06 marzo 2013

Ci si scanni pure dentro la gabbia, ma guai provare ad uscirne!



Assistiamo da tempo al rimescolamento del quadro politico, un rimescolamento che sembra profondo, ma che in realtà è solo superficiale: che tutto cambi affinché nulla cambi. Nello specifico, che non cambi il vero punto fondamentale: nel capitalismo viviamo e nel capitalismo dobbiamo continuare a vivere. 
In Parlamento, in televisione e sulla rete ci si scontra su tutto meno che su questo punto decisivo.

Dentro la gabbia, fioriscono movimenti che buttano l'amo tra i lavoratori: i "grillini", gli "arancioni", "quelli che cambiare si può"... e ce ne fosse uno che non ha in tasca una lista di risposte "pratiche" e "concrete" per risolvere ogni problema! Tutti lì a spiegare ai capitalisti come dovrebbero fare il loro mestiere e a sfornare ricette su come uscire dalla crisi, su come avere maggiore giustizia sociale, su come far funzionare lo Stato, su come far rispettare la Costituzione e così via sognando...

Il "leitmotiv" sociale è semplicissimo: bisogna aiutare i più sfortunati (e ci mancherebbe!!) e per farlo basta far pagare le tasse a tutti, basta sequestrare i beni della mafia, basta eliminare la corruzione e le tangenti; ogni tanto si sentono anche dei "tassiamo i pescecani della finanza" o dei "tassiamo i patrimoni" o dei "tassiamo i redditi sopra a un milione di euro"! Il tutto all'insegna della concretezza  (anche se qualche dubbio è lecito guardando la fine che ha fatto in Francia la proposta di Hollande).

Mentre invece il vero dibattito dovrebbe essere questo: questo sistema economico, politico e sociale è in grado di offrire all'umanità benessere, pace, cura della salute, sviluppo culturale e intellettuale, rispetto dell'ambiente?

Anche un cieco vedrebbe che non è così, che stiamo andando, giorno dopo giorno, nell'inferno della devastazione sociale e ambientale.

E allora, come facciamo a non domandarci quale potrebbe essere il sistema economico, politico e sociale che possa sostituirlo?

A qualcuno può sembrare un pensiero troppo rivolto al futuro, poco concreto; in fondo è normale che si combatta per ciò che si desidera nel presente, soprattutto se il presente fa schifo, e non si pensi tanto a ciò che sarebbe auspicabile per il futuro. Ma continuare a guardarsi i piedi si finisce poi per sbattere la testa. Bisogna invece alzare lo sguardo ed affrontare il futuro cominciando anzitutto a guardare il presente con occhi diversi da quelli con cui ce lo hanno presentato fino ad oggi.

Una volta i lavoratori lottavano per ottenere, e talvolta persino ottenevano, miglioramenti in termini di occupazione, pensioni, case, scuole, salute, diritti sindacali, in altri termini, di reddito.

Oggi cosa ci hanno ridotto a "pretendere"? La fedina penale pulita come segno distintivo della "buona politica". La crisi devasta la condizione sociale di milioni di persone, ma noi, le milioni di persone, che cosa chiediamo? Chiediamo l'incandidabilità dei condannati da un qualche tribunale che applica leggi approvate da quegli stessi politici corrotti e incapaci che si vorrebbe non candidare!

È un caso? No, anche questo non è un caso, ma un vero e proprio depistaggio, un depistaggio dei responsabili e un depistaggio degli obbiettivi: ci fanno chiedere una merce immateriale, la legalità, che il sistema può manipolare a proprio piacimento detenendo il monopolio della legge, al posto di merci materiali: salario, casa, pensioni, scuola, che, anche per effetto della crisi, il sistema non sarebbe in grado di offrire.

Quella della legalità è la trincea su tutti vorrebbero che ci attestassimo. Sono convinti che la legge sia uguale per tutti e non è vero. Probabilmente sono anche convinti che sia giusta e questo è ancora meno vero. Nel capitalismo la legge è la legge del capitale, la legge del padrone, ed anche se fosse effettivamente applicata a tutti in modo equo (cosa che non avviene), difenderebbe, comunque e soprattutto, solo il padrone.

