10 maggio 2022

Difficoltà.

Sono giorni difficili. Il mio anziano e amatissimo convivente a quattro zampe sta subendo gli attacchi dell'età. Ha sedici anni, un'artrosi devastante e lesioni al crociato in entrambe le zampe posteriori e non riuscirà più a camminare normalmente. E' successo altre volte che avesse qualche malanno, ma mai prima d'ora mi ero resa conto di quanto il suo stato di salute potesse condizionarmi. Se non sta bene lui non sto bene nemmeno io. Non riesco a fare niente altro che non sia il prendermene cura. Il mio umore dipende dal suo. Mi sono chiesta se non sia un po' eccessivo ma è una domanda a cui non so rispondere: provo questo e non posso farci niente. Inoltre c'è un fattore che appesantisce ulteriormente la situazione: il denaro. Ne ho poco e le cure costano. Per fortuna il veterinario è una persona sensibile e onesta e comprende. Ma pensare di non potergli dare il meglio in assoluto mi fa sentire in colpa perché quando è nato e ho deciso di tenerlo con me mi sono assunta la responsabilità della sua esistenza e vederlo dipendente da me in tutto e per tutto e non potergli dare quel "tutto" è una sconfitta che pesa parecchio. Comunque adesso l'obiettivo è farlo stare il meglio possibile e ci stiamo riuscendo. Riesco a interpretare il suo sguardo: so quando è stanco e vuole un aiuto, so quando può fare da sé e quando non riesce. Paragono il mio amore per lui a quello per i miei figli. E' troppo? Non lo so, so che mi viene spontaneo farlo. Se non è abbastanza è comunque sufficiente per una sopravvivenza accettabile. Basterà per la mia coscienza? No. Se le cure per gli animali rientrassero nel piano del servizio sanitario sarebbe meglio. Siamo tutti esseri umani, anche i cani, i gatti e tutti quelli che popolano questo sventurato pianeta.



29 gennaio 2022

Desideri e delusioni.

Ho aderito come fondatrice ad un Collettivo che si propone come organizzazione di volontariato ed ha come obiettivo principale la socializzazione, con particolare attenzione ai bisogni del territorio, sia come supporto alle difficoltà, sia come divulgatore di cultura. Ora, come mio solito, prendo molto sul serio le cose che faccio e mi ci metto d'impegno. Succede però che, nonostante gli entusiasmi iniziali, la mia impressione non corrisponda alle aspettative. Nel senso che le delusioni sono all'ordine del giorno perché quello che io intendo per "attenzione ai bisogni del territorio" non corrisponda esattamente a quello che intendono i miei co-fondatori.

Io aderisco alle iniziative che propongono incontri con personaggi (musicisti, scrittori, filosofi, giornalisti) che possono dare contributi, però vorrei che questi incontri (sempre che sia possibilie realizzarli vista l'entità di tali personaggi auspicati) fosse finalizzato a qualcosa di concreto, tipo qualcosa di coerente con la parola "volontariato" e "socialità" di cui ci siamo appropriati quando abbiamo deciso questa iniziativa. Invece la mia impressione è che ci si ritrovi per condividere semplicemente un desiderio, un'opportunità che singolarmente non sarebbe attuabile. Organizzare un concerto jazz o invitare Bifo o Erri De luca ad un incontro è estremamente elettrizzante ma ci deve essere uno scopo, altrimenti resta un piacere fine a se stesso con la possibilità di adesioni limitate ad estimatori.
Inoltre trovo un conformismo che non mi piace per niente. Mi spiego: siamo tutti abbastanza "anziani", provenienti da un '68 di ribellione. Alcuni hanno una militanza piuttosto importante nel partito comunista di quel tempo. Mi sarei aspettata una reazione attiva e non sicuramente passiva alla situazione odierna. Non voglio con questo definire una posizione pro vax o no o green pass o no. Vorrei semplicemente un'opinione invece che un'accettazione. Sì, lo ammetto, anche un'accettazione può essere un'opinione, ma informarsi ansiosamente quando, dove e come si può fare la terza o la quarta dose di vaccino per essere liberi di muoversi non è esattamente un'opinione. E' uniformarsi. E' accettare passivamente. E' non farsi domande. E' indifferenza. Sì, perché indifferrenza è quando non ci si chiede perché. Quando ci si lascia trasportare. Quando si accettano ricatti e compromessi per il quieto vivere. Quando pur di sopravvivere alla bell'e meglio ci si scorda degli ideali che ci avevano motivato così fortemente da riuscire a cambiare, almeno in parte, la storia. E per me, dimenticarsi o ignorare quegli ideali è una profonda delusione. Io c'ho vissuto e basato le mie scelte di vita con quegli ideali e non riesco a dimenticarli o a metterli da parte perché qualcuno mi dice come mi devo comportare per vivere liberamente. NO.
E il problema nasce qui: vorrei fare qualcosa di concreto per il mio paese, per il mio territorio, per la gente che mi vive accanto, che ha bisogno di supporto, ma non riesco a farlo da sola, non ne sono in grado, non ne ho i mezzi. Possibile che non riesca a trovare il modo?
Anici miei, sono contenta di avervi ritrovato e stare insieme è sempre un piacere, ma non è che una bottiglia di vino e un lauto pasto possano cambiare qualcosa. Bisogna impegnarsi in tutti i campi e responsabilizzarsi. Sul serio.

31 dicembre 2021

I miei auguri.

Non sono mai stata molto propensa a rispettare la prassi che vuole la fine dell'anno pieno di aspettative future. Ormai sappiamo che domani sarà solo un altro giorno più o meno uguale a quelli passati, ma gli auguri li ho sempre fatti e li faccio con sincerità a tutti (o quasi 😏). Quest'anno però sono un po' più in imbarazzo. Fare gli auguri nella situazione in cui ci troviamo mi suona quasi privo di concretezza. Ci sono talmente tante cose da cambiare nel mondo che ci vorrebbe un miracolo per sistemarne anche solo una piccola parte. E io non credo nei miracoli.

Però credo nelle persone, poco e in poche ma ci credo ancora.
Perché se siamo stati capaci di fare tutti questi danni, forse potremmo essere capaci anche di fare l'esatto opposto e porre un minimo di rimedio agli errori che abbiamo commesso.
Lo so, si può definire utopia anche questa speranza, quasi come credere nei miracoli, ma credo che ormai sia chiaro che, se non invertiamo la rotta, di speranze non ce ne rimangono altre.
Quindi l'augurio onnicomprensivo che mi sento di fare è questo:
mi piacerebbe che tornassimo ad essere più consapevoli del ruolo che possiamo sostenere come umanità pensante e che questo ci fosse sufficiente a ricordare che basterebbe poco, in fondo, per essere qualcosa in più di numeri o molecole disperse a caso in questo mondo in balia dei venti. Un po' meno passivi e un po' più reattivi per tornare a percepire il senso e l'essenza della vita che, volenti o nolenti, ci troviamo a vivere, della rabbia positiva e costruttiva contro le ingiustizie, della possibilità di essere artefici di un qualche destino e non succubi produttori e consumatori, perché altrimenti non potremo dare colpa a nessuno di quel che sta succedendo. Prendiamo noi il timone di questa nave che sta naufragando o non ci sarà anno nuovo che tenga.
Auguri.
 

