12 maggio 2026

Albert Camus svela come la violenza nasce dall’ignoranza.

Riporto qui un articolo di Saro Trovato che mi è piaciuto molto, un po' perché ho letto parecchie cose di Albert Camus e un po' perché rispecchia esttamente il mio pensiero. Lo riprendo da "Libreriamo" https://libreriamo.it/sociologia/albert-camus-violenza-ignoranza-male/

 


Albert Camus aveva individuato con anticipo impressionante una delle dinamiche più pericolose delle società moderne. La violenza non si impone solo attraverso l’odio, ma si diffonde soprattutto quando nasce dall’ignoranza. Non dall’ignoranza intesa come mancanza di istruzione, ma come assenza di consapevolezza, incapacità di pensare le conseguenze delle proprie azioni, rinuncia a interrogarsi sul bene e sul male.

Nella nostra epoca la violenza non appare sempre come un’esplosione improvvisa. Più spesso si presenta in forma continua, quotidiana, ripetuta. È nel linguaggio che si inasprisce, nei gesti che si irrigidiscono, nella cronaca che si accumula fino a perdere forza. A forza di essere vista, raccontata, commentata, la violenza smette di scandalizzare e rischia di diventare uno sfondo abituale dell’esperienza collettiva, talvolta persino una forma di intrattenimento.

Nel romanzo La peste (1947), Camus analizza questo processo con estrema lucidità. Il male, mostra lo scrittore, non avanza solo grazie alla cattiveria dichiarata, ma grazie a una zona grigia fatta di automatismi, superficialità morale e buona volontà non pensata. È in questo spazio che la violenza trova terreno fertile, perché non viene più riconosciuta come tale.

Camus lo dice senza attenuazioni, individuando il cuore del problema:

    Il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare tanti danni quanto la cattiveria, se non è illuminata.

Qui la riflessione si fa decisiva. La violenza non cresce soltanto dove manca l’etica, ma anche dove manca il pensiero. E quando il pensiero si spegne, il male non ha più bisogno di imporsi, diventa normale.
 

Il contesto di La peste di Albert Camus

Il romanzo La peste, pubblicato nel 1947, nasce da un’esperienza storica precisa. Albert Camus aveva attraversato gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista, partecipando alla Resistenza francese. La peste che colpisce la città di Orano non è solo una malattia: è una metafora del male che si diffonde, del totalitarismo, della violenza che entra nella vita quotidiana e la trasforma senza annunciarsi come eccezione.

Camus ambienta il racconto in una città normale, fatta di abitudini, lavoro, affetti. È una scelta decisiva. Il male, suggerisce lo scrittore, non irrompe in un mondo già preparato, ma in una società che continua a vivere, a organizzarsi, a rimandare. Proprio per questo la peste non viene riconosciuta subito per ciò che è. All’inizio viene negata, minimizzata, spiegata. Poi viene accettata.

È in questo passaggio che La peste diventa un romanzo profondamente attuale. Camus non si interroga su come nasca il male in senso astratto, ma su come le persone imparino a conviverci. La vera minaccia non è solo la violenza esplicita, ma l’assuefazione, l’automatismo, la rinuncia a pensare. È qui che l’ignoranza, intesa come mancanza di coscienza critica, diventa il terreno su cui il male prolifera.
Quando la violenza smette di essere un’eccezione

Il problema non è solo che la violenza sia presente nella nostra società. Il vero danno è il modo in cui viene assorbita. Ripetuta, raccontata, commentata senza sosta, la violenza perde progressivamente la sua capacità di disturbare. Non perché sia meno grave, ma perché diventa familiare. Entra nella routine informativa, nel linguaggio pubblico, nella percezione quotidiana del mondo.

Questo meccanismo era già chiarissimo a Albert Camus, che in La peste descrive la prima reazione degli uomini di fronte al male:

    Il flagello non è fatto a misura d’uomo; ci si dice quindi che il flagello è irreale, un brutto sogno che passerà.

Il male, all’inizio, viene negato. Viene minimizzato, spiegato, allontanato. Finché è compatibile con la vita quotidiana, viene tollerato. Ma Camus aggiunge subito una precisazione decisiva:

    Ma non sempre passa, e di brutto sogno in brutto sogno sono gli uomini che passano.

È in questo passaggio che la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione. Non perché scompaia, ma perché ci si abitua a conviverci. La soglia dello scandalo si alza, la reazione si attenua, la coscienza si adatta.

A questo punto entra in gioco l’ignoranza nel senso più profondo indicato da Albert Camus. Non la mancanza di informazioni, ma la rinuncia a pensare, l’automatismo morale, l’accettazione passiva di ciò che viene ripetutamente mostrato per catturare attenzione. È così che la violenza non viene più riconosciuta come tale, ma interpretata, giustificata, talvolta perfino consumata come spettacolo.

Il rischio più grande non è l’esplosione improvvisa del male, ma la sua integrazione silenziosa nel flusso della normalità. Quando la violenza diventa sfondo, smette di interrogare. E quando smette di interrogare, trova terreno fertile per continuare a riprodursi.
La violenza diventa spettacolo

Quando la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione, compie un ulteriore passaggio: si trasforma in spettacolo. Non perché venga celebrata apertamente, ma perché viene consumata. Le immagini si moltiplicano, i racconti si accavallano, i dettagli vengono ripetuti fino a perdere peso. La violenza entra nel circuito dell’attenzione, dove ciò che conta non è più la gravità dei fatti, ma la loro capacità di trattenere lo sguardo.

In questo processo, il dolore non genera più una risposta morale proporzionata. Viene osservato, commentato, discusso, spesso giudicato. Ma raramente produce una presa di posizione duratura. L’esposizione continua non rafforza la coscienza: la indebolisce. La violenza non ferisce più perché è diventata familiare, prevedibile, parte del flusso.

Camus coglie con precisione questo effetto collaterale devastante dell’assuefazione, quando scrive:

    Ci si stanca della compassione prima ancora di aver conosciuto la giustizia.

La frase non parla di mancanza di empatia, ma del suo consumo. La compassione si esaurisce perché viene sollecitata senza tregua, senza che trovi uno sbocco nella giustizia, nella responsabilità, nel cambiamento. Il dolore altrui diventa un’esperienza ripetuta, e proprio per questo perde la capacità di mobilitare.

È qui che la spettacolarizzazione produce il suo esito più grave. Non rende le persone più crudeli, ma più stanche. La violenza non provoca più una frattura interiore, ma una reazione automatica, spesso breve, destinata a spegnersi rapidamente. L’indignazione dura quanto l’attenzione. Poi viene sostituita da un nuovo evento, da un nuovo racconto, da un nuovo shock.

In questo scenario, la violenza non ha più bisogno di imporsi con forza. Trova già un pubblico preparato a guardare, a commentare, a passare oltre. E quando la compassione si consuma prima della giustizia, il male non incontra più resistenza: circola liberamente, legittimato dalla normalità.


Come reagire all’assuefazione del male

Di fronte a un male che si diffonde per assuefazione e si rafforza attraverso la spettacolarizzazione, Albert Camus non propone soluzioni eroiche. Non invoca grandi gesti, né redenzioni collettive. Indica una cura sobria, quasi spoglia, proprio perché è l’unica che può funzionare nel tempo.

