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18 settembre 2026

Ma insomma, perché non esci mai? Ti stai isolando!

È la frase che mi sento ripetere spesso dagli amici, con quel tono tra il rimprovero affettuoso e la sincera preoccupazione. Sorrido sempre, perché so che per loro stare a casa sembra una punizione, mentre per me è semplicemente il posto migliore del mondo.

Non si arriva alla propria solitudine da un giorno all'altro; la si conquista a piccoli passi, spesso smantellando le aspettative altrui e superando la paura del silenzio. C'è stato un momento preciso in cui ho smesso di cercare conferme fuori e ho capito che l'unico punto fermo di cui avevo davvero bisogno ero me stessa. Scegliere di stare da sola non è stata una rinuncia o una resa al tempo che passa, ma l'atto d'indipendenza più autentico della mia vita: la decisione di abitare la mia storia senza dover chiedere il permesso a nessuno. 

Io ho cominciato così, cercando un luogo che non fosse fuga ma presenza, nel momento in cui ho capito che la solitudine non è un’assenza da subire, ma uno spazio pieno da costruire.

Oggi la mia solitudine è fatta di gesti calmi e precisi, di rituali che scandiscono giornate ricche di senso. È il valore del mio tempo ritrovato: la gioia di potermi immergere nelle pagine di un buon libro, di lasciar scorrere i pensieri sulla carta quando scrivo, di ascoltare la pioggia o il primo soffio di vento senza il bisogno di riempire quel vuoto con un rumore di fondo. È la bellezza di guardare il mondo con i miei occhi, senza fretta, godendo della semplicità della casa e del contatto con la natura. In questi momenti non c'è solitudine che pesa, ma solo una profonda sensazione di pienezza.

C'è una differenza fondamentale tra l'isolarsi e l'abitare consapevolmente la propria solitudine. La mia non è chiusura verso il mondo né rifiuto degli altri. Anzi: è proprio perché basto a me stessa che posso permettermi di scegliere con cura le relazioni, coltivando solo gli affetti autentici, i legami sinceri e la solidarietà spontanea con chi mi circonda. Non ho bisogno di stare in mezzo alla folla per sentirmi viva, né di un rumore di fondo per scacciare i pensieri.

Questa solitudine, oggi, la custodisco come si fa con le cose più preziose. Non è un muro alzato contro il mondo, ma una finestra aperta sulla mia libertà. È il mio centro, la mia casa interiore: il luogo dove ho imparato a bastarmi e dove, finalmente, mi sento a casa.

09 ottobre 2016

Silence, please...

Quando si ha l’impressione che il modo sia diventato troppo complicato per ricavarne un senso...
Quando ci si rende conto che il bisogno di comprendere si trasforma in un raccolta di racconti che ci si fa per sfuggire alle contraddizioni della realtà...
Quando si ha bisogno comunque di appoggiarsi ad una realtà diversa, anche fantastica, perché la realtà che definiscono vera è troppo dolorosa e risulta insopportabile...
Quando ci si riconosce senza qualità, disarmati di fronte al mondo...
Allora forse è il momento di smettere di parlarsi addosso e di concentrarsi nel fare cose diverse, senza nessun'altro scopo che il superficiale piacere di farle...per sottrarsi all'inganno, alla pressione, alla compulsione dell'esserci a tutti i costi...
.......
Quindi oggi andrò al mercato...e comprerò la pioggerellina fitta di questa grigia giornata di ottobre. Me la farò mettere in una bottiglia colorata e mi sciacquerò i pensieri per togliere qualche impurità. 
Ci sarà ressa al solito banco dove vendono giudizi saccenti e presuntuosi, taglienti ma anche patetici. Ci saranno tutti i pontificatori professionisti, quelli che amano molto sparare sentenze, che vanno tanto di moda oggi.
Mentre pochi si fermeranno là dove vendono solo un po' di umiltà, morbida morbida, senza additivi e priva di ignoranza. Ne comprerò un paio d'etti...e una manciata a parte che la devo regalare.
E poi troverò il banco del silenzio...me ne serve almeno mezzo chilo...perché questa vita certi giorni fa troppo rumore...e perché a volte si può anche tacere...
...silenzio prego...

18 settembre 2016

La maledizione dello spirito libero.


