18 ottobre 2012

Libertà è partecipazione.



Chiedo scusa al grande Giorgio Gaber se per parlare di una cosa molto terra a terra prendo in prestito le sue parole. Non mi sto addentrando in un discorso sul significato di questa bellissima parola tanto amata e tanto abusata, ma voglio semplicemente parlare di una cosa che trovo innovativa, di un’alternativa che, a mio avviso, offre una piccola soluzione alle tante, ormai troppe difficoltà che stiamo attraversando in questo periodo, di un modo di vivere che ripropone in termini moderni la vecchia idea della “comune”, una riscoperta più che una novità quindi: il cohousing.
Qualcuno potrà dire che ho scoperto l’acqua calda, e forse è vero, lo ammetto, non ne avevo mai sentito parlare (embè, che volete? Sono sei anni che vivo praticamente reclusa su una montagna!!!). E sapete come l’ho scoperto? Guardando Forum!!! Ebbene sì, mio padre (97 anni compiuti!!) quando pranza, vuole vedere quello, che volete farci?
Sì, avevo sentito parlare di eco villaggi tipo quello di Jacopo Fo, che però odorano tanto di business più che di alternativa. Questi mi sembrano una cosa diversa, più funzionali ad un nuovo modo di vivere sociale che sta diventando necessario se non urgente.
Ho voluto quindi approfondire cercando informazioni più autorevoli rispetto agli autori di una dubbia trasmissione televisiva ed eccomi qui a parlarne in modo decisamente positivo a chi, come me, non ne sapeva niente.
Il cohousing è un modo di abitare con spazi e servizi condivisi tra persone che progettano insieme una comunità residenziale. Chi vive in cohousing, sono più di mille gli insediamenti di questo tipo nel mondo, vive una vita più semplice, meno costosa e meno faticosa decidendo innanzitutto cosa condividere: un micronido per i bambini, un orto o una serra, un servizio di car sharing, capacità artigianali o manageriali, cose che SA e PUO’ fare insomma, naturalmente in cambio di altrettante cose che NON SA e NON PUO’ fare.
Nate nel nord Europa cinquant'anni fa, le case condivise sono di fatto condomini con una marcia in più, a cominciare dall'usufrutto degli spazi comuni, ma soprattutto grazie alla cultura della socialità e del mutuo soccorso. Si stimano risparmi medi annui per abitante del 10-15%, grazie a utenze condivise e autoproduzione energetica. È come la vecchia sana cooperazione tra vicini di casa, oggi praticamente dimenticata dalla maggioranza delle persone. Siamo talmente presi dai problemi individuali, le difficoltà di sopravvivenza ci spingono a comportamenti che oserei definire asociali:  la famiglia si sparpaglia, il lavoro è flessibile, il costo della vita lievita e gli stipendi si abbassano, la benzina aumenta e i servizi al cittadino diminuiscono, genitori separati si palleggiano i figli e i vecchi, nel migliore dei casi, sono affidati a badanti che dormono sul divano. Il mercato immobiliare fatica a rispondere ai nuovi assetti sociali e, soprattutto, nessuno, e intendo nessuna persona normale che lavora onestamente per vivere, ha più la possibilità di comprarsi casa e metter su famiglia. Ed ecco che un’altra cosa buona del cohousing, oltre al fatto di condividere e di mettere a disposizione le proprie capacità e possibilità, è proprio quella di usare fabbricati dismessi, come vecchie fabbriche o edifici militari in disuso, e quindi a prezzi agevolati, per i progetti abitativi.
Cercando cercando ho visto che anche in Italia, che normalmente in queste cose alternative rimane sempre un po’ indietro, esistono alcune realtà di questo tipo e questo mi riconcilia un po’ con la vita, ho come l’impressione che le famose utopie di autogestione e partecipazione stiano diventando l’unica strada percorribile.
A prescindere da questo piccolo esempio di civiltà che mi auguro si allarghi ad altre forme di vita sociale, la questione della partecipazione è piuttosto complessa, è un processo di grande impegno e fatica, sempre diverso e il più delle volte molto lungo. La partecipazione impone di superare diffidenze reciproche e riconoscere conflitti e posizioni antagoniste. E’ difficile che il dialogo si apra subito ad una fluente ed efficace comunicazione, ma quando si raggiungono fiducia e confidenza, allora il processo diventa vigoroso, spinge all’invenzione, innesca uno scambio di idee che viene continuamente alimentato dall’interazione dei vari modi diversi di percepire le questioni portate nel dibattito dai vari interlocutori. A questo punto l’ambiente si scalda e “accade” la partecipazione, che è un evento non solo intellettuale o mentale, ma anche fisico, alimentato da calore umano. Man mano che lo scambio si intensifica, l’interazione diventa sempre più stimolante e i suoi esiti non sono più prevedibili, perché dipendono dagli interlocutori, che sono sempre diversi e perciò rendono unico il processo-progetto a cui partecipano.
Per questo non esistono ricette per la partecipazione. Se cambiano i partecipanti e le ragioni per cui si sono incontrati, cambia la partecipazione: bisogna inventarla e sperimentarla ogni volta da capo.
Oggi la capacità di condividere a livelli più alti è molto attenuata, ma io credo che riprenderà. Non ho mai predetto e non credo che si possa predire il futuro, ma sono certa che qualcosa si sta muovendo in questo senso: abbiamo bisogno di unire le nostre capacità per far fronte a cose più grandi di noi. Lo sforzo di organizzare e dare forma ad uno spazio umanamente sostenibile non può essere individuale, deve per forza coinvolgere chi direttamente o indirettamente lo utilizza.
Non sarà facile, perché la società è sempre più intricata, infinite sono diventate le classi, le categorie, i gruppi sociali, senza contare le prevaricazioni, le speculazioni, il consumismo e tutto il resto, ma.............sono ottimista.

