12 aprile 2012

Non sparate sul pianista.


Girando su Facebook ho scoperto questa pagina: un album fotografico sul ‘77 a Bologna, pubblicato da Enrico Scuro. Ho sfogliato le foto e sono tornata indietro nel tempo: dalla piazza virtuale del social network mi sono ritrovata in quella speciale dimensione umana che era la piazza reale degli anni Settanta: le case porti di mare, la vita quotidiana come evento collettivo, il modo di vestire, amare, sentire, parlare. E poi la politica, la novità del linguaggio di Radio Alice, i viaggi in India, le feste giovanili, i concerti rock, il teatro in piazza.
Molte storie, molte memorie. Grazie, soprattutto, al lavoro di Enrico Scuro, che con la raccolta delle foto dei "ragazzi del '77" ha riaperto i cancelli della memoria e liberato qualche frammento di quei sogni rimasti impigliati nel cancello dei denti e questo è un ricordo di quei sogni.
Fosse un film o un romanzo potrebbe intitolarsi "La leggenda del pianista sulle barricate". Ma non è un'invenzione narrativa: è successo davvero, e chi c'era ricorda. Era la sera del 12 marzo 1977, Francesco Lorusso assassinato dagli sgherri di Kossiga, la zona universitaria di Bologna assediata dai carri armati e chiusa dalle barricate. Da una di esse, in via Zamboni, si levano le note di una canzone: "Chicago" di Graham Nash. La registrazione audio di quel momento è da poco riemersa da un qualche scatolone o cassetto: 

Molte storie sono nate da quella storia. Era Chicago, o Chopin? Era uno solo, il pianista? E il pianoforte, com'era arrivato all'interno di una barricata? E dov'era? Il pianoforte fu portato fuori dal Conservatorio, e posizionato in via Zamboni, davanti a un locale: questo ha fatto pensare che venisse dal locale. In una narrazione romanzesca (M. Marino, Non sparate sul pianista, Libro Libero, Pavia 1978, p. 26) l'intera barricata viene trasfigurata in un'assemblaggio di strumenti musicali:
"Il cielo era nuvoloso a forma di fumo. Quella volta abbiamo fatto una barricata di strumenti musicali. Appartenevano ad un conservatorio. Trombe, clarini, contrabbassi, violini e tamburi, ma il più voluminoso era un meraviglioso pianoforte a coda.
Imponente stava in mezzo alla barricata e sembrava, lui da solo il vero argine che avrebbe impedito che noi fossimo travolti dalla polizia che minacciosa se ne stava dall'altra parte coi fucili puntati.
Poi è partito un candelotto. Sassi. Fucilate. Pistole. I bossoli volavano sulle teste infuriate e allora mi è parso di sentire una musica. Da dove viene? Viene forse dai nostri gesti, dalla nostra rivolta. Si è vero. È vicina questa musica. Questa musica è in noi.
Più volavano i proiettili, più la musica cresceva, ritmica, imponente, meravigliosa.
Era Antonio che suonava sul pianoforte a coda in mezzo alle barricate la musica che era in noi, e sulla schiena aveva un cartello con su scritto: NON SPARATE SUL PIANISTA."
Antonio Mariano, da Campomarino, vicino Termoli. Lo ricordano tutti come sorridente e gentile, leggermente claudicante a causa di una poliomielite infantile; aveva adottato due cagnolini, uno per sé e il suo amico, e li aveva chiamati Harold e Maud. Si sedette al piano e suonò "Chicago". E qualcuno gridò davvero: NON SPARATE SUL PIANISTA!
Qualcun altro compose dei versi che furono letti su Radio Alice:
Il pianoforte borghese / trascinato sulla strada / fra due barricate / si trova stupito / a suonare note / più calde, più dolci. / Il mogano lucido / circondato dal fumo / sporco dei lacrimogeni. / Ed uno strano pianista / deposti i sampietrini / suona imprevedibile / la sua serenata. / Sul suo capo / sassi e cose passano. / E una voce allarmata / oltre la barricata / più in là 100 metri / "un pianoforte, attenti / può essere nocivo." / Sorridono i compagni e la tensione cala / l'aria si fa più dolce / sul segno lucente / si ammucchiano i pavé. / Il pianoforte borghese / accompagna gli scontri / e si sorprende / più giovane / in mezzo alla strada / guidato da un pianista / senza frac.
Banalizzo: duri, ma con gioia. E quale gioia maggiore può esserci che sentire le note di "Chicago", di notte, nel centro di Bologna invaso dai carri armati? A loro la durezza (anche nostra) a noi invece solo tutta la gioia.
Qualcuno ha perso i capelli e messo su la pancetta, qualcuno ha fatto di peggio. Qualcuno non c'è più. Anche Antonio non c’è più, ma "Chicago" è rimasta quella di allora, con Bobby Seale che non s'è pentito e Graham Nash che va ancora a cantare a Occupy Wall Street.
Sarà che qualcosa di quel momento è ancora nell'aria: come le note della violinista che ha suonato di fronte ai gendarmi durante i blocchi in Val di Susa.
E sembra di sentirle ancora, quelle parole:
Somehow people must be free
I hope the day comes soon
Won't you please come to Chicago, show your face
From the bottom of the ocean
To the mountains of the moon
Won't you please come to Chicago, no one else can take your place
We can change the world
Rearrange the world
It's dying - if you believe in justice
It's dying - and if you believe in freedom
It's dying - let a man live his own life
It's dying - rules and regulations
Who needs them, open up the door