 

25 dicembre 2021

Mi dichiaro prigioniero politico.

Riprendo in mano questo spazio per condividere i miei pensieri nell'attuale, assurda situazione.

 25 dicembre 2021

Sono prigioniera. Il mio attenermi alla legge che mi permette di decidere se vaccinarmi o meno mi sta isolando più di quanto già lo stessi facendo spontaneamente prima. A volte mi domando se sono normale. Ma mi sembra di sì. L’isolamento non mi produce depressione. Ho cose da fare. Cerco di mantenermi in forma per contrastare la vecchiaia che avanza, ho ancora il mio cagnolino di cui occuparmi, mi nutro (a volte non benissimo ma mangio quello che ho voglia di mangiare e quello che mi posso permettere), leggo tantissimo, guardo anche la tv (sempre meno in verità evitando tg e talk vari perché non ne posso più!!!) e vivo normalmente. Non ho molti contatti sociali, è vero, anzi, quasi nessuno, ma non mi mancano. Quei pochi che ho non mi danno altro se non un po’ di divertimento oserei dire quasi forzato, proprio per non considerarmi un’asociale.

Mi chiedo perché mi comporto così. C’è un insieme di cose su cui ho riflettuto per spiegarmelo.

Prima di tutto non sono così sicura dell’efficacia dei vaccini. Da che mondo è mondo la scienza è fatta di dubbi che devono essere costantemente verificati, questa è la base su cui si fonda la ricerca che non si chiamerebbe tale altrimenti. Alle certezze ci si arriva, come ci ha insegnato la storia, dopo varie fasi che in questo momento storico non sono certo state rispettate.

Ho attraversato tutta la mia vita cercando di ascoltare i segnali del mio corpo e credo di averli interpretati. Sto bene, sono ancora in forze e non ho nessuna patologia. Mi sembra di avere un buon equilibrio fisico e psicologico che non voglio stravolgere introducendo sostanze estranee non comprovate.

Poi c’è il fattore della ribellione. Che non è secondario, ce l’ho nel dna. Fin dall’inizio ho cercato di capire. Lo faccio da sempre per qualsiasi stimolo mi provenga dall’esterno. Credo sia logico farlo, non sono un’oca che ingurgita. E non c’ho capito niente. L’informazione e il comportamento della politica non mi ha mai dato nessuna garanzia, anzi. Le varie ordinanze mascherate da appelli alla responsabilità mi sono arrivati male, sono suonate come vere e proprie coercizioni e ricatti. Purtroppo è da quando sono nata che ho questa allergia agli ordini, e di solito faccio esattamente il contrario di quello che mi si vuole imporre.

Però rispetto le leggi. E se la legge non mi obbliga, la rispetto e faccio la mia scelta. Punto.

Poi c’è il fattore dell’allarmismo ingiustificato. Non nego che ci sia una situazione difficile, ma il sensazionalismo dei media sta caratterizzando l’informazione negli ultimi anni e questo non può che esacerbare i comportamenti e influenzare chi non riesce a sottrarcisi. Ogni anno salta fuori qualche nuovo virus, molti si ammalano e molti purtroppo muoiono. Forse quest’anno è stato ed è ancora contraddistinto da qualcosa di più grave, ma è ovvio che se la sanità avesse avuto quelle risorse che negli anni scorsi la politica le ha proditoriamente tolto, non avrebbe queste difficoltà. E allora non vedo perché  le colpe della politica debbano ricadere sempre su chi colpe non ha. Non è tollerabile. Non sono d'accordo nel giustificare questa inefficienza con una politica preventiva irresponsabile inoculando sostanze che, tra l’altro, sono tutt’altro che sicure e sulla cui distribuzione stanno speculando a man bassa le multinazionali farmaceutiche cercando di trarne il massimo dei profitti.

Dicono che i non vaccinati contribuiscono alla diffusione. Non è vero. Visto che non si può andare da nessuna parte, che cosa mai possono diffondere? Al contrario io cerco di proteggermi dai vaccinati che pensano di essere invincibili e fuori da qualsiasi pericolo mentre in realtà non lo sono e si permettono di avere comportamenti a rischio. Senza contare l’arroganza da salvatori del mondo quando sappiamo benissimo che chi si è sottomesso o lo ha fatto perché non aveva scelta oppure, e qui casca l’asino, per avere libero accesso a quel consumismo che tanto ci sta a cuore e che sembra non esista nient'altro. Per tornare ad essere liberi, dicono loro.

Ma che libertà è quella che viene elargita come premio per un’obbedienza cieca e sorda?

La libertà vera è quella che abbiamo per nascita, per natura e che ci viene strappata via con imposizioni che ci conducono a ricatti psicologici e ci rendono schiavi di noi stessi e di pensieri nevrotici basati principalmente sul senso di colpa e anche di psicotiche teorie che logicamente, ma anche emotivamente, non hanno alcun senso, né alcuna utilità nella ricerca del bene reale.

Non è mia intenzione dare una connotazione univoca e standardizzata a tutte le persone che si sentono in dovere di seguire certi comportamenti, non giudico nessuno. Però mi chiedo come sia possibile annullare la ragione pur di essere considerati cittadini modello. Una vera morale civica non dovrebbe annullare la ragione né le emozioni, ma piuttosto integrare questi aspetti e quindi, rispettando la propria natura, elevare l’individuo a quello che è: una mente pensante. Quello che sta succedendo adesso è l’esatto opposto.

Io credo di rispettare tutti in quanto persone, anche in quell’aspetto di cittadino obbediente che sentono di dover essere. Quello che non rispetto è quel meccanismo perverso che vedo intessuto in chi detiene un qualche tipo di potere e che si ritiene investito  di decidere della vita altrui.

Non è tanto il fatto di essere bravi cittadini o meno quanto il non discernere tra l’incomprensibile e l’assurdo.


25 giugno 2021

Sto invecchiando?

 


Il calendario mi dice di sì. Quest'anno saranno 69...e l'anno prossimo i fatidici 70!! Quando avevo 40 anni, o anche 50, e vedevo le persone di questa età, le consideravo vecchie. Ora io, a quella stessa età, non mi sentirei di considerarmi tale. Non ho quelle carenze che vedevo in loro. Sì, le rughe, il corpo che cede (tutta colpa della gravità!😂), sono segnali piuttosto chiari, ma ho acquisito una consapevolezza di me stessa che prima non avevo. Mi conosco sempre di più, credo di sapere ciò di cui ho bisogno e ciò che devo lasciar perdere perché non mi appartiene più. I desideri non sono più gli stessi, i pensieri non sono più gli stessi, ma ne sono subentrati altri che sento più corrispondenti. So quello che voglio e so (almeno credo 😏) cosa posso ottenere. Certo, i momenti di confusione sono ancora lì che mi aspettano al varco: instabilità di umore, ricerca di certezze che non otterrò mai, sensazioni contrastanti che mi colgono improvvise. Però qualche linea guida credo di averla ben chiara, soprattutto una: sono risoluta a vivere bene quel po' di vita che mi rimane. Ci tengo perché è normale che lo sia. Sono al  mondo e finché ci resto vorrei sfruttare le mie potenzialità, di corpo e di mente, insieme, perché l'una non esclude l'altra. Soprattutto adesso che posso occuparmi di me stessa a tempo pieno senza l'assillo continuo e improrogabile dei problemi che comportano i ruoli scadenzati che il sistema impone (da vecchi non si è più tanto utili per cui succede che ti lascino un pochino più in pace😏).