Qui un dialogo seguito alla condivisione di questo post su G+.

14 ottobre 2012

Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere. (Michail Bakunin)



In seguito agli episodi di violenza di questi giorni di cui sono stati protagonisti i nostri tutori dell’ordine, mi è venuto in mente di aver letto tempo fa di un esperimento che la Stanford University condusse nel 1971 su un gruppo selezionato di studenti per stabilire quali fossero gli effetti della carcerazione. Prendendo spunto dalla teoria della deindividualizzazione di  Gustave Le Bon secondo cui gli individui di un gruppo coeso, costituente una folla, tendono a perdere l'identità personale, la consapevolezza e il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali, voleva essere uno studio psicologico volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L'esperimento prevedeva l'assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all'interno di un carcere simulato. Si potrà certamente disquisire sull’utilità di una cosa del genere, purtroppo sappiamo tutti benissimo che, allora come adesso, il sistema detentivo non è sicuramente all’altezza di quello che si propone, e sappiamo ancora meglio quanto possa essere devastante l’impatto con un sistema coercitivo che tende alla disumanizzazione del prigioniero più che alla sua riabilitazione e non serviva certo un esperimento per dimostrarlo.
La cosa più interessante non è stata però il comportamento piuttosto prevedibile di coloro che si erano offerti volontari per la carcerazione che reagirono alle condizioni della prigionia in modi pericolosamente ribelli, ma bensì quello di coloro che erano stati messi a far la parte dei secondini. I risultati di questo esperimento andarono molto al di là delle previsioni e delle intenzioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Si evidenziò in maniera chiara quello che accade a persone medie e istruite quando sono trattate senza rispetto e senza protezioni, ma dimostrò in maniera molto più efficace quali possono essere gli effetti catastrofici che l’autorità, la violenza e la corruzione incontrollate hanno su quelli cui è stato affidato il ruolo di custodi e guardie: 
i “secondini” stavano diventando oppressori sadici e violenti
L'esperimento venne concluso 6 giorni dopo l'inizio a causa dei problemi sempre più gravi che andavano manifestandosi, in particolare durante le ore notturne, quando cioè le guardie pensavano di non essere viste dalle telecamere degli studiosi.
Quello che voglio dire, senza impantanarmi in analisi psicologiche che non mi appartengono, è quanto possa essere facile immedesimarsi in un ruolo. Quanto sia possibile lo scatenarsi di atteggiamenti repressivi quando si assume una funzione di controllo sugli altri soprattutto nell'ambito di una istituzione, come il carcere dell’esperimento.
Assumere un ruolo istituzionale induce ad assumere le norme e le regole dell'istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi e oltre alle inclinazioni delle singole persone, sono le situazioni a determinarne i comportamenti.