11 aprile 2012

Recensione all’ultimo remake “Incompetenza e corruzione” della P.I.E (Political Interactive Entertainment)


E così, in questi giorni abbiamo potuto evitare di annoiarci nel noioso tran tran delle spese pazze delle festività sollazzandoci con una nuova puntata della telenovela “Incompetenza e corruzione”, gentilmente offertaci dalla nostra casa cinematografica più famosa, la P.I.E (Political Interactive Entertainment). Niente di troppo originale, è un copione che, con piccole varianti strutturali e doverosi ammodernamenti, viene utilizzato ormai da parecchi anni dai vari componenti di questa grande compagnia teatrale che comprende registi, attori protagonisti, comprimari e figuranti che, a turno, si scambiano democraticamente ruoli e compensi.
Devo dire però che questa versione potrebbe meritare un posto di nicchia nel panorama politico-cinematografico, a cominciare dai protagonisti: la loro singolare recitazione, condita di celodurismi e ditomedismi (nuove correnti di pensiero filosofico), con prorompenti e colorite inflessioni dialettali, rendeva tutto, almeno all’inizio, alquanto incomprensibile o comprensibile a pochi “eletti” investiti, come i protagonisti, da un sacro furore derivante da spruzzi catartici e degenze contenziose.
Un merito da sottolineare: la completa disconoscenza dei più elementari fondamenti della cultura, dell’educazione e del rispetto, non ha impedito a questi attori consumati di proporsi ed ottenere ruoli di rilevante importanza e di usufruire dei conseguenti privilegi del successo mediatico che, come si sa, sono il solo ed ultimo fine di chi intraprende queste carriere…. Quando si dice “premiare il merito”….
La puntata non ha poi mancato di riservarci momenti altamente umoristici da commedie dei malintesi di goldoniana memoria e momenti altrettanto drammatici di pentimenti parentali.
Ora pare però che gli attori protagonisti di questo ultimo remake abbiano deciso di ritirarsi dalle scene o, perlomeno, di rinnovarsi artisticamente proponendosi nuove possibilistiche finalità evolutive. Solo l’attor giovane, ormai pesce fuor d’acqua, potrebbe ritirarsi a vita ascetica per meditare a fondo sulle troppe cose a lui sconosciute utilizzando a tale scopo gli “insegnamenti” che la sua pur breve carriera gli ha così generosamente elargito, che, stranamente, hanno una consistenza molto realistica: messi uno sull’altro corrispondono esattamente a….40.000€!! ... ma sempre di metafore si parla naturalmente!

07 aprile 2012

Trucchi del mestiere, ovvero: come drogano le nostre menti.

