A un certo punto della vita ci si fanno delle domande, o almeno io me ne faccio tante. Mi faccio tante domande su me stessa perché non si finisce mai di conoscersi a fondo ed è già una cosa molto complicata, ma anche perché mi accorgo di non sapere quasi niente rispetto a tutto lo scibile umano. Ma la cosa meravigliosa è che ne sono perfettamente consapevole e, al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, sono pure contenta di non sapere.
L'altro giorno, per esempio, un amico mi ha lasciato un commento sul post precedente citando la "tautologia". Parola che sa di marmo e di cattedra. Io non ho la minima idea di cosa sia. E anziché fingere di capire, come avrei fatto a vent’anni per non sfigurare, gli ho semplicemente chiesto: "Scusa, ma che roba è?". Aspetto ancora la risposta, nel frattempo però ci ho riflettuto sopra.
Perché per anni ho vissuto sotto il giogo di quel comitato di sorveglianza invisibile, parenti, conoscenti, passanti o persino me stessa, che si aspettavano coerenza, risposte pronte e un'opinione su qualsiasi cosa. Guai a deluderli! Dovevo essere saggia, informata, inflessibile, magari pure con la soluzione ai problemi del condominio e del PIL globale. E così, per quieto vivere, finivo per recitare la parte del tuttologo irreprensibile, imbullonato a un'armatura pesante il doppio del necessario pur di non sentire il giudizio altrui. Una fatica immane, roba da farsi venire la cervicale cronica solo a pensare a quanta energia buttavo per sembrare perfetta agli occhi di chi, diciamoci la verità, aveva i miei stessi identici vuoti, se non peggio.
Poi, fortunatamente, il tempo mi ha fatto la grazia di una salutare sbadataggine. Sono arrivata a un'età in cui le aspettative altrui le prendo come una useless box: carina ma inservibile. Mi guardo indietro e mi scappa da ridere pensando a quante volte mi sono preoccupata di cosa avrebbero pensato se avessi osato dire un candido "non ne ho la minima idea".
Ed è qui che ho riscoperto quel vecchio saggio di Socrate. Lui forse intendeva un pensiero un po' più profondo e non ha mai dovuto compiacere nessun comitato di sorveglianza, ma per una volta lasciatemelo prendere alla lettera: quel famoso “so di non sapere” smette di essere una massima da manuale e diventa il cartello definitivo da appendere fuori dalla porta: "Attenzione, qui non si danno risposte e non si finge di sapere".
Ammettere candidamente la propria ignoranza di fronte ai paroloni è una forma di anarchia dolcissima. Significa togliere la fatica di mettersi in cattedra. Alzo le spalle, sorrido con aria beatamente vuota e rispondo:"Questo non lo so proprio, spiegamelo tu".
Niente più recite per compiacere il pubblico, niente più ansia da prestazione sociale. Resta solo il lusso sottile di camminare leggera, guardando il mondo con la curiosità di chi non deve dimostrare niente a nessuno.
In fondo, la vera sovversione è proprio questa: deludere le aspettative altrui con un sorriso e scoprire che il cielo non cade affatto. Anzi, si respira molto meglio.
L'altro giorno, per esempio, un amico mi ha lasciato un commento sul post precedente citando la "tautologia". Parola che sa di marmo e di cattedra. Io non ho la minima idea di cosa sia. E anziché fingere di capire, come avrei fatto a vent’anni per non sfigurare, gli ho semplicemente chiesto: "Scusa, ma che roba è?". Aspetto ancora la risposta, nel frattempo però ci ho riflettuto sopra.
Perché per anni ho vissuto sotto il giogo di quel comitato di sorveglianza invisibile, parenti, conoscenti, passanti o persino me stessa, che si aspettavano coerenza, risposte pronte e un'opinione su qualsiasi cosa. Guai a deluderli! Dovevo essere saggia, informata, inflessibile, magari pure con la soluzione ai problemi del condominio e del PIL globale. E così, per quieto vivere, finivo per recitare la parte del tuttologo irreprensibile, imbullonato a un'armatura pesante il doppio del necessario pur di non sentire il giudizio altrui. Una fatica immane, roba da farsi venire la cervicale cronica solo a pensare a quanta energia buttavo per sembrare perfetta agli occhi di chi, diciamoci la verità, aveva i miei stessi identici vuoti, se non peggio.
Poi, fortunatamente, il tempo mi ha fatto la grazia di una salutare sbadataggine. Sono arrivata a un'età in cui le aspettative altrui le prendo come una useless box: carina ma inservibile. Mi guardo indietro e mi scappa da ridere pensando a quante volte mi sono preoccupata di cosa avrebbero pensato se avessi osato dire un candido "non ne ho la minima idea".
Ed è qui che ho riscoperto quel vecchio saggio di Socrate. Lui forse intendeva un pensiero un po' più profondo e non ha mai dovuto compiacere nessun comitato di sorveglianza, ma per una volta lasciatemelo prendere alla lettera: quel famoso “so di non sapere” smette di essere una massima da manuale e diventa il cartello definitivo da appendere fuori dalla porta: "Attenzione, qui non si danno risposte e non si finge di sapere".
Ammettere candidamente la propria ignoranza di fronte ai paroloni è una forma di anarchia dolcissima. Significa togliere la fatica di mettersi in cattedra. Alzo le spalle, sorrido con aria beatamente vuota e rispondo:"Questo non lo so proprio, spiegamelo tu".
Niente più recite per compiacere il pubblico, niente più ansia da prestazione sociale. Resta solo il lusso sottile di camminare leggera, guardando il mondo con la curiosità di chi non deve dimostrare niente a nessuno.
In fondo, la vera sovversione è proprio questa: deludere le aspettative altrui con un sorriso e scoprire che il cielo non cade affatto. Anzi, si respira molto meglio.