Scrive lo scrittore francese:

    L’unico mezzo di lottare contro la peste è l’onestà.

E subito precisa cosa intende:

    Che cos’è l’onestà? Fare il proprio mestiere.

La cura non sta nell’eccezione, ma nella responsabilità quotidiana. Restare vigili significa non cedere all’automatismo, non smettere di pensare, non abituarsi al male anche quando è ovunque. Significa continuare a chiamarlo con il suo nome, rifiutare di trasformarlo in intrattenimento, sottrarsi alla tentazione di giustificarlo in nome dell’efficienza, della paura o dell’abitudine.

Per Camus, il male prospera quando il pensiero si spegne. La cura, allora, è tenere acceso il pensiero: nei gesti, nel linguaggio, nelle scelte minime. Non delegare la coscienza. Non confondere la buona volontà con il bene. Non accettare che ciò che si ripete diventi normale.

In una società che consuma violenza e si stanca della compassione, la vera resistenza è non assuefarsi. È una posizione fragile, esposta, spesso solitaria. Ma è l’unica che impedisce al male di diventare invisibile.

Camus non promette salvezza. Chiede attenzione, reazione, rimanere lucidi, vigili. E ricorda che, quando la violenza smette di scandalizzare, restare onesti è già un atto radicale.
Quando l’indignazione diventa scelta

La lezione di Albert Camus oggi chiama in causa un livello molto concreto della responsabilità. In una società in cui la violenza viene amplificata per conquistare attenzione, l’indignazione non può restare una reazione emotiva. Ha bisogno di tradursi in comportamenti riconoscibili, quotidiani, misurabili.

Reagire significa prima di tutto interrompere il circuito della visibilità. Spegnere, non condividere, non sostenere contenuti che usano il dolore come leva narrativa. Video, immagini, trasmissioni che insistono sulla violenza per trattenere il pubblico non informano: alimentano assuefazione. Ogni visualizzazione è una forma di legittimazione. Ogni click rafforza un modello.

Ma la responsabilità non è solo individuale. Le aziende, gli sponsor, i brand hanno oggi un potere culturale enorme. Scegliere dove investire, quali contenuti sostenere, da quali contesti prendere distanza significa orientare il linguaggio pubblico. Non finanziare la speculazione sul male, sulla paura, sull’aggressività è una presa di posizione etica che incide molto più di qualsiasi dichiarazione.

Qui l’indignazione diventa attiva, manifestando la scelta di non sostenere, di togliere attenzione, di premiare le narrazioni di vera condanna invece dello sfruttamento dello shock.

La violenza prospera quando trova pubblico, spazio, ritorno. Ridurre questo spazio non è censura, ma cura del contesto. È il modo più diretto per impedire che il male venga normalizzato attraverso l’abitudine e lo spettacolo.

Nel presente, la vigilanza di cui parlava Albert Camus passa anche da qui: scegliere cosa guardare, cosa sostenere, cosa rendere visibile. È in queste scelte, apparentemente piccole, che l’indignazione smette di essere consumo emotivo e diventa responsabilità civile. 

 

30 aprile 2026

Cosa succederebbe se tutti si dimettessero dal proprio lavoro?

 

Domani è il 1° Maggio, festa dei lavoratori e proprio oggi ho ripreso in mano un libriccino di facile lettura: "Saluteremo il signor padrone" di Stefano Valerio.
Una favola sociale, come la definisce l'autore, una prospettiva utopica che si concretizza quando venti milioni di lavoratrici e lavoratori, nello stesso momento, comunicano la fine del loro rapporto di lavoro inviando lettere di dimissioni, interrompendo la produzione e l’erogazione di ogni servizio o quasi e ponendo fine in tal modo a quell’Italia fondata sul lavoro e sullo sfruttamento.
E già qui siamo nell'utopistico.
A Roma, i ministri esterrefatti pianificano soluzioni e colpi di Stato e tra le organizzazioni politiche già si parla di rivoluzione.
Per ripristinare l'ordine viene chiamato un ingegnere dall’Inghilterra per ideare macchine e robot capaci di aumentare enormemente la produttività. Ma i suoi obiettivi si rivelano via via più ambiziosi e non vanno esattamente nella direzione voluta dagli industriali e politici committenti...
E se l’Italia diventasse una Repubblica fondata non più sul lavoro, ma sul reddito garantito?
Tra fantapolitica e inconscio collettivo, distopia e utopia, un caleidoscopio di vite, eventi e reazioni a catena che cattura, affascina e instilla nuovi, allettanti interrogativi, mentre l’impossibile, forse, diventa possibile…
 

 

Una piccola storia, una fantasia ... o forse no.

Vento e acqua bussano alle finestre ora. Da poco siamo tornati facendoci sorprendere dal temporale. Non abbiamo voluto dar retta a quei nuvoloni profetici che volevano impedirci di camminare come sempre in mezzo ai boschi. Siamo bagnati, il cane ci rivolge uno sguardo di rimprovero e va ad arrotolarsi corrucciato nel suo angolino morbido. Per fortuna in casa c'è ancora una buona scorta di legna e basta poco per riaccendere il fuoco, un soffio e le braci sotto la cenere tornano ad occhieggiare, pronte a contagiare il loro calore. Un calore che si confonde e unisce con quello delle note lente e strascicate di un sax. Il nome no, quello non lo ricordo mai, ma tu sì e lo declami, evocandone la magia, mentre ti togli i vestiti bagnati di là, in camera. Anch'io mi spoglio, ma davanti al fuoco, perché la mia pelle ne assapori immediatamente la carezza. Ecco, la sensazione di benessere si allarga a tutto il corpo, mentre faccio spazio al piumone e qualche cuscino davanti al camino. Ti chiamo ma non rispondi perso a fare o a pensare chissà cosa. Ho voglia di abbracciarti e di consumare con te quelle lingue di fuoco sempre più alte che si insinuano predatrici. Il sax continua a illanguidire i pensieri, viene voglia di lasciarsi andare, seguire quelle note ovunque portino, senza resistenza, senza pudore. Eccoti finalmente. Sì, hai indovinato i miei pensieri: quei due calici di nettare rosso sono quello che mancava per annullare qualsiasi confine con la fantasia. Potrebbe succedere di tutto là fuori e non ce ne accorgeremmo, si sta troppo bene qui per preoccuparsi di altro.
Parliamo. Di noi, di emozioni. Ridiamo. Del presente e del passato. Del futuro no, incerta previsione che non sarà fruibile fino a che non diventerà anch'esso passato.
Poi le parole tacciono, non servono ora. Ora parliamo con gli occhi, con le mani, ipnotizzati dal calore dentro e fuori. Occhi socchiusi, mani lente e curiose, bocche solo morbide di baci.
I bicchieri sono ancora quasi colmi là, in un angolo, testimoni di un inizio appena accennato. Dopo, quando gli abbracci si scioglieranno e il velluto delle parole busserà al silenzio dei baci, dopo, forse, li vuoteremo … se non ci addormenteremo, cullati dal calore delle tenerezze.
 