In questi giorni di forte instabilità politica si riaccendono i toni e si rimescolano i temi che hanno animato il calderone mediatico degli ultimi 15 anni: sicurezza, giustizia, economia, tradimento, corruzione. Nel nostro Paese succede che molti di noi continuino a meravigliarsi delle assurdità inconcepibili che tutti i nostri politici, nessuno escluso, buttano lì come se fossero le cose più logiche del mondo. Le consideriamo inammissibili e ci chiediamo come sia possibile che escano da persone che si sono dichiarate pronte a guidare una nazione (e che hanno persino la presunzione di salvarla!!). 
Bene, cominciamo a pensare che dietro a tutto questo ci sia una macchinazione, un meccanismo ben oliato a cui fanno ricorso non solo uomini politici, ma esperti di marketing e uomini di potere in genere. 
Un noto studioso di linguistica come Noam Chomsky ha stilato una lista di 10 regole, che vengono utilizzate per drogare le menti, ammaliandole, confondendo in loro ogni percezione, rimescolando realtà e fantasia, evidenza e costruzione illusoria. Ecco quali sono:

1-La strategia della distrazione
L'elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l'attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico di interessarsi alle conoscenze essenziali, nell'area della scienza, dell'economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. Mantenere l'attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo "Armi silenziose per guerre tranquille").
2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni
Questo metodo è anche chiamato "problema- reazione- soluzione". Si crea un problema, una situazione prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che sia il pubblico a richiedere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3- La strategia della gradualità
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per anni consecutivi. E' in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.
4- La strategia del differire
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come dolorosa e necessaria, ottenendo l'accettazione pubblica, nel momento, per un'applicazione futura. E' più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Primo perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente, secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che tutto andrà meglio domani e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all'idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.
5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini
La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? Perchè se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno.
6- Usare l'aspetto emotivo molto più della riflessione
Sfruttare l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d'accesso all'inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.
7- Mantenere il pubblico nell'ignoranza e nella mediocrità
Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. La qualità dell'educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell'ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori.
8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità
Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…
9- Rafforzare l'auto-colpevolezza
Far credere all'individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l'individuo si auto svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l'inibizione della sua azione. E senza azione non c'è rivoluzione!
10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano
Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il sistema ha goduto di una conoscenza avanzata dell'essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l'individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.


Lo so, ho scoperto l'acqua calda, sono cose risapute per molti di noi, ma  e' sempre meglio rileggersele per non dimenticarsele, sopratutto oggi in Italia.

Grazie a Reset Italia

04 aprile 2012

4 aprile 1968: assassinio di Martin Luter King


Discorso Pronunciato da Martin Luther King Washington, 28 Agosto 1963.
Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un "pagherò" del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo "pagherò" permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
E’ ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo "pagherò" per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: "fondi insufficienti". Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.
Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.
Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.
Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.
E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: "Quando vi riterrete soddisfatti?" Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:"Riservato ai bianchi". Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.
E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!.
Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.
Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
Ma non soltanto.
Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.
E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

