30 agosto 2026

Il faro.

 


E’ così, non ci posso far niente: in questo periodo ho voglia di favole, di bellezza e di buoni sentimenti. Forse è un modo per esorcizzare tutta la crudeltà di questo mondo che sta andando in rovina. O forse perché da eterna illusa credo ancora nella bontà e non riesco a rassegnarmi a parlare della realtà che non mi dà modo di esprimere la bellezza che insisto a cercare nell’animo umano. Così mi invento delle storie che hanno il sapore delle favole perché ormai solo nelle favole si trova quella sensibilità che sembra perduta. È da questo contrasto dell'anima che stamattina mi è venuta voglia di scrivere questa storia pensando a una cosa che per me ha sempre avuto un fascino rassicurante e un significato preciso.

Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia, ma alla parte più intima della nostra anima. Per me, il faro è sempre stato uno di questi: un fascino antico, una presenza magnetica capace di riassumere in sé due dei sentimenti più profondi della vita: la salvezza e l'isolamento. Muto e fiero in mezzo alla tempesta, il faro rappresenta l'àncora a cui aggrapparsi quando tutto attorno crolla, la luce che ti dice "sei in salvo, sei arrivato a casa". E allo stesso tempo racchiude una solitudine immensa, fatta di pietra e vento, un'esistenza spesa ad illuminare il cammino altrui restando però sempre fermo lì, al margine del mondo.

 

La tempesta sputava fulmini e schiuma nera, avvolgendo il mare in un abbraccio di pura furia. In mezzo a quell'abisso scatenato, una piccola barca di legno lottava per non farsi inghiottire, come una foglia smarrita dentro un vortice d'ombra. A bordo, il marinaio non combatteva più solo contro le onde, ma contro il gelo che gli si era insediato nel petto: la sensazione atroce che la notte non avrebbe mai più lasciato posto all'alba.

Poi, nel punto più profondo del buio, nacque il miracolo.

La Luce del faro non si limitò a fendere i flutti; si srotolò sulla superficie dell'acqua come un tappeto di sole fuso. Non era un semplice bagliore, ma un abbraccio di calore e di vita che arrivò a toccare il legno stremato dello scafo. Nel momento esatto in cui il raggio avvolse la barca, il tempo parve rallentare il suo corso furioso.

Il marinaio alzò lo sguardo e provò qualcosa che aveva dimenticato: una gratitudine così densa da far tremare le ginocchia. La Luce gli parlava senza parole, sussurrandogli che l'isola era lì, che la terraferma lo stava aspettando e che nessuna tempesta è grande abbastanza da spegnere la speranza di chi cerca la via di casa. Guidata da quella stella di pietra piantata tra le rocce, la barca scivolò tra i frangenti e trovò la quiete della baia, posandosi sulla sabbia come un'onda stanca.

Da quella notte, la Luce e la barca rimasero legate da un filo invisibile. Ogni sera, quando il cielo si tingeva di violetto, la Luce tornava a cercarla con il suo raggio più dolce, quasi a volerne accarezzare il legno per accertarsi che fosse ancora al sicuro. E la barca, dondolando piano al riparo del molo, le rispondeva con il cigolio sommesso dei suoi ormeggi, come un vecchio amico che sussurra il suo grazie prima di addormentarsi.

Tra di loro non servivano parole: la favola era tutta lì, nel coraggio di chi affronta il mare e nella generosità di chi resta acceso a fare da guardia ai sogni altrui.

 

24 agosto 2026

Un viaggio nell’utopia. Fantasie su un’umanità possibile.


Questo racconto nasce da un'ossessione: l'idea che uguaglianza, giustizia e pace non siano utopie ingenue, ma scelte economiche e strutturali applicabili al nostro mondo. Ho immaginato il futuro all'interno di una comunità che ha deciso di riorganizzare l'esistenza attorno alle necessità umane anziché al profitto.

 

 

 

Il cambiamento era iniziato cinquant'anni prima, dopo l'ultima grande crisi climatica e finanziaria. La città era ormai silenziosa, priva del traffico a cui erano abituati i nostri nonni, e integrata con la natura grazie a edifici in bio-mattone e pannelli solari di ultima generazione.

Al centro del quartiere sorgeva un grande emporio, una struttura automatizzata e luminosa, costruita in legno lamellare e ampie vetrate che la rendevano più simile a una piazza coperta che a un magazzino. Qui venivano stipati i prodotti agricoli locali e i beni di prima necessità. Non c'erano casse, né tornelli, né cartellini con i prezzi: in questa società il denaro era stato superato. L'accesso a questi prodotti fondamentali era universale e basato sul bisogno. Le porte erano sempre aperte e prive di serrature: il concetto di furto aveva perso significato nel momento in cui l'accesso ai beni era garantito. L'emporio non era soltanto un punto di distribuzione, ma un crocevia sociale dove ci si incontrava per scambiare due parole, lasciare messaggi sul tabellone delle attività di quartiere o semplicemente prendersi il tempo di scegliere ciò di cui si aveva davvero bisogno per la giornata.

Marco, un giovane analista, osservava con una smorfia di incredulità i vecchi dati del primo ventennio del duemila scorrere sul grande schermo olografico del suo tablet. Accanto a lui, con una tazza di infuso tra le mani, c'era Gianna, una storica e sociologa del cambiamento che quei decenni di transizione l’avevano vista muoversi a fatica tra le pieghe della storia.

