Da Anticorpi.info.
Secondo il biografo Howard Sounes, Le Poesie dell'Ultima Notte della Terra è "la più bella e matura antologia" prodotta da Charles Bukowski. E' anche l'ultima che lo scrittore e poeta di origini tedesche pubblicò prima di lasciarci, nel 1994. In essa il tipico minimalismo bukowskiano si intreccia ad atmosfere crepuscolari, contemplative, da cui emergono le più intime percezioni dell'autore in merito a grandi temi quali la vita, la morte, l'orizzonte degli eventi, i massimi sistemi.
Con la poesia "Dinosauriato, Noi" Bukowski racconta le abiezioni partorite dalla modernità, e per questa umanità al tempo stesso vittima e carnefice profetizza l'oblio, ultimo dazio da pagare alle illusioni del cosiddetto "progresso", che anziché elevare i cuori li ha alienati e sospinti in una spirale di involuzione.
di Charles Bukowski
Nati così
in mezzo a tutto questo
tra facce di gesso che ghignano
e la signora morte che se la ride
mentre gli ascensori si rompono
mentre gli orizzonti politici si dissolvono
mentre il garzone della spesa del supermercato è laureato
mentre i pesci sporchi di petrolio sputano la loro preda oleosa
e il sole è mascherato
siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra queste guerre attentamente folli
tra la vista di finestre di fabbrica rotte di vuoto
in mezzo a bar dove le persone non si parlano più
nelle risse che finiscono tra sparatorie e coltellate
siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire
tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli
in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi
in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo
nati in mezzo a tutto questo
ci muoviamo e viviamo in tutto questo
a causa di tutto questo moriamo
castrati
corrotti
diseredati
per tutto questo
ingannati da questo
usati da questo
pisciati addosso da questo
resi pazzi e malati da questo
resi violenti
resi inumani
da questo
il cuore è annerito
le dita cercano la gola
la pistola
il coltello
la bomba
le dita vanno in cerca di un dio distante
le dita cercano la bottiglia
le pillole
qualcosa da sniffare
siamo nati in questo essere letale triste
siamo nati in un governo in debito di 60 anni
che presto non potrà nemmeno pagare gli interessi su quel debito
e le banche bruceranno
il denaro sarà inutile
ammazzarsi per strada in pieno giorno non sarà più un crimine
resteranno solo pistole e folle di sbandati
la terra sarà inutile
il cibo diventerà un rendimento decrescente
l'energia nucleare finirà in mano alle masse
il pianeta sarà scosso da un'esplosione dopo l'altra
uomini robot radioattivi si inseguiranno l'un l'altro
il ricco e lo scelto staranno a guardare da piattaforme spaziali
l'inferno di Dante sarà fatto per somigliare a un parco giochi per bambini
il sole sarà invisibile e sarà la notte eterna
gli alberi moriranno
e tutta la vegetazione morirà
uomini radioattivi si nutriranno della carne di uomini radioattivi
il mare sarà avvelenato
laghi e fiumi spariranno
la pioggia sarà il nuovo oro
la puzza delle carcasse di uomini e animali si propagherà nel vento oscuro
gli ultimi pochi superstiti saranno oppressi da malattie nuove ed orrende
e le piattaforme spaziali saranno distrutte dalla collisione
il progressivo esaurimento di provviste
l'effetto naturale della decadenza diffusa
e il più bel silenzio mai ascoltato
nascerà da tutto questo
il sole nascosto
attenderà il capitolo seguente.
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29 gennaio 2016
16 novembre 2013
Forces Occultes: Film-Denuncia sulla Massoneria. Autori giustiziati, la Rai Censura.
Forces Occultes
è un film francese del 1943. È il più importante film-denuncia sulla
massoneria. Un deputato francese, in buona fede ma ingenuo, viene
cooptato dalla massoneria. Dopo il rito di iniziazione, cominciano le
delusioni di Avenel. Il deputato capisce che la maggior parte dei
massoni utilizza l’ordine solo per ottenere favori, guadagnare soldi e
prestigio e aggirare le leggi dello stato. Ma c’è di più. Avenel scopre
che oltre alle misere ambizioni dei massoni di basso grado, esiste una
volontà massonica internazionale molto più inquietante. Sarà infatti la
massoneria francese a far entrare la Francia nella seconda guerra
mondiale. Avenel proverà a fermare l’entrata in guerra ma sarà
accoltellato da alcuni “fratelli” e si sveglierà in ospedale quando il
conflitto è ormai iniziato.
