Visualizzazione post con etichetta amori impossibili. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amori impossibili. Mostra tutti i post

24 settembre 2026

In un testo di Léo Ferré, la custodia della nostra anima libera.

Sono lusingata...💕 
Una persona molto speciale (il mio amore impossibile) mi ha dedicato questa canzone: "Nous deux" di Leo Ferré


Noi due

I nostri fratelli gitani di Saint-Ouen
sono partiti senza preavviso,
con i loro mocciosi e le loro chitarre.
Le rondini sono partite a volo teso
e senza ritorno,
Parigi non ne aveva più bisogno.
Flutti di cemento e di stupidità,
ci vogliono i drugstore e il strip-tease,
i palazzi e i sotterranei.
E di Boulogne e di Vincennes
e delle banchine fiorite della Senna,
presto non resterà più nulla.
Ma quel giorno, mia tortora,
figlia mia, mia bellissima,
mia sorella d'amore, mia mamma,
nonostante le assi e poi la terra,
ci stringeremo come sappiamo fare,
noi due.
Nonostante la terra e poi le assi,
ci coccoleremo come la domenica
quando non andiamo al cinema,
noi due.
E che poi ci ritroviamo in sogno,
affascinati come Adamo ed Eva
e fieri di aver trovato questo,
noi due.
Vedi, è scritto in prima pagina:
ci stiamo già contendendo la Luna,
figli di domani, innocenti.
Un generale sui pianeti
ti seguirà da lontano con il cannocchiale
e dirà "è rosso di sangue".
A tanto giocare con la bomba,
un giorno dovrà pur cadere:
è il suo scopo ed è il nostro destino.
Dovrà pur venire quel giorno,
addio Parigi e addio Vienna,
addio Roma e Montecarlo.
Ma quel giorno, mia tortora,
figlia mia, mia bellissima,
mia sorella d'amore, mia mamma,
che tutto geli o che tutto bruci,
non importa, se siamo insieme,
noi due.
Che tutto bruci o che tutto geli,
avremo già il nostro posto
nella leggenda degli amanti,
noi due.
Allora, quando salterà il pianeta,
se mai suoneranno le trombe,
ce ne infischieremo divinamente,
noi due.
La gente mi tratta da artista,
da senza cuore, e se me ne dispiace
non ne sarò sorpreso,
perché questo cuore pietoso e tenero,
a te sola che hai saputo prenderlo,
già da tempo l'ho donato.
Proprio come oggi ti dono
questa canzone di fine autunno
che voleva essere una canzone d'amore.
Io non sono né santo né apostolo,
e per pensare ancora agli altri
mi restano troppi pochi giorni.
Nel frattempo, mia tortora,
figlia mia, mia bellissima,
mia sorella d'amore, mia mamma,
poiché le nostre anime vagano,
andiamo a fare il giro del mondo,
noi due.
Poiché le nostre anime vagano,
baciamoci vicinissimi ai flutti
dell'oceano dei giorni cattivi,
noi due.
E poi, ai nostri amori fedeli,
nel cuore delle nevi eterne,
andiamo a perderci per sempre,
noi due
Noi due...

Mi ha regalato una poesia che non lascia scampo. In un mondo che corre, distrugge e dimentica, questo "noi due" non ha bisogno di futuro per essere eterno: gli basta essere esistito, esattamente lì, nel cuore delle nevi o nell'oceano dei giorni cattivi. Leggere queste parole è come guardare il nostro specchio, uno spazio sovversivo e dolcissimo dove il resto del mondo non può entrare. Non importa cosa bruci o cosa geli fuori; la verità di quel "noi due" me la porto dentro, intatta e divina. “Ce ne infischieremo divinamente, noi due”: in questa riga c'è tutto ciò che siamo. Grazie per avermi vista, cercata e riconosciuta in questa leggenda d'amore, e per questa canzone di inizio autunno che tengo stretta al cuore come la custodia della nostra anima libera. 

 

Ho imparato a conoscere ed apprezzare Leo Ferré quando avevo circa trent'anni, anzi me l'ha fatto conoscere "lui", che ancora adesso, dopo più di quarant'anni, abita il mio cuore. Da allora, ascoltando i testi di quelle canzoni (tradotti ovviamente, il mio francese scolastico non mi permette altro), non finisco mai di stupirmi. 

Una personalità complessa, intransigente e profondamente teatrale, segnata da un contrasto perenne tra una ferrea fedeltà ai propri ideali anarchici e una sensibilità quasi dolorosa. Ferré non scendeva a compromessi. Il suo anarchismo viscerale e individualista rifiutava ogni forma di autorità, istituzione o dogma, una rigidità morale che lo portò spesso a scontrarsi sia con l'industria discografica che con i colleghi. Chi lo ha conosciuto o studiato descrive una personalità dalle molte sfaccettature; capace di slanci di infinita dolcezza e malinconia (espressi nelle sue canzoni d'amore), ma anche di furiose e provocatorie invettive pubbliche, gridate sul palco con una passionalità teatrale. Nonostante il successo, scelse spesso l'esilio volontario e la solitudine. La sua decisione di ritirarsi nella campagna toscana rifletteva il bisogno di allontanarsi dal "rumore" del mondo e dalla società dei consumi che tanto disprezzava. Possedeva un forte ego e una totale devozione alla propria arte, che considerava una missione sacra. Questo lo rendeva una figura carismatica e magnetica sul palco, ma talvolta spigolosa e difficile nei rapporti privati. Il carattere fiero, tormentato e romantico di Léo Ferré si riflette in modo diretto e trasparente nella sua scrittura. I suoi testi non sono semplici canzoni, ma veri e propri specchi della sua psiche, dove la struttura metrica si piega ai suoi sbalzi d'umore. Ferré non conosceva mezze misure. Nei testi si passa repentinamente dalla violenza verbale della satira sociale e politica a una vulnerabilità lirica e straziante. Questo riflette il suo essere contemporaneamente un uomo di rabbia e di infinita tenerezza. La sua intolleranza verso il potere, i borghesi e lo Stato si traduce in versi taglienti e provocatori. In brani come "Ils ont voté" o "Ni Dieu ni maître", il testo diventa un manifesto della sua intransigenza morale e del suo rifiuto assoluto di ogni dogma. La scelta dell'isolamento e la sua visione tragica dell'esistenza emergono nel capolavoro "Avec le temps". Qui Ferré descrive il tempo come un elemento cinico che cancella anche gli amori più grandi, mostrando la sua parte più fragile, malinconica e priva di illusioni.  Ferré non scriveva per sussurrare. I suoi testi sono pensati per essere declamati, urlati o recitati. L'uso di metafore oscure e surreali (come in "La Mémoire et la mer") mostra il suo egocentrismo artistico: non cercava di essere facilmente comprensibile, ma pretendeva che l'ascoltatore entrasse nel suo personale e complesso universo mentale.

Forse è per questo che questo dono mi tocca così a fondo: perché per entrare in un universo simile ci vuole una chiave rara. E sapere che, dopo più di quarant'anni, esiste ancora un luogo tutto nostro in cui ritrovarci e "infischiarcene divinamente" di tutto il resto, è la risposta più bella a qualunque impossibilità.