I grafici mostravano curve vertiginose: indici di rendimento finanziario che salivano verso l'alto mentre, sulla stessa linea temporale, le curve del benessere sociale e dell'accesso alla casa precipitavano verso il basso.

«Gianna,» disse Marco rompendo il silenzio, senza distogliere lo sguardo dalle cifre redatte quasi mezzo secolo prima. «Non riesco davvero a capire. Come facevano le persone del passato a tollerare che la speculazione sui beni di prima necessità lasciasse migliaia di cittadini per strada? Com'era possibile che l'emergenza abitativa o il costo del cibo fossero considerati "normali oscillazioni di mercato"?»

Gianna posò lentamente la tazza sul tavolo di legno chiaro e sospirò, guardando il giovane collega con una punta di indulgenza.

«Era un errore di sistema, Marco,» rispose piano. «Oppure, se preferisci, una deviazione prospettica. Nella vecchia economia, il valore di un bene non dipendeva dalla sua utilità reale o dal suo significato per la vita umana, ma solo dalla sua scarsità relativa. Di conseguenza, il sistema stesso incentivava a creare artificialmente la scarsità: si razionava l'accesso, si accumulavano immobili vuoti e si speculava sui raccolti solo per generare profitto.»

Marco scosse la testa, sfiorando uno dei grafici che evidenziava il tasso di povertà di un anno a caso negli anni Venti. «Ma la gente non vedeva l'assurdità di tutto questo?»

«Quando sei dentro una gabbia culturale da generazioni, finisci per credere che le sbarre siano leggi della fisica,» spiegò Gianna. «L'ansia per la sopravvivenza era il vero motore di quel modello. Le persone accumulavano in modo compulsivo non necessariamente per avidità, ma per una viscerale paura della povertà. Quando le comunità locali hanno finalmente sottratto i beni primari alle borse valori, garantendone a tutti l'accesso tramite la gestione comune, l'architettura psicologica della società è cambiata. Venuta meno la paura del domani, la corsa all'accumulo ha semplicemente perso ogni senso.»

 Il giorno seguente, i due si spostarono verso il villaggio tecnologico, un complesso luminoso perfettamente incastonato tra il verde della collina e le strutture a basso impatto ambientale. I laboratori e le officine erano alimentati a idrogeno verde e geotermia, con ampie vetrate che lasciavano entrare la luce naturale e tetti giardino che regolavano la temperatura degli ambienti. L'atmosfera era distesa, scandita da un ritmo umano: i turni di lavoro, gestiti in autonomia dai gruppi di ricerca, non superavano mai le quattro ore giornaliere.

Marco osservava un'ingegnera intenta a calibrare un braccio robotico per la stampa di moduli abitativi isolanti. Non c'erano supervisori a controllare i tempi, né schermate di monitoraggio della resa individuale.

«Lavorano senza la pressione di un badge aziendale o l'ansia del licenziamento,» osservò Marco, lasciando scorrere lo sguardo sulle postazioni luminose dove si alternavano volti sereni di ogni età. «Nel mondo del passato, gli economisti avrebbero detto che senza il ricatto del bisogno la gente smette di produrre. Perché invece qui la produttività non crolla?»

«Perché abbiamo finalmente capito che la tecnologia serve a liberare tempo, non a licenziare le persone per tagliare i costi,» spiegò Gianna, appoggiandosi alla balaustra che affacciava sul laboratorio principale. «Nel vecchio sistema, se un'innovazione permetteva a una macchina di sostituire dieci operai, la macchina rimaneva al proprietario e gli operai andavano in miseria. Era un assurdo logico: il progresso tecnico produceva disoccupazione e disperazione anziché benessere.»

Gianna fece un cenno verso l'ingegnera al lavoro. «Oggi, quando l'automazione riduce il carico di lavoro, quel margine si traduce immediatamente in tempo restituito alla vita. Quella lavoratrice guadagna ore preziose per studiare, stare con la famiglia, fare arte o dedicarsi alle proprie passioni. E il lavoro ha smesso di essere una condanna ed è diventato un atto spontaneo di responsabilità civica. Questa ingegnera produce con cura perché sa che i suoi componenti serviranno a costruire nuove case ecologiche per tutti, compresa la sua comunità, non per arricchire un consiglio di amministrazione o far salire le azioni in borsa.»

Il viaggio proseguì verso una struttura circolare in vetro e legno: il palazzo di giustizia. Ma non era il tribunale vecchio stile con libroni di codici e leggi che impartivano punizioni e non c’erano forze di polizia militarizzate. C’erano semplicemente dei tavoli intorno ai quali ci si sedeva e ci si parlava privi di aggressività. «Nessun giudice che emette una sentenza d'ufficio?» chiese Marco.

«La vecchia giustizia presupponeva che ci fosse un colpevole da isolare e una vittima da risarcire, senza risolvere il problema alla radice.» rispose Gianna. «Oggi ha smesso di essere un apparato punitivo ed è diventata un atto collettivo di cura e ripristino dell’equilibrio. Anche se, grazie al libero accesso alle forniture di beni essenziali, i reati legati alla miseria, all'avidità o alla disuguaglianza di classe non esistono più, i conflitti non scompaiono del tutto, perché restano le fragilità umane, i malintesi e i traumi. Cambia però radicalmente il modo di affrontarli. Ci si siede allo stesso tavolo finché i dati e la comprensione reciproca non generano una soluzione collettiva. E’ la comunità stessa che si interroga sempre su quale mancanza di supporto possa aver favorito il verificarsi di un danno, assumendosi una quota di responsabilità collettiva. La pace non è l'assenza di contrasti, Marco. È la capacità di risolverli senza l'uso della forza o del ricatto economico. In questo scenario la giustizia non è più uno strumento di controllo esercitato dall’alto, ma un patto di fiducia con cui una comunità libera sceglie di custodire la propria armonia.»

