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13 settembre 2026

13 Settembre 1970

Ci sono date che restano impresse nel calendario come vecchi chiodi a cui non c'è più nulla da appendere. Il 13 settembre del 1970 era una domenica, proprio come oggi. A fare i calcoli con la logica dei numeri e delle convenzioni, a distanza di cinquantasei anni si potrebbe parlare di un anniversario di matrimonio; a guardarli con la lucidità di chi ha voltato pagina alla fine degli anni novanta, si potrebbe al massimo festeggiare quasi un trentennio di divorzio.

Ma gli anniversari, in fondo, lasciano il tempo che trovano. Non c'è molto da festeggiare e meno che mai c'è bisogno di infierire o denigrare ciò che è stato. Anche i percorsi che s'interrompono si lasciano dietro qualcosa di vivo e duraturo: dei figli, per esempio.

I figli crescono e imparano, quasi sempre a proprie spese, una delle lezioni più amare della vita: che gli adulti, compresi i genitori, raramente sono ciò che appaiono. Scoprono che chi dovrebbe guidarli sa predicare bene e razzolare male, che l'egoismo, l'opportunismo, l'ipocrisia e la manipolazione non sono difetti estranei alle pareti domestiche. E così prendono le distanze da chi, secondo loro, ha sbagliato, lasciando un vuoto emotivo che non sono preparati a colmare.

Non si tratta di stilare classifiche sulle colpe o su chi sia stato più o meno imperfetto. Ciò che conta è che, se dopo anni di distanza e di contumacia quelle braccia tornano ad aprirsi, un significato deve pur esserci. C'è l'amore filiale, certo, ma da solo non basta: i figli sanno essere giudici inflessibili e intransigenti, poco inclini a rimettere in discussione le proprie sentenze se non c'è qualcosa di autentico a fare da peso sulla bilancia.

Ma cosa accade quando il tempo passa e quei giudici inflessibili smettoni di indossare la toga?

Quando un figlio è giovane, l'errore di un genitore non è solo una ferita: è un tradimento dell'ordine naturale delle cose. I ragazzi chiedono coerenza perché ne hanno bisogno per costruire il proprio baricentro. Poi, lentamente, accade qualcosa di inaspettato. Gli anni passano anche per loro, la vita reale presenta i suoi conti, le sue complessità, le sue inevitabili incongruenze.

La contumacia dei figli, in fondo, non è sempre solo rabbia. Spesso è il tempo necessario per rielaborare le macerie delle illusioni cadute. È la distanza indispensabile per smettere di guardare i genitori come divinità infallibili o carnefici onnipotenti, e iniziare finalmente a vederli per quello che sono sempre stati: esseri umani fallibili, imperfetti, che hanno fatto quello che potevano con gli strumenti che avevano a disposizione in quel momento.

Quel riavvicinamento non è quasi mai un ritorno al passato, perché indietro non si torna. È la nascita di un patto nuovo. È la scoperta che oltre la delusione esiste uno spazio di maturità in cui l'affetto non chiede più perfezione, ma autenticità.

Alla fine, forse, festeggiare un anniversario di matrimonio o un divorzio ha poca importanza. Ciò che conta davvero è constatare che la vita, pur nella sua disordinata complessità, lascia sempre uno spiraglio aperto per chi ha il coraggio di attraversare il silenzio e attendere che il tempo compia il suo lavoro.

P.S.Ci si chiede spesso se il tempo sia davvero un galantuomo o solo un testimone silenzioso. La verità è che il tempo non consola e non sistema le cose da solo, ma possiede un talento ostinato: smantella le sovrastrutture, scrosta le narrazioni di comodo e lascia emergere i fatti nella loro nuda essenza.

A distanza di anni, le ragioni ostentate perdono peso, le colpe sbandierate sbiadiscono e resta solo ciò che era reale. La verità che il tempo regala non è mai una vittoria di parte né una resa al passato: è semplicemente la presa d'atto che le persone cambiano, che le illusioni finiscono e che l'unica cosa che conta davvero è ciò che siamo riusciti a salvare lungo la strada.

26 gennaio 2016

L’inciviltà di “anomalie” considerate tali.