Di Mario Barbagallo.
A volte mi capita di destarmi dal sogno della realtà, apro gli occhi e mi ritrovo al di là delle nuvole, oltre l’arcobaleno, come quei cavalieri solitari che alla fine del film si incamminano verso il tramonto, lontano da ogni dogmatico qualunquismo e da quel mondo fatto di regole che non accetta nessuna eccezione. Perché  non esiste niente di più devastante per uno spirito libero del dover cercare un equilibrio nel fango dei condizionamenti, il suo posto è lassù dove nessuna catena potrà mai raggiungerlo, dove è sufficiente la sola forza della mente per dilaniare il tempo e lo spazio. Lo spirito libero è fatto di una materia diversa da quella delle sbarre di qualsiasi gabbia, distanza o tempo per lui sono solo gradini su cui danza verso un elevazione superiore, verso la felicità della libertà.Ma la libertà così come la felicità è una dea malvagia che reclama costantemente sacrifici al proprio altare, esige coraggio, a volte solitudine, comunque abnegazione, libertà e felicità ci insegnano che il loro contrario non è rassegnazione ma paura, quella stessa paura del diverso che fa impantanare nella pubblica morale tutti gli uomini poveri di spirito. Esseri zavorrati dal conformismo capaci solo di piccoli balzi, schiavi nell'anima, senza nessuna apparente catena al piede e senza nessuna ipotesi di libertà, incrociano la vita ogni giorno ma non la riconoscono e proseguono sulla strada del convenzionalismo, anime ancora inscatolate di cui si è perso il libretto d’istruzioni. È più deleterio che rischioso mettere un’impermeabile al cuore, da quelle parti le zip si incastrano facilmente e alla lunga potresti non riuscire più a toglierlo. Bisogna invece capire che dentro il petto di ogni uomo batte il cuore di Jonathan Livingston, il cuore di quello spirito libero rinchiuso in noi che prima o poi si sveglia e reclamando grandi spazi ti fa capire che dopo un esistenza spesa a cercare di cambiare la vita alla fine è stata lei a cambiare te, o per meglio dire, se ne è rimasta lì buona buona aspettando pazientemente che tu cambiassi per lei. Dobbiamo solo trovare il coraggio di incamminarci nella direzione dei nostri sogni senza aspettare che siano loro a venire da noi, ricordandoci sempre che mai nessun amore e nessun dolore potranno cambiarci, loro riescono solo a tirar fuori una parte di noi che non conoscevamo, quel che succede non è un cambiamento ma un evoluzione. Trovare il coraggio del Siddharta principe e dare ascolto a quella vocina impercettibile che si leva dai meandri più profondi dell’anima e ci impone di partire alla ricerca di noi stessi come una foglia secca alla mercé del primo alito di vento e non come corpi celesti subordinati a precise leggi fisiche. Solo lasciandosi andare si potrà cadere verso l’alto ritrovando quell'ancestrale e congenito piacere del volo libero. Quel sogno di Icaro va realizzato ma partendo sempre dal presupposto che ovunque si decida d’andare bisogna prima di tutto ricordarsi di mettere il proprio corpo nella valigia. Non è poi così difficile ritrovare noi stessi, è più difficile ritrovare l’accendino dentro la borsa di una donna che il nostro io interiore sulle mille strade della vita. Come seguaci di una dottrina olistica dobbiamo principalmente imparare ad armonizzarci con i nostri centri sensoriali e in seguito con quello che ci circonda, autoistruirci all'apprendere, in tutto quello che incontriamo durante il nostro tragitto rivediamo noi stessi, il nostro riflesso, il riflesso della somma delle nostre esperienze, le cose non si vedono per ciò che sono ma per ciò che siamo, bisogna capire cosa raccogliere durante il viaggio della vita, non è vero che tutto fa esperienza, ci son cose che alla fine si rivelano solo inutili fardelli e come tali tolgono spazio a quello che utile potrebbe essere. Non bisogna mai smettere di cercare, ma durante la ricerca dobbiamo anche e soprattutto poter capire quando è ora di fermarci per godere di ciò che abbiamo trovato perché la vita non è una semplice somma di anni ma di puri attimi e noi siamo qui e adesso. Se vuoi conoscere il tuo passato, sapere che cosa ti ha causato, allora osservati nel presente, che è l’effetto del passato. Se vuoi conoscere il tuo futuro, sapere che cosa ti porterà, allora osservati nel presente, che è la causa del futuro.

02 giugno 2016

Grazie.