 



05 marzo 2026

Dimenticanze.

Ci si dimentica di molte persone nel cammino della vita.
Certe lentamente, senza accorgersene: telefonate sempre più rare, messaggi dimenticati. A volte si sceglie, a volte no.

Poi ci sono quelle che rimangono addosso anche se sembra di non ricordarle. Basta una canzone, una foto, una frase letta da qualche parte ed ecco che si sorride. E ci si chiede cosa stanno facendo, se sono felici o se stanno combattendo e come affrontano le loro battaglie. Ci si commuove pensando a come si sono affrontate insieme certe battaglie. 

 

Poi si spegne la radio, si mette via la foto e si chiude la pagina. Si continua la giornata cercando di scrollarsi di dosso quella sensazione di aver perso insieme a loro qualcosa di sè stessi. 

25 dicembre 2025

Qui non si celebra niente.

E' Natale, lo so, viene tutti gli anni, difficile che se ne dimentichi uno. E c'è anche la neve, arrivata giusta giusta per quelli che Natale senza neve non è Natale. Poi verrà la fine dell'anno e quell'inizio che tutti sembrano aspettare con tante speranze. 

Io ho smesso da tempo di sentire questa famosa magia che mi sentirei di definire meglio frenesia. In  realtà non so se l'ho mai sentita...forse quando ero piccola perché credevo a Babbo Natale che portava i regali, anche se andava sempre a finire che non erano mai quelli che mi aspettavo. Ma la mia vita adulta era solo piena di mille cose da fare per accontentare tutti, per non dimenticare nessuno. Pranzi, che cucinavo sempre io, cene idem, regali che facevo sempre all'ultimo minuto perché nel frattempo c'era anche il lavoro da seguire. Un caos insomma. E non sentivo proprio nessuna magia, anzi, non vedevo l'ora che finisse tutto per potermi riposare un po'. 

Adesso che finalmente ho mollato tutto, i miei desideri vanno sempre di più verso il silenzio. Niente regali perché non ho soldi da sprecare, un unico pranzo con i miei figli e forse, ma vedremo, la cena dell'ultimo dell'anno con qualche amico e basta. Non ho fatto presepi perché mi sembra ipocrita visto che sono più che mai ferma nel mio ateismo e non ho fatto nemmeno l'albero perché non vedo il senso. Qualcuno mi ha fatto gli auguri e ho ricambiato perchè sono educata, ma non credo che avranno qualche effetto. Se qualcosa migliorerà non sarà certo per gli auspici. Sempre se migliorerà, perché non vedo premesse. 

Mi viene solo da pensare a chi sta male, a che non ha più niente, nemmeno la speranza. E mi sento tanto in colpa. Perché io ho una casa, sono al caldo, ho da mangiare, cammino su strade sicure e posso persino pensare ad un domani. Ma c'è una parte di umanità che non ha più niente di tutto questo e mi sembra crudelmente ipocrita festeggiare, rimpinzarsi, divertirsi. 

Nessuno dovrebbe farlo fino a che questo mondo continua ad essere quello che è e peggiora pure ogni giorno.

Sono consapevole dell'inutile banalità di questi pensieri e della mia impotenza, ma sono anche consapevole che chi avrebbe il potere di cambiare le cose non lo fa e questo mi fa arrabbiare tantissimo. E se sono arrabbiata non sono felice e non ho voglia di festeggiare niente.

Per cui, mi dispiace, ma in questo spazio non si celebra niente, lo farò quando ci saranno le condizioni per farlo. 

Se per caso qualcuno passa di qua non me ne voglia. 

30 novembre 2025

Tempo.

Ultimo giorno di Novembre, un mese che non mi piace, l'ho sempre trovato triste, un mese di transizione, che non ha una propria identità, messo lì in mezzo all'inverno senza che abbia un significato preciso. Devo dire che tutti i mesi invernali non mi stanno troppo simpatici, odio il freddo, la pioggia, la neve e purtroppo vivo in un posto dove il caldo dura sì e no quattro mesi all'anno. Però non posso farci niente, posso solo lamentarmene e anche lamentarmi non mi piace, quindi lasciamo perdere. 

Non so perchè ma stamattina appena sveglia mi è venuta voglia di tornare da queste parti. Erano mesi che non lo facevo, anche se me l'ero ripromessa. Ho passato l'estate a fare altro, soprattutto a leggere, a camminare e ad organizzare incontri con il mio gruppo di disperati idealisti. Non mi è passata la voglia di scrivere, avrei voluto farlo, ma non mi veniva in mente niente di originale. La mia vita stessa non è originale, una vita da pensionata single, con amicizie selezionatissime da cui, nonostante la selezione, ogni tanto prendo comunque le distanze. E poi sono diventata pigra, ho solo voglia di fare quello che piace a me, quello che mi viene in mente, senza fretta, senza curarmi di non sprecare il tempo. Lo spreco il tempo, é mio e posso farne ciò che voglio senza quella frenesia che sembra contraddistinguere il tempo che viviamo. Mi appartiene, forse l'unica cosa che mi appartiene veramente, di cui dispongo a volontà, e non ho nessuna intenzione di riempirlo per forza per seguire il luogo comune che impone a tutti i costi il fare, l'andare, il correre, l'arrivare possibilmente prima di altri. Ho lavorato, ho corso, ho sgomitato per la maggior parte della mia vita, ora posso permettermi di non fare niente di niente. Chi ha stabilito che non fare niente non va bene? Poi cosa vuol dire non fare niente? La mia testa lavora sempre, anche quando mi siedo in poltrona e guardo il muro. Penso. Guardo il muro e penso. Non è forse fare qualcosa anche pensare? Pensare è un esercizio bellissimo e non è per niente faticoso, coinvolge solo l'area del cervello.

A proposito del cervello. Ho 73 anni. Non riesco a definirmi proprio vecchia, ma in realtà lo sono e, si sa, la vecchiaia porta con sè varie problematiche tra cui potrebbe esserci anche quella di perdere un po' di lucidità. E questo mi preoccupa. Credo di non avere ancora nessun problema di questo tipo, ma se ci arrivassi, come farei ad accorgermene? Non potrei...ma forse qualcuno se ne accorgerebbe e me lo direbbe prima o poi...ma io ne resterei comunque inconsapevole...

Questa è una delle cose a cui penso ogni tanto. Mi preoccupa, ma non così tanto in fondo. Perché faccio dei confronti e credo di essere più lucida di tanti altri, di avere una memoria migliore di certi miei coetanei e di essere ancora capace di mettere insieme un ragionamento logico. 

Sì, forse posso farcela. Forse posso sperare di non cadere troppo velocemente nell'incoscienza. Forse continuare a leggere come sto facendo, ad ascoltare la muscia che piace a me, a provare a scrivere qualcosa ogni tanto, ad interessarmi a quello che succede intorno a me, ad arrabbiarmi per la deriva che sta prendendol'umanità intera...e a fare le parole incrociate senza schema, mi aiuterà. 

Ci conto. Sarò anche ottimista ma ci conto.