Dal blog di Andrea Papi.
Il ddl Cirinnà ha scatenato, giustamente e inevitabilmente, un dibattito che coinvolge l’intera società, scatenando manie, fobie, integralismi e ideologismi precostituiti, diventando curiosamente occasione di una specie di “guerra di religione” su tematiche che però, almeno a parole, dovrebbero essere solo laiche. Pur considerandomi esterno, in quanto anarchico, a un simile territorio paraideologico con punte di teocraticismo più o meno dichiarato, vorrei dire anch’io la mia, non tanto sulla proposta di legge, che in quanto tale è attinente alla giurisdizione statale, bensì sui contenuti cui s’ispira e che tende a regolarizzare, impregnata com’è, al pari di tutte le leggi statuali, di spirito autoritario.
Personalmente sono contrario all’istituto del matrimonio quale strumento di regolazione, statale o sacerdotale, della volontà di unione tra esseri umani che si amano. Lo considero un’ingerenza tipicamente autoritaria, le cui origini antropologiche sono da addebitarsi più che altro alla volontà androcratica di sottomettere la donna al giogo maschile, cui nel tempo si è aggiunto il giogo clericale con lo scopo d’irregimentare rapporti e desiderio sessuali, sempre considerati pericolosi se lasciati vivere liberamente perché incontrollabili. I primi matrimoni di cui si ha ancora memoria risalgono alla notte dei tempi e nascevano da stipulazioni tra capi, in nome delle reciproche tribù, per sancire accordi o alleanze. Nella coscienza sociale diffusa il matrimonio ha cominciato ad esser considerato come esplicazione di un rapporto amoroso soltanto recentemente, praticamente col romanticismo. Fino ad allora era sistematicamente un accordo tra famiglie, in genere per ragioni di potere e di denaro, mentre sesso e amore erano vissuti di fatto fuori dal matrimonio, liberamente solo dal maschio, il quale relegava le possibilità di movimento della donna alla propria volontà discrezionale.
La “famiglia”, intesa quale termine e quale concetto, è un’imposizione ideologica tesa a incapsulare lo svolgersi delle relazioni personali e dei rapporti sessuali e intimi dentro percorsi predefiniti, a fini di potere e di controllo sociale. Se a ciò che si definisce “famiglia” fosse stato permesso di autoregolarsi nei secoli, sono convinto che difficilmente avrebbe preso la forma che ha assunto istituzionalmente. Non a caso nel mondo varie leggi, come la Cirinnà appunto, tentano di ridefinire e aggiornare in continuazione lo “status familiare”, perché ci si rende conto che quel modello, imposto coll’autorità di un tempo dominato da varie fobie religiose e parareligiose, da tempo non è più in grado di seguire la molteplicità delle esigenze individuali e di gruppo che il divenire delle società spontaneamente comporta.
La cosiddetta “famiglia naturale” è un non senso. Quando ne sento parlare mi si accappona la pelle. In natura non esiste la condizione familiare umanamente intesa. Essa è stata imposta e inquadrata per ragioni di potere tutte interne all’universo antropico, le quali nulla hanno a che fare con quella che continuiamo a definire “natura”. La “famiglia” è una produzione tipicamente umana, non di tutta l’umanità nel suo complesso e non in tutte le epoche durante i circa quattro milioni di anni in cui si suppone che la specie umana sia esistita nelle sue molteplici forme. La “famiglia” è una tipica produzione culturale, proprio perché umana (antropologicamente la cultura è una caratteristica esclusiva della specie umana), quindi non può in alcun modo essere, se non abusivamente, considerata una manifestazione “naturale”, dal momento che in natura, al di là della convivenza umana e non sempre da quando la nostra specie esiste, non ce n’è traccia da nessun’altra parte e in nessun’altra specie.
Ritengo perciò fuorviante lottare per un riconoscimento matrimoniale da parte dello stato rispetto a coppie fino ad ora marginalizzate o criminalizzate (come gay lesbiche e tutti i generi considerati anomali dalla cultura del potere). Il matrimonio è un’istituzione di per sé autoritaria e castrante, sorta e impostata per tenere sotto controllo le persone nella loro intimità (il fatto che non abbia funzionato in tal senso è perché fortunatamente ciò è impossibile senza una complicità concreta dei controllati). Invece di essere esaltato e valorizzato dovrebbe essere sminuito, snobbato e deriso, deprivato di valore e di senso, usato al di là degli scopi dichiarati ufficialmente se lo si ritiene opportuno, ma mai rivendicato come fine di riconoscimento, che invece ne esalta un valore che non possiede, dal momento che è una forma imposta e condizionante. La diversità dei rapporti, consenzienti ed avulsi da ogni forma di violenza e sottomissione, dovrebbe essere la normalità all’interno di una civiltà autenticamente laica e capace di vivere l’emancipazione come dato costituente. Invece vengono chiamate “unioni civili” le forme di convivenza considerate anomale dal potere, che finora si è rifiutato di legittimarle. La civiltà si dovrebbe al contrario misurare sulla capacità di valorizzare e saper rendere ricchezza la molteplicità delle manifestazioni di convivenza umana, libere e spontaneamente scelte all’interno di una qualità dei rapporti fondata sulla reciprocità.
Si dovrebbe lottare invece per ottenere gli stessi diritti riconosciuti finora legalmente solo alle coppie sposate, senza mettere in discussione i tipi di unione che gli individui scelgono di vivere liberamente, al di là di ogni laccio legale, al di là di ogni imposizione religiosa o politica. Lasciamo stare il matrimonio che è sostanzialmente “affare di stato”, la cui intenzione dichiarata è quella di diventare gestore della vita di coppia uniformandola ai suoi canoni di potere. In questo senso mi sembra torni di attualità ciò che gli anarchici han sempre detto e praticato quando ne hanno trovato le condizioni, ben espresso dal settimo punto del programma anarchico del 1919 della Unione Anarchica Italiana, scritto da Errico Malatesta, che così recita: 7. Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso.
Andrea Papi