Il viaggio era concluso. Dalla terrazza della sede centrale, dove il vento portava il profumo dei boschi ripiantati lungo i vecchi assi stradali, Marco spaziava con lo sguardo sulla vallata. La città si stendeva sotto di loro completamente trasformata: un mosaico armonioso di tetti verdi, corsi d'acqua rinaturalizzati ed edifici integrati nell'ecosistema, privi del brusio metallico e dell'aria pesante che avevano caratterizzato il secolo precedente.

Eppure, nonostante la bellezza di quella vista, il suo pensiero rimaneva teso verso i dati che continuavano a scorrere sul suo tablet. Le mappe termiche mostravano ancora ampie zone del pianeta contrassegnate da sfumature critiche: regioni dove la transizione procedeva a fatica e vecchie strutture si ostinavano a resistere.

«Questo sistema funziona qui, Gianna,» disse Marco con una sfumatura di inquietudine nella voce. «I nostri indicatori di benessere, risorse e coesione sono stabili. Ma in altre parti del pianeta ci sono ancora milioni di persone intrappolate in contesti basati sui confini militarizzati, sullo sfruttamento delle risorse e su una disuguaglianza cronica. Come possiamo aiutarle davvero? Non rischiamo di rimanere un'isola felice indifferente al resto del mondo?»

«I sistemi tossici non si abbattono con la forza o con le armi, Marco,» rispose Gianna, rimanendo al suo fianco a fissare l'orizzonte. «Ogni volta che in passato si è cercato di esportare un modello con la coercizione, si sono riprodotti gli stessi meccanismi di sopraffazione che si pretendeva di combattere. I vecchi paradigmi si rendono obsoleti mostrando un'alternativa migliore, solida e riproducibile, che funziona nella realtà di ogni giorno.»

Gianna posò con delicatezza una mano sulla spalla del giovane analista. «Noi condividiamo questi dati in rete, liberamente, senza brevetti né segreti industriali. Rendiamo pubblici i codici di gestione, i progetti delle tecnologie pulite e le metriche di distribuzione. Dimostriamo al mondo intero che un'esistenza basata sulla cooperazione non è un sogno ingenuo, ma una scelta economicamente e strutturalmente possibile. Il resto dipende dalla consapevolezza di chi, al di là di quelle frontiere, decide di fare il primo passo per riprendersi il proprio futuro.»

21 agosto 2026

La grande quercia e la luna.


Quando ero piccola vivendo in campagna adoravo salire sugli alberi, anche se mia madre me lo proibiva continuamente: aveva un terrore folle che mi facessi male (come infatti succedeva spesso). Ma io non mi preoccupavo di cadere o di graffiarmi: quando abbracciavo i rami e mi lasciavo sfiorare dalle foglie, avevo l’impressione che fosse l’albero stesso a proteggermi. Avrei voluto costruirmi un rifugio su quelle braccia di legno, un posto tutto mio dove far vivere le mie fantasie.
Ce n’era uno in particolare dove mi inerpicavo quasi ogni giorno: un’imponente quercia al centro della radura. Era così vecchia che nessuno in paese ricordava quando fosse stata piantata. Ci si saliva con facilità grazie ai nodi della corteccia, appigli naturali che portavano dritti ai rami più alti, quelli che salivano fin quasi ad accarezzare il cielo.
Una volta ero riuscita a portare su una coperta di nascosto; l’avevo stesa tra due rami incrociati e mi ci ero addormentata. Non ci rimasi a lungo: se sparivo, tutti sapevano dove cercarmi. Così, seppure a malincuore, scesi al richiamo di mia madre. Fu proprio mentre mi calavo lentamente che notai un dettaglio mai visto prima: un incavo profondo nel tronco, incastrato tra la biforcazione dei rami. Mi sporsi e scorsi il bagliore scuro di una scatola di latta. Non la presi subito. Volevo tenerla per me,come fosse un segreto. Così decisi di tornare più tardi, nel pomeriggio, quando la casa cadeva nel sonno della controra.
E così feci. La scatola era piccola, con il coperchio decorato da un intreccio di "non ti scordar di me". Erano quei fiorellini azzurri che raccoglievo lungo le siepi, ma che una volta recisi appassivano in un soffio.
Stringendo il metallo arrugginito sotto la maglietta, corsi in camera mia. Aprirla fu difficile, ma la ruggine alla fine cedette. Dentro c’erano lettere ingiallite. Aprii la prima: una scrittura fitta e ordinata riempiva le due facce del foglio. In calce, una firma: Davide. Chi era? Non avevo mai sentito quel nome in famiglia. Cominciai a leggere.