30 marzo 2025

Rimpianti.

Non so se ragiono bene o male ma è quello che penso. 

Non mi piacciono i rimpianti se per rimpianti si intende ricordare il passato con tristezza, per qualcosa che non è successo o che si non si è realizzato. Non mi piace in generale ripensare al passato lamentando la sfortuna o un destino avverso. Non mi piacciono i "se avessi fatto", "se avessi avuto", "se avessi detto". Non è stato fatto, non è stato ottenuto, non è stato detto. Punto. Quello che è successo è successo e non si può più cambiare. Lamentarsi è inutile, è solo uno spreco di energie. 

Il passato è passato e rimane come tesoro di esperienza, per non ripetere gli stessi errori, se di errori si è trattato. Il passato racchiude tutte quelle esperienze che ci hanno portato fino al nostro “qui e ora” attraverso un processo ben delineato. È un baule pieno di ricordi felici e tristi, di decisioni sbagliate e fortunate, di sorprese ed eventi, di persone che hanno preso parte e poi sono uscite dalla nostra vita.  

Capisco che ripensare con nostalgia ai tempi che non appartengono più alla vita attuale può essere un dolce rifugio, un tuffo in un mondo nostalgico che conosciamo bene e che ci ha segnato nel profondo. Ma vivere ancorati al passato è un modo per perdere di vista il presente. E' come un fantasma che distoglie l’attenzione e l’energia che potremmo impiegare nella quotidianità e, silenziosamente, imbriglia, lega e incatena. 

Si può invece prendere come ricchezza, un'esperienza che insegna e che non perderemo mai perché si rivela una risorsa preziosa e può aiutare a migliorare la nostra condizione in vista di nuove possibilità non ancora conosciute.

Quello che conta è il presente, quello che si può realizzare guardando avanti con i mezzi che si hanno a disposizione contando sulle forze che si possono mettere in campo in quel momento. Decisioni da prendere, problemi da risolvere, sono tutte cose che vanno analizzate con concretezza pensando a ciò che è realmente possibile programmare per raggiungere un obiettivo senza perdersi in riflessioni sulle precedenti condizioni. 

Mi rendo conto del mio pragmatismo, forse eccessivo, ma a questo mi ha portato il mio passato e adesso lo uso per andare avanti. Non mi dimentico di niente ma nemmeno rimpiango niente. 

E' il passato, e come tale può solo insegnarmi a vivere il presente. Ripensarci lamentandosene è inutile. 






 

28 marzo 2025

Silenzi.

Ci sono molte parole per definire il silenzio. Nel vocabolario la parola silenzio è riferita o all’assenza di parola o in senso figurato alla presenza del gesto. Se si cerca su internet la parola silenzio si viene bombardati da centinaia di articoli.  

Come strumento di ascolto può favorire la percezione del proprio spazio interiore, acuisce la sensibilità, la capacità di sintonizzarsi sul respiro, di ascoltare il corpo. Può essere uno strumento potentissimo per entrare in relazione con i nostri pensieri, giudizi, opinioni. Può favorire l'osservazione, la percezione del mondo circostante, la sensibilità al suono e l'ascolto di sé stessi.  

Come modalità comunicativa può indicare di tutto sebbene si tratti di un caso limite di comunicazione, ambigua, regolata dal contesto. Tra i significati negativi del silenzio c’è la frustrazione, l’estraniamento, l’impotenza, l’infelicità, l’affermazione del proprio potere. La possibilità di fraintendimento è maggiore in caso di silenzio anche perché spesso indica cose che non si possono dire per dissenso o disprezzo. 

E' comunque sempre un messaggio, ma come interpretarlo? Perché alcune persone scelgono di rimanere in silenzio piuttosto che discutere?

Tutto dipende dalle circostanze e dal modo di ragionare della persona in sé e non credo che esista una sola risposta valida. Chi adotta questa modalità può farlo per diversi motivi. Può non sentirsi capito, e quindi trova inutile parlare a chi non sa ascoltare. Oppure può essere offeso dal nostro atteggiamento e vuole che siamo noi a capirlo da soli. Ci sono mille possibilità che possono essere più o meno importanti a seconda delle persone interessate.

Le cose si complicano quando a rimanere in silenzio è una persona con cui c'è un rapporto di una certa importanza ma che non ha tutti i crismi della normalità. Parlo di me, ovviamente, di un rapporto con una persona con cui ho avuto un legame sentimentale importante circa quarant'anni fa, che si è rifatta viva dopo tanto tempo, ma che ancora oggi come allora, ha qualche restrizione di tipo matrimoniale (sono bravissima a incasinarmi la vita!)

Sia chiaro che ho smesso da tempo di soffrire di pene d'amore, quelle forti passioni fanno parte dei bei ricordi a cui tornare con tenerezza. Questo suo riaffiorare dal passato mi ha fatto piacere, ho ritrovato la sintonia che ci univa, la piacevolezza del dialogo e un affetto persistente. Niente di più. Niente stravolgimenti amorosi e nessun obiettivo. Solo ed esclusivamente il piacere di un'amichevole frequentazione quando possibile.

E' logico che le nostre comunicazioni, vista la sua situazione ancora in atto, subiscano gli effetti dell'ingiustificata gelosia della moglie e si svolgano principalmente su WhatsApp. Non amo particolarmente questa modalità, quelle faccine usate con tanta generosità non possono sostituire il suono della voce da cui si possono intuire inflessioni e umori. Però pare che non sia possibile fare altro e quindi mi adeguo. 

E allora si mandano messaggi, si aspetta la spunta blu e la risposta. Per un po' di tempo questo dialogo virtuale è stato frequente e veloce, segno di un interesse comunicativo in atto, ma ora qualcosa è cambiato. E' più di una settimana che aspetto una risposta ad un messaggio assolutamente innocente e dall'altra parte c'è il silenzio.

Mi servo di questo spazio (in fondo è il mio diario personale no?) per rivolgergli una domanda, anche se non credo la leggerà o anche se la leggesse non mi risponderà. La domanda è: perché questo silenzio?

Sono a conoscenza delle mille difficoltà che stai incontrando a gestire la tua vita, delle persone e delle decisioni che dipendono da te e della tua non semplice condizione. Capisco tutto e sono ben lontana dal pretendere qualcosa. Ma due secondi per digitare sul cellulare un semplice: "Scusami, ho dei problemi, ci sentiamo appena mi sarà possibile" lo dovresti trovare abbastanza facilmente. Anche senza emoticon, non ti preoccupare, capisco lo stesso. Non lasciare che mi sorga il dubbio di una mancanza d'interesse o del desiderio di chiudere la frequentazione. Che mi starebbe anche bene, ho vissuto senza la tua presenza per tutto questo tempo e non mi cambierebbe niente, l'importante è che lo sappia. E' il non sapere che mi mette in difficoltà.




Aggiornamento. Comincio a pensare che la telepatia esista davvero. Stavo scrivendo questo post ed è arrivata la risposta che aspettavo. 

Ci sono problemi. Ok, mi dispiace , ma adesso che lo so non mi farò più tante domende. Ci voleva tanto?