Pomeriggio di sole e nuvole, uno di seguito all'altro, nella più classica interpretazione della primavera inoltrata. Non fa freddo ma non è ancora abbastanza caldo per godere completamente dell'aria aperta. Quindi me ne sto qui, nel mio rifugio, nel mio intimo rilassarmi del dolce far niente. Mi coccolo. Ho imparato a farlo bene nei miei lunghi tempi di solitudine voluta e percepita come necessaria per non lasciarmi sopraffare dal quotidiano, reazione forse istintiva ma evoluta, elaborata nei dettagli, consequenziale ad un rigetto di compromessi indesiderati. Un aperitivo alla mia salute, a cui tengo moltissimo e che è l'unica cosa che mi permetterà di arrivare indenne a quella miserrima pensione che mi gratificherà solo in parte di un lavoro lungo una vita. Un pranzo frugale ma assaporato nell'idea del desiderato: quella cosa lì, piccola, forse insignificante, ma la voglio e me la posso permettere, tutto il resto è superfluo. E i pensieri, quelli belli, quelli dettati dall'istinto che mai mi abbandona, senza riserve, senza rimpianti. Quando mi trovo in questa condizione mi ritengo fortunata ad avere ancora queste sensazioni. Che sicuramente appartengono ad  un passato, ad un tempo che non avrà più modo di essere presente, ma che comunque ho vissuto, sentito nel profondo, ed è e sarà sempre e solo mio: l'amore. Questo meccansimo così indecifrabile e complesso da non poter essere mai espresso in modo esplicativo e comprensibile. L'amore. Così unico e irripetibile da non poter essere in alcun modo rimpianto. Quello di una volta sola. Quello da ringraziare per ciò che ha dato e ciò che ha preso. Lungo una vita, che allunga e compensa la vita. Grazie. E adesso un sonnellino...cullata dai ricordi..

19 maggio 2016

Senza bisogno di catene o particolari costrizioni.

Da Diciottobrumaio.
Ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni ha cambiato il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo. A questi cambiamenti non abbiamo opposto, sul piano generale, alcuna resistenza, anzi, li abbiamo accolti come un segno, in realtà un mito, di progresso e di maggiore libertà, e comunque come un fatale destino. Del resto, come opporsi alle nuove tecnologie e a un certo loro impiego? Tecnologie, specie quelle digitali, con le quali entriamo in un certo ordine del discorso, in una sintassi di pensiero predeterminato e che non controlliamo. Al contempo, utilizzatori e riproduttori di un sistema che ci domina e nella sua albagia ci ricatta.
Accettiamo tutte le nuove forme di schiavitù, che vanno a sommarsi a quelle più “classiche”, senza bisogno di catene o particolari costrizioni. La nostra è una schiavitù volontaria e spesso bene accetta, proprio perché abbiamo perso, o non abbiamo avuto abbastanza, il senso vero di che cos’è, o dovrebbe essere, la libertà. Se solo prendiamo ad esempio la comunicazione, abbiamo la prova di come sia stata ridotta la nostra libertà, laddove la comunicazione passa necessariamente su delle piattaforme controllate da alcune delle più grandi imprese multinazionali, che solo alcuni lustri or sono non esistevano, le quali realizzano i più alti fatturati e all’interno di essi i più cospicui profitti.
Miliardi di dati che riguardano la vita privata di miliardi di persone in tutto il pianeta. Informazioni sul nostro lavoro, i consumi, le necessità e i desideri, le relazioni, le idee, la salute, gli spostamenti, ecc. Profili personali e famigliari completi che possono andare dai gusti musicali a quelli sessuali. Profili che disegnano tendenze di consumo e che possono essere ceduti, ossia venduti, ai più diversi produttori: alimentari, musicali, farmaceutici, dell’abbigliamento, dell’editoria; e operatori: turistici, alberghieri, ecc..
Ma anche un altro genere di profili, che possono interessare gli Stati e i loro apparati, specie quelli che lavorano nell’ombra e spesso nell’illegalità legalizzata, i quali attraverso le loro architetture informatiche esercitano innanzitutto un controllo preventivo. Ma noi, che sui social condividiamo tutto, dalle nostre foto a cosa pensiamo, crediamo di essere fuori da ogni controllo. E se anche questo controllo esiste, non ce ne importa nulla, poiché non ci rendiamo conto dell’uso politico che ne viene fatto.
Tutti questi dati glieli forniamo noi stessi, lavorando di tastiera. Un lavoro gratuito, il nostro, che rende alti profitti a tutta una filiera dove dominano poche società potenti, vere e proprie oligarchie che si arricchiscono del nostro gratuito lavoro (Google e Facebook) o col supersfruttamento (Microsoft, Apple, Amazon), tra l’altro appropriandosi, in forza dei prezzi di monopolio, di consistenti quote di plusvalore di altre sfere produttive.
A tutto ciò, singolarmente o per piccoli gruppi, noi non possiamo opporre nulla. Confusi e distratti nella nostra volontà, incessantemente stimolati da bisogni e opinioni miserabili, da merci selezionate che il sistema usa come armi per il proprio consolidamento, da noi non dipende più nulla. Sperimentiamo grandi solitudini e nuove forme di sfruttamento, e del resto l’alienazione è già insita nel nucleo originario del modo di produzione capitalistico, e questo lo sapevamo da tanto tempo.

