna non è il rimpianto per la fatica o per le cadute, ma un senso di profonda gratitudine verso me stessa.
Certo, la libertà non è un dono gratuito: si paga a caro prezzo, fatto di sacrifici quotidiani, non ultimi quelli economici. Ma il valore di ciò che ho conquistato non si misura in comodità.
Ciò che rende questo presente così prezioso è la certezza interiore di essere capace, autonoma e indipendente. La consapevolezza che, attraverso ogni errore e ogni passo falso, ho costruito la vita che volevo davvero.
Tra il cinismo di chi analizza tutto per non rischiare mai e l'istinto di chi sa fidarsi della propria bussola profonda, so da che parte stare. Perché l'istinto può farci paura mentre ci spinge verso l'ignoto, ma è l'unico che sa davvero dove si trova la nostra libertà.
Dopotutto, la vera differenza sta tutta qui: il confronto tra ragione e sentimento ci costringe sempre a una scelta dolorosa: ascoltare la testa o seguire il cuore? Il confronto tra razionalità e istinto, invece, non ci divide a metà. Ci mostra che la pancia e la mente possono parlare la stessa lingua, solo a velocità diverse. La razionalità calcola il percorso con la mappa, l'istinto riconosce la strada al primo sguardo. E a volte, per ritrovare se stessi, non serve un piano perfetto: basta avere la saggezza e il coraggio di fidarsi della propria bussola interiore.

10 ottobre 2026

Prima di iniziare la giornata

Tutte le mattine, per almeno un'ora, apro le finestre sul mondo. Scorro le notizie, leggo gli articoli, attraverso i bollettini di una realtà che sembra aver smarrito la bussola. Guerre ovunque, delinquenza, sopraffazioni, sfruttamento sistematico e tanta crudeltà. E ogni mattina, immancabilmente, ne esco con un senso profondo di disgusto.

La domanda finale è sempre la stessa, quella che non ammette risposte facili: com'è arrivata l'umanità a tutto questo?
Poi mi fermo, mi guardo intorno. Sono qui. Ho un tetto sulla testa, un pasto ogni giorno, posso permettermi qualche sfizio e, soprattutto, faccio quello che voglio. Nessuno mi obbliga a marciare al passo di qualcun altro (almeno finora). E penso a quei milioni e milioni di persone là fuori che soffrono il freddo, la fame, la paura, a cui manca l'essenziale. Non lo chiamo senso di colpa, perché la colpa implica una responsabilità che non ho, ma è un attrito costante, una ferita sottile. È la percezione stridente di un'ingiustizia radicale.
Perché proprio io sì e loro no? Perché la lotteria della nascita e della storia distribuisce privilegi e tragedie con tanta cinica casualità?
Molti mi direbbero di smetterla. Di evitare di avvelenarmi la mente di prima mattina, di chiudere gli occhi e godermi il mio "piccolo mondo protetto" per preservare la serenità. Ma io non ci sto. Non voglio anestetizzarmi, non voglio abituarmi all'orrore e far finta che non esista solo perché non sfonda la mia porta. Voglio restare vigile, attenta, con lo sguardo lucido proprio quando la mente è più riposata. Voltarsi dall'altra parte è già una forma di complicità.
Il punto, però, è che non ci si può far travolgere senza perdere la ragione. E allora, passata quell'ora di lucidità spietata, la mia giornata cambia passo. Mi dedico a ciò che amo: leggo un libro che mi sfida o mi consola, scrivo, esco a camminare.
Non è un rifugio egoistico per dimenticare il mondo là fuori; è l'argine necessario. È il modo per ristabilire l'equilibrio e ricordare che, accanto alla violenza e alla sopraffazione, esiste un'altra umanità fatta di bellezza, di pensieri liberi, di cura e di parole scritte con intenzione.
Camminare sul crinale tra l'indignazione per un mondo ingiusto e la gratitudine per il proprio piccolo spazio di libertà è un esercizio faticoso. Ma è l'unico modo che conosco per restare viva, intera e fedele a me stessa.

 

08 ottobre 2026

Il tempo che passa e la libertà di essere.


Vorrei riprendere un concetto accennato nel mio ultimo post, un po’ scarno, devo ammetterlo, ma l'ho scritto appena sveglia ed è uscito così com'era, per parlare del tempo che passa. Per me, come per tutti. 

Non sto a ripetere la mia età, l'ho già detta: sono nella terza età. In quella fase della vita in cui le aspettative diminuite portano spesso a fare meno, o a non riuscire più a fare cose che fino a poco tempo fa erano la norma. Confrontandomi di frequente con amiche e amici della mia età su questi temi, mi accorgo di essere sempre la più ottimista. Non perché mi aspetti chissà cosa, ma perché vivo questo periodo con una serena e piena accettazione. Senza troppi drammi, consapevole che gli anni lasciano il segno sul corpo e sulla mente, e che tutto questo è semplicemente naturale. Anzi, da quando ho smesso di lavorare e ho finalmente raggiunto la meritata (seppur misera) pensione, mi sono sentita libera. Sembrerà assurdo, ma è così. Non devo più sottostare ai ritmi frenetici del lavoro, agli orari e alle aspettative altrui. L'unica cosa che spero davvero è di conservare la salute, che fortunatamente ancora mi sorregge, il più a lungo possibile. Non per paura della morte, se dovesse succedere anche stanotte, non avrei nulla da obiettare, ma perché ciò che ho più a cuore è la mia autonomia: il non dover dipendere da nessuno.