Ti voglio bene. Per quello che c'è stato e per quello che c'è. 






14 marzo 2025

Salve!

E' da tempo che non vengo più da queste parti e pensavo che come me nessuno avesse più interesse a farlo e invece vedo che le visite non mancano. Sono a livelli molto modesti ma mi bastano per ripensarci e anche se non ci fossero sarebbe lo stesso, faccio quello che ho voglia di fare e adesso ho voglia di tornare qui. 

Riprendo dopo tanto ma non sono stata senza far niente, non ho perso la voglia di scrivere, non so se giustificata o meno, ma è una cosa che mi gratifica. Quindi non ho smesso di farlo, l'ho fatto in altri modi, ho perfino scritto un paio di storie (le chiamo così un po' presuntuosamente forse). 

Le ho scritte per me, si dice sempre così, ma sono stata contenta di farle leggere a qualcuno. Perché è vero che il binomio scrittore-lettore è imprescindibile e ogni tanto fa piacere se qualcuno mi dice che vale la pena farlo. Ho avuto anche qualche incoraggiamento, non so se sincero o meno, però a me piacciono e l'importante è questo.

Mi piacerebbe anche metterle in rete, senza pensare a pubblicarle, sia chiaro, non ho ambizioni del genere, mi piacerebbe solo che rimanessero in giro, così, a disposizione di chi si vuole fermare a leggerle. Dovrò pensare a come fare. 

Intanto il mondo intorno a me continua la sua corsa inarrestabile verso il declino più totale. Sembra proprio che siamo destinati ad estinguerci, lo stiamo facendo con tutte le nostre forze. Credo sia inutile parlare di quello che sta succedendo, non c'è nessuno che non lo sappia e tutti hanno la propria opinione. Anch'io ce l'ho e l'ho espressa tante volte anche in questo blog, ma ora basta. 

Ora vorrei solo indagare i sentimenti, vorrei pensare ad amare e ad essere amata, commuovermi di fronte ad un tramonto o ricordando un momento felice. 

E farò questo ritornando ogni tanto da queste parti, racconterò di pensieri semplici, di giornate particolari come quelle che ogni tanto succedono inaspettate e colorano il grigiore incombente. Perché sono vecchia ma sono ancora capace di amare.

A presto...credo...spero. 

 



10 maggio 2022

Difficoltà.

Sono giorni difficili. Il mio anziano e amatissimo convivente a quattro zampe sta subendo gli attacchi dell'età. Ha sedici anni, un'artrosi devastante e lesioni al crociato in entrambe le zampe posteriori e non riuscirà più a camminare normalmente. E' successo altre volte che avesse qualche malanno, ma mai prima d'ora mi ero resa conto di quanto il suo stato di salute potesse condizionarmi. Se non sta bene lui non sto bene nemmeno io. Non riesco a fare niente altro che non sia il prendermene cura. Il mio umore dipende dal suo. Mi sono chiesta se non sia un po' eccessivo ma è una domanda a cui non so rispondere: provo questo e non posso farci niente. Inoltre c'è un fattore che appesantisce ulteriormente la situazione: il denaro. Ne ho poco e le cure costano. Per fortuna il veterinario è una persona sensibile e onesta e comprende. Ma pensare di non potergli dare il meglio in assoluto mi fa sentire in colpa perché quando è nato e ho deciso di tenerlo con me mi sono assunta la responsabilità della sua esistenza e vederlo dipendente da me in tutto e per tutto e non potergli dare quel "tutto" è una sconfitta che pesa parecchio. Comunque adesso l'obiettivo è farlo stare il meglio possibile e ci stiamo riuscendo. Riesco a interpretare il suo sguardo: so quando è stanco e vuole un aiuto, so quando può fare da sé e quando non riesce. Paragono il mio amore per lui a quello per i miei figli. E' troppo? Non lo so, so che mi viene spontaneo farlo. Se non è abbastanza è comunque sufficiente per una sopravvivenza accettabile. Basterà per la mia coscienza? No. Se le cure per gli animali rientrassero nel piano del servizio sanitario sarebbe meglio. Siamo tutti esseri umani, anche i cani, i gatti e tutti quelli che popolano questo sventurato pianeta.



29 gennaio 2022

Desideri e delusioni.

Ho aderito come fondatrice ad un Collettivo che si propone come organizzazione di volontariato ed ha come obiettivo principale la socializzazione, con particolare attenzione ai bisogni del territorio, sia come supporto alle difficoltà, sia come divulgatore di cultura. Ora, come mio solito, prendo molto sul serio le cose che faccio e mi ci metto d'impegno. Succede però che, nonostante gli entusiasmi iniziali, la mia impressione non corrisponda alle aspettative. Nel senso che le delusioni sono all'ordine del giorno perché quello che io intendo per "attenzione ai bisogni del territorio" non corrisponda esattamente a quello che intendono i miei co-fondatori.

Io aderisco alle iniziative che propongono incontri con personaggi (musicisti, scrittori, filosofi, giornalisti) che possono dare contributi, però vorrei che questi incontri (sempre che sia possibilie realizzarli vista l'entità di tali personaggi auspicati) fosse finalizzato a qualcosa di concreto, tipo qualcosa di coerente con la parola "volontariato" e "socialità" di cui ci siamo appropriati quando abbiamo deciso questa iniziativa. Invece la mia impressione è che ci si ritrovi per condividere semplicemente un desiderio, un'opportunità che singolarmente non sarebbe attuabile. Organizzare un concerto jazz o invitare Bifo o Erri De luca ad un incontro è estremamente elettrizzante ma ci deve essere uno scopo, altrimenti resta un piacere fine a se stesso con la possibilità di adesioni limitate ad estimatori.
Inoltre trovo un conformismo che non mi piace per niente. Mi spiego: siamo tutti abbastanza "anziani", provenienti da un '68 di ribellione. Alcuni hanno una militanza piuttosto importante nel partito comunista di quel tempo. Mi sarei aspettata una reazione attiva e non sicuramente passiva alla situazione odierna. Non voglio con questo definire una posizione pro vax o no o green pass o no. Vorrei semplicemente un'opinione invece che un'accettazione. Sì, lo ammetto, anche un'accettazione può essere un'opinione, ma informarsi ansiosamente quando, dove e come si può fare la terza o la quarta dose di vaccino per essere liberi di muoversi non è esattamente un'opinione. E' uniformarsi. E' accettare passivamente. E' non farsi domande. E' indifferenza. Sì, perché indifferrenza è quando non ci si chiede perché. Quando ci si lascia trasportare. Quando si accettano ricatti e compromessi per il quieto vivere. Quando pur di sopravvivere alla bell'e meglio ci si scorda degli ideali che ci avevano motivato così fortemente da riuscire a cambiare, almeno in parte, la storia. E per me, dimenticarsi o ignorare quegli ideali è una profonda delusione. Io c'ho vissuto e basato le mie scelte di vita con quegli ideali e non riesco a dimenticarli o a metterli da parte perché qualcuno mi dice come mi devo comportare per vivere liberamente. NO.
E il problema nasce qui: vorrei fare qualcosa di concreto per il mio paese, per il mio territorio, per la gente che mi vive accanto, che ha bisogno di supporto, ma non riesco a farlo da sola, non ne sono in grado, non ne ho i mezzi. Possibile che non riesca a trovare il modo?
Anici miei, sono contenta di avervi ritrovato e stare insieme è sempre un piacere, ma non è che una bottiglia di vino e un lauto pasto possano cambiare qualcosa. Bisogna impegnarsi in tutti i campi e responsabilizzarsi. Sul serio.