Le conseguenze
Lo
sceneggiatore del film, Jean-Marie Rivière, venne arrestato, mentre il
regista, Jean Mamy (sotto lo pseudonimo di Paul Riche) e il produttore,
Robert Muzard, vennero giustiziati per il loro ruolo nella realizzazione
di questa pellicola.
Il “complottismo”
A
differenza di quanto sostengono tanti debunker prezzolati che sono
riusciti a convincere molte persone ignoranti e superficiali, le “teorie
del complotto” non sono fantasie partorite dalla mente di visionari e
diffuse tramite la rete. Il film è la prova che in passato, la
consapevolezza dei cittadini riguardo alle “forze occulte” che dominano
gli eventi mondiali, era molto maggiore. È anche la prova che in passato
era più semplice trovare artisti, registi, sceneggiatori, produttori,
ecc., disposti a raccontare la verità al grande pubblico. Oggi il
sistema si è perfezionato. Da un lato è aumentata la censura, dall’altro
la “dissidenza” è controllata: i paladini della “verità” sono uomini
della massoneria, a cui viene data tanta visibilità ma a cui viene
vietato di esporre la verità fino in fondo, con il risultato di
allontanare i cittadini dalla percezione dei reali problemi e dal potere
dei personaggi dietro le quinte. Tutti gli attivisti che vanno oltre i
limiti del consentito, sono tacciati di complottismo, dietrologia,
paranoia, ecc..
Rai
Il
film è stato mandato in onda su Rai 3. La Rai, però, ha ben pensato di
tagliare quasi tredici minuti che, coincidenza, sono i tredici minuti
più importanti e significativi della pellicola. La censura della Rai,
televisione massonica di stato, è la conferma di come il sistema si sia
appunto perfezionato. Le due versioni. Fortunatamente, in rete, è
possibile trovare sia la versione integrale, sia la versione “ridotta”
di Rai 3. Qui il link per vedere l’originale. Qui
il link per vedere la versione adatta al pubblico italiano. Nella
versione censurata il taglio avviene al minuto 31:55. Nella versione
originale, come potete controllare, la scena corrispondente si trova al
minuto 30:35. La scena tagliata dura fino al minuto 43:15.
Le scene tagliate
I tredici minuti censurati contengono quattro scene.
1°
Scena: I massoni sono riuniti nella loggia mentre il popolo francese è
in rivolta nelle piazze. La polizia reprime la rivolta sparando sulla
folla. Quattordici cittadini francesi muoiono. Centinaia i feriti. Il
film evidenzia come la responsabilità diretta della morte di quei
cittadini sia da attribuire alla massoneria francese. Addirittura il
Gran Maestro dice:
"Il popolo francese può morire purché la massoneria viva".
2°
Scena: Il parlamento francese elegge una commissione d’inchiesta per
indagare sugli omicidi avvenuti nella rivolta. La massoneria esulta
perché ben 35 commissari su 50 sono massoni e l’ordine ne esce pulito.
3°
Scena: Il Gran Maestro organizza l’entrata in guerra della Francia
telefonando ai fratelli massoni a capo delle più importanti istituzioni.
Nell’ordine chiama: il Ministero degli Esteri, la Banca di Francia, lo
Stato Maggiore, il Segretario del partito Radical Socialista, il
quotidiano Le Temps e la fabbrica di aerei da guerra.
4°
Scena: Sono i cinque minuti più importanti del film: il discorso tra il
protagonista Avenel e il Gran Maestro. Trascrivo le battute più
importanti del 33° grado. Riguardo ai massoni di basso grado dice:
"Nella massoneria si nasconde tutto a chi ha un rango modesto. In basso non si sa niente".
Ma il Gran Maestro aggiunge che anche i massoni dei vertici, i gradi 33, non sono i dirigenti, come si potrebbe pensare:
"Non ci sono dei capi tra noi, ci sono solo esecutori".
