22 febbraio 2012

Morti di serie B

Francesco Messineo
Francesco Currò
Luca Valente
 
Ci si abitua a tutto, anche alla morte. Specialmente quando viene distillata a piccole dosi, derubricata a esercizio di contabilità, da registrare e poi mettere in archivio. Tre militari italiani deceduti a settembre per un incidente stradale, uno a gennaio per infarto.
Infine le ultime vittime, lunedì scorso nella provincia di Herat, tre caporalmaggiori che hanno fatto una fine orribile, annegati in un metro d'acqua, prigionieri di un blindato poco adatto ai terreni accidentati dell'Afghanistan.

Francesco Messineo
Non è certo il caso e l'intenzione di fare una classifica, nessuno può dare lezioni in materia. Ma il dramma dei nostri commilitoni, si chiamavano Francesco Currò, Francesco Messineo, Luca Valente, meritava maggiore condivisione. Certo, ci sono stati i messaggi istituzionali, i minuti di silenzio nei consigli regionali, e davanti all'irreparabile non è cosa semplice trovare la misura e le parole giuste.
Eppure, guardando al nutrito elenco dei soldati italiani
Francesco Currò
caduti in quella terra lontana dove si combatte una guerra a intensità neppure così bassa, e all'eco che ha avuto ognuna di queste tragedie, appare difficile negare l'esistenza di una divisione per classi. Come se ci fossero morti di prima categoria, quelli uccisi dalle bombe dei talebani, e altri meno degni di nota e del nostro cordoglio, solo perché vittime delle insidie di quel territorio.
Luca Valente
Forse questa implicita censura è legata a un generale stato di assuefazione alle pessime notizie che arrivano da Herat e dintorni. Alla voglia di distogliere lo sguardo da un bilancio e da un prezzo da pagare che diventa sempre più pesante. Ma il dolore delle famiglie, di chi resta solo dopo aver perso un padre, un marito, un fratello, quello è uguale, le conseguenze dei lutti non fanno distinzioni tra attentati e fatalità.
I tre caporalmaggiori che oggi rientrano in patria per l'ultimo saluto non sono diversi dai loro colleghi uccisi dai terroristi. Le leggi dei media non transigono, lo sappiamo: una raffica di mitra o una bomba contano più di uno schianto in auto. Ma per l'Afghanistan andrebbe fatta una eccezione. Come gli altri, quei soldati stavano lavorando per il loro Paese, quindi per noi tutti, nel peggior posto possibile. Meritano anch'essi la nostra riconoscenza, e le famiglie hanno diritto a un trattamento uguale a quello ricevuto dai militari vittime di una azione violenta.
Non è retorica, o almeno non vorrebbe esserlo. È qualcosa che invece riguarda da vicino la nostra umanità, la nostra eventuale voglia di non cedere al cinismo dilagante. Perché alla morte non ci si dovrebbe mai abituare, e prima di arrendersi, senza magari rendersene conto, bisognerebbe opporre qualche forma di resistenza. A cominciare dal ricordo di tre soldati italiani morti in Afghanistan per un incidente stradale. 

Marco Imarisio 

L'acchiappasogni.