Un aggravamento della crisi economica porterà molte persone a sviluppare pratiche di illegalità, o quanto meno di "non legalità", di massa (non pagare le tasse, non pagare il biglietto del treno o del pullman, rubare nei supermercati o nei campi, fare picchetti contro i crumiri e contro le imprese, resistere alla repressione della polizia, occupare le case...). Come si può pensare davvero di poter risolvere i problemi sociali e le conseguenze che ne derivano con la "legalità" (nello stesso modo in cui si pensava di risolvere i problemi posti dall'immigrazione con la "sicurezza")?

C’è anche un’altra cosa molto di moda: il “venire dal nulla” come segno distintivo del non essere stati compromessi con nessuno. Ma in realtà le persone vengono sempre da qualche parte (anche quando fanno di tutto per farlo dimenticare) e, soprattutto, stanno sempre da qualche parte, nel senso che sono di parte. E il “nuovo che avanza” è pura illusione demagogica. Cosa vuol dire essere “nuovi”? Che ogni anno si sforna un nuovo prodotto come si fa con le scarpe e i telefonini? Noi non siamo e non possiamo essere nuovi, perché portiamo dentro di noi tutto il tempo che proviene dalle rivolte degli schiavi antichi e moderni, dalle lotte dei popoli contro il colonialismo e l'imperialismo, dalla resistenza dei lavoratori di tutto il mondo contro lo sfruttamento, dalle rivoluzioni sociali per conquistare il mondo nuovo. Portiamo il peso degli anni che abbiamo trascorso a difendere ogni trincea, a combattere ogni ingiustizia, mentre altri si preparavano ad essere nuovi sedendo dal lato dell'ingiustizia. È questo “vecchio” che ci deve spingere verso le idee, quelle sì, che sappiano prefigurare il nuovo, il non ancora esistente, tra le maglie dell'ancora esistente.

E quelle idee non ci sono.

In questa fase di tramonto dello scenario capitalistico globale, in questo riformismo senza riforme, pieno solo di vuota retorica, incapace di realizzare alcun risultato concreto, tutto preso dalla propria vacua declamazione (vogliamo, vogliamo, vogliamo!!!), nessuno accenna a qualcos’altro, nessuno pensa ad un’alternativa che possa condurci fuori dalla catastrofe sulla strada del superamento di ciò che conduce alla catastrofe.

Tutti parlano della quiete dopo la tempesta, di quello che si potrà tornare ad avere una volta superata la crisi.

Possibile che non si arrivi a capire che, anche se la crisi venisse "superata", noi ci ritroveremo molto più poveri e molto meno liberi di prima?

Possibile che nessuno si renda conto che siamo dentro una gabbia e questo sistema ci tiene rinchiusi in essa alternando digiuno e abbondanza come fossero noccioline e pane secco all’ora dei pasti? E il problema di chi sta dentro alla gabbia non è quello di stare meglio o peggio, il problema è come uscirne!

Non c’è bisogno di trovare modi per far funzionare il capitalismo, bisogna solo farlo smettere di funzionare perché è proprio il capitalismo il problema che abbiamo di fronte ogni giorno negli uffici o nelle fabbriche, a Pomigliano o in Val di Susa, nelle "cooperative" o all'Ilva, a Fukushima o a Falluja..., il problema che distrugge la nostra vita oggi e, con la devastazione della natura, la vita dei nostri figli domani.

E per impedire che la devastazione sociale ed ambientale vada avanti indisturbata, ci vogliono proposte autenticamente alternative, non prospettive miracolose colluse al sistema. Ci vuole determinazione a costruire assieme un luogo entro cui ciascuno possa offrire il proprio contributo affinché nessuna energia, neppure la più piccola, debba andare dispersa.

Per essere più "in" di questi tempi potrei dire che questa proposta "proviene dal basso". Ma non è vero: è una proposta che proviene dall'alto, dall'altissimo: è una proposta che proviene dalla più grande delle ambizioni, dall'ambizione di trasformarci e di contribuire alla trasformazione del mondo in cui viviamo, senza arrenderci all'esistente. Perché una cosa deve essere ben chiara: saremo anche "ingenui", "sognatori" e "utopisti", ma un mondo nel quale i comici guadagnano milioni di euro per raccontare due barzellette o le veline ne prendono centinaia di migliaia per sgambettare sul tavolo, mentre milioni di lavoratori, precari, pensionati si sbattono ogni giorno per sbarcare il lunario con pochi euro, costretti ad accettare mille umiliazioni e tanti morti, feriti e ammalati per lavoro... non è certo il mondo che vogliamo.