Quindi, tanto per concludere questa masturbazione mentale di un qualunque venerdì di giugno dell'anno 2021, dico che, nonostante tutto, compresi pandemia da cui non so quando usciremo e vecchiaia che purtroppo avrà  il suo inevitabile decorso, sto cercando con tutti i mezzi possibili di essere presente a me stessa per non lasciare che gli anni possano presentarsi come handicap. Faccio cose (quando ne ho voglia), vedo gente (quando ne ho voglia), leggo (compulsivamente e soprattutto thriller psicologici), mi interrogo sul da farsi e osservo l'evolversi degli eventi con un fare critico e distaccato pur se emozionalmente coinvolta. 

Aggiornerò questo spazio...forse...quando ne avrò voglia e ragione per farlo... 

26 marzo 2021

Scrivo.

E' passato tanto tempo e mi è tornata la voglia di scrivere su questo diario virtuale che ultimamente ho tradito per un diario cartaceo. Sì, ho voluto riprendere a scrivere a mano, con carta e penna. Mi ero accorta di avere qualche difficoltà persino nello scrivere la mia firma quando richiesta e non mi sentivo bene. Ho sempre scritto da quando ne ho avuto la capacità e pensare di non riuscire a farlo manualmente mi metteva a disagio. Per questo mi sono messa alla prova. Prova che comunque ho superato brillantemente dopo che ho riempito alcune pagine d'incertezza. Nel mio diario cartaceo scrivo tutto quello che mi viene in mente, anche sciocchezze che non pubblicherei qui sapendo che qualcuno potrebbe leggerle. Lo faccio per il solo piacere di scrivere, di riempire pagine bianche che si modificano al contatto con la penna. E mi sento libera. Lo so che può sembrare strano (in effetti lo penso anch'io) ma è così. Scrivere a mano con carta e penna ha un altro effetto, quasi terapeutico. Non credo di riuscire a spiegarlo se non con questa sensazione di libertà che credo che sia dovuta al fatto che quel diario è solo mio e non è sottoposto a giudizi. Sarà perché ho paura dei giudizi? Forse. Sarà perché lì mi esprimo senza costrizioni? Anche. Ma mi viene in mente anche l'ambizione di cui sono assolutamente priva. Non ho nessuna voglia di competere con chiunque e avere un blog comporta, anche non volendo, un mettersi in competizione con altri, esporsi ad una eventuale platea che potrebbe non essere d'accordo con me e credo di non essere in grado di sostenere nessun tipo di polemica. Primo perchè non mi piace, secondo perché non mi sento in grado. Odio le discussioni. E' un limite? Può essere. Ma sono fatta così e non ho nessuna voglia di cambiare. Non ne trovo la necessità. Alla mia età sono tante le cose che non trovo più necessarie. Ho le mie idee che ormai sono consolidate (forse incancrenite, ma che volete farci?). Però mi dispiaceva comunque lasciare in sopeso questa virtualità che, comunque, qualche soddisfazione me l'aveva data. E non ho resistito. Sono tornata qui, spinta da non so quale ispirazione, a mettermi in discussione, in un certo senso. A mettermi comunque alla prova, un'altra prova. Una delle tante a cui mi sottopongo in questo periodo della mia vita. Il periodo della pensione. Quello in cui c'è tempo. Tempo per fare quello che prima non avevo tempo di fare. Tempo in cui ci si potrebbe anche porre degli obiettivi, ma non esageratamente importanti perché le energie sono quelle che sono e lo scetticismo, figlio della disillusione, la fa da padrone. Tempo in cui ci si sente in diritto di essere sempre di più attenti a quello che si desidera senza sentirsi esageratamente responsabilizzati. Faccio quello che ho voglia di fare senza sentirmi nè in colpa nè responsabilizzta. Scrivo qui, scrivo con carta e penna, che differenza fa? Mi esprimo. Punto.

Mi esprimo perchè ho voglia di farlo.

In questo momento. 

Domani può essere diverso. 

Che importa?

Scriverò qui, scriverò da un'altra parte. 

Che importa? 

L'unica cosa importante è che provo piacere ad esprimermi.

Cercavo il consenso quando mi era imposto.

Ora non più.



25 ottobre 2020

Per questo non vorrei soccombere ad uno stronzo virus qualunque...

E' domenica. Una domenica di fine ottobre in cui è tornata l'ora legale. Poca gente in giro e più silenzio del solito. Vado a comprare alcune cose. La vestizione è diventata la prassi, ormai non la dimentico più la mascherina anche perché un po' l'atmosfera si è appesantita, è innegabile. Ho 68 anni e, anche se mi sento in forma e non mi metterei spontaneamente nella famosa categoria a rischio, un po' ci penso. Ci penso sì, ma non è la paura di morire che mi preoccupa, sono convinta che ce la potrei fare e comunque, anche se non ce la facessi, pazienza, la mia vita bene o male l'ho vissuta, qualche sogno l'ho realizzato e non credo di poter ribaltare il mondo da ora in poi, quindi.. Penso solo al fatto che se mi ammalassi il mio cane si sentirebbe perso. E' vecchio anche lui, 14 anni di affetto ci uniscono, è sordo, ha qualche acciacco alle zampette ed è talmente dipendente da me che mi segue in ogni stanza della casa, non si sposta se non mi sposto, abbiamo dei rituali consolidati che lo rassicurano e rassicurano me nell'accudirlo. Penso al mio cane e non penso ai miei figli. Dovrei? Anche se può sembrare strano, no, non ci penso. Hanno una loro vita, prendono le loro decisioni e ne sono consapevoli. Potrebbero soffrire certo, ma sono indipendenti, adulti e capaci e la mia assenza non modificherebbe niente, anzi, forse risolverebbe anche qualche piccolo problema che non sto qui a specificare. La mia scomparsa non pregiudicherebbe niente...tranne...la sopravvivenza del mio cane! E' lui che mi preoccupa più di tutti. Non riesco a immaginarlo affidato ad altri o, peggio, rinchiuso in un canile. Non ce la farebbe e vorrei che gli ultimi anni della sua vita fossero belli, amato e coccolato come si merita e come desidera. E solo io sono in grado di poterlo fare perché è con me da quando è nato, lo conosco in ogni sua manifestazione e percepisco il suo umore. Un estraneo non avrebbe abbastanza tempo per imparare a farlo.

Per questo non vorrei soccombere ad uno stronzo virus qualunque: per il mio cane.



20 giugno 2020

Tempo e priorità.

