01 novembre 2026

Di foreste vergini, corazze e altri spazi inaccessibili.






“Gli esseri umani non procedono tenendosi per mano per tutto il cammino della vita. C’è una foresta vergine in ciascuno di noi, un campo di neve dove anche l’impronta delle zampe d’uccello è sconosciuta. Qui ci addentriamo da soli e preferiamo che sia così. Avere sempre la solidarietà, essere sempre accompagnati, essere sempre compresi, sarebbe intollerabile.”
Virginia Woolf, On Being Ill (Sulla malattia)  





Si dice che la letteratura abbia scritto fiumi di parole su ogni cosa, guerre, passioni, grandi tragedie e ambizioni, dimenticandosi quasi sempre della malattia. Eppure, quando ci si ammala o ci si ritrova a fare i conti con la propria fragilità, si sperimenta uno stato d'animo che cambia radicalmente il nostro modo di stare al mondo. Lo sapeva bene Virginia Woolf, che rifletteva su come la società dei sani pretenda sempre una condivisione e una vicinanza costanti. 

Leggendo quelle parole di Virginia Woolf ho sentito una scintilla di immediata sintonia. 
Spesso la narrazione comune descrive la vita come un cammino da fare rigorosamente tenendosi per mano, dove la solitudine viene vista solo come una mancanza o una condanna. Io la vedo in modo molto diverso. Quel campo di neve intonso, dove persino l'impronta di un uccello è sconosciuta, io l'ho sempre cercato e difeso. Per me non è un vuoto: è uno spazio che mi appartiene per intero e mi completa. 
Non amo mettere in piazza i miei malesseri. Ho questo "vizio", se così si può chiamare, di non dire mai niente a nessuno quando non sto bene. 
È un atteggiamento che affonda le radici in una corazza antica, che mi porto addosso fin da quando ero giovane. Forse è l'istinto di non volermi mostrare debole di fronte a un giudizio che ho sempre un po' temuto, o forse è semplicemente il prezzo di un'autonomia che mi sono conquistata a fatica e a cui non intendo rinunciare per nulla al mondo. Più che la perdita della salute in sé, ciò che mi spaventa davvero è l'idea di veder scalzata questa indipendenza. 
A volte mi capita di desiderare che qualcuno intuisca da solo come sto, senza che io debba chiedere o spiegare nulla. Ma poi mi rendo conto che gli altri non possono indovinare i silenzi di chi ha imparato a sembrare sempre forte. E alla fine va bene così: per me, la tentazione di farmi capire a tutti i costi ha sempre un limite invalicabile. Anche quando scrivo so di indossare una piccola maschera. Condivido pensieri, uso le parole per mettere in ordine il disordine interiore, ma la parte più intima resta soltanto mia. 
Quella foresta vergine di cui parla Virginia Woolf la tengo ben custodita: è il mio rifugio più sicuro, ed è proprio lì che trovo la mia vera libertà. 

29 ottobre 2026

Sulla bontà in un tempo distratto.

 
C’è una forma di cattiveria oggi che mi spaventa più di ogni altra: quella che non si nasconde neanche più, esibita con una normalità disarmante. Guardando fuori, a volte sembra che l'umanità si sia dimenticata persino le basi. Mi sono sempre chiesta perché siamo fatti così, a metà tra un istinto feroce all'egoismo e la spinta all'altruismo. Non voglio certo dare risposte definitive, men che meno risolvere la questione oggi. Però, a pensarci bene, il mio filosofo preferito, Albert Camus, aveva trovato  nella nostra fragilità la chiave per l'empatia. 
 
Per Camus, la vita è intrinsecamente assurda. Ci muoviamo in un universo che non ha un senso logico o un disegno superiore preconfezionato, in cui la sofferenza, la malattia e l'ingiustizia colpiscono alla cieca. 
Di fronte a questa vertigine e al senso di impotenza, l'essere umano tende a reagire in due modi: 
-ci chiudiamo in noi stessi facendo dell’avidità e del cinismo uno scudo protettivo nel disperato tentativo di controllare una realtà imprevedibile.
-ci rifugiamo in visioni rigide e fanatiche, creando barriere tra "noi" e "loro", giustificando la violenza in nome di un presunto bene futuro.
 
Camus rifiuta tutte queste risposte. La vera presa di coscienza dell'assurdo non deve isolarci, ma unirci. Se il mondo è un luogo fragile e doloroso, allora siamo tutti sulla stessa barca. La sua celebre massima, “Mi rivolto, dunque siamo”, ribalta la solitudine esistenziale: la sofferenza è comune, quindi la risposta deve essere collettiva.
 