Che si fotta la Troika!

Tutto il mondo politico italiano rappresentato nel nuovo parlamento, compreso il Movimento 5 Stelle, vive in una nuvola lontana anni luce dalle drammatiche scadenze della crisi economica e dai vincoli europei.
Pare che tutte le principali forze abbiano dimenticato le politiche di austerità che ci hanno portato ai confini della catastrofe sociale in cui già è sprofondata la Grecia e in cui stanno scivolando Portogallo e Spagna, in un terribile contagio destinato ad estendersi.
Così si ignora che il prossimo governo, ammesso che se ne faccia uno, ha già i compiti e le decisioni assegnate dagli impegni assunti dal governo Monti e approvati quasi alla unanimità dal precedente parlamento. Questi impegni sono stati furbescamente ignorati in una campagna elettorale concentrata sul ruolo dei partiti. La crisi economica è diventata così quasi una derivata della crisi di questi ultimi. Troppo facile, purtroppo.
Già alla fine di aprile i vincoli del pareggio di bilancio in Costituzione, che nessuna delle attuali forze parlamentari ha messo in discussione, faranno sentire il loro carico devastante. Quei vincoli fanno parte dell’insieme di servitù economiche contenute nel fiscal compact europeo, da noi sottoscritto nel totale vuoto di informazione della opinione pubblica.
Quel patto ci impegna a venti anni di politiche di austerità, tagli sociali, controriforme, per dimezzare il debito pubblico e pagarne i lauti interessi al sistema finanziario. E le autorità europee da questa primavera avranno il potere di controllo sulle nostre decisioni, mentre dall’autunno potranno addirittura correggere il nostro bilancio, se non sufficientemente austero e rigoroso, esautorando il parlamento.
Questo è scritto nella sequela di patti che hanno commissariato il nostro paese e sottoposto tutto il continente al governo autoritario della Troika formata da Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea, Commissione Europea.
La Troika si è macchiata dei più infami crimini economici in Grecia e ora sta preparando la stessa ricetta per Cipro, mentre somministra una diversa dose della stessa medicina a Portogallo e a Spagna e mette noi sotto osservazione, preparando l’intervento.
Questo mentre tutte le forze parlamentari parlano di altro e soprattutto mentre i cittadini italiani continuano a non sapere che la loro democrazia è commissariata, che le decisioni più importanti sono già prese chiunque governi.
In tutta Europa il confronto politico principale avviene attorno alle politiche di austerità, e per fortuna cresce nelle opinioni pubbliche il rifiuto verso di esse. Quello che qui viene presentato da tutto il palazzo come un dato naturale non contestabile, altrove è il principale oggetto del confronto e dello scontro.
Chi l’ha detto che si deve continuare a morire per il debito? Dove è scritto che bisogna cancellare l’Europa civile e sociale per far quadrare i conti della finanza, così come vogliono le banche tedesche e i vari Marchionne sparsi per il continente?
Le politiche di austerità sono il nemico principale della democrazia in Italia ed in Europa. La lotta alla corruzione politica e ai privilegi di casta, per quanto essi siano intollerabili, è solo una piccola parte della lotta alle ingiustizie sociali. Le grandi banche e la grande finanza in un solo minuto possono depredarci ben più di quanto possa fare la più corrotta delle caste politiche in una intera legislatura.
Sabato scorso un milione e mezzo di persone è sceso in piazza in Portogallo con un semplice ed inequivocabile appello: “Que se lixe a Troika”, che si fotta la Troika.
Nella Svizzera delle banche i cittadini hanno deciso con un referendum di mettere un tetto ai super bonus dei manager. In tutta Europa si diffonde uno spirito antiliberista e anticapitalista.
Noi non siamo ancora a questo, tutto il nostro conflitto politico sembra ridotto alla questione del potere dei partiti, non al potere della Troika o delle multinazionali.
Ma anche se mascherato e depistato, il rifiuto delle politiche di austerità è alla base dello sconquasso delle elezioni. E siccome la crisi economica continuerà ad aggravarsi e i vincoli europei saranno sempre più insopportabili, ben presto lo spirito della rivolta sociale che percorre il nostro continente si manifesterà senza mediazioni anche da noi.
La democrazia italiana che oggi ci pare bloccata si rimetterà in moto quando sarà sottoposta al conflitto tra le scelte vere da compiere. Il confuso e ambiguo quadro attuale si chiarirà nei suoi contorni e nelle sue alternative quando l’urlo “si fotta la Troika” si alzerà anche dalle nostre piazze.