"Il Club Bildeberg, la storia segreta dei padroni del mondo" di Daniel Estulin

Questi sono alcuni passi del libro che si può scaricare qui liberamente. 
[...]Nel 1954, gli uomini più potenti del mondo si incontrarono per la prima volta, sotto gli auspici della corona olandese e della famiglia Rockefeller, nel lussuoso Hotel Bilderberg nella cittadina di Oosterbeek. Per un intero fine settimana discussero del futuro del mondo. Al termine, decisero di incontrarsi una volta all’anno per scambiarsi delle idee e analizzare gli affari internazionali. Si definirono “Gruppo Bilderberg”. Da allora, si sono riuniti annualmente in lussuosi hotel in varie parti del mondo per tentare di decidere il futuro dell’umanità. [...] In oltre cinquanta anni di loro convegni, tuttavia, non è stato mai consentito alla stampa di assistere, non sono state rilasciate dichiarazioni sulle conclusioni dei partecipanti, né è stata resa pubblica un’agenda di un convegno Bilderberg. [...] Senza dubbio, questa discrezione consente al “Gruppo Bilderberg” di deliberare più liberamente, ma in questo modo non si risponde alla domanda fondamentale: di che cosa parlano, in questi convegni, le persone più potenti del mondo? Qualunque moderno sistema democratico protegge il diritto alla privacy, ma il pubblico non ha forse il diritto di sapere di che cosa parlano i loro leader politici quando incontrano i più ricchi leader del mondo degli affari delle loro rispettive nazioni? Quali garanzie hanno i cittadini che il “Gruppo Bilderberg” non sia semplicemente un centro che influenza il commercio ed esercita pressioni, dal momento che ad essi non è permesso sapere di che cosa parlano i loro rappresentanti alle adunanze segretedel Gruppo? Perché i Davos World Economic Forums e gli incontri del G8 sono oggetto di discussione su tutti i giornali, con ampi servizi in prima pagina e la presenza di migliaia di giornalisti, mentre non c’è alcuna copertura mediatica per gli incontri del “Gruppo Bilderberg”? [...] È certamente curioso che nessuno dei più importanti mezzi di informazione ritenga che faccia notizia una riunione di tali personaggi, la cui ricchezza eccede di gran lunga il totale della ricchezza di tutti i cittadini degli Stati Uniti, quando un viaggio di uno di loro, da solo, conquista i titoli di testa in televisione. [...]
I metodi sono evidenziati in un “ingenuo” documento del 1974, “La crisi della democrazia”, scritto da Samuel Huntington (politologo di Harvard), da Michel Crozier (un sociologo francese, membro della “Accademie des sciences morales et politiques”) e da Joji Watanuki (membro giapponese della Trilaterale). Il loro scritto sottolineava “il bisogno di instaurare un dialogo tra il Dipartimento di Stato e le multinazionali; il primo eserciterà pressioni sui Paesi sviluppati, affinché adottino legislazioni liberiste e contrarie ai nazionalismi; le seconde forniranno al Dipartimento di Stato le loro conoscenze sui Paesi in cui operano”. Il documento, inoltre, afferma che una repubblica democratica “è l’unica via per imporre l’autorità, ma non necessariamente è applicabile in tutti i suoi aspetti… È auspicabile porre dei limiti a un’estensione troppo ampia della politica democratica… Un buon governo dovrà avere la capacità di prospettare una crisi clamorosa, in modo da poter richiedere ai propri cittadini dei sacrifici per poterla fronteggiare… In diverse situazioni, l’esperienza, la maturità e i talenti particolari dovranno superare il valore della democrazia, al fine di imporre l’autorità… Gli scenari in cui si possono adottare le procedure democratiche sono, in poche parole, limitati”. Sembra piuttosto repressiva, come visione, no?
Il documento esprime anche ansietà per “la crescente partecipazione popolare al controllo sulle istituzioni sociali, politiche ed economiche, in particolare per una reazione contraria alla concentrazione di potere nelle mani del Congresso e del governo statale o locale”. In pratica, la Trilaterale si preoccupa del fatto che la gente, in una società democratica, possa ribellarsi ai suoi progetti sul futuro del Paese. Così, per prevenire questa opposizione prima che insorga, la Trilaterale raccomanda l’introduzione di poteri legislativi al fine di riportare, come dice Gary Allen, “a un livello più equilibrato il rapporto tra l’autorità governata e il controllo popolare” attraverso “un piano di centralizzazione economica e sociale… di potere nelle mani del Congresso…un programma di abbassamento delle aspettative lavorative, per chi ha ricevuto un’istruzione media". Ovviamente, nessuna di queste iniziative può essere portata a termine efficacemente senza aver prima preso il controllo della stampa e, quindi, averle messo il bavaglio. A tal proposito, la “Trilateral Commission” propose limitazioni sulla libertà di stampa, da intendersi come “restrizioni su quello che i giornali possono pubblicare in particolari e delicate circostanze; garantire al governo il diritto e la possibilità di non divulgare informazioni ai media… ampliare i casi di reato di diffamazione, se necessario, e dotarlo di strumenti di controllo sugli abusi della stampa; pretendere dai giornalisti adeguati livelli di “professionalità”; altrimenti, potrebbe esserci una severa regolamentazione governativa [….]


Io ho comiciato a leggerlo, forse lo finirò o forse no, ho paura  che sia tutto vero.....e se lo è....ho paura che il finale non sarà affatto scontato...

27 marzo 2012

Quando il mondo diventa un casino è giusto che siano le prostitute a tenerne le redini.

Anche le escort sono scese in campo contro il sistema bancario: 
L’astensione dal sesso è però mirata: riguarda solo i funzionari di banca, che non potranno godere dei favori delle gentili signorine finchè non ricominceranno ad aprire linee di credito alle piccole e medie imprese, ricominciando così a svolgere quel ruolo sociale che giustifica l’esistenza del sistema bancario.
Lo sciopero è portato avanti con tale determinazione che si segnalano casi di bancari e banchieri disperati che hanno goffamente cercato di spacciarsi per architetti o ingegneri, mentre viene riportato già qualche isolato successo: delle prostitute sarebbero riuscite a far concedere mutui o finanziamenti.
Siamo veramente al Kali Yuga se le prostituite mostrano un maggior senso morale dei rispettabili e sobri funzionari del credito........ 
anche se forse è sempre stato così.....