Chiunque capiti da queste parti non si faccia ingannare dal titolo roboante. Non è una dissertazione né un'analisi filosofica. Sono solo pensieri, anche piuttosto terra terra che sto scrivendo mentre aspetto che Pucky (il mio cane) finisca di mangiare per poi portarlo a fare un giretto. 
Ho constatato che mi riesce difficile tener fede alla promessa che mi ero fatta di aggiornare in modo continuativo questo blog. Sono in pensione, ho raggiunto una certa serenità d'animo, non ho più nessuno che mi dia ordini e posso fare quello che voglio senza costrizioni o impegni indesiderati. Eppure nella scaletta delle cose che desidero fare, quelle che non potevo fare prima, scrivere su questo blog non è la priorità. Da qualche parte ho letto che è più facile scrivere quando si soffre, c'è più pathos da estrinsecare e più voglia di condividerlo per avere una seppur limitatissima possibilità di consolazione. In questo momento per me questa teoria trova conferma. Non dico di essere felice che è un concetto ben lontano dalla mia condizione attuale, però sono pacificamente immersa in un quotidiano leggero e forse anche un po' superficiale, lo ammetto, che non ha bisogno di essere esternato. Cosa si può dire quando si sta bene? Che si sta bene, ma la cosa finisce lì. Credo sia normale che non mi venga voglia di gridarlo ai quattro venti anche perché mi sembrerebbe di sminuire le tantissime situazioni di disagio e sofferenza che ogni giorno la maggior parte delle persone deve affrontare. Io sono fortunata, loro no. Quindi perché calcare la mano su una cosa che non interessa nessuno? Senza contare che ho sempre provato un certo disagio di fronte a certe espressioni esagerate di gioia di vivere, di ottimismo immotivato ad oltranza, di ringraziamento per esistere in un mondo che di positivo ha ben poco, dove per raggiungere uno status accettabile bisogna lottare con le unghie e coi denti e la sopravvivenza è un traguardo che non a tutti è concesso. Io l'ho raggiunto dopo 68 anni di sgomitamenti  forsennati e non è nemmeno il massimo, anzi, ma mi va bene così e l'unica cosa che mi viene da fare è esprimere solidarietà per coloro che ancora non ce l'hanno fatta. 
Per concludere: posto che il più delle volte questo mio diario virtuale ha connotazioni abbastanza personali e intimiste, prevedo assenze più o meno prolungate, come è sempre successo d'altra parte, non è cambiato niente. Quindi se ho voglia di scrivere lo farò, altrimenti non lo farò, semplice no? E se l'assenza dal blog comporta di conseguenza l'assenza di lettori e commentatori...pazienza, non sono mai stati numerosi e non me ne sono mai fatta un cruccio. Per fortuna ho di che occupare piacevolmente questo tempo che ora, finalmente, mi è concesso e non darò priorità a niente che non sia il desiderio del momento. E ora il mio desiderio è andarmi a godere con Pucky questa bellissima giornata finalmente estiva! 

16 maggio 2020

Mi sono sentita strana quel giorno.


L'avevo fatto. Avevo detto no. Un no che mi costava tanto, un no che avrebbe cambiato la mia vita senza sapere come sarebbe cambiata. Era quasi salito da solo dalla gola dopo tanti sì obbligati che lo spingevano giù. Si era arrampicato ed era cresciuto piano piano come un seme che sta germogliando e che alla fine spacca prepotente il terreno che lo teneva rinchiuso.
Mi sono sentita strana perché non lo avevo mai fatto e non sapevo di essere capace di farlo, anche se lo desideravo. Avevo sempre e solo pensato alle conseguenze, a quello che avrebbe innescato in coloro che lo avrebbero subito: incredulità, delusione, ostilità, ripudio. Tutte cose che sembravano pesare troppo di più dei miei bisogni inconfessati sulla bilancia dei sensi di colpa. 
Quel giorno l'ho detto e ho sofferto perché ho dovuto essere esattamente come gli altri mi hanno visto: fredda, determinata e anche un po' cattiva perché ho pensato solo a me stessa. Quella stessa fredda determinazione che mi ha permesso di non voltarmi più indietro e scrollarmi definitivamente di dosso i retaggi che provavano a riaffacciarsi. La mia vita è cambiata, non certo io che quel no ce l'avevo sempre avuto dentro. Gli anni mi hanno dimostrato che vale sempre la pena dire no se l'istinto è quello, se dirlo è espressione di sé, scardinamento di porte chiuse, rifiuto del perbenismo interessato, dell'ipocrisia e dell'ingiustizia. Vale sempre la pena buttare all'aria l'insostenibile e ricominciare da zero se farlo è rivalutazione personale.
Non credo di essere né fredda né cattiva, determinata sì, anche se con qualche inevitabile cedimento di percorso. Quel primo e sofferto no mi ha aiutato a dirne altri senza paura, a camminare lungo la strada che mi suggerisce la coscienza e a mantenere intatta la mia dignità. Ne è valsa davvero la pena.



09 maggio 2020

Il potere evocativo.


Qualche giorno fa, approfittando del fatto che sono finalmente libera dalla costrizione del lavoro, ho deciso di mettere un po' d'ordine nei cassetti. Non quelli dei sogni che in quelli c'è troppa muffa, ma in quelli delle cose che appoggi lì e dici poi le metto a posto. Un cassetto in particolare non vedeva la luce da decenni tanto che nemmeno ricordavo quello che c'era. L'ho aperto, l'ho svuotato completamente e in fondo c'era una giacca appartenuta a mia madre che avevo conservato ma mai usata. L'ho avvicinata al viso per sentirne la morbidezza e ho sentito, impolverato dal tempo, quel profumo di tenerezza, quel calore che mia madre emanava quando mi abbracciava. E all'improvviso una sensazione durata pochissimi secondi ma sufficienti per essere percepita distintamente. Ho rivisto me stessa bambina che mi rifugiavo fra le sue braccia piangendo per una sbucciatura al ginocchio. Ho risentito l'odore del suo abbraccio che mi avvolgeva con la morbidezza di quella giacca.
Non è la prima volta che mi succede ed è una sensazione bellissima, emozionante. L'odore che ho sentito ora è lo stesso che avevo sentito allora, da bambina, facendomi consolare. C'è stato un collegamento: ricordando quell'odore ho ricordato quel momento. Un momento che non ha la minima importanza...eppure l'ho ricordato. 
E allora ho pensato a quanti ricordi conserviamo inconsapevolmente, anche se non li percepiamo utili, non usati. Per esempio: ricordiamo dove abbiamo messo le chiavi di casa perché ci servono ma non ricordiamo dove eravamo il giorno del nostro decimo compleanno perché non ci serve. Però poi succede che, per un motivo o per un altro, salta fuori quel ricordo che non eravamo assolutamente coscienti di avere. Un odore, un sapore, un panorama o qualsiasi altra cosa e avviene una specie di corto circuito che fa collegare le due cose, anche lontanissime nel tempo. 
Non so se succede solo a chi ha una certa età come me però ho provato spesso a pensare ad un anno della mia adolescenza e cercare una canzone che allora era la prima in classifica, la più famosa insomma. Chiudo gli occhi, mi rilasso e ascolto. E arriva tutta una serie di situazioni, persone, umori, discorsi, che sembravano assolutamente sepolti dal tempo. Io lo chiamo potere evocativo ma rimango comunque sempre meravigliata di quante cose sembriamo dimenticare mentre invece sono sempre lì, in quello spazio ristretto e magicamente complicato che è il cervello, conservate per sempre e incancellabili. 

26 aprile 2020

Ho fatto un casino ma sono felice.

