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13 Settembre 1970

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Ci sono date che restano impresse nel calendario come vecchi chiodi a cui non c'è più nulla da appendere. Il 13 settembre del 1970 era una domenica, proprio come oggi. A fare i calcoli con la logica dei numeri e delle convenzioni, a distanza di cinquantasei anni si potrebbe parlare di un anniversario di matrimonio; a guardarli con la lucidità di chi ha voltato pagina alla fine degli anni novanta, si potrebbe al massimo festeggiare quasi un trentennio di divorzio.   Ma gli anniversari, in fondo, lasciano il tempo che trovano. Non c'è molto da festeggiare e meno che mai c'è bisogno di infierire o denigrare ciò che è stato. Anche i percorsi che s'interrompono si lasciano dietro qualcosa di vivo e duraturo: dei figli, per esempio. I figli crescono e imparano, quasi sempre a proprie spese, una delle lezioni più amare della vita: che gli adulti, compresi i genitori, raramente sono ciò che appaiono. Scoprono che chi dovrebbe guidarli sa predicare bene e razzolare male, che l...

Il rifugio della memoria: quando la malinconia ci salva dal rumore di oggi

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  Vivere il presente, a volte, richiede una gran fatica. Ci troviamo immersi in un mondo rumoroso, spesso spigoloso, attraversato da conflitti, odio e una complessità che tende a sopraffarci. Guardare i telegiornali o anche solo osservare la frenesia delle nostre giornate può lasciare un senso di smarrimento, come se la bellezza facesse sempre più fatica a trovare spazio tra le pieghe della quotidianità. È proprio in questi momenti, quando il presente pesa troppo, che sento il bisogno di cercare un punto d'ancoraggio. E lo trovo in una forma particolare di malinconia: non una tristezza che paralizza o che si strugge nel rimpianto, ma una forma di custodia interiore. L'arte di tirare fuori dal cassetto della memoria qualcosa di bello, per ricordarci che la serenità è esistita ed è ancora possibile. È allora che mi ritrovo a sfogliare vecchie fotografie. Sono immagini in bianco e nero dei lontani primi anni ’50, con i bordi consumati dal tempo. Ritraggono la mia infanzia im...

La cura

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Capita a tutti di guardare la realtà attorno a noi, con le sue complessità e le sue contraddizioni, e avvertire una sottile stanchezza. La rassegnazione è una tentazione comoda: ci suggerisce che le cose stanno così, che le singole persone non possono fare molto e che la scelta più saggia sia ritirarsi nel proprio spazio protetto. Ma esiste un’alternativa al cinismo che non richiede di chiudere gli occhi o di fingere che vada tutto bene. Questa alternativa si chiama cura . Nei giorni scorsi i miei vicini di casa, sapendo che non ho la macchina, che vivo sola e che non sono più tanto giovane, si sono offerti spontaneamente di aiutarmi per qualsiasi necessità o eventualità avessi bisogno. Un'attenzione semplice, una parola detta con naturalezza. Eppure, in una società che raccontiamo spesso come individualista e distaccata, quella mano tesa senza che l'avessi nemmeno chiesta mi ha colpita e confortata. Ci chiediamo talvolta se la solidarietà sia diventata una merce rara. La verit...

Piccolo mondo antico.

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Dicono che con l’età si diventi più cinici, più disillusi, piegati dal peso della realtà. Eppure, io mi ritrovo ancora qui, con la stessa testarda vena utopica che mi accompagna da sempre, a sognare mondi possibili. Non per fuga, ma per il bisogno viscerale di ricordarmi che l'umanità può essere diversa da come ce la raccontano ogni giorno. A volte questo bisogno prende la forma di una storia, di un luogo dell'anima che somiglia a un ricordo, anche se forse non è mai esistito... Chiamatela pure ingenuità, o magari la testardaggine di chi rifiuta di rassegnarsi all'idea che il mondo debba per forza essere una corsa ad ostacoli fatta di competizione, solitudine e porte chiuse a chiave. Io continuo a coltivare la mia personalissima vena utopica, con la stessa ostinazione di chi pianta fiori nelle crepe dell'asfalto. Ogni tanto mi piace chiudere gli occhi e incamminarmi in un luogo dove le cose vanno diversamente. Un posto come questo.   C’era una volta una terra adag...

Il faro.

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  E’ così, non ci posso far niente: in questo periodo ho voglia di favole, di bellezza e di buoni sentimenti. Forse è un modo per esorcizzare tutta la crudeltà di questo mondo che sta andando in rovina. O forse perché da eterna illusa credo ancora nella bontà e non riesco a rassegnarmi a parlare della realtà che non mi dà modo di esprimere la bellezza che insisto a cercare nell’animo umano. Così mi invento delle storie che hanno il sapore delle favole perché ormai solo nelle favole si trova quella sensibilità che sembra perduta. È da questo contrasto dell'anima che stamattina mi è venuta voglia di scrivere questa storia pensando a una cosa che per me ha sempre avuto un fascino rassicurante e un significato preciso. Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia, ma alla parte più intima della nostra anima. Per me, il faro è sempre stato uno di questi: un fascino antico, una presenza magnetica capace di riassumere in sé due dei sentimenti più profondi della vita: la...

Un viaggio nell’utopia. Fantasie su un’umanità possibile.

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Questo racconto nasce da un'ossessione: l'idea che uguaglianza, giustizia e pace non siano utopie ingenue, ma scelte economiche e strutturali applicabili al nostro mondo. Ho immaginato il futuro all'interno di una comunità che ha deciso di riorganizzare l'esistenza attorno alle necessità umane anziché al profitto.       Il cambiamento era iniziato cinquant'anni prima, dopo l'ultima grande crisi climatica e finanziaria. La città era ormai silenziosa, priva del traffico a cui erano abituati i nostri nonni, e integrata con la natura grazie a edifici in bio-mattone e pannelli solari di ultima generazione. Al centro del quartiere sorgeva un grande emporio, una struttura automatizzata e luminosa, costruita in legno lamellare e ampie vetrate che la rendevano più simile a una piazza coperta che a un magazzino. Qui venivano stipati i prodotti agricoli locali e i beni di prima necessità. Non c'erano casse, né tornelli, né cartellini con i prezzi: in questa società il ...

La grande quercia e la luna.

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Quando ero piccola vivendo in campagna adoravo salire sugli alberi, anche se mia madre me lo proibiva continuamente: aveva un terrore folle che mi facessi male (come infatti succedeva spesso). Ma io non mi preoccupavo di cadere o di graffiarmi: quando abbracciavo i rami e mi lasciavo sfiorare dalle foglie, avevo l’impressione che fosse l’albero stesso a proteggermi. Avrei voluto costruirmi un rifugio su quelle braccia di legno, un posto tutto mio dove far vivere le mie fantasie. Ce n’era uno in particolare dove mi inerpicavo quasi ogni giorno: un’imponente quercia al centro della radura. Era così vecchia che nessuno in paese ricordava quando fosse stata piantata. Ci si saliva con facilità grazie ai nodi della corteccia, appigli naturali che portavano dritti ai rami più alti, quelli che salivano fin quasi ad accarezzare il cielo. Una volta ero riuscita a portare su una coperta di nascosto; l’avevo stesa tra due rami incrociati e mi ci ero addormentata. Non ci rimasi a lungo: se sparivo,...