In questa visione, essere buoni non è una debolezza ingenua o una passiva obbedienza a un dovere morale. La bontà è un atto di rivolta attivo e consapevole. Significa guardare in faccia il vuoto e il dolore del mondo e decidere, deliberatamente, di non aggiungere altra sofferenza a quella che già esiste.
Oscilliamo perché l'egoismo è la risposta immediata della nostra paura. Ma diventiamo pienamente umani quando scegliamo la via di Camus: resistere all'assurdo attraverso l'empatia, ricordandoci che, anche nei momenti più bui, “ci sono negli uomini più cose da ammirare che cose da disprezzare”. 
 
Ecco, su quest’ultima sua affermazione avrei da discutere, non ne sono più così sicura… Forse Camus non aveva fatto i conti con il nostro presente, o forse aveva un'indulgenza che a me, a furia di guardare il mondo, a volte manca. Ma tant'è: se la bontà è una scelta e non un dato di fatto, allora vale la pena portarsela dietro, anche quando gli uomini ci mettono tutto l'impegno per farci cambiare idea.


28 ottobre 2026

L’arte di non sapere: piccola apologia della libertà.

A un certo punto della vita ci si fanno delle domande, o almeno io me ne faccio tante. Mi faccio tante domande su me stessa perché non si finisce mai di conoscersi a fondo ed è già una cosa molto complicata, ma anche perché mi accorgo di non sapere quasi niente rispetto a tutto lo scibile umano. Ma la cosa meravigliosa è che ne sono perfettamente consapevole e, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, sono pure contenta di non sapere.

L'altro giorno, per esempio, un amico mi ha lasciato un commento sul post precedente citando la "tautologia". Parola che sa di marmo e di cattedra. Io non ho la minima idea di cosa sia. E anziché fingere di capire, come avrei fatto a vent’anni per non sfigurare, gli ho semplicemente chiesto: "Scusa, ma che roba è?". Aspetto ancora la risposta, nel frattempo però ci ho riflettuto  sopra.

Perché per anni ho vissuto sotto il giogo di quel comitato di sorveglianza invisibile, parenti, conoscenti, passanti o persino me stessa, che si aspettavano coerenza, risposte pronte e un'opinione su qualsiasi cosa. Guai a deluderli! Dovevo essere saggia, informata, inflessibile, magari pure con la soluzione ai problemi del condominio e del PIL globale. E così, per quieto vivere, finivo per recitare la parte del tuttologo irreprensibile, imbullonato a un'armatura pesante il doppio del necessario pur di non sentire il giudizio altrui. Una fatica immane, roba da farsi venire la cervicale cronica solo a pensare a quanta energia buttavo per sembrare perfetta agli occhi di chi, diciamoci la verità, aveva i miei stessi identici vuoti, se non peggio.

Poi, fortunatamente, il tempo mi ha fatto la grazia di una salutare sbadataggine. Sono arrivata a un'età in cui le aspettative altrui le prendo come una useless box: carina ma inservibile. Mi guardo indietro e mi scappa da ridere pensando a quante volte mi sono preoccupata di cosa avrebbero pensato se avessi osato dire un candido "non ne ho la minima idea".

Ed è qui che ho riscoperto quel vecchio saggio di Socrate. Lui forse intendeva un pensiero un po' più profondo e non ha mai dovuto compiacere nessun comitato di sorveglianza, ma per una volta lasciatemelo prendere alla lettera: quel famoso “so di non sapere” smette di essere una massima da manuale e diventa il cartello definitivo da appendere fuori dalla porta: "Attenzione, qui non si danno risposte e non si finge di sapere".

Ammettere candidamente la propria ignoranza di fronte ai paroloni è una forma di anarchia dolcissima. Significa togliere la fatica di mettersi in cattedra. Alzo le spalle, sorrido con aria beatamente vuota e rispondo:"Questo non lo so proprio, spiegamelo tu".
Niente più recite per compiacere il pubblico, niente più ansia da prestazione sociale. Resta solo il lusso sottile di camminare leggera, guardando il mondo con la curiosità di chi non deve dimostrare niente a nessuno.

In fondo, la vera sovversione è proprio questa: deludere le aspettative altrui con un sorriso e scoprire che il cielo non cade affatto. Anzi, si respira molto meglio.


21 ottobre 2026

Albert Camus, Maria Casarès e il privilegio di un amore sospeso.