La mia amica Maria Agnese ha postato su facebook un foto dell'acchiappasogni  e mi ha fatto ritornare in mente le leggende indiane legate a questo delizioso oggetto, un pò come le fiabe che mia madre mi raccontava per farmi addormentare.
Io ho un acchiappasogni che mi è stato regalato tanti anni fa da una persona che ora non c'è più e che mi voleva un gran bene. E' vero che il mio pragmatismo mi impedisce di credere a qualsiasi cosa che non sia ancorata alla realtà e spiegabile razionalmente, ma ho una particolare simpatia per la cultura dei nativi americani, per il loro modo di vedere il mondo e la natura che ci circonda (dovrei parlare al passato perchè ormai di loro resta ben poco, ma voglio ancora credere che la loro saggezza resti come testimonianza di una filosofia di vita che, se ci appartenesse, avremmo solo da guadagnarci).
Secondo gli antropologi il dream catcher fu costruito per la prima volta presso la tribù Ojibwa, o Chippewa e, con il tempo, si diffuse a tutta la popolazione Algonchina.
Molte sono le leggende che narrano la nascita di questo "magico talismano", ma quella che più mi affascina è quella che narra di una bambina "Nuvola Fresca", che un giorno, terrorizzata da incubi ricorrenti, in cui un uccello più nero della notte la divorava, rivelò alla madre "Ultimo Sospiro della Sera" le sue paure e le chiese aiuto.
La madre allora inventò una rete tonda per pescare i sogni nel lago della notte e le diede il potere di riconoscere i sogni buoni e quelli cattivi. Al centro del circolo intrecciato mise un sasso e intorno ad esso una goccia d'argento (il tempo lunare), un turchese (a significare desiderio) e un dente di animale forte (simbolo di protezione).
All'estremo inferiore della rete legò delle piume di uccelli.
Fatto ciò, "Ultimo Sospiro della Sera" appese l'oggetto sul lettino di "Nuvola Fresca"..."i sogni buoni resteranno dentro, i cattivi andranno via..." E così fu....
E dunque io mi tengo il mio acchiappasogni appeso sopra il letto, nonostante sia convinta che i sogni non abbiano nessuna attinenza con la realtà e che un semplice oggetto, pur se magistralmente e artisticamente elaborato, non abbia il potere di cambiare alcunchè.....però mi piace pensarlo lì, sopra i miei sogni....

La poesia dell'acchiappasogni.

Appeso alla finestra
l'acchiappasogni attende
di afferrare un sogno per me, possibilmente grande
Calmo, immobile, attende nella notte
di acchiappare un sogno che viaggia nell'aria
Di pelle è la rete, leggere le piume
ed immensa è la magia che emana
Mi porterà un amore, una storia lieta o una canzone?
Oppure degli incubi
dove tutto va per il verso sbagliato
Il tempo ora è giunto per me di dormire
e attendo un sogno, che sia bello e fortunato
Acchiappasogni, acchiappasogni
prudenza, ti prego
il mio cuore ora è calmo, la mia mente rilassata
Va' nella notte e trova ciò che vuoi
acchiappami un sogno,
che sia importante e tranquillo

15 febbraio 2012

Sapessi com'è strano sentirsi innamorati a Milano.....

Formigoni pensava di aver avuto un’ottima idea per festeggiare San Valentino e, nel contempo, accaparrarsi un po’ di simpatie che, diciamoci la verità, ultimamente sembravano emigrare in tutt’altra direzione. L’idea era quella di invitare tutti gli innamorati a festeggiare sotto il cielo di Milano nella nuova faraonica sede della Regione , forse cercando in questo modo di dare una parvenza di condivisione ad una struttura realizzata con 571,4 milioni di euro dei contribuenti. Ieri sera anche i comuni mortali, purché innamorati, hanno potuto sentire l’ebrezza della velocità di sette metri al secondo dell’ascensore che, in un batter d’ali, li ha portati al 39° piano  dove hanno potuto baciarsi ed esprimere eterna gratitudine ad un anfitrione di tale levatura.
Pare però che questa bomba di idea sia scoppiata nelle mani del nostro novello Einstein perché l’invito è stato accettato anche dall’ Arci Gay che ha risposto con entusiasmo e ha a sua volta invitato gli omosessuali a partecipare all’iniziativa, lanciando il KissinGay chez Formigonì. Certamente una provocazione questa dell’ Arci Gay ma Formigoni, invece di ignorarla ed essere coerente almeno con le camicie che indossa, ha cercato di mettere riparo a qualcosa che gli avrebbe attirato gli anatemi dei bigotti dai quali dipende. Pensando soprattutto a Giovanardi, ha avuto una specie di premonizione: non sia mai che il 39° piano di palazzo Lombardia diventi un orinatoio!! In ragione di tutto questo, ha pensato a qualcosa che ultimamente sembra essere à la page: un bel cambiamento di rotta (Schettino docet)! Prima ha risposto ai giornali che loro accoglieranno tutti, ma che: ”La festa di San Valentino si chiama così perché è in onore di San Valentino vescovo e martire, è quindi chiaro a che tipo di ispirazione noi ci rifacciamo” e poi è passato all’azione su Twitter specificando che non dovranno esserci manifestazioni di nessun tipo.
Manifestazioni? Ma di che parli Roberto? Hai invitato gli innamorati? E allora…..pedala!!