21 marzo 2012

La misoginia di stato e la favola dell'aborto facile.

Era il 17 maggio del 1981: il 68% degli italiani decise di mantenere in vigore la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza così com'era stata approvata dal parlamento il 22 maggio del 1978.
E quella legge esiste ancora, nonostante che, nel corso di questi anni, ci siano stati vari tentativi di ritoccarla. 

(AGENPARL) - Roma, 20 mar - "Mozione bipartisan alla Camera "per dare piena attuazione al diritto all'obiezione di coscienza in campo medico e paramedico e garantire la sua completa fruizione senza alcuna discriminazione o penalizzazione, in linea con l'invito del Consiglio d'Europa". L'iniziativa dei deputati Volontè, Fioroni, Roccella, Polledri, Buttiglione, Binetti, Capitanio Santolini, Calgaro, Di Virgilio e Mantovano mira a tutelare l'obiezione di coscienza non solo di coloro che sono impegnati a vario titolo nelle strutture ospedaliere, ma anche quella dei farmacisti. "Il diritto all'obiezione di coscienza  non può essere in nessun modo 'bilanciato' con altri inesistenti diritti e rappresenta il simbolo, oltre che il diritto umano, della libertà nei confronti degli Stati e delle decisioni ingiuste".

Tutto giusto? Non lo so…… quel “inesistenti diritti” mi fa storcere il naso…non si riferirà mica al diritto all’aborto per caso?

Io sono la prima a sostenere il diritto alla libertà di opinione, ma ritengo assurda la presenza di medici obiettori all’interno dei reparti di ostetricia. E se tutti i medici dicessero “no”? Mettiamo che l'intera categoria dei ginecologi facesse obiezione di coscienza: sarebbe ancora possibile per le donne interrompere la gravidanza in Italia?
Non siamo così lontani da questo scenario. Nel nostro Paese, secondo il ministero della Salute, sono obiettori all'aborto sette medici su dieci: dato già abbastanza curioso in un Paese dove solo il 36,8 dei cittadini si dichiara "cattolico praticante" (Eurispes 2006). La lega dei ginecologi denuncia che ormai i medici che scelgono l'obiezione sono il 90 per cento, spesso per motivi che con la coscienza non c'entrano niente.
Certo, non è facile trovarsi da soli a dire "sì" in un reparto di obiettori, malvisti quando non vessati dai colleghi. La parte del Don Chisciotte non si addice a tutti, soprattutto quando i mulini a vento sono il tuo primario o il direttore dell'ospedale. E poi, semplicemente, non si fa carriera, tutto il giorno in trincea a fare aborti. Specie se i vertici dell'ospedale sono di nomina politica e di area cattolica (o addirittura ciellina). E così qualcuno, per non finire al confino, sceglie il "no”.
A farne le spese ovviamente sono le donne, che si ritrovano meno medici a disposizione, liste di attesa più lunghe e interventi non di rado fissati allo scadere del 90° giorno. 
Il risultato? Liste d'attesa infinite, donne che vanno all'estero, altre che si rivolgono di nuovo alle mammane.
Si sta arrivando al solito paradosso all'italiana: c’è una legge e non c’è la possibilità di applicarla. Questa specifica opzione del medico ha conseguenze molto gravi sulla libertà della donna di accedere senza disagi aggiuntivi ai trattamenti ai quali ha diritto e ogni ostacolo che le viene frapposto rappresenta un elemento di rischio per la sua salute e una restrizione di fatto della sua libertà e dei suoi diritti civili e sociali.
La clausola dell’obiezione di coscienza dei ginecologi era legittimata solo ai tempi in cui la legge entrò in vigore: i medici cattolici che lavoravano in ospedale furono sorpresi da una innovazione alla quale non avevano pensato nel momento in cui avevano fatto la loro scelta e avevano tutti i diritti di dissociarsi. Certo, sarebbe stato lodevole se si fossero impegnati a dedicare il tempo risparmiato a fare informazione sui contraccettivi, un mezzo per dimostrare la coerenza della loro scelta, ma non si può pretendere troppo. 
Attualmente però, chi sceglie una specializzazione o decide di lavorare in un ospedale pubblico sa bene che cosa lo aspetta, e se lo fa già sapendo di essere ben deciso a ignorare i diritti di molte pazienti (diritti ai quali dovrebbero corrispondere precisi doveri dei medici), compie un gesto molto discutibile sul piano umano e su quello morale. 