14 ottobre 1935
Mia cara,
Ti scrivo da qui, all’ombra della nostra quercia. Il sole di metà autunno scalda ancora le foglie, ma io sento già addosso un freddo diverso, che non ha nulla a che fare con la stagione.
In paese non si parla d’altro. Al circolo dicono che è arrivato il momento di fare il nostro dovere, che la Patria chiama e che oltre il mare ci aspetta un destino di gloria. Ma io non vedo alcuna gloria: vedo soltanto la polvere e il sole bruciante di una terra lontana di cui non so nulla, dove ci mandano con una divisa nuova e un fucile in spalla. Dicono che sarà una cosa breve, pochi mesi per conquistare un impero, ma nei loro occhi ho visto soltanto la fretta di chi deve obbedire senza fare domande.
Non ho avuto il coraggio di dirtelo a voce ieri sera. Vederti sorridere mentre mi parlavi di quel fagottino che porti in grembo e dei nostri progetti mi ha tolto il fiato. Non potevo spezzarti il cuore.
Partiamo lunedì all'alba. La tradotta ci porterà al porto e da lì ci imbarcheremo per l'Africa. Non so quando tornerò, né come. Ma finché avrò forza, conserverò la memoria del tuo viso come si conserva l'unica luce in mezzo a una notte tempestosa.
Se sarai tu a ritrovare questa scatola, sappi che l'ho nascosta nel nostro posto sicuro perché il mondo là fuori sta diventando troppo piccolo per la verità. Oltre a queste righe ti lascio un piccolo fiore essiccato: guardalo quando sentirai la mia mancanza.

Tuo per sempre,
Davide

Un nome mai sentito, ma la data la conoscevo bene dai libri di scuola. 
Frugai ancora nella scatola. Trovai una seconda lettera:

12 novembre 1935

Davide mio,

Ieri sera la luna era così grande sopra la radura che sembrava di poterla toccare salendo sui rami più alti. Ho tenuto la tua lettera sul petto finché la carta non si è scaldata.
In paese dicono che siete partiti per una terra lontana, dove la terra brucia e il cielo è di ferro. Dicono che è la guerra. Ma io non voglio sentire quelle parole, Davide. Io alle loro guerre non ci credo. Quando mi chiedono di te, dico solo che sei andato via con la luna: soltanto lei poteva essere così forte da strapparti da me e dalla nostra piccola che sta aspettando di sorriderti.
Ti lascio questo foglio nella nostra scatola. So che passerai a prenderlo, magari in una notte limpida. Ti aspetterò qui. E fino a che non ti rivedrò, scriverò ogni notte.

 Poi una cartolina consumata:

Oltre il mare, 1936

Nostra Signora della Quercia,

Qui la notte non ha alberi sotto cui ripararsi. La polvere entra nei polmoni e il sole di giorno brucia persino la memoria di casa. Ma quando spunta la luna sopra la distesa di sabbia, il rumore dei fucili tace.
Vedo la luna e so che la stai guardando anche tu insieme alla nostra bambina. È il nostro unico filo. Se non dovessi tornare prima dell'ammasso del grano, voi continuate a guardare lassù. Tornerò solo quando lei mi darà il permesso.

In fondo alla scatola c'era un taccuino di tela consumata, fittamente riempito di date e fasi lunari. L'ultima annotazione risaliva a molti anni dopo la fine del conflitto:

14 maggio 1948

Stasera la luna è piena. So che sei venuto a trovarmi mentre dormivo. Ho sentito le tue mani fredde sulle mie. Colpa della luna, Davide. Solo colpa della luna.



Ed ecco che improvvisamente mi tornò in mente un vecchio racconto di mia nonna su suo padre: l'uomo che non aveva mai conosciuto e che se n'era andato lasciando sola la mamma. La nonna non mi aveva mai parlato di soldati o di guerre. La sua era una storia bellissima e malinconica, una favola legata alla luna.
Diceva che suo padre se n'era andato in una notte di luna piena, affascinato da quella luce che fa impazzire gli uomini. Aveva abbandonato tutto per inseguire quel bagliore che scompare per poi ritornare, a volte nascosto, a volte così palese da far invidia al sole. La madre, pur amandolo, non piangeva. "Ritornerà" diceva, "ritornerà con la luna, perché la luna ritorna sempre". E ogni notte scriveva alla luna per supplicarla di restituirle il suo amore.
Raccontava che passarono gli anni e la donna si ammalò. Una notte la luna, accorgendosi di quel silenzio inusuale, volle scendere a vedere: la trovò stesa sul letto, fragile e pura come una rosa addormentata. E fu allora che l'uomo ritornò. La guardò in quel letto da Biancaneve, le prese le mani, le sussurrò parole che nessuno poté sentire e poi svanì di nuovo nell'ombra. Il giorno dopo lei aprì gli occhi, mormorò "Colpa della luna", e li richiuse per sempre.

Tutti i pezzi del puzzle andarono a posto. Davide era il mio bisnonno, inghiottito dalla campagna d'Africa del 1935. La favola della luna non era altro che il velo pietoso con cui mia nonna aveva spiegato la perdita senza pronunciare le parole guerra e morte. E il presunto ritorno dell'uomo nella notte assumeva ora un significato struggente: un amore portato sempre nel cuore a cui aveva rivolto gli ultimi respiri. 
Capii perché la quercia mi era sempre sembrata un luogo vivo e protetto: non era soltanto il mio rifugio da bambina, ma il portalettere di legno che per decenni aveva custodito il dialogo tra la mia bisnonna e il suo soldato.