12 febbraio 2012

Ironizzando sulla "flessibilità".....

L'ostetrico sorride.
- Congratulazioni, suo figlio è il primo nato a tempo determinato del nostro ospedale!
La donna lo guarda, allarmata.
- Cosa significa?
- Questa mattina è entrata in vigore la riforma sulla flessibilità della vita. I media ne hanno parlato poco, perché monopolizzati dalle reazioni di sdegno e condanna per l'oltraggio subito dal capo dello Stato.
- Sì, lo so, un tizio distratto s'è seduto su una sedia dove c'era una rivista col presidente in copertina. Mi dica piuttosto cos'è questa riforma.
L'ostetrico assume un'espressione compunta.
- La crisi richiede sacrifici. Vivere a tempo indeterminato senza dimostrarsi produttivi è un privilegio che il paese non può più permettersi di concedere a tutti. Suo figlio è stato quindi assunto in vita con un contratto a termine di sei mesi.
La donna sgrana gli occhi.
- Ma che stronzate dice?
- Le ricordo che le proteste sono consentite solo se civili, pulite, allegre, e colorate - dice l'ostetrico, in tono di rimprovero - il termine ''stronzate'' è di chiaro stampo terroristico.
La donna scende dal letto, furibonda.
- Dov'è mio figlio?
- Signora, la esorto a tornare nell'alveo della legalità democratica - indica il letto - suo figlio è in buone mani. I sei mesi sono rinnovabili - aggiunge in tono più conciliante.
- Ah sì? E come cazzo farebbe un neonato a produrre guadagni?
- Le assicuro che ci sono vari modi...
La donna spinge via l'ostetrico, e si dirige alla porta. L'ostetrico estrae una pistola, e le spara alla schiena. La donna scivola a terra. L'ostetrico le si avvicina.
- Mi dispiace, ma per chi come me fa applicare la riforma, l'obbligo di giusta causa per l'omicidio è abolito.

10 febbraio 2012

La solitudine dell’uomo moderno è il frutto avvelenato del “progresso”