12 ottobre 2012

“Quando qualcuno commette un abuso, tu chiami la polizia. Ma se è la polizia a commettere un abuso, chi puoi chiamare?”



Ho sempre cercato di dare nuove chance ai “tutori” dell’ordine perché sono convinta che molti siano costretti a fare quello schifo di mestiere e ad obbedire ad ordini superiori. Ma ora comincio ad aver paura che anche essere fermati per una semplice infrazione stradale possa costituire un rischio, le mele marce sono dappertutto ma avere a che fare con una mela marcia con la divisa è pericoloso, perché non ci si può difendere da un invasato che pensa di poter fare quello che vuole perché il potere glielo permette.
La vicenda di questo bambino mi ha angosciato. Ora, non mi sento assolutamente in diritto di conoscere le motivazioni un allontanamento di minore alla sua famiglia, nonostante siano innumerevoli le cause in cui tali provvedimenti hanno comportato un netto peggioramento nella vita del bambino preso in causa, ma mi chiedo una cosa: come è stato possibile tutto ciò?
Non ho nemmeno guardato il video, non mi servono scene forti per capire che questo paese è mal gestito, condotto da persone irresponsabili che nemmeno dopo i fatti di Genova hanno pensato che fosse opportuno dare una stretta all’esuberanza di chi per ruolo e istituzione è chiamato a tutelare e proteggere i cittadini, non dunque ad aggredirli, pestarli, ammazzarli.
Lo schifo e la tristezza che provo non hanno bisogno di immagini.
Tristezza per due genitori che non hanno saputo fare di meglio che lasciar dirimere le loro questioni personali alle forze dell’ordine perché incapaci di farlo diversamente.
Schifo per le cosiddette istituzioni che pensano che tutto si possa risolvere con atti violenti. E per uno stato che non fa nulla per impedirlo ma, al contrario, non si prende mai la responsabilità delle conseguenze di quelle violenze.
Sono annichilita di fronte a questa escalation di inciviltà applicata alle azioni, alle botte, ai pestaggi, alle sentenze che poi giudicano meno grave un morto ammazzato di una vetrina sfasciata. E senza che dall'"alto" arrivi il benchè minimo monito, nessuna indignazione da parte della politica sempre troppo presa dal salvataggio di se stessa. 
E oggi sì, al contrario di tante altre volte in cui avrei preferito che si vergognassero altri, quelli che permettono anche queste porcherie, mi vergogno anch’io di essere nata in questo paese che non sa e non vuole diventare civile.  Perché non vanno a prendere Formigoni e tutti gli altri in quel modo? Perché non li trascinano via a forza dalle poltrone a cui sono incollati, visti gli ignobili reati di cui sono colpevoli?
Perché per loro sarebbe un gesto antidemocratico e fascista? E un bambino trattato così, in una scuola elementare, di fronte ad altri bambini di 10 anni come lui che certo non capiscono le “ragioni dello Stato”, cos’è? È forse questo un puro esercizio della democrazia nell’assoluto rispetto della legge?
Un capo della polizia che guadagna più del presidente degli stati uniti dovrebbe perlomeno essere responsabile di ciò che i suoi “sudditi” fanno. Dovrebbe interessarsi di persona di sapere se schegge impazzite abusano dei poteri a loro disposizione.
E invece no, mele marce e schegge impazzite ci piombano addosso a tradimento consapevoli della loro impunità. Quell “IO SONO” è significativo: io ho il potere e ho chi mi protegge, tu non sei nessuno, quindi fai schifo e posso schiacciarti come un moscerino. Con che faccia questi agenti di polizia potranno guardare negli occhi un bambino da qui fino alla fine della loro vita? Con che coraggio la questura, visto l’enorme scandalo che ha suscitato tale video, si permette di affermare che il bambino, di soli 10 anni, ha apposto resistenza? In un paese dove, finché si tratta di civili, chiunque può venire schiaffato in prima pagina con la scritta “assassino”, solo perché ha subito un interrogatorio come persona informata dei fatti, come mai ancora non sappiamo nome e cognome di questi agenti di polizia?
In casi come questi, viene in mente la frase detta da una ragazza che venne picchiata a sangue alla scuola Diaz: “Quando qualcuno commetto un abuso, tu chiami la polizia. Ma se è la polizia a commettere un abuso, chi puoi chiamare?”
Questa è l’Italia. Questo è il potere. Ricordiamocelo ogni volta che pensiamo che la talebania sia un mondo diverso dal nostro.