E allora chi è che detta gli ordini? Chiede Avenel. Il 33 risponde spiegando:
"Cos’è
la massoneria? Dei gruppi di uomini che si sono riuniti ai quattro
angoli del pianeta per chiudere il mondo in una rete dalle maglie
impenetrabili. Siamo 50 mila in Francia, 500 mila in Inghilterra, 3
milioni negli Stati Uniti. Formiamo un unico blocco e una sola volontà.
Ci diffondiamo dappertutto, comandiamo dappertutto. Qui 300 parlamentari
sono massoni. In Inghilterra il re fa parte del nostro ordine. Negli
Stati Uniti il presidente è un 32°. Non esiste un paese in cui non
abbiamo appoggi segreti, i nostri uomini, le nostre banche, i nostri
zelanti gruppi. E questo è niente. È solo la potenza materiale della
massoneria. C’è qualcos’altro. Una dottrina superiore".
La domanda finale
Se
anche tra i massoni dei gradi più alti non ci sono dei capi ma solo
esecutori, da chi è rappresentata quell’unica volontà che dirige la
massoneria universale? Il film non lo dice esplicitamente ma lo lascia
intendere. O almeno, lo lasciava intendere ai telespettatori degli anni
’40. Ma oggi, dopo altri settant’anni di propaganda e lavaggio di
cervello, quanti telespettatori sono ancora in grado di capirlo?
04 novembre 2013
Il mito del progresso.
È ormai una consuetudine, ad ogni uscita di un nuovo oggettino
tecnologico (direi quasi settimanale ormai) si ripete lo show: tutti in fila
per essere i primi ad averlo. E non mancano quindi coloro che si interrogano
sulla crisi, vera o presunta che sia, di fronte a manifestazioni del genere che
nemmeno la più evidente ingiustizia sociale riesce ad organizzare e si scagliano
sui giovani che non hanno più coscienza dei valori.
È vero, siamo ridotti male se corriamo dietro a questi miti,
ma non è dei giovani la colpa, è solo il mito del progresso che stiamo rincorrendo da sempre.
La società che ci viene proposta e in cui ognuno di noi si
ritrova a dover vivere, è una società in progresso, una società che cerca sempre
nuove soluzioni, nuove tecniche, e le innovazioni sono sempre viste come
potenziali strumenti per il miglioramento. Una società lanciata verso il futuro,
ma senza il presente. Una società con il mito del progresso, che ipotizza il
raggiungimento di sempre maggiori soddisfacimenti dei bisogni (reali o indotti)
come se questo fosse automaticamente il raggiungimento della maggiore felicità
possibile. In virtù di questa logica si compiono misfatti sugli altri uomini,
che non godono di questa possibilità, e sulla natura. La presunta felicità dell’uomo è pagata
direttamente dalle popolazioni
del terzo mondo e indirettamente da tutti, attraverso i micidiali danni
provocati alla natura e all’ambiente.
Il progresso porta innovazioni finalizzate per gran parte al
lucro; non richieste dalla collettività esse non rispondono alle necessità né
ai desideri diretti, insinuano invece nuovi desideri e necessità.
Il ritmo dell’evoluzione risponde all’evoluzione del
capitale, e non a quello degli uomini, alla ragione di dover guadagnare di più,
alla ragione di dover muovere sempre più le merci e questa frenesia definisce
un tempo che, anch’esso, non risponde al tempo degli individui.
Una società che progredisca in questo modo è una società
infelice.
10 febbraio 2012
La solitudine dell’uomo moderno è il frutto avvelenato del “progresso”
L’uomo moderno soffre di solitudine: di una solitudine demoralizzante, angosciosa, intollerabile, come il freddo atroce di un inverno che non finisce mai.
Eppure le città sono piene di traffico; le strade, i negozi e gli uffici sono invasi e percorsi da una folla che non rallenta mai, che non decresce; i palazzi sono pieni di appartamenti e gli appartamenti sono quasi tutti occupati, anzi si fa a gara per assicurarsene uno, per quanto caro, non appena si libera; le scuole, le università sono frequentate da legioni di studenti; cinema, ristoranti, palestre, biblioteche, ovunque bisogna prenotarsi col numero e mettersi in fila per entrare; i campi sportivi rigurgitano di folla; le autostrade sono intasate di veicoli che portano uomini e donne in tutte le direzioni, e innumerevoli altri si spostano continuamente in corriera, in treno, in aereo, in navi da crociera, da una città all’altra, da uno stato all’altro, da un continente all’altro.