Ebbene sì, non sono riuscita a controllarmi. Davanti ad una palese sfruttamento mi sono ribellata e, come succede di solito in casi del genere, mi sono data la zappa sui piedi. 
Racconto la storia perché altrimenti non si capisce. 
E' da quando mi sono separata, dal lontano 1998, che, pur di mantenermi, ho sempre dovuto accettare di lavorare in nero rinunciando ai miei diritti. Non sono mai riuscita a trovare alternative nonostante la buonissima volontà! E non ho mai chiesto sussidi allo Stato né tantomeno reddito di cittadinanza. Troppo onesta o troppo stupida? Non so, giudicate voi, io ho la coscienza a posto. Sono andata avanti comunque a denti stretti fino al raggiungimento dell'età pensionabile. 
A fine 2019 arrivo finalmente a percepire la pensione minima di anzianità: una miseria. Ragion per cui ho pensato di integrarla continuando a lavorare fino a che le energie mi avessero sostenuto. 
Arriva il covid19. Da metà marzo tutto chiuso, niente lavoro e niente soldi perché la cassa integrazione non mi spetta, non è prevista per gli irregolari. Però, da eterna illusa, spero che mi sia comunque riconosciuto qualcosa. Passa un mese abbondante in cui non vedo un euro se non l'esiguo importo della pensione (e meno male!). 
Arriva finalmente il momento in cui bene o male si ricomincia a fare qualcosa e arriva anche l'emolumento del mese tronco. 
Un'elemosina: 200€ per 15 giorni lavorativi.
A quel punto non reggo. 
Ho pensato al mio stramaledetto vizio che mi impone sempre e comunque di mettere l'anima in qualsiasi cosa faccia e a quante volte questo mi abbia messo nelle condizioni di essere sfruttata e ho deciso: smetto di farmi sfruttare, ne va della mia dignità. Sopravviverò anche senza l'elemosina di schifosi padroni opportunisti. Farò sacrifici ma li farò per me stessa senza sottopormi a compromessi.
Ed eccomi qua: a fine mese sarò pensionata con tutte le condizioni attinenti, una pensionata come milioni di altri che si devono arrabattare quotidianamente per sopravvivere. 
Ma sono stranamente felice perché non mi farò più sfruttare.
Mi sento libera. E questo vale la pena.


25 aprile 2020

Le cose necessarie.


Viviamo una crisi che molti definiscono epocale, che non finirà con la quarantena e avrà sicuramente conseguenze che forse nessuno riesce davvero a preventivare. Ci pensiamo, cerchiamo di capire, ma credo che ne avremo coscienza vera solo nel momento in cui ci troveremo ad affrontarle. Abbiamo già comunque dovuto modificare la nostra quotidianità, cambiare le priorità perché avere qualcosa a disposizione non dipende più unicamente dalla volontà di procurarcelo o dal portafoglio più o meno fornito. Abbiamo dovuto riscrivere la scala dei valori. Se prima le cose necessarie sembravano essere molte perché facevamo, utilizzavamo, sfruttavamo senza renderci conto dell'importanza, ora, in questi giorni un po' "strani" siamo stati OBBLIGATI a limitarci, ci siamo dovuti reinventare tempi e modi e abbiamo dovuto, PER FORZA, RINUNCIARE. Ci dicono che è per noi, per gli altri, per il futuro, ma intanto la cosa più importante, indispensabile, vitale quanto l'ossigeno non ce l'abbiamo più: la libertà. Ci siamo accorti che anche il semplice gesto di mettere il naso fuori di casa, abbracciare, baciare, parlare, divertirsi è libertà. Certo, possiamo protestare, inveire contro questo o quel nemico, celebrare, godere, esternare...solo virtualmente però, dentro quattro mura, dietro finestre già sbarrate da altre precedenti paure, dietro maschere che nascondono il sorriso, la spontaneità, la verità.
L'ho già detto: questa emergenza non mi ha scombussolato la vita, non ho subito tante limitazioni in più di quelle che già mi procura la mia condizione, ma il solo fatto di pensare che non posso agire liberamente nel momento in cui decidessi di farlo mi mette ansia. 
Davvero le cose necessarie sono così tante? Non credo. Le sole cose irrinunciabili sono la libertà, l'autonomia, l'indipendenza. Riflettiamo su queste parole tanto usate e tanto abusate. Sono diritti di cui non dovremmo mai essere privati, sono segni distintivi della nostra esistenza, tutto il resto può aspettare. Già da prima non ne potevamo usufruire a mani pienissime...figuriamoci adesso!

16 aprile 2020

Amicizie.


Non posso vantarne tante, di quelle vere e concrete intendo. Ma credo che sia dovuto in parte al mio carattere un po' selettivo: mi allontano istintivamente e repentinamente da persone che non mi dicono niente, che non capisco o non mi capiscono. Non ne ho tante, dicevo, si possono davvero contare sulle dita di una mano e, non so come mai, sono tutte maschili. Davvero non so spiegarmelo: sono solidale con le donne, le difendo a spada tratta, sento fortemente le ingiustizie e le disuguaglianze che ancora persistono nei nostri confronti, ma non posso dire di avere "l'amica del cuore". Mentre i miei amici maschi sono davvero "amici" ormai consolidati nel tempo anche se ognuno di loro ha una vita ben distinta dalla mia, con vissuti personali anche molto diversi dai miei. Uno di loro, per esempio, resiste al mio fianco (si fa per dire) da più di trent'anni e riesce sempre ad esserci al momento giusto nonostante a volte lo abbia quasi ignorato persa com'ero nei casini che combinavo. Un altro che ha raccolto confidenze che non ho mai svelato a nessun altro e credo mi conosca meglio di me stessa, con cui ho un dialogo profondo e sincero. C'è l'amico dei tempi del liceo che ho ritrovato e riscoperto dopo tantissimo tempo e con cui condivido ideali, contenuti e spesso anche una buona bottiglia di vino. Poi c'è quello che mi dà consigli indesiderati che ricambio con altri altrettanto indesiderati a cui mi lega un profondo affetto scaturito da una relazione amorosa un po' troppo travagliata per essere portata avanti come tale. 
E sono quattro. 
Potrebbero essercene altri ma i rapporti sono più freddi e inconsistenti per essere definiti amicizie. 
Rimane comunque il fatto che sono tutti uomini. 
Qualcuno dovrà spiegarmelo prima o poi.

10 aprile 2020

E che si fa in questo periodo?