Forse è bene ribadire un concetto: il tema è quello della salute della donna, si tratta di un problema che non può essere disatteso e di una responsabilità ineludibile. La libertà è sacra, ma quando c’è di mezzo la salute delle donne non ci può essere un criterio acritico per cui uno decide quello che vuole sulla base di princìpi o interessi esclusivamente personali.

12 marzo 2012

Il virus della politica ovvero: Il potere logora chi...... ce l'ha!

Quando si è insediato il governo Monti, con i suoi dottori-professori stimati e competenti, ho pensato che qualcosa finalmente sarebbe finito…..no, non le disgrazie dell’Italia, non sono così ingenua…..ho pensato che, vista l’eleganza, il savoir faire  e la cultura di questo nuovo esecutivo, almeno sarebbero finite quelle allucinanti esternazioni piene di imbecillità e ignoranza che avevano così ben contraddistinto l’era berlusconiana e che mi avevano fatto chiedere a più riprese: “ma ci sono o ci fanno?”

Passa un po’ di tempo e dopo varie mazzate dirette a strozzare chi la corda al collo ce l’ha già abbastanza stretta, ecco le prime soprese: 
lo sdoganamento del “pensiero stupendo” spetta, come da cerimoniale, all’esimio professore assurto alla carica di presidente del consiglio per volontà dello spirito santo e poi via via, con un crescendo gerarchico inversamente proporzionale, anche gli altri “investiti” trovano il modo, chi più chi meno incisivamente, di liberare la loro estemporaneità  repressa.
The last but not the least della nostra madonnina pentita: il salario minimo garantito che garantirebbe solamente un’abbuffata tricliniana di spaghetti , il tutto esplicativamente dedotto dal fatto che noi Italiani abbiamo il sole per nove mesi all’anno (!?!?!?).

Non mi dilungo ma, alla luce di quanto succede, ho elaborato una mia teoria: 
secondo me quelle poltrone sono infette. 
C’è un virus che da anni alberga in quei nobili scranni e che aggredisce chiunque abbia l’ardire di sedervisi. Un virus altamente contagioso che ormai ha sviluppato una coriacea resistenza a qualunque buon proposito decontaminante e che si manifesta attraverso una progressiva perdita della percezione della realtà circostante. 
Chi lo contrae entra in un mondo tutto suo, dove non esistono persone ma solo strani numeri che chiamano bilanci, dove non ci sono né problemi ambientali né precari, disoccupati o famiglie allo stremo, chi si siede su quelle poltrone si convince che chi manifesta o si ribella lo faccia perché ha del tempo libero…..
Più che un virus potrebbe sembrare una droga….e potrebbe anche avere un nome….POTERE!



08 marzo 2012

Per favore, non chiamiamola festa.


No, perché festa non è. L’8 Marzo è la giornata internazionale della donna e non ha niente a che vedere con una festa. È la commemorazione di in tragico avvenimento del lontano 1908 quando a New York, 129 operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni finché, l'8 marzo (o il 25 secondo alcuni), il proprietario Mr. Johnson bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire dallo stabilimento. Ci fu un incendio doloso e le 129 operaie prigioniere all'interno dello stabilimento morirono arse dalle fiamme. Da allora, l'8 marzo è stata proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne.
La commemorazione, tutta americana, delle vittime è stata poi accolta in tutto il mondo come la giornata simbolo del riscatto femminile.
Non ha quindi nessun senso chiamarla festa, anche se ormai tutto è stato ridotto, consumisticamente parlando, a un tripudio di mimose, auguri e uscite apparentemente liberatorie spesso non così dignitose.
Intendiamoci, non ho niente contro gli spogliarelli maschili (ben vengano!) e nemmeno mi sognerei mai di rifiutare omaggi e apprezzamenti. Vorrei solo che non si perdesse il significato originale di questo giorno, soprattutto adesso, in questo tempo così drammaticamente denso di violenze e ricatti dove un regresso becero e moralista sta soppiantando anni di lotte. Vorrei solo che i nostri uomini trovassero il modo di farci sentire importanti in qualsiasi giorno dell’anno e che, invece, in questo giorno ci fosse un semplice abbraccio di solidarietà…..

perché l'8 marzo è questo:


...non questo... 