E non si è mai soli; non ci si riesce proprio, neanche a volerlo, neanche a cerarlo, neanche a supplicarlo: folla al supermercato, folla in banca, folla in ospedale, folla all’ufficio postale, folla al bar, folla all’agenzia turistica, folla sui campi da sci, folla in albergo, folla in riva al lago, folla sui sentieri, folla sul vaporetto, folla al corso di danza, folla al concerto rock, folla in discoteca, folla alle oasi naturalistiche, folla al santuario, folla in confessionale, folla in casa di riposo, folla al call center, folla davanti alla toilette, folla alle lezioni di yoga, folla allo spaccio aziendale, folla all’ufficio anagrafe, folla alle assicurazioni, folla al bowling, folla al solarium, folla in sala d’attesa del medico o del dentista…
È un diluvio di folla, dovunque, in ogni momento del giorno e della notte, d’estate e d’inverno, in città e fuori, al mare e ai monti: pallida o abbronzata, stanca o scattante, di giovani e di vecchi, di indigeni e stranieri, di furbi e di fessi, di buoni e di cattivi; come dice Ortega y Gasset, in nessuna epoca della storia si è mai vista una tal quantità di folla in giro per il mondo; e non per qualche circostanza eccezionale, ma sempre, abitualmente, senza pause, senza rallentamenti.
Sono sempre più rari, sempre più precari i luoghi non ancora presi d’assalto dalla folla; vien da chiedersi dove mai fosse tutta questa folla, prima di rendesi così visibile: se ne stava in casa, se ne stava in fabbrica, se ne stava in chiesa, oppure dove?
E dire che ai tempi di Ortega gli abitanti della Terra superavano di poco il miliardo di persone; oggi siamo arrivati a sette miliardi, in meno d’un secolo, e la corsa non si ferma, non vuol saperne di fermarsi: forse dovremo davvero andare a colonizzare qualche altro corpo celeste, forse sarà la volta buona che incominceremo a popolare il fondo dei mari e degli oceani, come nei romanzi di Jules Verne; oppure verranno costruite delle grandi stazioni orbitanti nello spazio e la popolazione comincerà a disperdersi su di esse e sulle astronavi di collegamento, sugli incrociatori galattici, come nei telefilm di «Star Trek»…
Intanto, però, la solitudine aumenta, si fa sempre più acuta, è come un grido soffocato, silenzioso, che prorompe da migliaia, da milioni di petti di uomini e donne; una solitudine assurda, inspiegabile, grottesca, che attanaglia le persone in mezzo a delle folle strabocchevoli: come morir di sete non già nel deserto, ma in mezzo a una terra ubertosa e verdeggiante, solcata da fiumi e allietata da fontane e cascate.
Le città affollatissime, simili a deserti allucinati; i palazzi e i grattacieli, con decine e centinaia d’appartamenti, simili a spettrali torri popolate da fantasmi; gli autobus, i tram, i veicoli privati che sfrecciano nel buio della notte, simili a fuggevoli sprazzi di luce, che si perdono poi subito nel caos tentacolare, mentre subito degli altri sopraggiungono senza pose, senza pace, mai: si direbbe un brutto sogno…
Eppure si era meno soli quando si era di meno; quando si era meno numerosi, meno concentrati, meno affollati.
Non stiamo parlando di una solitudine fisica, evidentemente, ma di una solitudine psicologica, intellettuale, morale e spirituale.
Psicologica: perché ciascuno è talmente preso da se stesso, dai ritmi insostenibili della modernità, dai tristi riti del consumismo, da non riuscire più a comunicare con gli altri, nemmeno con la propria moglie o il proprio marito; nemmeno con i propri figli o con i propri genitori.
Intellettuale: perché ci sentiamo tutti come delle monadi senza porte e senza finestre e perché ce ne siamo convinti a forza di sentirlo dire e ripetere dai nostri mâitres à penser, dalla casta sacerdotale degli intellettuali, tutti d’accordo su questo punto, tutti impegnati a rigirare il coltello nella piaga di questo nostro disperante isolamento.
