03 settembre 2026

Piccolo mondo antico.


Dicono che con l’età si diventi più cinici, più disillusi, piegati dal peso della realtà. Eppure, io mi ritrovo ancora qui, con la stessa testarda vena utopica che mi accompagna da sempre, a sognare mondi possibili. Non per fuga, ma per il bisogno viscerale di ricordarmi che l'umanità può essere diversa da come ce la raccontano ogni giorno.

A volte questo bisogno prende la forma di una storia, di un luogo dell'anima che somiglia a un ricordo, anche se forse non è mai esistito...

Chiamatela pure ingenuità, o magari la testardaggine di chi rifiuta di rassegnarsi all'idea che il mondo debba per forza essere una corsa ad ostacoli fatta di competizione, solitudine e porte chiuse a chiave. Io continuo a coltivare la mia personalissima vena utopica, con la stessa ostinazione di chi pianta fiori nelle crepe dell'asfalto.

Ogni tanto mi piace chiudere gli occhi e incamminarmi in un luogo dove le cose vanno diversamente. Un posto come questo.

 

C’era una volta una terra adagiata tra colline morbide e boschi antichi, un luogo dove la parola "straniero" non aveva mai trovato cittadinanza. Lì, le giornate non venivano scandite dall’incedere frettoloso degli orologi o dal peso del dovere, ma dal ritmo calmo del respiro, dalla luce del sole che filtrava tra le chiome degli alberi e dalla lentezza dei passi lungo i sentieri di terra battuta.

In quel mondo ormai scomparso, la competizione era un concetto del tutto incomprensibile. Nessuno sognava di primeggiare, di superare il vicino o di accumulare più del necessario; la realizzazione di ciascuno non risiedeva nei traguardi individuali, ma nella serenità condivisa. Se un contadino raccoglieva un cesto di fichi dolci, la sua prima gioia era correre a dividerli con la comunità; se un artigiano creava qualcosa di bello, la sua soddisfazione era vederlo usato e amato dagli altri. Il successo del singolo non suscitava mai invidia o confronto, ma una festa sincera a cui tutti prendevano parte con il cuore leggero.

Le case non avevano chiavi né serrature. Le porte restavano socchiuse dall'alba al tramonto e le finestre svelavano tavole sempre apparecchiate, pronte ad accogliere chiunque passasse anche solo per condividere un pensiero, un ricordo o una tazza di infuso caldo. Le conversazioni non erano mai superficiali o affrettate: ci si guardava negli occhi, ci si ascoltava senza giudicare, custodendo la fragilità altrui come un bene prezioso.

La felicità non era un traguardo difficile da inseguire o una promessa lontana, ma una presenza costante e discreta. Si nascondeva nelle cose più piccole: nel profumo del pane appena sfornato, nel saluto caloroso di un passante, nella certezza incrollabile che nessuno sarebbe mai stato lasciato indietro. 

Era un piccolo mondo perfetto, dove la bontà non era un’eccezione o una virtù rara, ma l'unico modo possibile di stare al mondo.




1 commento:

  1. Ma e la rottura di palle di tanta armonia, sempre uguale, sempre perfetta, immodificabile, eternamente serenamente serena... Ma... scopavano? 😂

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