31 dicembre 2021

I miei auguri.

Non sono mai stata molto propensa a rispettare la prassi che vuole la fine dell'anno pieno di aspettative future. Ormai sappiamo che domani sarà solo un altro giorno più o meno uguale a quelli passati, ma gli auguri li ho sempre fatti e li faccio con sincerità a tutti (o quasi 😏). Quest'anno però sono un po' più in imbarazzo. Fare gli auguri nella situazione in cui ci troviamo mi suona quasi privo di concretezza. Ci sono talmente tante cose da cambiare nel mondo che ci vorrebbe un miracolo per sistemarne anche solo una piccola parte. E io non credo nei miracoli.

Però credo nelle persone, poco e in poche ma ci credo ancora.
Perché se siamo stati capaci di fare tutti questi danni, forse potremmo essere capaci anche di fare l'esatto opposto e porre un minimo di rimedio agli errori che abbiamo commesso.
Lo so, si può definire utopia anche questa speranza, quasi come credere nei miracoli, ma credo che ormai sia chiaro che, se non invertiamo la rotta, di speranze non ce ne rimangono altre.
Quindi l'augurio onnicomprensivo che mi sento di fare è questo:
mi piacerebbe che tornassimo ad essere più consapevoli del ruolo che possiamo sostenere come umanità pensante e che questo ci fosse sufficiente a ricordare che basterebbe poco, in fondo, per essere qualcosa in più di numeri o molecole disperse a caso in questo mondo in balia dei venti. Un po' meno passivi e un po' più reattivi per tornare a percepire il senso e l'essenza della vita che, volenti o nolenti, ci troviamo a vivere, della rabbia positiva e costruttiva contro le ingiustizie, della possibilità di essere artefici di un qualche destino e non succubi produttori e consumatori, perché altrimenti non potremo dare colpa a nessuno di quel che sta succedendo. Prendiamo noi il timone di questa nave che sta naufragando o non ci sarà anno nuovo che tenga.
Auguri.
 

 

25 dicembre 2021

Mi dichiaro prigioniero politico.

Riprendo in mano questo spazio per condividere i miei pensieri nell'attuale, assurda situazione.

 25 dicembre 2021

Sono prigioniera. Il mio attenermi alla legge che mi permette di decidere se vaccinarmi o meno mi sta isolando più di quanto già lo stessi facendo spontaneamente prima. A volte mi domando se sono normale. Ma mi sembra di sì. L’isolamento non mi produce depressione. Ho cose da fare. Cerco di mantenermi in forma per contrastare la vecchiaia che avanza, ho ancora il mio cagnolino di cui occuparmi, mi nutro (a volte non benissimo ma mangio quello che ho voglia di mangiare e quello che mi posso permettere), leggo tantissimo, guardo anche la tv (sempre meno in verità evitando tg e talk vari perché non ne posso più!!!) e vivo normalmente. Non ho molti contatti sociali, è vero, anzi, quasi nessuno, ma non mi mancano. Quei pochi che ho non mi danno altro se non un po’ di divertimento oserei dire quasi forzato, proprio per non considerarmi un’asociale.

Mi chiedo perché mi comporto così. C’è un insieme di cose su cui ho riflettuto per spiegarmelo.

Prima di tutto non sono così sicura dell’efficacia dei vaccini. Da che mondo è mondo la scienza è fatta di dubbi che devono essere costantemente verificati, questa è la base su cui si fonda la ricerca che non si chiamerebbe tale altrimenti. Alle certezze ci si arriva, come ci ha insegnato la storia, dopo varie fasi che in questo momento storico non sono certo state rispettate.

Ho attraversato tutta la mia vita cercando di ascoltare i segnali del mio corpo e credo di averli interpretati. Sto bene, sono ancora in forze e non ho nessuna patologia. Mi sembra di avere un buon equilibrio fisico e psicologico che non voglio stravolgere introducendo sostanze estranee non comprovate.

Poi c’è il fattore della ribellione. Che non è secondario, ce l’ho nel dna. Fin dall’inizio ho cercato di capire. Lo faccio da sempre per qualsiasi stimolo mi provenga dall’esterno. Credo sia logico farlo, non sono un’oca che ingurgita. E non c’ho capito niente. L’informazione e il comportamento della politica non mi ha mai dato nessuna garanzia, anzi. Le varie ordinanze mascherate da appelli alla responsabilità mi sono arrivati male, sono suonate come vere e proprie coercizioni e ricatti. Purtroppo è da quando sono nata che ho questa allergia agli ordini, e di solito faccio esattamente il contrario di quello che mi si vuole imporre.

Però rispetto le leggi. E se la legge non mi obbliga, la rispetto e faccio la mia scelta. Punto.

Poi c’è il fattore dell’allarmismo ingiustificato. Non nego che ci sia una situazione difficile, ma il sensazionalismo dei media sta caratterizzando l’informazione negli ultimi anni e questo non può che esacerbare i comportamenti e influenzare chi non riesce a sottrarcisi. Ogni anno salta fuori qualche nuovo virus, molti si ammalano e molti purtroppo muoiono. Forse quest’anno è stato ed è ancora contraddistinto da qualcosa di più grave, ma è ovvio che se la sanità avesse avuto quelle risorse che negli anni scorsi la politica le ha proditoriamente tolto, non avrebbe queste difficoltà. E allora non vedo perché  le colpe della politica debbano ricadere sempre su chi colpe non ha. Non è tollerabile. Non sono d'accordo nel giustificare questa inefficienza con una politica preventiva irresponsabile inoculando sostanze che, tra l’altro, sono tutt’altro che sicure e sulla cui distribuzione stanno speculando a man bassa le multinazionali farmaceutiche cercando di trarne il massimo dei profitti.

Dicono che i non vaccinati contribuiscono alla diffusione. Non è vero. Visto che non si può andare da nessuna parte, che cosa mai possono diffondere? Al contrario io cerco di proteggermi dai vaccinati che pensano di essere invincibili e fuori da qualsiasi pericolo mentre in realtà non lo sono e si permettono di avere comportamenti a rischio. Senza contare l’arroganza da salvatori del mondo quando sappiamo benissimo che chi si è sottomesso o lo ha fatto perché non aveva scelta oppure, e qui casca l’asino, per avere libero accesso a quel consumismo che tanto ci sta a cuore e che sembra non esista nient'altro. Per tornare ad essere liberi, dicono loro.

Ma che libertà è quella che viene elargita come premio per un’obbedienza cieca e sorda?

