30 agosto 2026

Il faro.

 


E’ così, non ci posso far niente: in questo periodo ho voglia di favole, di bellezza e di buoni sentimenti. Forse è un modo per esorcizzare tutta la crudeltà di questo mondo che sta andando in rovina. O forse perché da eterna illusa credo ancora nella bontà e non riesco a rassegnarmi a parlare della realtà che non mi dà modo di esprimere la bellezza che insisto a cercare nell’animo umano. Così mi invento delle storie che hanno il sapore delle favole perché ormai solo nelle favole si trova quella sensibilità che sembra perduta. È da questo contrasto dell'anima che stamattina mi è venuta voglia di scrivere questa storia pensando a una cosa che per me ha sempre avuto un fascino rassicurante e un significato preciso.

Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia, ma alla parte più intima della nostra anima. Per me, il faro è sempre stato uno di questi: un fascino antico, una presenza magnetica capace di riassumere in sé due dei sentimenti più profondi della vita: la salvezza e l'isolamento. Muto e fiero in mezzo alla tempesta, il faro rappresenta l'àncora a cui aggrapparsi quando tutto attorno crolla, la luce che ti dice "sei in salvo, sei arrivato a casa". E allo stesso tempo racchiude una solitudine immensa, fatta di pietra e vento, un'esistenza spesa ad illuminare il cammino altrui restando però sempre fermo lì, al margine del mondo.

 

La tempesta sputava fulmini e schiuma nera, avvolgendo il mare in un abbraccio di pura furia. In mezzo a quell'abisso scatenato, una piccola barca di legno lottava per non farsi inghiottire, come una foglia smarrita dentro un vortice d'ombra. A bordo, il marinaio non combatteva più solo contro le onde, ma contro il gelo che gli si era insediato nel petto: la sensazione atroce che la notte non avrebbe mai più lasciato posto all'alba.

Poi, nel punto più profondo del buio, nacque il miracolo.

La Luce del faro non si limitò a fendere i flutti; si srotolò sulla superficie dell'acqua come un tappeto di sole fuso. Non era un semplice bagliore, ma un abbraccio di calore e di vita che arrivò a toccare il legno stremato dello scafo. Nel momento esatto in cui il raggio avvolse la barca, il tempo parve rallentare il suo corso furioso.

Il marinaio alzò lo sguardo e provò qualcosa che aveva dimenticato: una gratitudine così densa da far tremare le ginocchia. La Luce gli parlava senza parole, sussurrandogli che l'isola era lì, che la terraferma lo stava aspettando e che nessuna tempesta è grande abbastanza da spegnere la speranza di chi cerca la via di casa. Guidata da quella stella di pietra piantata tra le rocce, la barca scivolò tra i frangenti e trovò la quiete della baia, posandosi sulla sabbia come un'onda stanca.

Da quella notte, la Luce e la barca rimasero legate da un filo invisibile. Ogni sera, quando il cielo si tingeva di violetto, la Luce tornava a cercarla con il suo raggio più dolce, quasi a volerne accarezzare il legno per accertarsi che fosse ancora al sicuro. E la barca, dondolando piano al riparo del molo, le rispondeva con il cigolio sommesso dei suoi ormeggi, come un vecchio amico che sussurra il suo grazie prima di addormentarsi.

Tra di loro non servivano parole: la favola era tutta lì, nel coraggio di chi affronta il mare e nella generosità di chi resta acceso a fare da guardia ai sogni altrui.

 

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