Conosco Albert Camus, ho attraversato parecchie sue pagine, ho raccolto le sue filosofie, la sua idea di assurdità e di rivolta. 
Poi, nell'infinito archivio della rete, questa fonte inesauribile che a volte restituisce tesori dimenticati, mi sono imbattuta in un frammento della sua vita che non conoscevo: la storia del suo amore con Maria Casarès. Leggere di loro due non è stato come sfogliare una semplice pezzo di biografia. È stato come riconoscere una frequenza emotiva profonda e universale che ha calamitato la mia attenzione (e se qualcuno ha letto qualcosa in questo mio diario virtuale sa perché).
 
Quando si sono incontrati nella Parigi del 1944, lei aveva ventuno anni, lui trentuno. Il loro legame è nato sotto il segno dell’impossibilità, sospeso su un abisso di eventi storici, impegni e distanze. Eppure, quel sentimento si è trasformato in un’architettura meravigliosa e segreta. 
 
Chi guarda da fuori parla spesso di "amore impossibile" con una punta di commiserazione. Ma chi vive o ha vissuto un legame simile sa che l'impossibilità non è sempre una condanna: a volte è il guscio che protegge l'essenziale dal rumore del mondo.
 
Non sono stati i giorni condivisi a definire Albert e Maria, ma le parole che si sono scambiati. Più di ottocento lettere scritte nell'arco di quindici anni testimoniano una verità profonda: quando due anime non possono toccarsi nella quotidianità, la scrittura smette di essere comunicazione e diventa corpo vivo. Nelle loro lettere c'è il battito febbrile dell'attesa, la cronaca dei giorni, la gelosia e la fatica. Per Camus, Maria era "L’Unica"; per Maria, Albert era il baricentro dell'esistenza. Scriversi era un modo per costruirsi una stanza segreta dove l'amore potesse respirare in totale libertà.
 
Chi non ha mai vissuto una passione simile crede che la distanza consumi il desiderio. Ma è vero il contrario. L'attesa affina i sensi, rende ogni parola un evento. La parola scritta diventa l'àncora a cui aggrapparsi per non andare alla deriva, la prova tangibile che ciò che si prova è la cosa più reale che si possiede.
C’è una grazia speciale nel rifiutare il rammarico per ciò che non si è potuto vivere, scegliendo di celebrare ciò che è stato. L’impossibilità porta con sé un dono paradossale: la protezione dall’erosione del tempo.
Gli amori vissuti nella norma devono affrontare l'usura dei giorni e i compromessi della routine. Un amore "sospeso", invece, resta incorruttibile. Non declina, non invecchia. Mantiene intatta la sua natura incandescente e pura, diventando un punto di riferimento immobile dentro l'anima.
 
Guardando a storie come quella di Albert e Maria, si comprende che la vera bellezza di certi legami risiede proprio nella loro forma: imperfetta per il mondo, ma assoluta per chi la vive. Non si avverte il bisogno di chiedersi come sarebbe stato se fosse stato "possibile".
 
Non tutti i sentimenti nascono per compiersi nella quotidianità. Alcuni esistono per attraversare le stagioni della vita senza perdere un solo grado del loro calore, ricordandoci che la misura di un amore non sta nella sua durata terrena o nella sua presenza fisica, ma nella forza indelebile con cui riesce a illuminare un'esistenza.

 

20 ottobre 2026

Il desiderio di fuga e il coraggio di esse se stessi.

"Esci dalla storia che ti trattiene. Entra nella nuova storia che sei disposta a creare". (Oprah Winfrey)
 
Chiacchierando con un amico che frequento da parecchi anni e che mi conosce molto bene, abbiamo ripercorso alcune tappe della nostra vita e io gli ho raccontato il momento in cui sono scappata di casa. Avevo 48 anni e "scappata" non è un eufemismo. Un giorno me ne sono andata senza portarmi niente appresso, buttandomi tutto alle spalle (e in quel "tutto" c'era un marito, dei figli adulti, un padre anziano, il lavoro e il giudizio della gente). 