L’uomo moderno soffre di solitudine: di una solitudine demoralizzante, angosciosa, intollerabile, come il freddo atroce di un inverno che non finisce mai.
Eppure le città sono piene di traffico; le strade, i negozi e gli uffici sono invasi e percorsi da una folla che non rallenta mai, che non decresce; i palazzi sono pieni di appartamenti e gli appartamenti sono quasi tutti occupati, anzi si fa a gara per assicurarsene uno, per quanto caro, non appena si libera; le scuole, le università sono frequentate da legioni di studenti; cinema, ristoranti, palestre, biblioteche, ovunque bisogna prenotarsi col numero e mettersi in fila per entrare; i campi sportivi rigurgitano di folla; le autostrade sono intasate di veicoli che portano uomini e donne in tutte le direzioni, e innumerevoli altri si spostano continuamente in corriera, in treno, in aereo, in navi da crociera, da una città all’altra, da uno stato all’altro, da un continente all’altro.
E non si è mai soli; non ci si riesce proprio, neanche a volerlo, neanche a cerarlo, neanche a supplicarlo: folla al supermercato, folla in banca, folla in ospedale, folla all’ufficio postale, folla al bar, folla all’agenzia turistica, folla sui campi da sci, folla in albergo, folla in riva al lago, folla sui sentieri, folla sul vaporetto, folla al corso di danza, folla al concerto rock, folla in discoteca, folla alle oasi naturalistiche, folla al santuario, folla in confessionale, folla in casa di riposo, folla al call center, folla davanti alla toilette, folla alle lezioni di yoga, folla allo spaccio aziendale, folla all’ufficio anagrafe, folla alle assicurazioni, folla al bowling, folla al solarium, folla in sala d’attesa del medico o del dentista…
È un diluvio di folla, dovunque, in ogni momento del giorno e della notte, d’estate e d’inverno, in città e fuori, al mare e ai monti: pallida o abbronzata, stanca o scattante, di giovani e di vecchi, di indigeni e stranieri, di furbi e di fessi, di buoni e di cattivi; come dice Ortega y Gasset, in nessuna epoca della storia si è mai vista una tal quantità di folla in giro per il mondo; e non per qualche circostanza eccezionale, ma sempre, abitualmente, senza pause, senza rallentamenti.
Sono sempre più rari, sempre più precari i luoghi non ancora presi d’assalto dalla folla; vien da chiedersi dove mai fosse tutta questa folla, prima di rendesi così visibile: se ne stava in casa, se ne stava in fabbrica, se ne stava in chiesa, oppure dove?
E dire che ai tempi di Ortega gli abitanti della Terra superavano di poco il miliardo di persone; oggi siamo arrivati a sette miliardi, in meno d’un secolo, e la corsa non si ferma, non vuol saperne di fermarsi: forse dovremo davvero andare a colonizzare qualche altro corpo celeste, forse sarà la volta buona che incominceremo a popolare il fondo dei mari e degli oceani, come nei romanzi di Jules Verne; oppure verranno costruite delle grandi stazioni orbitanti nello spazio e la popolazione comincerà a disperdersi su di esse e sulle astronavi di collegamento, sugli incrociatori galattici, come nei telefilm di «Star Trek»…
Intanto, però, la solitudine aumenta, si fa sempre più acuta, è come un grido soffocato, silenzioso, che prorompe da migliaia, da milioni di petti di uomini e donne; una solitudine assurda, inspiegabile, grottesca, che attanaglia le persone in mezzo a delle folle strabocchevoli: come morir di sete non già nel deserto, ma in mezzo a una terra ubertosa e verdeggiante, solcata da fiumi e allietata da fontane e cascate.
Le città affollatissime, simili a deserti allucinati; i palazzi e i grattacieli, con decine e centinaia d’appartamenti, simili a spettrali torri popolate da fantasmi; gli autobus, i tram, i veicoli privati che sfrecciano nel buio della notte, simili a fuggevoli sprazzi di luce, che si perdono poi subito nel caos tentacolare, mentre subito degli altri sopraggiungono senza pose, senza pace, mai: si direbbe un brutto sogno…
Eppure si era meno soli quando si era di meno; quando si era meno numerosi, meno concentrati, meno affollati.
Non stiamo parlando di una solitudine fisica, evidentemente, ma di una solitudine psicologica, intellettuale, morale e spirituale.
