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Piccolo mondo antico.

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Dicono che con l’età si diventi più cinici, più disillusi, piegati dal peso della realtà. Eppure, io mi ritrovo ancora qui, con la stessa testarda vena utopica che mi accompagna da sempre, a sognare mondi possibili. Non per fuga, ma per il bisogno viscerale di ricordarmi che l'umanità può essere diversa da come ce la raccontano ogni giorno. A volte questo bisogno prende la forma di una storia, di un luogo dell'anima che somiglia a un ricordo, anche se forse non è mai esistito... Chiamatela pure ingenuità, o magari la testardaggine di chi rifiuta di rassegnarsi all'idea che il mondo debba per forza essere una corsa ad ostacoli fatta di competizione, solitudine e porte chiuse a chiave. Io continuo a coltivare la mia personalissima vena utopica, con la stessa ostinazione di chi pianta fiori nelle crepe dell'asfalto. Ogni tanto mi piace chiudere gli occhi e incamminarmi in un luogo dove le cose vanno diversamente. Un posto come questo.   C’era una volta una terra adag...

Il faro.

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  E’ così, non ci posso far niente: in questo periodo ho voglia di favole, di bellezza e di buoni sentimenti. Forse è un modo per esorcizzare tutta la crudeltà di questo mondo che sta andando in rovina. O forse perché da eterna illusa credo ancora nella bontà e non riesco a rassegnarmi a parlare della realtà che non mi dà modo di esprimere la bellezza che insisto a cercare nell’animo umano. Così mi invento delle storie che hanno il sapore delle favole perché ormai solo nelle favole si trova quella sensibilità che sembra perduta. È da questo contrasto dell'anima che stamattina mi è venuta voglia di scrivere questa storia pensando a una cosa che per me ha sempre avuto un fascino rassicurante e un significato preciso. Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia, ma alla parte più intima della nostra anima. Per me, il faro è sempre stato uno di questi: un fascino antico, una presenza magnetica capace di riassumere in sé due dei sentimenti più profondi della vita: la...

Un viaggio nell’utopia. Fantasie su un’umanità possibile.

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Questo racconto nasce da un'ossessione: l'idea che uguaglianza, giustizia e pace non siano utopie ingenue, ma scelte economiche e strutturali applicabili al nostro mondo. Ho immaginato il futuro all'interno di una comunità che ha deciso di riorganizzare l'esistenza attorno alle necessità umane anziché al profitto.       Il cambiamento era iniziato cinquant'anni prima, dopo l'ultima grande crisi climatica e finanziaria. La città era ormai silenziosa, priva del traffico a cui erano abituati i nostri nonni, e integrata con la natura grazie a edifici in bio-mattone e pannelli solari di ultima generazione. Al centro del quartiere sorgeva un grande emporio, una struttura automatizzata e luminosa, costruita in legno lamellare e ampie vetrate che la rendevano più simile a una piazza coperta che a un magazzino. Qui venivano stipati i prodotti agricoli locali e i beni di prima necessità. Non c'erano casse, né tornelli, né cartellini con i prezzi: in questa società il ...

La grande quercia e la luna.

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Quando ero piccola vivendo in campagna adoravo salire sugli alberi, anche se mia madre me lo proibiva continuamente: aveva un terrore folle che mi facessi male (come infatti succedeva spesso). Ma io non mi preoccupavo di cadere o di graffiarmi: quando abbracciavo i rami e mi lasciavo sfiorare dalle foglie, avevo l’impressione che fosse l’albero stesso a proteggermi. Avrei voluto costruirmi un rifugio su quelle braccia di legno, un posto tutto mio dove far vivere le mie fantasie. Ce n’era uno in particolare dove mi inerpicavo quasi ogni giorno: un’imponente quercia al centro della radura. Era così vecchia che nessuno in paese ricordava quando fosse stata piantata. Ci si saliva con facilità grazie ai nodi della corteccia, appigli naturali che portavano dritti ai rami più alti, quelli che salivano fin quasi ad accarezzare il cielo. Una volta ero riuscita a portare su una coperta di nascosto; l’avevo stesa tra due rami incrociati e mi ci ero addormentata. Non ci rimasi a lungo: se sparivo,...

L'ho fatto!

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Ebbene sì. Mi sono auto-pubblicata il mio primo libro, la mia autobiografia, e ora è disponibile online qui . E' un'edizione fatta in modo artigianale, molto semplice e spartana, considerando che è la prima volta che lo faccio e quindi peccherà sicuramente di qualcosa, ma non importa. Spero che i miei eventuali lettori non abbiano pretese di perfezione. Non so se o quanti ne venderò, ma in fondo non importa: per me essere riuscita a portarlo a termine e a vederlo stampato è già un enorme successo. Intanto ne terrò un po' di copie per me, come semplice e cara testimonianza. Nel frattempo ne ho già un altro nel cassetto: una storia totalmente inventata, una sorta di favola con risvolti sociali. Per quello, però, aspetto la risposta della casa editrice a cui un caro amico l'ha proposto. Vedremo cosa succederà. Faccio ancora fatica a definirmi una scrittrice, anche se i miei amici continuano a ripetermelo. Credo che uno "scrittore" sia qualcosa di diverso da me, c...

Il diritto alla canottiera (e alla mia pelle "vintage")

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Quando il termometro decide di sfidare le leggi della fisica, la mia strategia di sopravvivenza è brutale quanto semplice: meno stoffa addosso, più aria sulla pelle. Spalle scoperte, braccia al vento, gambe libere. Ora, un rapido sguardo allo specchio conferma quello che la carta d'identità dice senza mezzi termini: non ho vent’anni, ne ho quasi settantaquattro. Il mio corpo è una mappa dettagliata del tempo che passa: la pelle segue la forza di gravità e le rughe hanno aperto diversi cantieri su braccia e gambe. Sorpresa! Succede quando si ha la fortuna di invecchiare. Ma a me, francamente, non me ne frega assolutamente nulla. Eppure, il caldo tira fuori il meglio dell'altruismo umano. L’altro giorno una mia amica (categoria "esperta non interpellata di bon ton") ha sentito il dovere morale di avvisarmi: "Ma non dovresti scoprirti così tanto, non è un bel vedere con tutte quelle rughe..." . La mia risposta è sgorgata immediata e spontanea: "Se vedere i...

Scrivere.

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Lo so. Tenere in vita un blog è una responsabilità. Bisogna scrivere, altrimenti non vale. Il fatto è che io scrivo, passo ore e ore a farlo, solo che non sto scrivendo qui.  Tempo fa avevo già comunicato ai miei scarsi lettori che avevo scritto la storia della mia vita e che stavo cercando un modo per metterla in rete senza nessuna ambizione di pubblicarla. Ebbene, quella l'ho messa da parte, è lì, ogni tanto la rileggo, correggo qualcosa e poi la ripongo. Nel frattempo però ho fatto qualcos'altro: mi sono inventata una storia e l'ho sviluppata. Ho scritto un altro libro insomma. Ecco, questa storia l'ho fatta leggere a qualche amico e sapete che cos'è successo? Che uno di questi amici ha ventilato l'ipotesi di farmela pubblicare! Devo solo ampliarla un po' per farla diventare un romanzo vero. E io che devo fare? Mica posso lasciar perdere un'occasione del genere! Quindi mi ci sono messa a testa bassa e passo quasi tutto il giorno a cercare di aggiunger...