E' stato parecchi anni fa, un momento difficile in cui i problemi si accavallavano giorno dopo giorno fino a soffocarmi e c’era un pensiero fisso che mi accompagnava: volevo cambiare, non volevo più vivere la vita che stavo vivendo, e fuggire era l'unico modo per abbattere tutti gli ostacoli che me lo impedivano. Una vita diversa, meno incasinata, ma soprattutto la vita che volevo io, non quella che gli altri continuavano a impormi o ad aspettarsi da me. Quel mio desiderio derivava dal sentirmi male nei panni che indossavo, dall'esigenza di essere me stessa, sbagliata o giusta che fossi; era una vera e propria ribellione. 
Alla fine l’ho fatto. Non sono andata molto lontano in termini di chilometri, ma ho percorso tutta la distanza necessaria per riuscire, passo dopo passo, facendo errori madornali e rompendomici la testa, a costruirmi la vita che desideravo davvero. 
Ripensando a quel periodo, mi è venuto spontaneo guardarmi intorno. E ho notato una cosa: di gente che vorrebbe fuggire ce n’è tanta. Ma sopra ogni cosa, so che ci sono tantissime donne che provano esattamente questo. Magari non lo confessano nemmeno a sè stesse, ma ci sono. Donne di ogni età che accarezzano l'idea di piantare tutto, fare le valigie e ricominciare da zero. Ma come mai accade così spesso, e in modo così viscerale, proprio a noi donne? Per una donna, la trappola del "dover essere" è storicamente più stretta e soffocante. Fin da piccole veniamo educate all'empatia, all'accudimento, all'armonia familiare e sociale. Ci viene insegnato, quasi sottobanco, che il nostro valore si misura da quanto riusciamo a far funzionare le cose per gli altri: la famiglia, la casa, i figli, i genitori anziani, il lavoro. Ci ritroviamo così a indossare ruoli che ci vengono cuciti addosso giorno dopo giorno, fino a non capire più dove finiscano i doveri verso gli altri e dove inizi la nostra vera identità. Diventiamo il perno di meccanismi complessi, ma a costo di annullarci. E quando ci si rende conto che in quella vita "perfetta" o "doverosa" la nostra felicità è stata messa nell'ultimo cassetto, l'impulso di spezzare la gabbia diventa travolgente. 
Quando è una donna a voler fuggire, la società tende subito a farla sentire in colpa. Se a desiderare la libertà è un uomo, spesso viene compreso come uno "spirito libero" o una crisi passeggera. Se lo desidera una donna, viene scambiata per egoismo, leggerezza o ingratitudine. Ma la verità è un'altra: voler ricominciare da capo non è un atto di egoismo, è un atto di pura sopravvivenza e di responsabilità verso se stesse. È il momento in cui una donna decide di non essere più solo la comparsa o il supporto nella vita altrui, ma la protagonista della propria storia. È il rifiuto di lasciarsi spegnere lentamente dal peso di una quotidianità che prosciuga ogni energia. 
C'è un equivoco legato al ricominciare: si pensa sempre che serva un biglietto di sola andata per un'isola lontana. In realtà, la distanza più difficile da coprire non è geografica, ma interiore. Quando me ne sono andata, non ho preso un volo transoceanico. Ho solo tagliato i fili invisibili del "si deve fare così" e del "cosa dirà la gente". Ho imparato che per una donna ricominciare significa prima di tutto riappropriarsi dei propri spazi, del proprio tempo, del diritto di dire dei "no" senza sentirsi in colpa e di fare spazio a quella libertà essenziale che troppo spesso le viene negata. Ricominciare da zero spaventa perché ci priva di certezze consolidate, per quanto soffocanti fossero. Per una donna significa spesso affrontare giudizi più severi, contrasti di ogni tipo, sguardi di incomprensione e la fatica quotidiana di ricostruirsi in autonomia. Ma c'è una bellezza indicibile nel momento in cui ti guardi intorno e riconosci che la tua giornata, il tuo spazio, le tue scelte e persino il tuo silenzio ti appartengono per davvero. 
A tutte le donne che oggi guardano fuori dalla finestra e sognano di fuggire, vorrei dire solo questo: quel desiderio non è sbagliato e non siete voi ad essere "sbagliate". È la vostra parte più autentica che vi sta chiedendo di smettere di salvare tutti, fuorché voi stesse. E non serve andare ai confini del mondo per darle ascolto: basta fare il primo passo verso la propria libertà.


16 ottobre 2026

Chi ha detto che le storie e le domande non sono sovversive?