Un giretto fuori con il cane, un altro per un po' di spesa ma solo una volta a settimana, una sosta in cortile a fare due chiacchiere, a debita distanza, con i vicini, e poi si legge e si prova a ricominciare a scrivere sul blog. O almeno questo faccio io. E ne sono contenta, il tempo non manca ora, come non mancano le occasioni di riflettere. E riflettendo sono arrivata alla conclusione di essere fortunata. Già. E dire che ho una pensione miserevole. Però penso che è arrivata giusto in tempo e, anche se miserevole, è molto di più di quanto hanno tante altre persone che in questo momento non si vedono arrivare un euro in tasca. Poi sono sola e la solitudine non mi è mai pesata, anzi! Sono sola e non devo sopportare nessuno se non me stessa mentre tante altre persone potrebbero avere problemi di convivenza forzata che prima non emergevano in maniera così evidente. Devo ammetterlo: questa pandemia non mi ha cambiato troppo la vita. Sì, avverto queste limitazioni nella libertà di movimento e un po' mi dà fastidio ma non sono catastrofica al punto da pensare che sia il preludio ad un regime militaresco o ad una prova di dittatura. Non credo ce ne siano le condizioni. Sono invece preoccupata per la crisi che seguirà questo lockdown. Per le conseguenze che ne deriveranno, per la povertà che inasprirà ancora di più l'assetto già precario di un sistema che non ha sicuramente a cuore l'uguaglianza. Però spero anche che ne possa derivare anche qualche piccolo insegnamento: il covid19 non fa distinzioni di razza o ceto e la salute è preziosa per tutti. Chissà! Qualcuno potrebbe avere ripensamenti sulla gestione di un'economia che ha sempre messo il profitto al primo posto e ripensare a quanto possa essere iniquo questo feticismo della ricchezza, tipico del capitalismo in cui il prodotto domina l'uomo, dimenticando il valore dei rapporti umani. Sono sempre la solita idealista? Forse sì. Ma qualcosa cambierà e...perché non sperare in meglio?

Bene, questo è il primo post che faccio dopo un lungo silenzio. Continuerò a provarci, a scrivere intendo, anche se mi sento un po' arrugginita. Poi mi sento anche un po' diversa, meno arrabbiata, più condiscendente e più vogliosa di nutrire la mente piuttosto che dispensare parole che potrebbero facilmente non interessare nessuno. Per questo ho ritrovato il piacere di leggere, mai perso ma solo sopito. Ho appena finito di leggere "Cecità" di Josè Saramago che non poteva essere più consono al momento che stiamo attraversando. Una drammatica realtà surreale che racconta di un'improvvisa pandemia di cecità. Non voglio fare recensioni perché non ne sono all'altezza, ma posso dire che mi è piaciuto nella narrazione dei personaggi, delle situazioni e delle conseguenze derivate da un evento così tragico e impossibile da prevedere. Non mi è piaciuto invece nella conclusione che lascia troppi punti in sospeso, ma non dico di più per non spoilerare. 
Ora invece sto leggendo "Il trombonista innamorato  e altre storie di jazz" di Aldo Gianolio. Tutt'altro genere. Sono quaranta storie brevi di altrettanti jazzisti più o meno eminenti raccontate in maniera tutt'altro che autobiografica e convenzionale, condite con un pizzico (forse anche di più di un pizzico) di leggerezza e ironia che le rendono godibilissime. Credo che molto sia frutto di fantasia, ma sembrano comunque ritratti tanto più realistici quanto meno corrispondenti alle biografie ufficiali a cui non si rifanno in alcun modo perché non raccontano di successi o analisi musicali ma di piccole storie di esistenze allo sbaraglio quotidiano. Mi piace. 

Ciao lettore occasionale di questo blog. Non prometto che se tornerai troverai delle novità, ma ci proverò.

30 giugno 2019

Forse questo blog non avrebbe ancora ragione di esistere perché non riesco ad aggiornarlo. Mi manca il tempo per farlo. Colpa di un lavoro alienante che occupa gran parte delle mie giornate e che rosicchia energia ed entusiasmo. Però mi dispiace chiuderlo e credo che non lo farò. Lo lascerò così, inutilmente fluttuante nei meandri della rete, fino a che non ritroverò le condizioni necessarie. Perché le ritroverò. Manca qualche mese alla meritata pensione (misera ma sempre pensione sarà) e allora spero che il tempo e la voglia di dedicarmici non mancheranno. Intanto ringrazio coloro che si sono interessati alle mie elucubrazioni. Ci ritroveremo.

01 maggio 2019

Mauro Macario: Lettera a Léo Ferré.

Maestro,
ti scrivo da un’epoca non epica come avevi predetto a gola aperta, dove la vergogna globalizzata è vissuta come orgoglio e l’orgoglio autentico viene bonificato con i lanciafiamme mediatici, in campagne di guerra subliminali ad opera di squadre istituzionali di disinfestazione che allargano a tutta la collettività il compito di sradicare il talento ovunque si trovi, un lavoro sporco per desfogliare la pelle ustionata da questo napalm oscurantista e da altre sottili innovative forme di sterminio cerebrale di stampo tecno-omologante che abilmente mimetizzate non sono riconoscibili, ma forse, per estremo paradosso, sono più feroci delle camere a gas perché ci lasciano vivi dopo aver asportato a crudo la nostra parte migliore, censurata e disattivata, esponendola al museo criminale degli irriducibili. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Un disegno planetario perverso che mira in modo sistematico a recidere la memoria morale e culturale del più recente passato umanistico e dei loro protagonisti di riferimento. Le generazioni del nuovo ordine saranno così riformattate e il back up non salvato assicurerà l’archiviazione del sogno. Una società di decapitati non pensa più, agisce meccanicamente secondo le coordinate dettate da poteri unificati che concertano in sabba segreti la modificazione genetica, in senso interpersonale, di un’intera civiltà. Una tecnica dell’oblio, della cancellazione, per destituire il reattivo e pianificarlo all’asservimento acritico. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Lo strumento che misura la temperatura dell’uomo degno è un termometro freddo e, malgrado il riscaldamento del pianeta, registra una febbre da obitorio, un’epidemia senza antidoto da laboratorio americano, una lapide sferica di cristallo attraverso la quale si vede il futuro dove veramente andremo su e giù per gli argini imparando a memoria i libri da tramandare, e fonderemo anche scuole clandestine per l’emozione appresa o rappresa. L’anatomo patologo di regime non dividerà più il cuore dal cervello, si troverà davanti a un organo mai visto: l’immaginario. Un organo carico di rivolta che segnala il soggetto ormai collassato e la sua sostituzione con l’oggetto: un modo come un altro per conquistare l’eternità spirituale della merce inanimata. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Nel mio tempo di revisionismo antropologico, antro-ideologico, e di andropausa, ristabilisco termini ritenuti obsoleti: imperialismo, sopraffazione, sfruttamento. Gli artisti, ogni mattina, preparano i documenti d’espatrio, e ogni notte lasciano in silenzio il paese reale per andare nell’altrove, quella terra promessa, onirica e visionaria, parallela alla nostra, che tu cantavi con accesi toni salvifici attraverso la poesia in musica, tra struggimenti e requisitorie. Verranno a cercarci anche lì per farci a pezzi, ma li aspetteremo a Little Big Horn. Gli artisti che “da ventimila anni cantano nel deserto”, oggi nel deserto sono sepolti. Ti scrivo dunque da un’epoca non epica dove il senso del mito si confronta e si scontra con la logica derisoria del pragmatico; e perde. Lo si studia come un reperto paleontologico. La “tensione verso” che animava le stagioni luminose delle utopie, rimane così, moncata nella conclusione, incompleta nella frase, sbigottita nel gesto amputato, come un fotogramma che blocca a mezz’aria un tuffatore mentre sta per saltare dal trampolino e d’improvviso non sa più dove andare. Decidere in volo è difficile, volare con le ali recise ancora di più. La definizione di genio, in sede contemporanea, suscita l’ottusa ironia di certa casta intellettuale che la adotta solo per quei casi storicamente conclamati, privi di rischio, e mai come voce fuori dal coro. In definitiva è il senso del sogno, la perdita emorragica del nostro tempo, e gli investigatori privati del verso poetico che ostinatamente ancora lo cercano, vengono contrastati dai servizi segreti delle multinazionali. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Quando mi chiedono in che cosa consiste il senso (residuo) del poeta oggi, faccio un attimo di silenzio e con gli occhi rivolti nel chissà dove, penso a te, maestro mio, perché la tua assenza pesa sul mondo e il mondo l’ignora, perché sono il guerrigliero di una battaglia solipsistica che ha come finalità di insediarti con i tuoi versi acustici in una terra apolide, in una dimensione atemporale. E ‘ la fraternità a distanza del poeta longitudinale e latitudinale. Io ti ricordo in una polvere d’oro nelle estati toscane, quando nella tua folle saggezza mi istigavi all’insurrezione entroflessa dicendomi: bisogna disimparare tutto. Così contagiato di vaiolo poetico attraversavo l’Eldorado del tuo verso cantato per arrivare al lazzaretto del mio e non più morirne. Io ti ricordo con la tenerezza del lupo che angelicava il tuo sguardo di muta adozione una sera a Parigi brindando alla mia rinascita dopo aver pianto per la tua capacità di eviscerarmi l’anima ad ogni brano, in scena, e trapiantarmi nell’altrove da cui non sono più tornato. Su quel palco ho visto il Novecento cantare i secoli precedenti in una reincarnazione sinfonica di tutti i poeti e di tutti i musicisti ricongiunti in una voce sola, allo scoperto, sotto i riflettori, fuori dalle loro tombe dove i becchini accademici li avevano sotterrati. Non c’è arte maggiore o minore. O canzone magica, commovente, miracolosa, corpo sonoro che da me si stacca e mi rappresenta in dimensioni sconosciute! La poesia morirà in un dormitorio pubblico. Mangiamo pane e merda e abbiamo sempre fame. E’ il menù neoliberista à la carte. La maggioranza, allineata e servile, ha tradito se stessa decretando così tante condanne a morte in tempo di pace, da fregare la rivoluzione francese. Involucri transgenici si riversano nelle strade come ologrammi darwiniani non ancora eretti. Il paese del sole gelido s’è trasformato, ha perso la sua identità, e gli antenati inceneriti tacciono nei loculi mnemonici. Squallidi dilettanti senza diritto di cittadinanza prevaricano gli artisti ortodossi relegandoli negli spazi amatoriali. Il nanismo nazionale cresce a dismisura grazie agli anabolizzanti di una dirigenza subeditoriale. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Noi veniamo da un tempo lontano di bistrot e barricate, di nudi corpi in amore, e canti vigorosi di rivolta, noi siamo gli sciamani del sogno selvatico e della libertà estrema, gli angeli neri della A cerchiata, ma il cerchio si chiude intorno al collo come un cappio, l’assedio ci annienta; e quando cadrà l’ultima strofa, l’ultimo alessandrino, il sonetto limpido, quando cadrà l’ultimo verso belligerante, sul campo delle rovine tra i fumi della sera, il grande cadavere del mondo giacerà imploso. E sarà un bene per tutti.