19 novembre 2014


"Mi sento molto bene a stare da sola. 
Potrei stare con te, 
soltanto se tu fossi più dolce della mia solitudine".

Warsan Shire, poeta, scrittrice, insegnante somala.

20 febbraio 2014

Mi scuso.



Mi scuso enormemente ma non riesco ad entusiasmarmi alle scommesse di e su Renzi, ai suoi battibecchi con Grillo o a quelli di chiunque altro con chicchessia, al festival con gli spacchi e le spaccate da una ringhiera.

Mi scuso perché tutto ciò potrebbe sembrare disinteresse.

Lo è.

Le intemperanze della mia coscienza mi impediscono di assoggettarmi.

E mi dispiace….o forse no.

Perché mi sento estranea in un mondo che vive di commedie surreali e di dibattiti spuri.

Perché mi sento più sola del solito e non essendo corredata di ipocrita buonismo mi resta il dubbio se partecipare o meno può contribuire a rendermi sensibile o insensibile del tutto.

In compenso imparo sempre di più a sopravvivere e mi accorgo che la solitudine diventa una condizione necessaria per chi sa respirarla senza sentirsi morire.

Da costrizione diventa scelta.

13 agosto 2013

La solitudine.



Sono una solitaria……credo. Ma non lo dico per fare la parte della tenebrosa, la mia solitudine è consapevole, voluta e gratificante. È che mi piace proprio stare da sola, e per sola intendo io e nessun altro. Mi piace vivere in casa da sola, senza ostacoli che si frappongano fra me e i miei desideri del momento, senza pensare che qualcun altro può aver fame mentre io no, alzarmi di notte che tanto non disturbo nessuno, leggere senza che qualcuno mi interrompa, anche solo per parlare. Mi piace quando comincio a fare una cosa e la posso finire, senza rapportarmi a nessuno, senza orari. Spesso e volentieri mi accorgo che preferisco disertare le compagnie, specie se non selezionate, le uscite tanto per fare, adoro disporre del mio tempo, almeno quello in cui non lavoro, come pare e piace a me! Poi capita che esco e mi diverto da matti, ma il ritorno a casa, nel mio nido vuoto pronto ad accogliermi, è rilassante.
Quando ero sposata pensavo che questo mio desiderio fosse dovuto al fatto che anelassi a un po’ di requie da una famiglia impegnativa, invece no, ho assaporato il piacere della solitudine soprattutto dopo la separazione, quando davvero mi sono trovata sola, pur tra le mille difficoltà che comporta la rottura di un matrimonio.
Qualcuno dirà: però tieni un blog dove racconti gli affari tuoi a mezzo mondo. È vero, ma amare la solitudine per me non vuol dire non avere anche il piacere di sentirmi parte di qualcosa, vuol dire semplicemente sentirmici quando ne ho il desiderio, quando ho voglia di mettere quel nero su bianco che mi aiuta anche a riordinare i pensieri. Il fatto che qualcuno mi ascolti, anzi, per meglio dire, mi legga, è relativo: dirlo al mondo e lasciare al caso la possibilità interlocutoria. Non è per paura del confronto, altrimenti non rischierei nemmeno, è che non voglio obbligare nessuno a fare niente che non desideri, esattamente la stessa cosa che voglio per me stessa.
Insomma, per me la solitudine è un piccolo spazio di libertà, l’unico che mi possa permettere, lontana da quelle imposizioni e compromessi che il quotidiano costringe continuamente ad accettare, volenti o nolenti….
È indipendenza: l’ho desiderata e me la sono conquistata….
È un rifugio, un nascondiglio di grandi sogni e piccoli desideri…..