Questo blog ha un sottotitolo: "blog semiserio con tendenze sovversive". 
Ultimamente qualcuno mi ha fatto notare, con affetto o con una punta di nostalgia forse, che non scrivo più di politica, di cronaca o dei grandi fatti del mondo come facevo una volta. E mi chiedono: “Ma allora quel sottotitolo ha ancora senso?” 
La risposta è: sì, oggi più che mai.
C’è stato un tempo in cui commentare l’attualità mi sembrava il modo migliore per stare nel mondo della rete, commentare, arrabbiarmi e contestare. Poi ho capito una cosa: la cronaca corre, grida, scade nell’arco di ventiquattro ore e spesso ci lascia esattamente dove ci ha trovati, soltanto più stanchi e frastornati.
Oggi la mia sovversione ha cambiato forma, ma non intenzione.
Credo sia sovversivo fermarsi a riflettere. Credo che sia sovversivo porsi domande scomode, indagare i sentimenti, esplorare la solitudine, le crepe e le pieghe dell’animo umano in una rete che ci vorrebbe sempre veloci, leggeri, performanti e omologati. Inventare storie, usare l’immaginazione, dare corpo a personaggi, intrecciare destini e creare mondi che non chiedono il permesso alla realtà di esistere. Questo credo sia sovversivo. La narrativa e la riflessione intima per me non sono una fuga: sono uno sguardo obliquo e profondo sul mondo, spesso molto più sincero di tanti commenti di cronaca o editoriali del giorno.
E poi c’è quel “semiserio” che tiene insieme tutto: ho la presunzione (perdonatemela) di avere la capacità di conservare l’ironia, il disincanto e, soprattutto, almeno qui in questo spazio solo mio, la libertà assoluta di cambiare rotta.
Non ho firmato un contratto di fedeltà con i dibattiti del momento. Il mio blog vive con me, cambia con me e si nutre di ciò che mi muove dentro.
Quindi sì, questo spazio resta profondamente sovversivo. Solo che invece di inseguire il rumore di fondo della cronaca, preferisco farmi domande e scavare dove il rumore non arriva.


15 ottobre 2026

Di amiche, di uomini e di filtri naturali.

Oggi mi è venuta in mente una di quelle domande che, ogni tanto, mi bussano alla testa. 
Guardo la mia vita di adesso. Sono una donna attempata, single da tempo e pensionata. Non mi sento "vecchia". Passo le giornate a scrivere, a leggere, a camminare, a occuparmi del mio tempo e di me stessa. Ho la fortuna di avere una vita piena, ho tanti amici, mi sento serena, abbastanza equilibrata e, insomma, credo di cavarmela con un po' di sale in zucca.
Eppure c'è una piccola curiosità che mi accompagna da sempre e riguarda proprio questi amici con cui mi accompagno per passare qualche bel momento: sono quasi tutti uomini.
Le mie amiche donne si contano sulle dita di una mano, e ne avanzano. E la cosa singolare è che io per le donne nutro una solidarietà profonda. 
Io, in prima persona, mi sono scontrata spesso e duramente con gli stereotipi patriarcali che ancora purtroppo insistono tenaci, e guardo al mondo femminile con affetto e rispetto. Non mi definisco una femminista delle più arrabbiate ma sicuramente sto dalla parte delle donne.
E allora perché il mio piccolo mondo relazionale finisce quasi sempre per tingersi di azzurro?
Sia chiaro: non mi crea alcun disagio. Non sento alcun vuoto da colmare né la necessità di cercare a tutti i costi una complicità al femminile. Però la mente è curiosa, e mi sono chiesta se, in fondo, non sia il mio modo di essere a creare una certa distanza con le altre donne.
Ripensandoci, forse è semplicemente una questione di frequenze.
Con gli uomini (quelli che hanno superato la mia durissima selezione), mi sono spesso trovata a mio agio grazie a una comunicazione più lineare, diretta, a volte più leggera. Ci si incontra, si beve un bicchiere, si parla di un libro, di un'idea, ci si confronta senza troppi strati emotivi in mezzo e poi ognuno torna ai propri spazi. Forse è solo una mia pigrizia, o forse una naturale inclinazione verso un certo tipo di semplicità nei rapporti.
Certo, la vita mi ha insegnato a bastarmi parecchio, a godermi la solitudine senza vederla come un problema. E mi rendo conto che non tutti vivono i legami allo stesso modo. A volte, certe dinamiche sociali più tradizionali, quelle fatte di consuetudini, di condivisioni quotidiane o di piccoli riti di paese, mi risultano semplicemente estranee, e immagino che, specularmente, il mio modo di vivere un po' in autonomia possa risultare altrettanto distante per gli altri.
Insomma, non c'è nessuna colpa da attribuire né a me né a nessun altro. Alla fine, credo che le amicizie si compongano da sole, seguendo correnti invisibili. 
Non è una regola fissa, solo il mio modo di inciampare, o di planare, sulle persone giuste per me.
Ecco, almeno a questa domanda mi sono data una risposta. Ne rimangono altre mille, ma a quelle ci penseremo..😊