Giorgio Cremaschi

03 marzo 2013

La giustizia è uguale per tutti…….i padroni.



Pochi giorni fa ne abbiamo avuto la prova con la sentenza della Corte d’Appello nel processo alla Thyssen di Torino, una sentenza che  non riconosce più la totale responsabilità di chi amministrava lo stabilimento per interventi a garanzia della sicurezza dei posti di lavoro. Ma sono migliaia  i morti per incidenti sul lavoro ogni anno che non ottengono giustizia, non solo nei processi ai colpevoli e nei risarcimenti, ma anche e soprattutto nell’impedire che altri ne seguano. Perché la sicurezza sui posti di lavoro sta diminuendo drasticamente, sono costi che la logica politica che difende il profitto non è intenzionata a sostenere: in nome della produzione e di un magro salario si mette a rischio la vita degli stessi lavoratori. E tutto questo avviene senza che ci si possa opporre, negli ambienti di lavoro i ricatti non sono nemmeno più tanto velati, la paura di perdere il lavoro costringe a mettere a rischio la vita, a subire vessazioni e a chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie.

Un altro esempio di come agisca la (in)giustizia borghese si può vedere in un altro processo che si sta svolgendo in questi giorni nel silenzio più assoluto dei media, che si preoccupano di svelarci tutti i più minuziosi dettagli delle indagini di Brembate o del processo di Avetrana, ma che non fanno alcuna menzione di quello alla Marlane di Praia a Mare (CS) che si sta svolgendo a Paola, e che vede imputati per disastro ambientale doloso, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose nei confronti di più di 100 operai morti o malati, personaggi di grido come il conte Pietro Marzotto, il presidente del gruppo Marzotto (ex vicepresidente di Confindustria Veneto) Antonio Favrin, l’ex sindaco di Praia Carlo Lo Monaco oltre e altri 10 dirigenti della fabbrica. Di grido è anche il collegio difensivo che va da Ghedini fino a Di Noia e Calvi. Insomma, il gotha dell’avvocatura italiana contro le vedove degli operai.

Come dicevo, il processo è completamente ignorato dai grandi media, ma in rete si trovano testimonianze agghiaccianti. Questi che propongo sono stralci di udienze che trasudano una particolare violenza: 
la violenza della chimica e della fabbrica, la violenza della malattia, la violenza del dolore delle vedove, la violenza dello scherno subito dagli operai e dai loro congiunti anche durante il processo.