Psicologica: perché ciascuno è talmente preso da se stesso, dai ritmi insostenibili della modernità, dai tristi riti del consumismo, da non riuscire più a comunicare con gli altri, nemmeno con la propria moglie o il proprio marito; nemmeno con i propri figli o con i propri genitori.
Intellettuale: perché ci sentiamo tutti come delle monadi senza porte e senza finestre e perché ce ne siamo convinti a forza di sentirlo dire e ripetere dai nostri mâitres à penser, dalla casta sacerdotale degli intellettuali, tutti d’accordo su questo punto, tutti impegnati a rigirare il coltello nella piaga di questo nostro disperante isolamento.
Morale: perché nella lotta per la vita, di darwiniana memoria, non c’è più posto per il tu, è già anche troppo stare dietro al proprio io, difendersi dalle innumerevoli minacce esterne: ciascuno pensa per sé e nessuno pensa a tutti quanti, dato che Dio, che forse ci pensava prima, ormai è morto, ucciso dalle nostre stesse mani.
Spirituale: perché la vita dell’anima si è congelata in se stessa, nella superbia intellettuale e nella delirante volontà di onnipotenza; sicché ciascuno si muove come nel vuoto, annaspa come se stesse precipitando, grida ma senza voce, solo muovendo la bocca; e nessuno lo sente.
Nessuno lo sente anche perché, nella società di massa, la folla domina incontrastata sull’individuo: una persona che si mette a gridare, attira l’attenzione di tutti; cento, mille, diecimila persone che gridano tutte insieme, inducono solo ciascun altro ad alzare il volume della voce.
È anche vero che la solitudine, di per sé, non costituisce necessariamente un male: può essere, anzi, un gran bene; può offrire l’occasione per concedersi una pausa in cui riflettere, in cui raccogliersi, in cui ritrovare se stessi.
L’uomo moderno la vede senz’altro come un male, perché ha perso la capacità di stare da solo, anche per periodi limitatissimi: bastano poche ore di solitudine per mandare in crisi molte persone, bastano pochi giorni senza la televisione (surrogato indispensabile di una compagnia umana) per piombare uomini e donne in una specie di terrore del vuoto, del silenzio.
Bisognerebbe perciò domandarsi da che cosa nasca questa paura abnorme, patologica, della solitudine; e se le vie che abbiamo intrapreso per esorcizzarla siano realmente quelle idonee allo scopo, o se non siano altro che dei vani palliativi per spostare il problema o per fare finta di non vederlo e doverlo, così, affrontare.
Esistono, dunque, una solitudine “buona” ed una solitudine “cattiva”: la prima ci aiuta a costruire noi stessi, a realizzarci, a ritrovarci se, talvolta, tendiamo ad allontanarci da noi stessi e a perderci nel gran mare degli impegni e dell’agire; la seconda ci sprofonda nella tristezza, nello scoramento, ci bocca, ci paralizza e ci irrigidisce, come una gelida mano ferrata che ci afferra nella sua stretta e sembra volerci spezzare.
Noi abbiamo disimparato l’importanza e l‘utilità della prima e abbiamo equiparato ogni forma di solitudine alla seconda, dichiarandole guerra senza quartiere, come ad un nemico pericolosissimo, così come abbiamo dichiarato guerra a tante altre cose: alla nostra parte più vera e profonda – che, appunto, ha bisogno di silenzio per rivelarsi e farsi udire -, alla natura, agli istinti (tutti, indiscriminatamente), ai sentimenti, al prossimo come nostro fratello, al sacro e alla trascendenza, a Dio come Padre, alla sofferenza (senza distinguere quella utile e necessaria da quella inutile e superflua), alla vecchiaia e alla morte.
È proprio l’aver dichiarato guerra alla natura, e quindi alla morte, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo “progresso” e che fatalmente si ritorce contro noi medesimi, che ci ha resi così fragili e irragionevoli di fronte alla solitudine: perché la solitudine è necessaria per ascoltare la voce interiore, e la voce interiore ci ricorda che dobbiamo morire: non per gettarci nell’angoscia, ma per spronarci a vivere in maniera degna.
Ecco, allora, che abbiamo bisogno di stordirci in mezzo alla folla, in mezzo alle voci, in mezzo ai rumori, per negare la solitudine, per cancellarla dal nostro orizzonte esistenziale, dalla realtà concreta dalla nostra vita quotidiana: ma l’essere immersi nella folla non ci fa sentire meno soli, e il chiasso non ci aiuta a ritrovare le strade della vera comunicazione, solo vero antidoto – quest’ultimo – alla solitudine stessa.