Mauro Macario

Sarzana, 9 ottobre 2006


16 aprile 2019

Notre Dame de Paris.

Può sembrare esagerato sentirsi un po' morire dentro di fronte a Notre Dame che brucia, in un momento così drammatico per il mondo e l'umanità. Ma non lo è. Soprattutto per noi umani del terzo millennio che non lasceremo nulla agli umani del 3000 e degli anni a venire, a testimonianza del tempo che abbiamo vissuto. Soprattutto per noi umani contemporanei che viviamo senza storia, senza simboli, senza memoria, inariditi e deprivati della cultura. Notre Dame brucia e non ci sarà più lo skyline lungo la Senna di quella Parigi che amo e che è una delle case del mio cuore da sempre. La potenza simbolica di questo capolavoro della cultura di ogni tempo si sente in questo stringersi del mondo intero intorno a Parigi, come schiaffeggiato dalla storia. Quelle fiamme ricordano a questo mondo, distratto e immiserito dentro, quanto la cultura sia dentro di noi e quale bene prezioso da proteggere sia. E ora più che mai è importante tenerla sempre al primo posto: nella politica, nella vita, nel confronto con gli altri. E oggi amo quelle migliaia di parigini che in coro hanno cantato una preghiera per la salvezza di Notre Dame de Paris e ancora una volta ho capito perché amo così tanto la Francia.



Notre Dame de Paris è stato il primo romanzo di successo di Victor Hugo scritto in un periodo storico in cui i monumenti gotici erano mal visti e già molti erano stati abbattuti.
Hugo temeva che anche la Cattedrale stesse per essere demolita e decise di battersi a favore di essa con degli editoriali contro quelli che egli definiva i "demolitori". Il romanzo ebbe un successo straordinario e migliaia furono i visitatori che andarono ad ammirare la cattedrale.
Purtroppo oggi invece dobbiamo assistere attoniti a questa spaventosa scena. Speriamo che i danni non siano troppi e che la struttura non sia compromessa
Per chi volesse qui c'è un riassunto dell'opera.

12 aprile 2019

A proposito di Ratzinger e delle sue esternazioni su pedofilia e '68, è bene non dimenticare che il clero, da sempre, ha predicato bene e razzolato male (è evidente che qualche eccezione c'è ma non è la regola).
Il problema non è rappresentato dalle affermazioni di Ratzinger ma da chi concede loro spazio e modo di parlare di questioni sociali, politiche ed economiche, fuori dai luoghi di culto.
Quello è il loro pulpito, e lì devono restare.

10 aprile 2019

Rughe.

Ho tanti specchi in casa ma non mi ci guardo spesso, giusto la mattina quando mi vesto, così, tanto per essere sicura di piacermi almeno un po'. Però a volte mi soffermo sul mio viso. Lo vedo ora con le rughe, la piega della bocca e quell'ombra negli occhi. E scopro di non ricordare com'era prima, senza i segni del tempo. Certamente è cambiato, come sono cambiata io. Non c'è storia senza riflessi e quei riflessi si traducono in un'insolita mappa dove si vede il percorso fatto ma non quello che sarà: semplicemente non si torna indietro. Confesso di non aver fatto molto per ritardare questa evoluzione perché non la considero una disfatta ma piuttosto un adeguamento ai mutamenti delle situazioni e delle consapevolezze. L'ho ribadito diverse volte: non penso alla vecchiaia come ad una resa al destino crudele, anzi, ritengo che sia una buona occasione per liberarsi dagli stereotipi e di conseguenza considero i suoi effetti uno specchio del vissuto del quale non posso certo liberarmi. E siccome non ho possibilità né tanto meno ragioni per rinnegare ciò che ho vissuto, guardo con affetto quelle espressioni mature, quei simboli di gioie, dolori, vizi e virtù che hanno attraversato il mio corpo e la mia mente. Ecco dove sono i ricordi, in quello specchio che riflette un viso a volte stanco, a volte leggero, a volte deciso e coraggioso anche se non può. Un viso che mi dà la consapevolezza dell'insieme dei miei giorni. Rinnegarlo sarebbe un controsenso. Non so come mi vedono gli altri, se quell'immagine riflessa nello specchio vale anche per loro. Spero di sì, è solo così che mi racconto senza paure.