“Venerdì 23 novembre è stata la volta di Farace Rosita, vedova dell’operaio Console Giuseppe. E’ una donna piccoletta, ma piena di energia e forza. Si è seduta, gentile e fragile, sul banco delle deposizioni e dopo aver timidamente ripetuto la formula del giuramento ha sfogato tutta la sua rabbia per quanto avvenuto a suo marito. Il racconto è terribile, commovente. Fa lacrimare gli occhi a molti presenti, non ai cinici avvocati della difesa padronale, che dalla loro trincea, cercano di contraddire la signora, ricordandole alcune dichiarazioni sue fatte nel 2002 a proposito dell’uso del latte nella fabbrica, come disintossicante. La signora Rosita, non ha paura nel dire le cose che ha detto. Un avvocato della trincea padronale ricorda cinicamente che anche suo figlio ha avuto un melanoma , per fortuna guarito, cercando di ammorbidirla, ma la signora risponde subito che “lei e suo figlio sono stati  fortunati” . Console Giuseppe era entrato nella Marlane il 1° novembre del 1965 e vi ha lavorato per 28 anni, fino al 20 ottobre del 1992. Lavorava in un piccolo reparto di filatura proprio a ridosso della tintoria. Ne respirava le nebbie, i fumi, le polveri, tutto. La moglie ricorda, che quando ritornava a casa doveva togliersi la tuta fuori dall’abitazione e lei gliela lavava nel cortile per non portare le polveri in casa. Doveva farsi la doccia ogni giorno. La puzza che portava in casa era terribile. Il marito diceva tutto alla moglie di quanto avveniva in fabbrica. LE PARLAVA DI BIDONI AI QUALI TOGLIEVANO LE ETICHETTE DI PERICOLO. Di quando da uno di questi bidoni uscì un liquido che gli finì sulla gamba procurandogli delle bruciature. Delle continue lamentele fatte ai capi dell’azienda, essendo anche diventato un sindacalista della Cisl. Gli dicevano: “Fatti i fatti tuoi”. Poi nel 91 si è ammalato. La donna mostra commossa ed in lacrime la foto del marito. Aveva 43 anni quando morì, lasciando lei vedova ed un figlio di 12 Anni. Rosita, alza la voce, a questo punto, si vede che è molto arrabbiata con i padroni, vorrebbe gridare forse in quella triste sala del tribunale. Poi sviscera piano piano tutto il calvario del marito. L’enucleazione dell’occhio sinistro, i vari ricoveri fra l’ospedale del Cardarelli di Napoli e quello di Praia. Le umiliazioni avute nella fabbrica quando chiese di essere allontanato da quel reparto pieno di veleni e messo a sollevare con un carrello le merci di lavorazione. Console Giuseppe amava il figlio e non voleva farsi vedere in quelle condizioni di malato terminale. Quando per l’ultima volta venne ricoverato al Cardarelli di Napoli, non volle ritornare a casa. Non voleva che il figlio lo vedesse in quelle condizioni e nell’ospedale di Praia spirò. La signora Rosita quando esce dalla sala lascia un’aula raggelata dalle sue parole. C’è quasi difficoltà a riprendere le testimonianze ed il presidente da dieci minuti di sospensione quasi per riprendere fiato”.




“L’udienza del 21 dicembre 2012 è stata caratterizzata da momenti poco edificanti, ad iniziare dall’audizione del primo teste fresco d’intervento per la riduzione della massa tumorale. L’ex operaio già addetto all’impianto di depurazione è stato sottoposto al fuoco incrociato degli avvocati della difesa, senza riguardo alcuno per l’irreversibilità del male e per le condizioni di criticità, essendo questi alla seconda prova dato che la prima era abortita per palese impossibilità a proseguire. La replica la si è avuta col secondo teste già tecnico addetto alla manutenzione degl’impianti e anche questo con patologia irreversibile. E’ stata una vera e propria tortura senza che alcuno spendesse una parola in sua difesa. Gli è stato chiesto insistentemente di descrivere il suo calvario, le caratteristiche del linfoma alla spina dorsale, i cicli di chemioterapia ai quali è stato sottoposto, la descrizione dell’ambiente di lavoro e il numero di sigarette fumate nonché il numero di bicchieri di vino consumati a pranzo e a cena: la logica conclusione è stata un pianto dirotto, mentre tra gli avvocati serpeggiavano stupidi risolini di commiserazione. Il presidente, sempre pronto a commentare la scarsa conoscenza dell’ italiano, non si è sprecato nel difendere il decoro delle persone chiamate a deporre, non lo ha fatto il PM e neppure gli avvocati dell’accusa: e ciò è molto triste. Dei convocati ben cinque erano assenti giustificati perché deceduti”.




Per finire dedico questa poesia di Carlo Soricelli a questo sistema fatto di illegalità, di commesse senza controlli, di sub-sub-sub appalti che permette margini di profitto a costo zero sulla pelle di quasi millecinquecento persone all’anno.


Morti bianche


Chiamatele pure morti bianche.

Ma non è il bianco dell’innocenza

non è il bianco della purezza

non è il bianco candido di una nevicata in montagna

E’ il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli

che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto

occhi spalancati dal terrore

dalla consapevolezza che la vita sta scappando via.

Un attimo eterno che toglie ogni speranza

l’attimo di una caduta da diversi metri

dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni

del trattore senza protezioni che sta schiacciando

dell’impatto sulla strada verso il lavoro

del frastuono dell’esplosione che lacera la carne

di una scarica elettrica che paralizza il cuore.