Nascosta la scatola sotto la maglia, scesi in cucina. La nonna era seduta vicino alla finestra, la luce del tardo pomeriggio le illuminava le mani intente a sgranare piselli in una ciotola d'alluminio. Tloc, tloc, tloc.
Mi sedetti accanto a lei, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Nonna?»
«Dimmi, anima mia» rispose senza alzare gli occhi, ma le sue dita rallentarono.
«Mi racconti ancora di quando tuo padre se n'è andato con la luna?»
La nonna fermò le mani. Un baccello rimase aperto a metà. Si voltò lentamente e nei suoi occhi chiari scorsi un'ombra antica che non avevo mai saputo decifrare.
«Sei diventata grande per le favole» disse con un sorriso tenue. «E poi te l'ho detta mille volte.»
«Sì, ma mi piace» insistei. «È che oggi pensavo... ma la luna, quando se lo portava via, gli dava almeno qualcosa da coprirsi? Tipo una divisa? O faceva caldo dove andava?»
La nonna restò immobile. Il silenzio nella stanza diventò denso, pieno del profumo di terra e pomodori. Poi trasse un respiro lungo.
«La luna fa fare cose strane agli uomini» disse piano, con una gravità nuova. «Li veste di cose che non vorrebbero mettere e li manda dove il sole brucia così forte che a volte ci si dimentica persino il proprio nome.»
«E tua mamma?» continuai con il cuore in gola. «Scriveva davvero alla luna?»
La nonna mi prese la mano tra le sue, calde e ruvide. «Mia mamma scriveva a chiunque fosse disposto ad ascoltarla, piccola mia. A volte alle stelle, a volte a un pezzo di carta. E quando le parole erano troppe... le affidava a chi sapeva custodirle senza fare domande.»
Mi guardò con una dolcezza infinita. Non c'era bisogno di nominare la scatola né la quercia: sapeva. Sapeva dove andavo a rifugiarmi e sapeva cosa avevo trovato. Non disse altro. Riprese il baccello e lasciò cadere i piselli nella ciotola. Il segreto era passato di mano.

Uscii di casa prima del tramonto e corsi verso la radura. Non era la solita corsa scapestrata, ma una processione. Tenevo la scatola stretta al petto. Salii sulla quercia fino al ramo più alto, ne estrassi un foglietto e vi scrissi con la mia grafia incerta:

La nonna sa che sei tornato. E la quercia non vi dimenticherà mai.


Infilai il foglietto nella scatola insieme alle vecchie lettere e la spinsi nel profondo della cavità, al riparo dalla pioggia e dal tempo. Poi mi appoggiai alla corteccia e guardai la prima falce di luna spuntare nel cielo.

Sono passati tanti anni da quel giorno. Anni volati via tra le corse e gli impegni della vita adulta, che mi hanno portato lontana dalla campagna. Ma la memoria ha radici profonde.
Sono tornata alla vecchia casa in un pomeriggio di fine ottobre. Mia madre e mia nonna se n'erano andate e io ero lì per preparare la casa alla vendita: un compito che mi pesava sul cuore come un macigno. La cucina era fredda e silenziosa, priva di quel profumo di soffritto e di infanzia.
Senza nemmeno accorgermene, varcai la porta sul retro e mi incamminai verso il campo.
La grande quercia era ancora lì, maestosa e immutabile. Appoggiai la mano sulla corteccia ruvida e avvertii lo stesso brivido di calore che provavo a dieci anni. La mia mano adulta si adattava perfettamente alle rughe del tronco, come se l'albero mi stesse riconoscendo.
Mi arrampicai piano, ritrovando a memoria ogni appiglio. Raggiunsi l'incavo, infilai la mano al suo interno e le mie dita sfiorarono il metallo. Estrassi la scatola: i "non ti scordar di me" erano ancora lì, quasi immuni al tempo. Con le mani tremanti la aprii. Tra le lettere ingiallite e il taccuino trovai il mio foglietto da bambina: 

La nonna sa che sei tornato. E la quercia non vi dimenticherà mai.

Una lacrima mi solcò il viso, ma era una lacrima di pace. Nulla era andato perduto: la guerra, l'attesa della bisnonna, la dolcezza della nonna e la mia infanzia erano ancora lì, intrecciati e protetti dal tronco di quell'albero.
Mi sedetti sul ramo e guardai la vallata mentre il sole tramontava e una pallida luna faceva capolino nel cielo. Sorrisi, riposi il foglietto nella scatola e la spinsi di nuovo nel suo covo profondo.
In quel momento presi la mia decisione: non avrei mai venduto la radura. La grande quercia sarebbe rimasta per sempre il nostro rifugio di famiglia, il posto dove la luna torna sempre a ritrovare chi ha amato.




13 agosto 2026

L'ho fatto!

Ebbene sì. Mi sono auto-pubblicata il mio primo libro, la mia autobiografia, e ora è disponibile online qui. E' un'edizione fatta in modo artigianale, molto semplice e spartana, considerando che è la prima volta che lo faccio e quindi peccherà sicuramente di qualcosa, ma non importa. Spero che i miei eventuali lettori non abbiano pretese di perfezione.

Non so se o quanti ne venderò, ma in fondo non importa: per me essere riuscita a portarlo a termine e a vederlo stampato è già un enorme successo. Intanto ne terrò un po' di copie per me, come semplice e cara testimonianza.

Nel frattempo ne ho già un altro nel cassetto: una storia totalmente inventata, una sorta di favola con risvolti sociali. Per quello, però, aspetto la risposta della casa editrice a cui un caro amico l'ha proposto. Vedremo cosa succederà.

Faccio ancora fatica a definirmi una scrittrice, anche se i miei amici continuano a ripetermelo. Credo che uno "scrittore" sia qualcosa di diverso da me, che scrivo per la pura urgenza e il piacere di esprimere ciò che ho dentro. Lo faccio perché la scrittura permette di guardare i propri pensieri dall'esterno, e la pagina bianca sa accogliere confessioni e verità che spesso non si avrebbe il coraggio di pronunciare ad alta voce.