Escher: Goccia di rugiada 1948

22 marzo 2019

Oscurantismo.

World Congress of Families XIII

Le linee guida del convegno in sintesi:
-La donna esaltata come strumento di procreazione, che per il governo pentafascioleghista deve appartenere alla razza bianca, da contrapporre a quella africana e asiatica, colpevoli entrambe di voler rendere meticcia la italica società ariana.
-I figli ridotti ad oggetti di contesa.
-La violenza domestica come inevitabile sfogo del maschio.
-L’omosessualità come malattia da curare e, per taluni relatori, come delitto da punire ma non con la pena di morte (lo hanno pure puntualizzato!!).
-L’aborto, compreso quello terapeutico, inteso come omicidio, nella incapacità di distinguere un embrione da un bambino, e auspicando tutela medica e giuridica solo per un ovulo accidentalmente incrociato con uno spermatozoo, giammai per la donna che lo ospita.
Questa è l’ideologia che attraversa questa esperienza di imbecillità alla tredicesima edizione.
Ma questi, a ben vedere, sono i fondamenti del cattolicesimo e chi non li condivide è accusato di satanismo.
I partiti che si rivolgono al cattolicesimo con deferenza sono politicamente responsabili della deriva antiumanitaria alla quale stiamo assistendo. La Presidenza del Consiglio alla fine non ha ritirato il patrocinio, quindi, formalmente, anche il M5S resta politicamente responsabile di questa ignobile kermesse, e la presa di distanza di Di Maio, a questo punto, è interpretabile come semplice opinione personale e come tale vale quanto un rotolo di carta igienica usato.
E’ il XIII congresso sulla famiglia, e questo significa che sono già alla tredicesima occasione sprecata per dare un contributo all'umanità.
Ovviamente questi figuri hanno avuto anche la benedizione del Papa, il quale, nel suo impianto ideologico, ha la necessità di tarpare ogni forma di emancipazione e libertà perché è funzionale alla sottomissione delle masse. Per gli affari del Vaticano un simile congresso costituisce la quadratura del cerchio: le imbecillità teologiche che si trasformano in finalità politiche.
Se la storia del pensiero filosofico insegna come le elaborazioni concettuali tendano ad un piano progressivo, con una finalità generalmente superiore, queste persone vogliono invece certificare come l’umanità possa avere momenti di autentica regressione, di incapacità di concepire l’evoluzione del pensiero proteso ad un salto qualitativo. 
Vogliono infognare l’umanità nell'oscurantismo di cui loro si cibano.

04 marzo 2019

Nel nome di Dio.

Quante nefandezze si sono fatte e si stanno facendo in quel nome! Tralasciando i trascorsi, un passato che ha visto massacri e violenze da parte di coloro che si ergevano a paladini della giustizia divina, pare che anche oggi riusciamo a non farci mancare niente. Se in passato era caccia alle streghe, ora è caccia al diverso, inteso come minaccia ad una normalità che presunte legittimazioni bibliche sanciscono.
Alcuni giorni fa avevo letto di una giornalista che ha indetto addirittura un convegno per rivelare pubblicamente come si è liberata dall'inganno di Satana che l'aveva obbligata per più di 40 anni ad amare persone del suo stesso sesso. 
"Una mattina ero a casa e dissi al Signore che volevo studiare la parola. Lui mi parlò con voce udibile, mi disse che Lui era maschio e femmina e che aveva creato l’uomo e la donna: tutto ciò che era al di fuori della sua creazione è un inganno della menzogna, Satana. L’omosessualità è un abominio agli occhi di Dio. E purtroppo si parla troppo poco nelle chiese di come sia un abominio. Il Signore mi ha parlato e mi ha liberato all'istante".
Pare però che quel convegno sia saltato grazie alle polemiche che ha suscitato. Ma la signora in questione aveva già rilasciato interviste a destra e a manca parlando di "confusione" nelle persone e nel Paese. L'ha fatto nelle tv private, sedicenti cristiane, diffondendo un messaggio tanto più offensivo quanto più si tiene in considerazione il suo ruolo professionale pubblico.
Tutto questo mentre autorità di governo si preparano a patrocinare un congresso internazionale sulla famiglia, nel quale probabilmente si metteranno a punto le linee guida per le politiche contro le rappresentanze sociali a tutela dei diritti degli omosessuali.

Stiamo vivendo l'ennesima insidia portata a compimento da orde di fondamentalisti e integralisti sedicenti "cristiani" che nel nome di un dio ripropongono una vera e propria caccia alle streghe, siano esse omosessuali o abortiste, contro ogni abominio che minaccia la famiglia.

Chi sono quelli confusi in questo Paese?

19 gennaio 2019

Chi è desiderato vince, chi desidera perde.

Alcuni giorni fa c'era un'accesa discussione sulla dichiarazione di Yann Moix, un cinquantenne scrittore francese che asseriva di non provare alcun desiderio erotico verso le coetanee vecchie ed invisibili preferendo la freschezza delle venticinquenni. 
Sui vari social numerose signore, suppongo cinquantenni, come reazione piccata, esibivano scatti in pose più o meno scosciate come a dire: guarda qui cosa ti perdi. Una delle commentatrici però ironizzava su questo comportamento e, allo stesso tempo, non risparmiava parole graffianti per lo scrittore che definiva un ometto gerontofobo in evidente crisi pre-senile che le venticinquenni, a breve, se non di già, se le doveva pagare.
Non voglio entrare nel merito (lungi da me!!), voglio solo sottolineare quanto emerge da tutto questo bailamme. Ci sono tre soggetti distinti: Moix che non vuole le cinquantenni, le cinquantenni desnude che non vogliono Moix e ribaltano la prospettiva (siamo noi a non volere te) e la signora che critica entrambi. Tre soggetti che sembrano in contrasto fra loro ma che, dal mio punto di vista, parlano la stessa lingua, quella del potere di chi vince. 
Chi è desiderato vince, chi desidera perde
Mi spiego: le donne cinquantenni che esibiscono forme avvenenti reclamano il potere che Moix  nega loro preferendo le giovincelle. E' come se dicessero: se non mi desideri mi stai togliendo potere e, per reazione uguale e contraria, io lo tolgo a te. Ma anche la signora in disaccordo con entrambi afferma un suo potere ponendosi ad un livello superiore da cui giudica le coetanee ingenue e scomposte e Moix un ometto in crisi pre-senile revocandogli lo stesso potere: ottenere gli oggetti del suo desiderio solo comprandoli, che è un'altra forma di potere. Ragiona insomma secondo presupposti analoghi alle donne che critica.
La gaffe di Moix e le relative discussioni rivelano come uomini e donne spesso parlino la stessa lingua, quella del potere. Un potere che per gli uomini continua ad essere economico e sociale (il successo, la fama, la risonanza pubblica), e per le donne estetico e anagrafico. 
Però...c'è un però. La goffaggine machista di Moix rivela una falla: il desiderio. Lui non dice di essere giovane e bello o ricco e famoso. Lui dice di desiderare le donne giovani e belle. E in questo modo ha già perso in partenza.
Peccato che le donne di tutte le età che lo hanno attaccato non se ne siano accorte perché, alla fine, sono sempre loro a decidere se andare o meno a letto con lui..come sempre è stato e sempre sarà...