I luoghi dove la folla cerca di esorcizzare l’angoscia della solitudine sono anche i più rumorosi e quelli che meno si prestano alla comunicazione e alla socializzazione: centri commerciali, discoteche, stadi; entrare al bar per fare quattro chiacchiere con un amico è divenuto problematico, se non impossibile, perché la musica a tutto volume rende difficile sia parlare che ascoltare; e, come se non bastasse la musica, da qualche anno ci si sono messi pure i giochi elettronici, le slot-machines per mangiare soldi ai clienti: così, la partita solitaria di una singola persona provoca un disturbo acustico e psicologico ad altre dieci, venti o trenta.
E non parliamo della televisione, che porta il rumore e il chiacchiericcio insulso fin dentro l’intimità delle nostre case, delle nostre stanze (perché in molte case vi sono diversi apparecchi televisivi, uno per ogni stanza, sì da poter continuare a drogarsi con essa in ogni momento, senza dover litigare con la moglie o con il fratello per la scelta del canale, anche stando a letto, prima di scivolare nel sonno) e ci isola dai nostri stessi congiunti; né abbiamo vergogna di stordirci con programmi televisivi che vorrebbero essere allegri e divertenti ma in cui, di allegro, c’è solamente il suono delle risate pre-registrate: tristezza nella tristezza, finzione nella finzione, squallore nello squallore.
Perché una cosa è certa: la folla non è il contrario della solitudine; non è la sua negazione, il suo rovesciamento; e meno ancora è lo strumento per fronteggiarla e per sconfiggerla: essa non ne è che la manifestazione estrema e più appariscente, l’ultimo stadio sulla via dell’alienazione che la solitudine stessa ha fatto penetrare in noi.
La folla è la quintessenza della solitudine, in quanto essa ha di più maligno, di più paralizzante, di più sordido; e questo proprio perché essa è la negazione radicale dell’autentica comunicazione, dell’autentico relazionarsi delle persone con se stesse e con l’altro.
La folla è sempre la manifestazione dell’inquietudine, dell’agitazione, delle esasperazione emotiva: una folla è capace di qualunque degradazione, di qualunque laidezza, di qualunque bestialità: il fatto di essere in tanti, in troppi, smorza e cancella il senso della responsabilità individuale, della ragionevolezza, della distinzione del bene e del male: non c’è follia, non c’è crimine che una folla non sia capace di compiere, qualora di presentino le circostanze adatte.
Ed eccoci tornati alla domanda che ci facevamo all’inizio: dov’era la folla, prima che l’avvento della società di massa la rendesse così visibile, così onnipresente, così invasiva?
Non era da nessuna parte: non c’era.
La folla si formava solo in circostanze particolari, ritualizzate dalla società: feste e spettacoli, sagre e cerimonie, scandendo e accompagnando i ritmi delle stagioni e della vita: il Natale e il carnevale, il santo patrono e le rogazioni, il battesimo e il funerale; ma non era una folla nel senso che intendiamo noi, perché ciascun individuo si rapportava agli altri e alla comunità, si completava in questa, rafforzava il proprio senso di appartenenza e, quindi, la propria identità; mentre la folla moderna è spersonalizzante, ognuno vi s’immerge per scomparirvi, omologarsi, travestirsi, mimetizzarsi, stordirsi ed annullarsi, cercando l’oblio.
La solitudine cattiva, dalla quale ci si deve difendere, è nella povertà e nell’inaridimento della nostra dimensione sociale; nel nostro cercare la folla per fuggire dagli altri, dal rapporto autentico con l’altro, che è sempre profondo e personale – oppure non è.
Il paradosso risiede nel fatto che, per comunicare realmente con l’altro, bisogna prima conoscere se stessi; e, per conoscere se stessi, bisogna essere se stessi, o meglio, diventare se stessi: e quindi saper amare la solitudine, saperla cercare e non fuggire; così come, per imparare a nuotare, bisogna cercare ed amare il contatto con l’acqua, non fuggirlo.
Ma come potrà l’uomo moderno, che è l’uomo della folla, imparare ad amare la propria solitudine, se è proprio ciò da cui fugge spasmodicamente, compulsivamente?
Egli deve spezzare un circolo vizioso: ma non potrà mai farlo, se non depone la paura della morte…