A questo proposito, mi faccio un po' di pubblicità gratuita e vi lascio con questo brano tratto dal mio libro "Tante domande poche risposte", dove racconto esattamente quello che penso della vecchiaia:

".....Già, il corpo che invecchia. Lo vedo, e mentirei se dicessi che la pelle meno tonica, le rughe e la schiena incurvata mi piacciano: ma è un processo inevitabile. Non voglio ipocritamente dire che sono felice di invecchiare; dico soltanto che mi sento finalmente libera di farlo.

Vedo la stagione che segue la pensione come un tempo affrancato da responsabilità vincolanti e da modelli rigidi a cui doversi adeguare per non essere emarginati. Ma soprattutto la vedo slegata dalle solite caricature che la società ha dipinto addosso a noi donne: niente inerme e mansueta nonnina, niente zitella inaridita dalla solitudine, e niente "similgiovane" rifatta e plastificata. Che tipo di vecchia essere lo decido io. E posso farlo perché oggi sono più consapevole, svincolata dal giudizio altrui e capace di scindere i bisogni indotti da quelli autentici.

La lunghezza del passato rende forti; la brevità del futuro aiuta a non perdere tempo dietro a ciò che non è essenziale.

Non so fare previsioni per il domani e, a dire il vero, non ho alcuna intenzione di farne: l'avvenire è un territorio che non mi appartiene e che non pretendo di imbrigliare. Ho imparato a vivere giorno per giorno, concentrando ogni energia nell'unica ricerca che conta davvero: la sintonia profonda con la mia anima, quell'equilibrio interiore che per troppo tempo ho messo in secondo piano.

Spero con tutto il cuore di continuare a sentirmi come mi sento adesso: vigile, curiosa, ancora capace di interrogare le mie sensazioni senza paura e di assecondare con grazia e coraggio la loro naturale evoluzione. Nonostante il disincanto, qualche desiderio pulito sul futuro continuo a custodirlo nel profondo. Il primo, il più grande, riguarda i miei figli: desidero vederli sereni, risolti e realizzati nelle loro vite, perché so bene che la loro pace è il riflesso della mia, e che vedendo fiorire loro mi sento, se possibile, ancora più appagata e in pace con me stessa.

L'altro desiderio è per me: poter continuare a godere di questa mia autonomia, un bene preziosissimo che ho conquistato a caro prezzo, pagando ogni centimetro di libertà con fatica, lacrime e determinazione. Vorrei difendere questo spazio mio fino all'ultimo respiro. Senza mai diventare un peso per nessuno, senza dovere nulla a nessuno e con la lucidità, la fermezza e la dignità — se e quando dovesse servire — di poter decidere io stessa il momento e il modo in cui porre fine al tempo che mi è stato dato da vivere. Anche questa, per la mia visione del mondo, non è una resa, ma la forma più alta e suprema di libertà...."

Buona vita a tutti. 😊 

Il ritmo segreto del tempo.

 
 
 
 
C'è una saggezza antica e pacata nel modo in cui l'autunno si fa spazio. Mentre il cielo sbiadisce e il freddo comincia a farsi sentire, ci viene naturale cercare una spiegazione a quella strana malinconia che ci attraversa. Ma la natura non si rammarica per la fine dell'estate; si limita a seguire il proprio corso.
Nessuno lo ha espresso con tanta serena nitidezza quanto Fernando Pessoa, attraverso la voce del suo Ricardo Reis:

    Segue il tuo corso,

    scontenta le tue piante,

    guarda le foglie cadere.

    Non c’è nostalgia,

    né desiderio,

    ma la serena certezza

    che tutto passa,

    e che è bello che tutto passi.

    Guarda da lontano

    la vita che trascorre.

    Mai la tua vita

    ti appartiene davvero.

    Qualunque cosa accada

    è scritta nel libro del Tempo.


In questi versi si nasconde il cuore vero della riflessione autunnale. Spesso scambiamo il passare del tempo per una perdita, dimenticando che il cambiamento è l'unica vera costante. Pessoa ci invita a fare un passo indietro, a guardare il ciclo delle cose "da lontano", senza l'ansia di dover trattenere ciò che se ne va e senza la smania di inseguire ciò che deve ancora venire.
È un pensiero che sento particolarmente mio oggi, in questo giorno che sembra segnare l'inizio dell'autunno, guardando la mia vita e gli anni che avanzano. Non c'è paura nel veder scorrere il tempo, né l'ombra di un timore per l'età che cresce. Anzi: c'è una profonda, inaspettata conquista di leggerezza. Avere più strada alle spalle che davanti, non è un peso, ma una forma di libertà. Si impara a guardarsi con più indulgenza, a spogliare le giornate da ciò che è superfluo e a godere della limpidezza che solo il tempo sa regalare.
L'autunno diventa così il momento perfetto per fermarsi e pensare. Non è una stagione di rinuncia, ma di liberazione: accettare che "è bello che tutto passi" significa togliere gravità ai giorni e trovare pace in ogni loro sfumatura. È l'invito a rientrare in casa, accendere una luce intima e lasciar scorrere il tempo con quieta gratitudine.