La libertà vera è quella che abbiamo per nascita, per natura e che ci viene strappata via con imposizioni che ci conducono a ricatti psicologici e ci rendono schiavi di noi stessi e di pensieri nevrotici basati principalmente sul senso di colpa e anche di psicotiche teorie che logicamente, ma anche emotivamente, non hanno alcun senso, né alcuna utilità nella ricerca del bene reale.

Non è mia intenzione dare una connotazione univoca e standardizzata a tutte le persone che si sentono in dovere di seguire certi comportamenti, non giudico nessuno. Però mi chiedo come sia possibile annullare la ragione pur di essere considerati cittadini modello. Una vera morale civica non dovrebbe annullare la ragione né le emozioni, ma piuttosto integrare questi aspetti e quindi, rispettando la propria natura, elevare l’individuo a quello che è: una mente pensante. Quello che sta succedendo adesso è l’esatto opposto.

Io credo di rispettare tutti in quanto persone, anche in quell’aspetto di cittadino obbediente che sentono di dover essere. Quello che non rispetto è quel meccanismo perverso che vedo intessuto in chi detiene un qualche tipo di potere e che si ritiene investito  di decidere della vita altrui.

Non è tanto il fatto di essere bravi cittadini o meno quanto il non discernere tra l’incomprensibile e l’assurdo.


25 giugno 2021

Sto invecchiando?

 


Il calendario mi dice di sì. Quest'anno saranno 69...e l'anno prossimo i fatidici 70!! Quando avevo 40 anni, o anche 50, e vedevo le persone di questa età, le consideravo vecchie. Ora io, a quella stessa età, non mi sentirei di considerarmi tale. Non ho quelle carenze che vedevo in loro. Sì, le rughe, il corpo che cede (tutta colpa della gravità!😂), sono segnali piuttosto chiari, ma ho acquisito una consapevolezza di me stessa che prima non avevo. Mi conosco sempre di più, credo di sapere ciò di cui ho bisogno e ciò che devo lasciar perdere perché non mi appartiene più. I desideri non sono più gli stessi, i pensieri non sono più gli stessi, ma ne sono subentrati altri che sento più corrispondenti. So quello che voglio e so (almeno credo 😏) cosa posso ottenere. Certo, i momenti di confusione sono ancora lì che mi aspettano al varco: instabilità di umore, ricerca di certezze che non otterrò mai, sensazioni contrastanti che mi colgono improvvise. Però qualche linea guida credo di averla ben chiara, soprattutto una: sono risoluta a vivere bene quel po' di vita che mi rimane. Ci tengo perché è normale che lo sia. Sono al  mondo e finché ci resto vorrei sfruttare le mie potenzialità, di corpo e di mente, insieme, perché l'una non esclude l'altra. Soprattutto adesso che posso occuparmi di me stessa a tempo pieno senza l'assillo continuo e improrogabile dei problemi che comportano i ruoli scadenzati che il sistema impone (da vecchi non si è più tanto utili per cui succede che ti lascino un pochino più in pace😏).

Quindi, tanto per concludere questa masturbazione mentale di un qualunque venerdì di giugno dell'anno 2021, dico che, nonostante tutto, compresi pandemia da cui non so quando usciremo e vecchiaia che purtroppo avrà  il suo inevitabile decorso, sto cercando con tutti i mezzi possibili di essere presente a me stessa per non lasciare che gli anni possano presentarsi come handicap. Faccio cose (quando ne ho voglia), vedo gente (quando ne ho voglia), leggo (compulsivamente e soprattutto thriller psicologici), mi interrogo sul da farsi e osservo l'evolversi degli eventi con un fare critico e distaccato pur se emozionalmente coinvolta. 

Aggiornerò questo spazio...forse...quando ne avrò voglia e ragione per farlo... 

26 marzo 2021

Scrivo.

E' passato tanto tempo e mi è tornata la voglia di scrivere su questo diario virtuale che ultimamente ho tradito per un diario cartaceo. Sì, ho voluto riprendere a scrivere a mano, con carta e penna. Mi ero accorta di avere qualche difficoltà persino nello scrivere la mia firma quando richiesta e non mi sentivo bene. Ho sempre scritto da quando ne ho avuto la capacità e pensare di non riuscire a farlo manualmente mi metteva a disagio. Per questo mi sono messa alla prova. Prova che comunque ho superato brillantemente dopo che ho riempito alcune pagine d'incertezza. Nel mio diario cartaceo scrivo tutto quello che mi viene in mente, anche sciocchezze che non pubblicherei qui sapendo che qualcuno potrebbe leggerle. Lo faccio per il solo piacere di scrivere, di riempire pagine bianche che si modificano al contatto con la penna. E mi sento libera. Lo so che può sembrare strano (in effetti lo penso anch'io) ma è così. Scrivere a mano con carta e penna ha un altro effetto, quasi terapeutico. Non credo di riuscire a spiegarlo se non con questa sensazione di libertà che credo che sia dovuta al fatto che quel diario è solo mio e non è sottoposto a giudizi. Sarà perché ho paura dei giudizi? Forse. Sarà perché lì mi esprimo senza costrizioni? Anche. Ma mi viene in mente anche l'ambizione di cui sono assolutamente priva. Non ho nessuna voglia di competere con chiunque e avere un blog comporta, anche non volendo, un mettersi in competizione con altri, esporsi ad una eventuale platea che potrebbe non essere d'accordo con me e credo di non essere in grado di sostenere nessun tipo di polemica. Primo perchè non mi piace, secondo perché non mi sento in grado. Odio le discussioni. E' un limite? Può essere. Ma sono fatta così e non ho nessuna voglia di cambiare. Non ne trovo la necessità. Alla mia età sono tante le cose che non trovo più necessarie. Ho le mie idee che ormai sono consolidate (forse incancrenite, ma che volete farci?). Però mi dispiaceva comunque lasciare in sopeso questa virtualità che, comunque, qualche soddisfazione me l'aveva data. E non ho resistito. Sono tornata qui, spinta da non so quale ispirazione, a mettermi in discussione, in un certo senso. A mettermi comunque alla prova, un'altra prova. Una delle tante a cui mi sottopongo in questo periodo della mia vita. Il periodo della pensione. Quello in cui c'è tempo. Tempo per fare quello che prima non avevo tempo di fare. Tempo in cui ci si potrebbe anche porre degli obiettivi, ma non esageratamente importanti perché le energie sono quelle che sono e lo scetticismo, figlio della disillusione, la fa da padrone. Tempo in cui ci si sente in diritto di essere sempre di più attenti a quello che si desidera senza sentirsi esageratamente responsabilizzati. Faccio quello che ho voglia di fare senza sentirmi nè in colpa nè responsabilizzta. Scrivo qui, scrivo con carta e penna, che differenza fa? Mi esprimo. Punto.

Mi esprimo perchè ho voglia di farlo.

In questo momento. 

Domani può essere diverso. 

Che importa?

Scriverò qui, scriverò da un'altra parte. 

Che importa? 

L'unica cosa importante è che provo piacere ad esprimermi.

Cercavo il consenso quando mi era imposto.

Ora non più.



25 ottobre 2020

Per questo non vorrei soccombere ad uno stronzo virus qualunque...