06 marzo 2012

....tra sogni e realtà...


Ogni mattina, quando ancora l’alba sonnecchia, mi siedo qui, con una tazza di caffè fumante, e scorro la vita che si muove al di fuori di queste quattro mura così apparentemente protettive e impenetrabili. Ogni mattina mi guardo intorno, interagisco con entità affini e sconosciute e cerco, quasi parossisticamente, di trovare ragioni e significati a situazioni che molto spesso non ne hanno. E ogni mattina mi assale una consapevolezza: il mio respiro si perde in mezzo a milioni di altri respiri e il mio cuore, insieme a tanti altri, cede alle ingiurie di un tempo che scorre via senza lasciare scampo.
Ho tappezzato di sogni la mia vita, ci ho creduto ciecamente fino a confonderli con la realtà. Ho creduto di essere utile a qualcosa in questo mondo tanto grande da non riuscirne a misurare ampiezza e centralità, senza accorgermi che questo gigante, piano piano, faceva a pezzi le mie illusioni, le frantumava e dissolveva per disperderle nell’oblio. Ne sono consapevole… sono piccola e insignificante  e la mia parola non ha cittadinanza…non viene né ascoltata né vissuta…
Eppure non mi dò per vinta, questi miei piccoli pugni continueranno a battere sul quel marmo duro di incoscienze fino a che la mia voce avrà un barlume di significato. Non mi dò per vinta perché quei sogni e quelle illusioni mi hanno aiutato, giorno dopo giorno, delusione dopo delusione, ad affrontare gli scogli della vita, senza arrendermi all’evidenza del vissuto.
Sono i sogni semplici di chi vuole vivere, e non faticare per sopravvivere soltanto, in un contesto in cui la qualità della vita e il rispetto per l’ambiente abbiano la priorità. Sono i sogni di chi vuole rispetto per gli altri e per sé stesso, di chi pensa che crescere non significhi solo arricchirsi di denaro ma anche di cultura e sentimenti.
Certo, mi rendo conto che non è poco, nonostante la semplicità, la retorica e la banalità. Eppure scommetto che sono gli stessi di altri miliardi di persone. Piccoli e semplici sogni che vanno tutti a confluire in uno solo, unico e grande, forse troppo grande per piccole persone come me:
abolire questo “Sistema”.
Questo illogico e mistificante “Sistema” sta perseguendo l’esatto contrario: indigenza, ansie, umiliazioni, patologie sociali e mentali sono all’ordine del giorno. E non mi si dica che in tutto questo il “Sistema” non c’entra nulla, questo “Sistema” vuoto, dispotico e privo di principi ha come unico vero motore l’avidità e la fame di ricchezze. Un “Sistema” in cui la fanno da padrone le multinazionali, i grandi istituti bancari e finanziari del pianeta, i grandi colossi industriali dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni, della difesa e dei mass media… Un “Sistema” che parla per bocca dei grandi finanzieri e tecnocrati che altra prospettiva non hanno se non estendere i propri portafogli.
E dunque, come posso io, misera e piccola sognatrice disillusa insieme ad altri miseri e piccoli sognatori disillusi, pensare di combattere tutto questo?
Sembra impossibile o lo è veramente? Il mio amico Paolo direbbe che sì, è impossibile, sono utopie e tali resteranno, anzi, lo diventeranno sempre di più perché l’ingranaggio malefico si ciba del progresso e il progresso è inarrestabile, è un cancro che non si potrà debellare che con la morte del corpo che lo ospita. Forse ha ragione, ma nel dubbio io continuo a mordere la vita perché altrimenti mi deluderei, perderei quel po’ di stima che ho di me stessa. Continuerò a battere i pugni e a gridare con quanta voce ho in corpo fino a che ci sarà modo di farlo, un modo qualsiasi, anche questo.

Ricordo queste parole, attribuite a Robert Kennedy, parole che risuonavano spesso nelle nostre epiche battaglie giovanili del ’68:
"Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione".

E questo è un video di uno dei suoi più bei discorsi…anche lui era un sognatore….
Viva la nostra voce…Vivano ancora una volta i nostri sogni…