26 dicembre 2012

Ho visto una scena ieri.

Ho visto una scena in piscina ieri che ha fermato il mondo. Ha fermato il mio mondo e, per me, tutto il resto del mondo. In piscina vengono anche i disabili, fisici e mentali. Ci sono gli accompagnatori, o più raramente i familiari che li portano. Le carrozzine, l’argano per calarli in acqua, ecc. Nella piscina dove vado io c’è un corridoio in piastrelle azzurre che porta dagli spogliatoi alle vasche, e che fa un angolo retto vicino ai bagni. Lo si percorre per forza, ma il segmento più lungo è quello che parte dagli spogliatoi, così chi si spoglia davanti agli armadietti lo vede tutto.

Ieri ero appena arrivato, non c’era quasi nessuno, molto silenzio, ma quel silenzio che comunque fa rimbombo in piscina, non so se mi capite. Ero in piedi davanti a un armadietto e mi ero appena tolto la felpa, quando noto un ragazzo su una carrozzina fermo a metà del corridoio, come parcheggiato lì, da solo, rasente alla parete destra. Era in costume ed era non solo fisicamente disabile, braccia e gambe distorte, ma anche mentalmente disabile, lo sguardo non lasciava dubbi. Era fermo lì, leggermente ricurvo in avanti coi gomiti appoggiati ai braccioli.

Io ho continuato a spogliarmi, di tanto in tanto lo intravvedevo con la coda dell’occhio, poi non ho potuto non notare che la sua testa si era piegata ancor di più, non tanto, un poco, e dava dei piccoli sobbalzi. In un attimo mi è apparso chiaro, piangeva. Ma piano. Piano. Piangeva. Il mondo ha smesso di girare per me.

Non c’era nessuno, un corridoio di venti metri di piastrelle blu e quel ragazzo solo lì, che piangeva, da solo. Io immobile in pantaloni e torso nudo a fissarlo. Gli sono entrato dentro, tutto, in lui, nel suo pianto di solitudine. E non ho mai, mai nella mia vita toccato così tanta solitudine.

Non c’è nulla di più solo, di più abbandonato, di una mente schiacciata dall’impossibilità di elaborare ma che sente dolore. Di una mente e di un’anima soffocate dall’impossibilità di muoversi, di fare qualcosa per darsi sollievo, e che cedono alla disperazione. Tutto quell’essere stava così male da dover piangere, e io mi sono chiesto dove poteva quell’anima trovare aiuto, sollievo, soccorso in quei momenti della vita, così da solo. Mi sono chiesto quante volte gli sarà capitato di piangere così totalmente solo. Ho sentito un'incontenibile pietà per quel ragazzo. E lì mi è tornata in mente la favola dei libri del catechismo, con le illustrazioni dove il derelitto abbandonato da tutti piange, ma ignaro che dal cielo la mano di Gesù lo sta avvolgendo. Gesù lo ama. “Gli umili erediteranno la Terra”. E io so che non è vero, che non c’era uno straccio di nessuno ad amare dal cielo quel ragazzo piantato a metà di un corridoio di piastrelle, non c’è mai stato né ci sarà. E’ così orribilmente crudele. Lo è dall’inizio dei tempi, con l’aggiunta disperante che nessuno di noi mai capisce che l’unica mano di Gesù capace di dare salvezza è quella che creiamo noi, qui sulla nostra materiale Terra, quando sappiamo amare e consolare, e che se noi non lo faremo non ci sarà nessun Dio a farlo al posto nostro, né qui né dopo.

Lo dico ai pochissimi di voi che forse capiranno: tutto il mio lavoro vorrebbe arrivare a quel mondo migliore dove ci sia più tempo e benessere per darci di più gli uni agli altri sempre, che nessuno sia solo, lasciato, povero, torturato, angosciato, mai, mai a piangere da solo, anzi, che tutti i mezzi siano per lui.

Di fronte a una solitudine come quella che ho visto ieri il mondo mi si ferma. Diventa meno di niente, tutto il nostro fare e dire e dare importanza a questo e quello. Niente. Non conta più niente. Finché ci sarà una solitudine così, null’altro conterà niente per me.