07 ottobre 2012

Non cercate il colpevole dove non c’è.



Ho seguito questa discussione e quello che ne è venuto fuori è che, in mezzo a tanti pareri diversi, il torto e la ragione sono concetti molto labili se ci si ferma all’immediato. Naturalmente io so benissimo da che parte sto e credo si sia capito ma, si sa, ognuno ha motivazioni diverse per ritenersi nel giusto. Non voglio qui far da paciere, è un ruolo che non mi si addice, e non voglio nemmeno dispensare consigli da ”vecchia saggia”, non mi ci sento e non sarò mai saggia a sufficienza per questo. Vorrei solo dire a chi si lamenta dei disagi, a chi pensa che i nostri ragazzi siano “ignoranti” di quanto gli succede intorno, che approfittino di qualunque cosa pur di non studiare, che siano più inclini alla violenza che alla riflessione che, se sono così e non tutti lo sono, i motivi bisogna cercarli a monte.
Come bisogna cercare a monte i motivi per cui dei poliziotti  hanno comportamenti tali da accanirsi sui loro stessi figli.
A monte sì, bisogna guardare in alto. Bisogna trovare l’origine di tutto questo guardando oltre le cortine fumogene e gli striscioni, oltre i disagi ovvi e palesi che uno sciopero o una manifestazione provocano a chi si trova a subirlo, a farlo o a combatterlo.
E l’origine è là, arroccata nel suo castello, protetta e distante. Tanto ben protetta e tanto distante quanto freddamente consapevole della propria efficienza.
Efficienza nel taglieggiare e schiavizzare, nell’esasperare e provocare.
Se nella scuola pubblica andasse tutto bene, se i giovani fossero messi in condizione di poter studiare senza difficoltà continue, a nessuno verrebbe in mente di protestare.
Se la gente comune, gli operai, gli imprenditori e tutti coloro che fanno del lavoro il loro obiettivo di dignità di vita fossero nelle condizioni di poterlo fare, a nessuno verrebbe in mente di protestare.
A questo punto nemmeno i poliziotti, che non prendono più di un operaio, che hanno anche loro figli a cui vorrebbero dare un futuro, avrebbero motivo di obbedire ciecamente a qualcuno che guadagna cento volte tanto e li costringe, per amore o per forza, ad una guerra contro i loro stessi simili.
È quello il colpevole: lo Stato. 
Il colpevole è quello che non dà il diritto allo studio, al lavoro e che non rispetta la dignità dei cittadini, quello che studia a tavolino, usando le persone come pedine, i metodi di repressione più subdola per nascondere le sue colpe. 

"Organo e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione: o l'organo muore o la funzione si ricostituisce. Mettete un esercito in un paese in cui non ci siano né ragioni né paure di guerra interna o esterna, ed esso provocherà la guerra, o, se non ci riesce, si disfarà. Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare, inventerà i delitti e delinquenti, o cesserà di esistere."
Errico Malatesta

Rileggete anche questo se vi va.

05 ottobre 2012

Ribellarsi si può e si deve, ma quando il nemico cambia bisogna cambiare tattica.