Poi, è chiaro: la scrittura presuppone sempre un lettore, anche solo ideale o futuro. Si parte da se stessi, come atto di esplorazione interiore e per mettere ordine nella mente, ma si finisce sempre per guardare agli altri, perché la parola scritta è, per sua stessa natura, un ponte.

Jean-Paul Sartre spiegava che l’atto dello scrivere è un vero e proprio "appello alla libertà dell’altro", un patto di fiducia in cui l’autore regala la prima traccia, ma ha bisogno dello sguardo attento del lettore per dare davvero vita all’opera. Per me scrivere significa esattamente questo: trasformare pensieri, memorie e mondi inventati in un ponte gettato verso l'esterno. È l'urgenza di prendere la parola con voce autentica, vivace e senza filtri, lanciando un invito a chi legge a far proprio quel racconto, a vestirlo delle proprie emozioni e a completarlo con il proprio vissuto.

In questo incontro silenzioso tra chi compone la pagina e chi la accoglie, la scrittura smette di essere un esercizio solitario e diventa libertà condivisa, spazio di scoperta e presenza viva.

 


 

05 agosto 2026

Il diritto alla canottiera (e alla mia pelle "vintage")

Quando il termometro decide di sfidare le leggi della fisica, la mia strategia di sopravvivenza è brutale quanto semplice: meno stoffa addosso, più aria sulla pelle. Spalle scoperte, braccia al vento, gambe libere.

Ora, un rapido sguardo allo specchio conferma quello che la carta d'identità dice senza mezzi termini: non ho vent’anni, ne ho quasi settantaquattro. Il mio corpo è una mappa dettagliata del tempo che passa: la pelle segue la forza di gravità e le rughe hanno aperto diversi cantieri su braccia e gambe. Sorpresa! Succede quando si ha la fortuna di invecchiare. Ma a me, francamente, non me ne frega assolutamente nulla.

Eppure, il caldo tira fuori il meglio dell'altruismo umano. L’altro giorno una mia amica (categoria "esperta non interpellata di bon ton") ha sentito il dovere morale di avvisarmi: "Ma non dovresti scoprirti così tanto, non è un bel vedere con tutte quelle rughe...".

La mia risposta è sgorgata immediata e spontanea: "Se vedere il mio corpo non ti piace, è un problema tuo, non mio."

È fantastica questa pretesa per cui, superata una certa soglia anagrafica, una donna debba trasformarsi in una specie di mummia di lino per non turbare la delicata vista del prossimo. Come se l'unico scopo di un corpo fosse quello di essere un soprammobile piacevole alla vista, e non un veicolo con cui andare a passeggio e, possibilmente, evitare un colpo di calore.

Mi spiace deludere i cultori del "copriti che fai brutta figura", ma le mie rughe me le sono guadagnate tutte, una per una. Sono il mio stato di servizio, il saldo di quasi tre quarti di secolo di vita. Perché mai dovrei fare la sauna per risparmiare all'umanità la vista di una pelle non più tesa come un palloncino?

Quindi, caro pubblico, se per strada vedete una signora in canottiera che sfoggia orgogliosamente la sua epidermide "vintage", salutatemi. Se la cosa vi urta, ci sono sempre gli occhiali da sole. O meglio ancora: guardate dall'altra parte.

Io, nel dubbio, continuo a stare al fresco!


 

30 luglio 2026

Scrivere.

Lo so. Tenere in vita un blog è una responsabilità. Bisogna scrivere, altrimenti non vale. Il fatto è che io scrivo, passo ore e ore a farlo, solo che non sto scrivendo qui. 

Tempo fa avevo già comunicato ai miei scarsi lettori che avevo scritto la storia della mia vita e che stavo cercando un modo per metterla in rete senza nessuna ambizione di pubblicarla. Ebbene, quella l'ho messa da parte, è lì, ogni tanto la rileggo, correggo qualcosa e poi la ripongo. Nel frattempo però ho fatto qualcos'altro: mi sono inventata una storia e l'ho sviluppata. Ho scritto un altro libro insomma.

Ecco, questa storia l'ho fatta leggere a qualche amico e sapete che cos'è successo? Che uno di questi amici ha ventilato l'ipotesi di farmela pubblicare! Devo solo ampliarla un po' per farla diventare un romanzo vero.

E io che devo fare? Mica posso lasciar perdere un'occasione del genere! Quindi mi ci sono messa a testa bassa e passo quasi tutto il giorno a cercare di aggiungere particolari a quello che in gergo si chiama lo scheletro del racconto.

In verità non so se la cosa andrà a buon fine, non mi sento una scrittrice e, ripeto, non sono ambiziosa. Però la cosa mi stuzzica, quindi ci provo, perché no? Se succederà avrò realizzato un sogno, altrimenti pazienza, continuerò a fare come prima, scriverò per me e per quelli che vorranno leggermi.

Per ora dico: vediamo che succede...  


19 luglio 2026

Un giorno qualunque di Luglio.