10 febbraio 2012

La solitudine dell’uomo moderno è il frutto avvelenato del “progresso”

L’uomo moderno soffre di solitudine: di una solitudine demoralizzante, angosciosa, intollerabile, come il freddo atroce di un inverno che non finisce mai.
Eppure le città sono piene di traffico; le strade, i negozi e gli uffici sono invasi e percorsi da una folla che non rallenta mai, che non decresce; i palazzi sono pieni di appartamenti e gli appartamenti sono quasi tutti occupati, anzi si fa a gara per assicurarsene uno, per quanto caro, non appena si libera; le scuole, le università sono frequentate da legioni di studenti; cinema, ristoranti, palestre, biblioteche, ovunque bisogna prenotarsi col numero e mettersi in fila per entrare; i campi sportivi rigurgitano di folla; le autostrade sono intasate di veicoli che portano uomini e donne in tutte le direzioni, e innumerevoli altri si spostano continuamente in corriera, in treno, in aereo, in navi da crociera, da una città all’altra, da uno stato all’altro, da un continente all’altro.
E non si è mai soli; non ci si riesce proprio, neanche a volerlo, neanche a cerarlo, neanche a supplicarlo: folla al supermercato, folla in banca, folla in ospedale, folla all’ufficio postale, folla al bar, folla all’agenzia turistica, folla sui campi da sci, folla in albergo, folla in riva al lago, folla sui sentieri, folla sul vaporetto, folla al corso di danza, folla al concerto rock, folla in discoteca, folla alle oasi naturalistiche, folla al santuario, folla in confessionale, folla in casa di riposo, folla al call center, folla davanti alla toilette, folla alle lezioni di yoga, folla allo spaccio aziendale, folla all’ufficio anagrafe, folla alle assicurazioni, folla al bowling, folla al solarium, folla in sala d’attesa del medico o del dentista…
È un diluvio di folla, dovunque, in ogni momento del giorno e della notte, d’estate e d’inverno, in città e fuori, al mare e ai monti: pallida o abbronzata, stanca o scattante, di giovani e di vecchi, di indigeni e stranieri, di furbi e di fessi, di buoni e di cattivi; come dice Ortega y Gasset, in nessuna epoca della storia si è mai vista una tal quantità di folla in giro per il mondo; e non per qualche circostanza eccezionale, ma sempre, abitualmente, senza pause, senza rallentamenti.
Sono sempre più rari, sempre più precari i luoghi non ancora presi d’assalto dalla folla; vien da chiedersi dove mai fosse tutta questa folla, prima di rendesi così visibile: se ne stava in casa, se ne stava in fabbrica, se ne stava in chiesa, oppure dove?
E dire che ai tempi di Ortega gli abitanti della Terra superavano di poco il miliardo di persone; oggi siamo arrivati a sette miliardi, in meno d’un secolo, e la corsa non si ferma, non vuol saperne di fermarsi: forse dovremo davvero andare a colonizzare qualche altro corpo celeste, forse sarà la volta buona che incominceremo a popolare il fondo dei mari e degli oceani, come nei romanzi di Jules Verne; oppure verranno costruite delle grandi stazioni orbitanti nello spazio e la popolazione comincerà a disperdersi su di esse e sulle astronavi di collegamento, sugli incrociatori galattici, come nei telefilm di «Star Trek»…
Intanto, però, la solitudine aumenta, si fa sempre più acuta, è come un grido soffocato, silenzioso, che prorompe da migliaia, da milioni di petti di uomini e donne; una solitudine assurda, inspiegabile, grottesca, che attanaglia le persone in mezzo a delle folle strabocchevoli: come morir di sete non già nel deserto, ma in mezzo a una terra ubertosa e verdeggiante, solcata da fiumi e allietata da fontane e cascate.
Le città affollatissime, simili a deserti allucinati; i palazzi e i grattacieli, con decine e centinaia d’appartamenti, simili a spettrali torri popolate da fantasmi; gli autobus, i tram, i veicoli privati che sfrecciano nel buio della notte, simili a fuggevoli sprazzi di luce, che si perdono poi subito nel caos tentacolare, mentre subito degli altri sopraggiungono senza pose, senza pace, mai: si direbbe un brutto sogno…
Eppure si era meno soli quando si era di meno; quando si era meno numerosi, meno concentrati, meno affollati.
Non stiamo parlando di una solitudine fisica, evidentemente, ma di una solitudine psicologica, intellettuale, morale e spirituale.