Morale: perché nella lotta per la vita, di darwiniana memoria, non c’è più posto per il tu, è già anche troppo stare dietro al proprio io, difendersi dalle innumerevoli minacce esterne: ciascuno pensa per sé e nessuno pensa a tutti quanti, dato che Dio, che forse ci pensava prima, ormai è morto, ucciso dalle nostre stesse mani.
Spirituale: perché la vita dell’anima si è congelata in se stessa, nella superbia intellettuale e nella delirante volontà di onnipotenza; sicché ciascuno si muove come nel vuoto, annaspa come se stesse precipitando, grida ma senza voce, solo muovendo la bocca; e nessuno lo sente.
Nessuno lo sente anche perché, nella società di massa, la folla domina incontrastata sull’individuo: una persona che si mette a gridare, attira l’attenzione di tutti; cento, mille, diecimila persone che gridano tutte insieme, inducono solo ciascun altro ad alzare il volume della voce.
È anche vero che la solitudine, di per sé, non costituisce necessariamente un male: può essere, anzi, un gran bene; può offrire l’occasione per concedersi una pausa in cui riflettere, in cui raccogliersi, in cui ritrovare se stessi.
L’uomo moderno la vede senz’altro come un male, perché ha perso la capacità di stare da solo, anche per periodi limitatissimi: bastano poche ore di solitudine per mandare in crisi molte persone, bastano pochi giorni senza la televisione (surrogato indispensabile di una compagnia umana) per piombare uomini e donne in una specie di terrore del vuoto, del silenzio.
Bisognerebbe perciò domandarsi da che cosa nasca questa paura abnorme, patologica, della solitudine; e se le vie che abbiamo intrapreso per esorcizzarla siano realmente quelle idonee allo scopo, o se non siano altro che dei vani palliativi per spostare il problema o per fare finta di non vederlo e doverlo, così, affrontare.
Esistono, dunque, una solitudine “buona” ed una solitudine “cattiva”: la prima ci aiuta a costruire noi stessi, a realizzarci, a ritrovarci se, talvolta, tendiamo ad allontanarci da noi stessi e a perderci nel gran mare degli impegni e dell’agire; la seconda ci sprofonda nella tristezza, nello scoramento, ci bocca, ci paralizza e ci irrigidisce, come una gelida mano ferrata che ci afferra nella sua stretta e sembra volerci spezzare.
Noi abbiamo disimparato l’importanza e l‘utilità della prima e abbiamo equiparato ogni forma di solitudine alla seconda, dichiarandole guerra senza quartiere, come ad un nemico pericolosissimo, così come abbiamo dichiarato guerra a tante altre cose: alla nostra parte più vera e profonda – che, appunto, ha bisogno di silenzio per rivelarsi e farsi udire -, alla natura, agli istinti (tutti, indiscriminatamente), ai sentimenti, al prossimo come nostro fratello, al sacro e alla trascendenza, a Dio come Padre, alla sofferenza (senza distinguere quella utile e necessaria da quella inutile e superflua), alla vecchiaia e alla morte.
È proprio l’aver dichiarato guerra alla natura, e quindi alla morte, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo “progresso” e che fatalmente si ritorce contro noi medesimi, che ci ha resi così fragili e irragionevoli di fronte alla solitudine: perché la solitudine è necessaria per ascoltare la voce interiore, e la voce interiore ci ricorda che dobbiamo morire: non per gettarci nell’angoscia, ma per spronarci a vivere in maniera degna.
Ecco, allora, che abbiamo bisogno di stordirci in mezzo alla folla, in mezzo alle voci, in mezzo ai rumori, per negare la solitudine, per cancellarla dal nostro orizzonte esistenziale, dalla realtà concreta dalla nostra vita quotidiana: ma l’essere immersi nella folla non ci fa sentire meno soli, e il chiasso non ci aiuta a ritrovare le strade della vera comunicazione, solo vero antidoto – quest’ultimo – alla solitudine stessa.