E’ un bianco che copre le nostre coscienze

e il corpo martoriato di un lavoratore

E’ il bianco di un tramonto livido e nebbioso

di una vita che si spegne lontana dagli affetti

di lacrime e disperazione per chi rimane.

Anche quest’anno oltre mille morti

vite coperte da un lenzuolo bianco.

Bianco ipocrita che copre sangue rosso

e il nero sporco di una democrazia per pochi.

Vite perse per pochi euro al mese

da chi è spesso solo moderno schiavo.



P.S. Il 900 è stato caratterizzato dalla lotta per le 40 ore di lavoro settimanali (ricordate: “Se otto ore vi sembran poche…”?). Domanda: il fatto che l’UE abbia stabilito che si potrà lavorare anche 60, 65 ore a settimana aiuterà a prevenire gli incidenti sul lavoro oppure no?

01 marzo 2013

Il principio della solidarietà.



L’odierna situazione italiana manifesta fin troppo chiaramente la crisi della politica. Non parlo della notevole percentuale degli astenuti, dei voti di protesta, del ridimensionamento di vecchi partiti o del rischio di ingovernabilità. C’è qualcosa di più profondo e radicato: non c’è più nessuno che abbia a cuore gli ideali e i valori per la vita della società.
Quando ho cominciato ad avvicinarmi alla politica (e parlo del remoto ’68) c’erano delle situazioni ben precise fra le quali scegliere: varie ipotesi politiche, di destra o di sinistra, democratiche oppure no, avevano da proporre alle persone progetti e idee, valori e obiettivi, spesso pessimi, non dico di no, ma che comunque almeno prevedevano gli aspetti più importanti della vita delle persone nella società. Oggi no, oggi la politica è talmente lontana che può tranquillamente essere definita autonoma, avulsa dal contesto per il quale è stata generata, una presenza estranea e fastidiosa tale da indurre il disinteresse e l'appiattimento egoistico delle persone che se ne dovrebbero giovare.
Non voglio parlare dei vari partiti, mi sono già espressa a sufficienza su ognuno di loro, parlo di una cosa che li accomuna tutti, indipendentemente dal colore e dal leader carismatico o meno: una mancanza.
Mancanza di valori e di idee condivise di società, di bene comune possibile.
In quanti programmi, fra tutti quelli che ora vengono così generosamente offerti alla visione gratuita multimediale, avete letto parole come solidarietà umana o comune umanità?
Tutti parlano di cambiamento, ma i loro cambiamenti oscillano fra  qualche alchimia governativa e nuove elezioni seguendo le ancor più ermetiche oscillazioni finanziarie.
Nessuno parla di un’alternativa possibile a questo sistema decadente, su cui sono tutti d’accordo, e dell’egoismo sociale che, inevitabilmente, ne deriva.
Tutti siamo d’accordo che c’è un bisogno, anche urgente, di cambiamento. 
Ma questo non avverrà mai se non si mettono al centro le questioni essenziali della vita imparando a pensarci in comune, cercando e sperimentando strade di miglioramento condiviso. 
Niente cambierà e sarà credibile se non ci miglioriamo come persone riconoscendoci come protagonisti possibili di un mutamento positivo. 
Se non ci educhiamo a ricercare amicizia, a costruire relazioni solidali e ambiti di comunanza. 
Se non guardiamo ai bisogni vitali di ciascuno sapendoli collegare a quelli degli altri. 
Se non difendiamo in primo luogo quelli dei più poveri e discriminati capendo che è una condizione basilare per poter migliorare la vita di tutti.
È il principio della solidarietà che va portato avanti.
L’affermazione della comune umanità vuol dire eliminare ogni razzismo aperto o mascherato. 
E' difesa della dignità e libertà delle donne contro ogni violenza ed offesa. 
E' sostegno alla crescita e alla libera e positiva educazione dei giovani. 
E' schieramento con le persone che difendono o provano a migliorare le condizioni di lavoro assieme agli altri. 
E' l’inizio possibile di migliori e libere comunità umane, di una nuova associazione tra le persone.
Questo è il cambiamento che serve, un cambiamento che non ha bisogno di schieramenti colorati, né di poltrone ballerine, né di poteri distribuiti equamente o meno. Ha solo bisogno di noi, della nostra voglia e potenzialità.



“Se vuoi cambiare il mondo prima cambia te stesso” 
Mahatma Gandhi