Psicologica: perché ciascuno è talmente preso da se stesso, dai ritmi insostenibili della modernità, dai tristi riti del consumismo, da non riuscire più a comunicare con gli altri, nemmeno con la propria moglie o il proprio marito; nemmeno con i propri figli o con i propri genitori.
Intellettuale: perché ci sentiamo tutti come delle monadi senza porte e senza finestre e perché ce ne siamo convinti a forza di sentirlo dire e ripetere dai nostri mâitres à penser, dalla casta sacerdotale degli intellettuali, tutti d’accordo su questo punto, tutti impegnati a rigirare il coltello nella piaga di questo nostro disperante isolamento.
Morale: perché nella lotta per la vita, di darwiniana memoria, non c’è più posto per il tu, è già anche troppo stare dietro al proprio io, difendersi dalle innumerevoli minacce esterne: ciascuno pensa per sé e nessuno pensa a tutti quanti, dato che Dio, che forse ci pensava prima, ormai è morto, ucciso dalle nostre stesse mani.
Spirituale: perché la vita dell’anima si è congelata in se stessa, nella superbia intellettuale e nella delirante volontà di onnipotenza; sicché ciascuno si muove come nel vuoto, annaspa come se stesse precipitando, grida ma senza voce, solo muovendo la bocca; e nessuno lo sente.
Nessuno lo sente anche perché, nella società di massa, la folla domina incontrastata sull’individuo: una persona che si mette a gridare, attira l’attenzione di tutti; cento, mille, diecimila persone che gridano tutte insieme, inducono solo ciascun altro ad alzare il volume della voce.
È anche vero che la solitudine, di per sé, non costituisce necessariamente un male: può essere, anzi, un gran bene; può offrire l’occasione per concedersi una pausa in cui riflettere, in cui raccogliersi, in cui ritrovare se stessi.
L’uomo moderno la vede senz’altro come un male, perché ha perso la capacità di stare da solo, anche per periodi limitatissimi: bastano poche ore di solitudine per mandare in crisi molte persone, bastano pochi giorni senza la televisione (surrogato indispensabile di una compagnia umana) per piombare uomini e donne in una specie di terrore del vuoto, del silenzio.
Bisognerebbe perciò domandarsi da che cosa nasca questa paura abnorme, patologica, della solitudine; e se le vie che abbiamo intrapreso per esorcizzarla siano realmente quelle idonee allo scopo, o se non siano altro che dei vani palliativi per spostare il problema o per fare finta di non vederlo e doverlo, così, affrontare.
Esistono, dunque, una solitudine “buona” ed una solitudine “cattiva”: la prima ci aiuta a costruire noi stessi, a realizzarci, a ritrovarci se, talvolta, tendiamo ad allontanarci da noi stessi e a perderci nel gran mare degli impegni e dell’agire; la seconda ci sprofonda nella tristezza, nello scoramento, ci bocca, ci paralizza e ci irrigidisce, come una gelida mano ferrata che ci afferra nella sua stretta e sembra volerci spezzare.
Noi abbiamo disimparato l’importanza e l‘utilità della prima e abbiamo equiparato ogni forma di solitudine alla seconda, dichiarandole guerra senza quartiere, come ad un nemico pericolosissimo, così come abbiamo dichiarato guerra a tante altre cose: alla nostra parte più vera e profonda – che, appunto, ha bisogno di silenzio per rivelarsi e farsi udire -, alla natura, agli istinti (tutti, indiscriminatamente), ai sentimenti, al prossimo come nostro fratello, al sacro e alla trascendenza, a Dio come Padre, alla sofferenza (senza distinguere quella utile e necessaria da quella inutile e superflua), alla vecchiaia e alla morte.
È proprio l’aver dichiarato guerra alla natura, e quindi alla morte, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo “progresso” e che fatalmente si ritorce contro noi medesimi, che ci ha resi così fragili e irragionevoli di fronte alla solitudine: perché la solitudine è necessaria per ascoltare la voce interiore, e la voce interiore ci ricorda che dobbiamo morire: non per gettarci nell’angoscia, ma per spronarci a vivere in maniera degna.
Ecco, allora, che abbiamo bisogno di stordirci in mezzo alla folla, in mezzo alle voci, in mezzo ai rumori, per negare la solitudine, per cancellarla dal nostro orizzonte esistenziale, dalla realtà concreta dalla nostra vita quotidiana: ma l’essere immersi nella folla non ci fa sentire meno soli, e il chiasso non ci aiuta a ritrovare le strade della vera comunicazione, solo vero antidoto – quest’ultimo – alla solitudine stessa.