Ti svegli. Con calma. Con una calma inconsueta. Non c'è fretta, puoi decidere se alzarti o startene ancora un po' lì, a goderti il fresco della mattina non ancora inondata dal sole. E mentre te ne stai lì, pensi. Stai percependo una consapevolezza che non avevi mai sentito, ti stai accorgendo di quanto la tua vita sia cambiata. Non adesso, non tutta adesso. Ha cominciato a cambiare tempo fa ma non c'avevi fatto molto caso. Perché non ci sono stati dei colpi di scena, dei movimenti improvvisi o delle scelte coraggiose. No, solo piccoli cambiamenti quasi impercettibili che hanno modificato il tuo modo di relazionarti con le persone e con il mondo che ti circonda. Solo ora te ne accorgi, strano. Ti accorgi che non ti serve più riempire ogni vuoto, che non serve più spiegare, giustificare, convincere, trattenere, cercare. Ti accorgi che le distanze non sono inutili, che fa persino bene allontanarsi perchè così puoi rimanere fedele a te stessa. Ti alzi, guardi fuori e ti senti tua nella maniera giusta. E sarà pure caldo, ma non te ne frega più di tanto, puoi sopportarlo e aspettare. Con calma.


 

16 luglio 2026

Prezzi da pagare.

Credo di essere ancora molto ingenua, nonostante le quasi 74 primavere sulle spalle che dovrebbero avermi insegnato parecchie cose circa il riporre aspettative sulle persone. Dico sempre che mi fido molto del mio istinto, che 'sente' immediatamente l'affinità, ma purtroppo devo constatare che a volte cade in errore. Non ho ancora perso quel maledetto vizio di idealizzare, di creare attese laddove non sarebbe logico farlo.

Fatto sta che mi ritrovo spesso a fare i conti con le delusioni. Chiarisco: non sono il tipo che conta sugli altri, anzi, non lo faccio mai; questo l'ho imparato molto presto e faccio affidamento sempre su me stessa. Ho però la tendenza a mettere su un piedistallo le persone che mi piacciono, a pensarle sempre coerenti con l'immagine che mi sono fatta di loro. Così succede che, a volte, le faccio scendere da quel piedistallo su cui non hanno mai chiesto di salire. Ma non è colpa loro: sono io che mi faccio i film.

Eppure, a pensarci bene, credo sia un prezzo che sono disposta a pagare. Preferisco di gran lunga la possibilità di una delusione alla certezza di un cuore sigillato. Essere 'ingenua' a quasi 74 anni non è una debolezza, ma una scelta consapevole: preferisco il rischio di veder crollare qualche castello in aria, piuttosto che rinunciare al gusto di credere, ancora e sempre, nella bellezza degli incontri.


 

 

13 luglio 2026

Il vuoto.

Davanti a me ho lo schermo bianco. 

Vorrei riempirlo. 

Ho sempre tanti pensieri in testa, vorrei condividerli e analizzarli mentre li scrivo.

In questo momento non ci riesco. 

La verità é che ci sono giorni che proprio non mi sento all'altezza. 

Avevo un'idea poco fa. Mi sembrava bellissima, calda, viva. Poi, nel momento in cui ho provato a formularla, è come se si fosse spenta, diventando grigia e scontata.

Non perché mi manchino le parole, ma perché mi manca la terra sotto i piedi. Mi sembra di avere una lente deformante davanti agli occhi ogni volta che guardo un mio pensiero. Un'idea nasce fresca nella mia mente, ma non appena provo a metterla nero su bianco, quel filtro la fa sembrare improvvisamente ovvia, già detta. E' come avere un recensore spietato seduto alla scrivania con me, che mi boccia subito l'iniziativa. Non mi dà nemmeno il tempo di sviluppare il pensiero, lo soffoca sul nascere definendolo superficiale e mi sussurra: "Chi sei tu per dire qualcosa di interessante? E' già stato detto meglio da qualcun altro".

Mi sento inadeguata, come se avessi ambizioni troppo alte e non riuscissi a reggerne il peso, a reinventarmi ogni volta. 

Volevo scrivere di cose interessanti, ma l'unica cosa reale che ho tra le mani oggi è questa mia fragilità. 

E questo post nasce proprio dal fallimento di tutti gli altri post che avrei voluto scrivere.


 

04 luglio 2026

Il filo rosso che non si spezza: quarant'anni di noi.

Quarant’anni sono una vita intera. Sono il tempo in cui si cambia pelle, si accumulano cicatrici, si impara a scendere a patti con la realtà. Eppure, a volte, c'è un elemento che resta immobile, quasi a farsi beffe dello scorrere dei decenni. Nel mio caso, questo elemento è un amore impossibile.

Un amore che dura da quarant'anni, senza chiedere il permesso e senza pretendere un lieto fine da commedia romantica.

Due vite parallele (e parecchi scossoni).

Per moltissimo tempo non ci siamo visti. Le nostre strade si sono separate e ognuno ha continuato a camminare sui propri binari. La vita, si sa, non è sempre una passeggiata: ci sono stati alti e bassi e, a essere del tutto onesti, i bassi hanno spesso superato gli alti. Abbiamo affrontato tempeste personali, delusioni e la faticosa quotidianità che logora chiunque.

Poi il destino o il caso o la volontà decidono di farci incrociare di nuovo.

Nessun colpo di scena hollywoodiano, nessuna fuga romantica. Ci siamo rivisti, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo dovuto fare i conti con la realtà. L'amore era ancora lì, esattamente dove lo avevamo lasciato, non scalfito dal tempo né dalle delusioni. Ma è rimasto, inevitabilmente, impossibile.

Lui ha la sua vita, un matrimonio e una situazione familiare complessa, densa di responsabilità e nodi difficili da sciogliere. La mia un po' meno ma rimane comunque faticosa. Una realtà che non si può cancellare con un colpo di spugna, e che nessuno dei due ha intenzione di calpestare.

Se state cercando la nostalgia strappalacrime o il rimpianto di ciò che "avrebbe potuto essere", avete sbagliato post. La verità è che a noi va bene così.

