16 ottobre 2026

Chi ha detto che le storie e le domande non sono sovversive?

Questo blog ha un sottotitolo: "blog semiserio con tendenze sovversive". 
Ultimamente qualcuno mi ha fatto notare, con affetto o con una punta di nostalgia forse, che non scrivo più di politica, di cronaca o dei grandi fatti del mondo come facevo una volta. E mi chiedono: “Ma allora quel sottotitolo ha ancora senso?” 
La risposta è: sì, oggi più che mai.
C’è stato un tempo in cui commentare l’attualità mi sembrava il modo migliore per stare nel mondo della rete, commentare, arrabbiarmi e contestare. Poi ho capito una cosa: la cronaca corre, grida, scade nell’arco di ventiquattro ore e spesso ci lascia esattamente dove ci ha trovati, soltanto più stanchi e frastornati.
Oggi la mia sovversione ha cambiato forma, ma non intenzione.
Credo sia sovversivo fermarsi a riflettere. Credo che sia sovversivo porsi domande scomode, indagare i sentimenti, esplorare la solitudine, le crepe e le pieghe dell’animo umano in una rete che ci vorrebbe sempre veloci, leggeri, performanti e omologati. Inventare storie, usare l’immaginazione, dare corpo a personaggi, intrecciare destini e creare mondi che non chiedono il permesso alla realtà di esistere. Questo credo sia sovversivo. La narrativa e la riflessione intima per me non sono una fuga: sono uno sguardo obliquo e profondo sul mondo, spesso molto più sincero di tanti commenti di cronaca o editoriali del giorno.
E poi c’è quel “semiserio” che tiene insieme tutto: ho la presunzione (perdonatemela) di avere la capacità di conservare l’ironia, il disincanto e, soprattutto, almeno qui in questo spazio solo mio, la libertà assoluta di cambiare rotta.
Non ho firmato un contratto di fedeltà con i dibattiti del momento. Il mio blog vive con me, cambia con me e si nutre di ciò che mi muove dentro.
Quindi sì, questo spazio resta profondamente sovversivo. Solo che invece di inseguire il rumore di fondo della cronaca, preferisco farmi domande e scavare dove il rumore non arriva.


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