09 luglio 2011

La “festa” di Titti e Renato: quando la stronzaggine diventa uno stile di vita.

Mi permetto di chiamarli per nome perché ormai entrano così spesso nelle nostre giornate che mi sembrano di famiglia e sicuramente il loro matrimonio avrà la possibilità di oscurare gli altri due recenti che tanto ci hanno deliziato in questi ultimi tempi. 

Credo però che i motivi della sua risonanza mediatica saranno un po’ diversi: primo fra tutti il fatto che ci sia l’intenzione, da parte della sua “Italia peggiore” di rovinargli la festa. 
Poi pare che anche i poliziotti del Coisp, colpiti dai tagli e definiti più volte “panzoni”, abbiano intenzione di consegnargli, dopo averci provato per due volte in altre occasioni, il loro regalo di nozze: le loro sagome pugnalate alle spalle. 
Tutto questo, oltre che a ribadire la pessima considerazione di cui gode il nostro beneamato, renderà perlomeno difficoltoso il controllo della situazione e questo potrebbe essere già sufficiente a togliere qualche piccola soddisfazione. 

Infine c’è la particolarità della lista nozze che Dagospia mette a disposizione con dovizia di particolari. 

Che dire? Certo Titti e Renato non sono una coppia qualunque, non foss’altro che per un certo squilibrio d’altezza, ma non hanno sicuramente quella caratura che contraddistingue i reali d’Inghilterra e di Montecarlo. Ora io non ho notizie sulle liste nozze di questi ultimi, non me ne sono interessata; quello che penso davvero è che non siano paragonabili, anche se qualsiasi eccesso, anche da parte di un’aristocrazia regnante, non è giustificabile  comunque, soprattutto in tempi così vicini alle bibliche vacche magre.

Pare invece che i nostri eroi abbiano deciso di darsi al lusso sfrenato:
-54 lampade in nichel ottone e oro, da un minimo di 200 euro ad un massimo di 1.000 per un pezzo,
-10 tappeti “vintage” fino a 6.000 euro, obbligatoriamente a pelo raso sennò Renato ci si perde,
-7 tavoli da pranzo,
-6 fioriere,
-cristalliere da 5.000 euro,
-capitelli,
-due testiere da letto matrimoniale,
-tre olivi per il giardino, per un valore di 4.500 euro, uno dei quali già prenotato da Tremonti,
-due palme da 2.000 euro l’una,
-4 melograni, decisamente più economici, da 800 euro.

Non mi chiedo dove la mettono tutta ’sta roba perché immagino che il posto ce l’abbiano, e immagino pure che gli invitati alla real-cerimonia non abbiano nessun problema ad accontentare i due colombi. Anzi, più spenderanno più si meriteranno l’eterna gratitudine del ministro che avrà così modo di valutare su una base reale il grado di simpatia che riscuote fra i suoi colleghi dimenticando quell’increscioso episodio malamente strumentalizzato. 
Perché è così che si valutano le persone, in base alle loro possibilità economiche: più sono alte e più le persone sono degne di considerazione. 
E non è proprio il caso di fare polemiche se per un giorno il nostro instancabile persecutore di fannulloni e bamboccioni si dimenticherà della sua missione concedendosi un po’ di sano protagonismo con relativa abbuffata di ricchezza. 
E se quell’Italia peggiore continuerà a non essere d’accordo con i suoi metodi, pazienza.....
Che mangino delle brioches!