I luoghi dove la folla cerca di esorcizzare l’angoscia della solitudine sono anche i più rumorosi e quelli che meno si prestano alla comunicazione e alla socializzazione: centri commerciali, discoteche, stadi; entrare al bar per fare quattro chiacchiere con un amico è divenuto problematico, se non impossibile, perché la musica a tutto volume rende difficile sia parlare che ascoltare; e, come se non bastasse la musica, da qualche anno ci si sono messi pure i giochi elettronici, le slot-machines per mangiare soldi ai clienti: così, la partita solitaria di una singola persona provoca un disturbo acustico e psicologico ad altre dieci, venti o trenta.
E non parliamo della televisione, che porta il rumore e il chiacchiericcio insulso fin dentro l’intimità delle nostre case, delle nostre stanze (perché in molte case vi sono diversi apparecchi televisivi, uno per ogni stanza, sì da poter continuare a drogarsi con essa in ogni momento, senza dover litigare con la moglie o con il fratello per la scelta del canale, anche stando a letto, prima di scivolare nel sonno) e ci isola dai nostri stessi congiunti; né abbiamo vergogna di stordirci con programmi televisivi che vorrebbero essere allegri e divertenti ma in cui, di allegro, c’è solamente il suono delle risate pre-registrate: tristezza nella tristezza, finzione nella finzione, squallore nello squallore.
Perché una cosa è certa: la folla non è il contrario della solitudine; non è la sua negazione, il suo rovesciamento; e meno ancora è lo strumento per fronteggiarla e per sconfiggerla: essa non ne è che la manifestazione estrema e più appariscente, l’ultimo stadio sulla via dell’alienazione che la solitudine stessa ha fatto penetrare in noi.
La folla è la quintessenza della solitudine, in quanto essa ha di più maligno, di più paralizzante, di più sordido; e questo proprio perché essa è la negazione radicale dell’autentica comunicazione, dell’autentico relazionarsi delle persone con se stesse e con l’altro.
La folla è sempre la manifestazione dell’inquietudine, dell’agitazione, delle esasperazione emotiva: una folla è capace di qualunque degradazione, di qualunque laidezza, di qualunque bestialità: il fatto di essere in tanti, in troppi, smorza e cancella il senso della responsabilità individuale, della ragionevolezza, della distinzione del bene e del male: non c’è follia, non c’è crimine che una folla non sia capace di compiere, qualora di presentino le circostanze adatte.
Ed eccoci tornati alla domanda che ci facevamo all’inizio: dov’era la folla, prima che l’avvento della società di massa la rendesse così visibile, così onnipresente, così invasiva?
Non era da nessuna parte: non c’era.
La folla si formava solo in circostanze particolari, ritualizzate dalla società: feste e spettacoli, sagre e cerimonie, scandendo e accompagnando i ritmi delle stagioni e della vita: il Natale e il carnevale, il santo patrono e le rogazioni, il battesimo e il funerale; ma non era una folla nel senso che intendiamo noi, perché ciascun individuo si rapportava agli altri e alla comunità, si completava in questa, rafforzava il proprio senso di appartenenza e, quindi, la propria identità; mentre la folla moderna è spersonalizzante, ognuno vi s’immerge per scomparirvi, omologarsi, travestirsi, mimetizzarsi, stordirsi ed annullarsi, cercando l’oblio.
La solitudine cattiva, dalla quale ci si deve difendere, è nella povertà e nell’inaridimento della nostra dimensione sociale; nel nostro cercare la folla per fuggire dagli altri, dal rapporto autentico con l’altro, che è sempre profondo e personale – oppure non è.
Il paradosso risiede nel fatto che, per comunicare realmente con l’altro, bisogna prima conoscere se stessi; e, per conoscere se stessi, bisogna essere se stessi, o meglio, diventare se stessi: e quindi saper amare la solitudine, saperla cercare e non fuggire; così come, per imparare a nuotare, bisogna cercare ed amare il contatto con l’acqua, non fuggirlo.
Ma come potrà l’uomo moderno, che è l’uomo della folla, imparare ad amare la propria solitudine, se è proprio ciò da cui fugge spasmodicamente, compulsivamente?
Egli deve spezzare un circolo vizioso: ma non potrà mai farlo, se non depone la paura della morte…
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