I luoghi dove la folla cerca di esorcizzare l’angoscia della solitudine sono anche i più rumorosi e quelli che meno si prestano alla comunicazione e alla socializzazione: centri commerciali, discoteche, stadi; entrare al bar per fare quattro chiacchiere con un amico è divenuto problematico, se non impossibile, perché la musica a tutto volume rende difficile sia parlare che ascoltare; e, come se non bastasse la musica, da qualche anno ci si sono messi pure i giochi elettronici, le slot-machines per mangiare soldi ai clienti: così, la partita solitaria di una singola persona provoca un disturbo acustico e psicologico ad altre dieci, venti o trenta.
E non parliamo della televisione, che porta il rumore e il chiacchiericcio insulso fin dentro l’intimità delle nostre case, delle nostre stanze (perché in molte case vi sono diversi apparecchi televisivi, uno per ogni stanza, sì da poter continuare a drogarsi con essa in ogni momento, senza dover litigare con la moglie o con il fratello per la scelta del canale, anche stando a letto, prima di scivolare nel sonno) e ci isola dai nostri stessi congiunti; né abbiamo vergogna di stordirci con programmi televisivi che vorrebbero essere allegri e divertenti ma in cui, di allegro, c’è solamente il suono delle risate pre-registrate: tristezza nella tristezza, finzione nella finzione, squallore nello squallore.
Perché una cosa è certa: la folla non è il contrario della solitudine; non è la sua negazione, il suo rovesciamento; e meno ancora è lo strumento per fronteggiarla e per sconfiggerla: essa non ne è che la manifestazione estrema e più appariscente, l’ultimo stadio sulla via dell’alienazione che la solitudine stessa ha fatto penetrare in noi.
La folla è la quintessenza della solitudine, in quanto essa ha di più maligno, di più paralizzante, di più sordido; e questo proprio perché essa è la negazione radicale dell’autentica comunicazione, dell’autentico relazionarsi delle persone con se stesse e con l’altro.
La folla è sempre la manifestazione dell’inquietudine, dell’agitazione, delle esasperazione emotiva: una folla è capace di qualunque degradazione, di qualunque laidezza, di qualunque bestialità: il fatto di essere in tanti, in troppi, smorza e cancella il senso della responsabilità individuale, della ragionevolezza, della distinzione del bene e del male: non c’è follia, non c’è crimine che una folla non sia capace di compiere, qualora di presentino le circostanze adatte.
Ed eccoci tornati alla domanda che ci facevamo all’inizio: dov’era la folla, prima che l’avvento della società di massa la rendesse così visibile, così onnipresente, così invasiva?
Non era da nessuna parte: non c’era.
La folla si formava solo in circostanze particolari, ritualizzate dalla società: feste e spettacoli, sagre e cerimonie, scandendo e accompagnando i ritmi delle stagioni e della vita: il Natale e il carnevale, il santo patrono e le rogazioni, il battesimo e il funerale; ma non era una folla nel senso che intendiamo noi, perché ciascun individuo si rapportava agli altri e alla comunità, si completava in questa, rafforzava il proprio senso di appartenenza e, quindi, la propria identità; mentre la folla moderna è spersonalizzante, ognuno vi s’immerge per scomparirvi, omologarsi, travestirsi, mimetizzarsi, stordirsi ed annullarsi, cercando l’oblio.
La solitudine cattiva, dalla quale ci si deve difendere, è nella povertà e nell’inaridimento della nostra dimensione sociale; nel nostro cercare la folla per fuggire dagli altri, dal rapporto autentico con l’altro, che è sempre profondo e personale – oppure non è.
Il paradosso risiede nel fatto che, per comunicare realmente con l’altro, bisogna prima conoscere se stessi; e, per conoscere se stessi, bisogna essere se stessi, o meglio, diventare se stessi: e quindi saper amare la solitudine, saperla cercare e non fuggire; così come, per imparare a nuotare, bisogna cercare ed amare il contatto con l’acqua, non fuggirlo.
Ma come potrà l’uomo moderno, che è l’uomo della folla, imparare ad amare la propria solitudine, se è proprio ciò da cui fugge spasmodicamente, compulsivamente?
Egli deve spezzare un circolo vizioso: ma non potrà mai farlo, se non depone la paura della morte…

  
Fonte: Arianna Editrice