Non c'è rabbia, non c'è il senso di urgenza che apparteneva ad un tempo passato. C’è, invece, una forma di serena accettazione. Abbiamo capito che l'impossibilità della situazione non toglie valore a ciò che proviamo. Anzi, forse lo protegge dal logorio della routine e del tempo.

Riconoscere che qualcosa è irrealizzabile non significa che sia meno reale.

Oggi mi guardo indietro e, anziché provare amarezza per quello che non è stato, provo una profonda gratitudine. In un mondo in cui tutto si consuma alla velocità di un clic, in cui i sentimenti spesso sbiadiscono alla prima difficoltà, noi abbiamo qualcosa di diverso.

Scoprire che un sentimento è rimasto intatto dopo quarant'anni di distanza e tempeste personali non è una condanna: è un privilegio. Ci riteniamo fortunati a essere capaci di provare un affetto così solido, pulito e immune al tempo. 

Ci basta sapere che esiste, e questo ci basta per camminare nel mondo con un pizzico di calore in più nel cuore.


 

22 giugno 2026

Una calda domenica di Giugno...55 anni dopo: lo stesso filo, una nuova storia.

E' stata un'idea che mi è venuta quando abbiamo fatto l'ultimo incontro con tutti i componenti della classe del Liceo (quelli reperibili ovviamente). Allora eravamo in tanti, le conversazioni risultavano ovviamente dispersive e quello stare insieme non ha avuto l'effetto che mi aspettavo, almeno su di me. Volevo qualcosa di più. Volevo sentire se resisteva ancora quella complicità che ci aveva uniti in quegli anni favolosi di crescita, di ribellione e di divertimento. Così ho pensato di escludere qualche presenza che secondo me risultava ingombrante e guardacaso siamo rimaste noi, solo femmine come avrebbero detto i maschi. Non l'ho fatto apposta ad escludere i ragazzi, non sono una femminista arrabbiata che ce l'ha a morte con l'altra metà del cielo (anche se ne avrei tutte le ragioni). E' successo così, ho semplicemente scremato la superfice.

Presi gli accordi eccoci qua: 7 donne che erano amiche a quel tempo e che in tutti questi anni hanno fatto percorsi diversi, affrontato sfide e superato ostacoli. 

Cinquantacinque anni fa eravamo solo delle ragazze con il futuro tra le mani, i sogni nascosti nei diari e la testa tra i banchi di scuola. Oggi ci siamo ritrovate e, capitolo dopo capitolo, ci siamo raccontate le nostre vite: abbiamo scoperto strade diverse, gioie, traguardi, figli, nipoti e tutte le sfide che il tempo ci ha messo davanti.

Eppure, è bastato un attimo per annullare più di mezzo secolo di assenza.

Ascoltare i vostri vissuti è stato il regalo più bello. Abbiamo scoperto che il tempo ha cambiato i nostri volti, ma non ha sfiorato quel filo invisibile che ci unisce. Tra una storia e l'altra, la risata è rimasta esattamente la stessa di allora, saggia ma ancora incredibilmente vivace. Abbiamo sostituito i compiti in classe con i bilanci di una vita, ma l'affetto e la complicità non sono invecchiati di un solo giorno.

Siamo state il passato l'una dell'altra, e oggi siamo una parte bellissima del nostro presente. Grazie per questo tuffo nel cuore e per questa giornata indimenticabile.

Vi voglio bene, amiche mie di ieri, di oggi e di sempre... e promettiamo di non far passare altri cinquant'anni per il prossimo brindisi!


 

 


 

19 giugno 2026

Il senso della vita


Non lo so qual'è il senso della vita. Non so nemmeno se ce n'è uno. 

Però alcuni giorni fa mi è sucessa una cosa: un signore che non conoscevo si è tolto il cappello incontrandomi e non ho potuto fare a meno di sorridergli.

Non so ma forse qualcosa di buono c'è in questo mondo così sbagliato, così fragile, così tutto da rifare.

Forse è solo tenere stretta l'unica mano che ci viene tesa oppure capire che la bellezza non fa rumore ma cura come una carezza.

Forse è imparare a piangere, a spezzarsi con grazia, a credere che ogni rovina è una stanza in cui la luce può entrare meglio.

Forse è restare accanto anche senza capire, senza salvare, senza aggiustare; restare solo lì, con l'anima nuda e dire: sono qui e ho solo la mia voce per curare le ferite. 

Forse è disseminare amore in questa grande fatica di essere vivi. 

08 giugno 2026

Educazione sessuo-affettiva a scuola: il decreto ddl Valditara è legge

 

 Valditara non è che l’alfiere dell’Italietta bigotta e ipocrita della mala educazione, ossessionata dall’innominabile fin dai tempi dei tempi.
Quella di mia mamma che mi esortava a lavarmi bene “la’ sotto, con rispetto parlando”.
Tutta questa fuffa a proposito del sesso in un paese che definisce “sporche” le barzellette che ne parlano (la stessa definizione vale per quelle che parlano di escrementi), che mentre è leader nel turismo sessuale trova centinaia di sinonimi per prostituta e nessuno per “cliente”… come possono vivere serenamente le relazioni ragazzi e ragazze immersi fin da piccoli in questo clima?
Ho visto negozi di abbigliamento per neonati in cui le tutine azzurre recavano la scritta “sciupafemmine”, oppure “mi piacciono le tette proprio come a papà”. 
 
Chissà che consenso esprimeranno gli entusiasti acquirenti, genitori competenti.