Penso agli anarchici che dopo aver lottato contro la “legalità” fascista, si trovarono a fare i conti con quella repubblicana e furono perseguitati per tutta la vita come individui pericolosi per la “sicurezza” dello Stato.
Penso a quanto sia stata e sia ipocrita quella parola: “sicurezza”! E a quanto ancora di più, oggi, abbia perso qualsiasi significato reale. Sì, lo Stato avrebbe dovuto avere questa funzione, ma mai come ora è evidente che se prima, volendo, poteva essere in grado di averla ed era logico combatterne l’inefficienza, ora non la PUO’ più avere: qualcuno è riuscito a far diventare inutile questa guerra.
Viviamo e subiamo una situazione economica ed esistenziale sotto attacco permanente: i potenti non fanno altro che estorcere ai non abbienti quel pochissimo che ancora possiedono, rendendo sempre più povere le popolazioni sottomesse, mentre i pochi e intempestivi interventi dei politici che governano hanno tutto l’aspetto di non servire praticamente a nulla. Lo Stato, per noi gente normale, non serve più, non esiste più, perché non ha più potere, perché è diventato egli stesso un servo. Un servo di quelle oligarchie dominanti che, in questa fase, con una spietatezza e una freddezza da serial killer, stanno mettendo in atto una tattica autoritaria e repressiva che sta schiacciando le categorie sociali più deboli ed esposte.
Penso a quanto reale sia stato nella storia il ruolo dello Stato come nemico dell’anarchismo: il male assoluto da combattere, il demone autocratico da demolire, il luogo del potere supremo per eccellenza nel quale erano concentrati tutti gli altri poteri.
Ora questo nemico non esiste più, la guerra allo Stato oppressore è diventata una lotta contro i fantasmi. Lo Stato è solo un contenitore vuoto, ormai inservibile e mal ridotto, e non contiene più in sé la concentrazione del potere egemonico. Ora il nemico vero è un altro. È cambiato il modo attraverso il quale si impone il dominio: ora è la supremazia finanziaria che governa. Ben lontana dall’essere composta da rigide strutture di comando che si impongono attraverso apparati gerarchici, essa non è racchiudibile in classi o categorie sociali definite, tali da costituire un obiettivo preciso a cui potersi opporre, ma si muove attraverso un intreccio non strutturato di poteri che agiscono al di sopra e ben oltre gli Stati in ogni parte del globo.
Ora il potere non viene più esercitato attraverso gli apparati di governo, ma attraverso il controllo e la manipolazione dei movimenti finanziari e lo Stato è diventato uno strumento da ricattare attraverso il quale imporre le condizioni annichilenti che sacrificano le popolazioni all’ingordigia degli speculatori globali. Non è più il “gendarme della borghesia” di marxiana memoria, ma semplicemente un amministratore territoriale, uno squallido esattore per il campo sterminato della speculazione finanziaria globale. Per questo non ha più la possibilità di offrirci nessun tipo di sicurezza, nemmeno quella di combattere un nemico; lo scopo, se prima c’era, non è più quello di fornire servizi efficienti in cambio delle tasse che incamera, ma quello di controllare ed estorcere denaro da versare nel gorgo vorace e spietato dell’idrovora finanziaria. Non poteva essere diversamente: in un mondo diventato una grande rete di comunicazione, in cui si intrecciano spostamenti, azioni e scambi, gli Stati nazionali hanno esaurito la loro funzione specifica e al di sopra di essi si è formata una complicatissima trama di forze assolutamente anonime che, proprio per la loro inconcretezza e inafferrabilità, sono diventate egemoni a livello planetario.
Per questa ragione, anche se si riuscisse a fare un reset completo delle classi politiche, a sovvertire l’attuale vergognoso sistema partitocratico cambiandone modalità e rappresentanti, non si arriverebbe comunque a risolvere il problema di fondo: l’eliminazione della matrice principale dell’autorità. È come prendere un antidolorifico: si combattono i sintomi ma non si estirpa il male alla radice che non ne sarà scalfito che in minima parte e continuerà imperterrito a imporsi, conservando praticamente intatto il suo potere distruttivo. Ed è per questa ragione che trovo ridicoli ed estenuanti tutti i tentativi di accreditarsi l’onore e l’onere del cambiamento: non ci sarà nessun cambiamento, è solo un agire inconcludente, un reiterarsi all’infinito di falsi scudi ideologici che decadono e risorgono mentre la matrice che li alimenta e li perpetua rimane sempre la stessa.
Il cambiamento vero ci sarà solo quando le persone potranno sottrarsi il più possibile alle maglie tentacolari e avvolgenti del potere, quando potranno intervenire direttamente nella difesa sociale, quando il mutuo soccorso e la solidarietà diventeranno i soli ideali possibili da raggiungere, quando le persone potranno gestire autonomamente i piccoli e fragili guadagni di una sudata vita di lavoro senza essere costretti a ricorrere ad un sistema di rapina legalizzata.
Lo so, sono monotematica, ma sono talmente convinta che questo sia il solo modo per cambiare le cose che ho bisogno di ribadire spesso quello che molti chiamano utopia.
Sì, sarà anche utopia, ma è l’unica strada percorribile, altrimenti ogni guerra, ogni ribellione sarà semplicemente inutile e soprattutto dannosa per chi la combatte.