E' domenica. Una domenica di fine ottobre in cui è tornata l'ora legale. Poca gente in giro e più silenzio del solito. Vado a comprare alcune cose. La vestizione è diventata la prassi, ormai non la dimentico più la mascherina anche perché un po' l'atmosfera si è appesantita, è innegabile. Ho 68 anni e, anche se mi sento in forma e non mi metterei spontaneamente nella famosa categoria a rischio, un po' ci penso. Ci penso sì, ma non è la paura di morire che mi preoccupa, sono convinta che ce la potrei fare e comunque, anche se non ce la facessi, pazienza, la mia vita bene o male l'ho vissuta, qualche sogno l'ho realizzato e non credo di poter ribaltare il mondo da ora in poi, quindi.. Penso solo al fatto che se mi ammalassi il mio cane si sentirebbe perso. E' vecchio anche lui, 14 anni di affetto ci uniscono, è sordo, ha qualche acciacco alle zampette ed è talmente dipendente da me che mi segue in ogni stanza della casa, non si sposta se non mi sposto, abbiamo dei rituali consolidati che lo rassicurano e rassicurano me nell'accudirlo. Penso al mio cane e non penso ai miei figli. Dovrei? Anche se può sembrare strano, no, non ci penso. Hanno una loro vita, prendono le loro decisioni e ne sono consapevoli. Potrebbero soffrire certo, ma sono indipendenti, adulti e capaci e la mia assenza non modificherebbe niente, anzi, forse risolverebbe anche qualche piccolo problema che non sto qui a specificare. La mia scomparsa non pregiudicherebbe niente...tranne...la sopravvivenza del mio cane! E' lui che mi preoccupa più di tutti. Non riesco a immaginarlo affidato ad altri o, peggio, rinchiuso in un canile. Non ce la farebbe e vorrei che gli ultimi anni della sua vita fossero belli, amato e coccolato come si merita e come desidera. E solo io sono in grado di poterlo fare perché è con me da quando è nato, lo conosco in ogni sua manifestazione e percepisco il suo umore. Un estraneo non avrebbe abbastanza tempo per imparare a farlo.

Per questo non vorrei soccombere ad uno stronzo virus qualunque: per il mio cane.



20 giugno 2020

Tempo e priorità.

Chiunque capiti da queste parti non si faccia ingannare dal titolo roboante. Non è una dissertazione né un'analisi filosofica. Sono solo pensieri, anche piuttosto terra terra che sto scrivendo mentre aspetto che Pucky (il mio cane) finisca di mangiare per poi portarlo a fare un giretto. 
Ho constatato che mi riesce difficile tener fede alla promessa che mi ero fatta di aggiornare in modo continuativo questo blog. Sono in pensione, ho raggiunto una certa serenità d'animo, non ho più nessuno che mi dia ordini e posso fare quello che voglio senza costrizioni o impegni indesiderati. Eppure nella scaletta delle cose che desidero fare, quelle che non potevo fare prima, scrivere su questo blog non è la priorità. Da qualche parte ho letto che è più facile scrivere quando si soffre, c'è più pathos da estrinsecare e più voglia di condividerlo per avere una seppur limitatissima possibilità di consolazione. In questo momento per me questa teoria trova conferma. Non dico di essere felice che è un concetto ben lontano dalla mia condizione attuale, però sono pacificamente immersa in un quotidiano leggero e forse anche un po' superficiale, lo ammetto, che non ha bisogno di essere esternato. Cosa si può dire quando si sta bene? Che si sta bene, ma la cosa finisce lì. Credo sia normale che non mi venga voglia di gridarlo ai quattro venti anche perché mi sembrerebbe di sminuire le tantissime situazioni di disagio e sofferenza che ogni giorno la maggior parte delle persone deve affrontare. Io sono fortunata, loro no. Quindi perché calcare la mano su una cosa che non interessa nessuno? Senza contare che ho sempre provato un certo disagio di fronte a certe espressioni esagerate di gioia di vivere, di ottimismo immotivato ad oltranza, di ringraziamento per esistere in un mondo che di positivo ha ben poco, dove per raggiungere uno status accettabile bisogna lottare con le unghie e coi denti e la sopravvivenza è un traguardo che non a tutti è concesso. Io l'ho raggiunto dopo 68 anni di sgomitamenti  forsennati e non è nemmeno il massimo, anzi, ma mi va bene così e l'unica cosa che mi viene da fare è esprimere solidarietà per coloro che ancora non ce l'hanno fatta. 
Per concludere: posto che il più delle volte questo mio diario virtuale ha connotazioni abbastanza personali e intimiste, prevedo assenze più o meno prolungate, come è sempre successo d'altra parte, non è cambiato niente. Quindi se ho voglia di scrivere lo farò, altrimenti non lo farò, semplice no? E se l'assenza dal blog comporta di conseguenza l'assenza di lettori e commentatori...pazienza, non sono mai stati numerosi e non me ne sono mai fatta un cruccio. Per fortuna ho di che occupare piacevolmente questo tempo che ora, finalmente, mi è concesso e non darò priorità a niente che non sia il desiderio del momento. E ora il mio desiderio è andarmi a godere con Pucky questa bellissima giornata finalmente estiva! 

16 maggio 2020

Mi sono sentita strana quel giorno.


L'avevo fatto. Avevo detto no. Un no che mi costava tanto, un no che avrebbe cambiato la mia vita senza sapere come sarebbe cambiata. Era quasi salito da solo dalla gola dopo tanti sì obbligati che lo spingevano giù. Si era arrampicato ed era cresciuto piano piano come un seme che sta germogliando e che alla fine spacca prepotente il terreno che lo teneva rinchiuso.
Mi sono sentita strana perché non lo avevo mai fatto e non sapevo di essere capace di farlo, anche se lo desideravo. Avevo sempre e solo pensato alle conseguenze, a quello che avrebbe innescato in coloro che lo avrebbero subito: incredulità, delusione, ostilità, ripudio. Tutte cose che sembravano pesare troppo di più dei miei bisogni inconfessati sulla bilancia dei sensi di colpa. 
Quel giorno l'ho detto e ho sofferto perché ho dovuto essere esattamente come gli altri mi hanno visto: fredda, determinata e anche un po' cattiva perché ho pensato solo a me stessa. Quella stessa fredda determinazione che mi ha permesso di non voltarmi più indietro e scrollarmi definitivamente di dosso i retaggi che provavano a riaffacciarsi. La mia vita è cambiata, non certo io che quel no ce l'avevo sempre avuto dentro. Gli anni mi hanno dimostrato che vale sempre la pena dire no se l'istinto è quello, se dirlo è espressione di sé, scardinamento di porte chiuse, rifiuto del perbenismo interessato, dell'ipocrisia e dell'ingiustizia. Vale sempre la pena buttare all'aria l'insostenibile e ricominciare da zero se farlo è rivalutazione personale.
Non credo di essere né fredda né cattiva, determinata sì, anche se con qualche inevitabile cedimento di percorso. Quel primo e sofferto no mi ha aiutato a dirne altri senza paura, a camminare lungo la strada che mi suggerisce la coscienza e a mantenere intatta la mia dignità. Ne è valsa davvero la pena.