  
Fonte: Arianna Editrice
Ogni donna è diversa, ogni donna ha il battito del cuore differente, ogni donna ha un prezioso lato nascosto e misterioso, ogni donna è affascinante a suo modo, ma c’è una cosa che esigono allo stesso modo, il rispetto! 
(Ejay Ivan Lac)

04 febbraio 2012

Il silenzio degli uomini.

Il clamore della sentenza della Cassazione ha fatto danni e mietuto vittime un po’ ovunque sia nella disinformazione più totale che nella troppa informazione da abuso di cavilli burocratici.
Ieri era tutto un pullulare di notizie false e fuorvianti: buona parte dei media mainstream hanno purtroppo rilanciato la notizia che per il reato dello stupro di gruppo non si dovesse più andare in galera a cui è seguito il solito “vergogna, vergogna, buuu” da social network buttato un po’ lì, tanto a fare i leoni dietro un monitor siamo buoni tutti e del resto, se l’hanno scritto su faccialibro noi ci fidiamo ciecamente e lo diamo per scontato che è andata proprio così.
Ma quello che mi ha stupito di più sono gli espertoni di legge, quasi tutti di sesso maschile a dire il vero, che si sono prodigati in ampie e precise spiegazioni alle illetterate e ignoranti donzelle loro lettrici per cui la legge va applicata così e così e chissenefrega se voi siete laureate in giurisprudenza quanto noi, ve lo spieghiamo noi perchè siamo maschi e di queste cose ne sappiamo più di voi.
Io ora non voglio stare a recriminare sul comportamento di ognuno di questi personaggi dal leguleio facile ma vorrei renderli edotti che  
“s ì , a b b i a m o  c a p i t o”
Si tratta del carcere preventivo, o meglio dell’obbligatorietà del carcere preventivo, riservato solo ai presunti mafiosi e a chi stupra in gruppo invece no, trattasi non di associazione a delinquere ma di “delitti meramente individuali”, come ha sostenuto la Cassazione.
Infatti il branco non è affatto sorretto da un sistema come quello mafioso, non ci sono famiglie, amici, concittadini pronti a difendere gli accusati di violenza sessuale e a vessare la stuprata che un po’ puttana era se si è fatta violentare, diciamocelo. Le urla e le manifestazioni di questi difensori della virilità maschile davanti ai tribunali nei processi al “branco” in tutti questi anni ce le siamo inventate, perché si sa che noi siamo facilmente impressionabili e quelli lì, dai compagni di classe alle zie dei bruti erano solo ectoplasmi, proiezioni di sostenitori degli stupratori come si vede anche da questo video, mentre continuano a sostenere un sistema d’appoggio agli stronzi nonostante confessioni e condanne.
Ma d’altra parte come si può essere a favore del carcere, basta dire “no carcere” e si è tutti libertari, si è tutti superalternatttivi e molto ganzi. Di carcerazione preventiva manco a parlarne ovviamente tra ipergarantisti, si tira sempre fuori l’argomento di quel “più di un terzo” in carcere in attesa di processo. Tutti stupratori forse quelli che stanno in carcere? Niente affatto: buona parte sono clandestini, spacciatori, ladruncoli, militanti, tutta gente pericolosissima che come si può immaginare non possono assolutamente fare a meno delle sbarre.
E le vittime? Che vittime? Eh no, quelle ce le siamo scordate, del resto i domiciliari vanno benissimo come preventiva, fa nulla se una gran parte delle violenze e degli omicidi sulle donne viene compiuta mentre si è ai domiciliari e nonostante l’obbligo di stare lontani dalla vittima e dalla sua famiglia. Del resto lo si sa ancora in pochi nella lunga decennale esperienza di chi opera nei centri antiviolenza che la primissima cosa da fare è mettere distanza tra la persona che subisce e il suo aguzzino.
Ma, visto che gli uomini (non tutti per fortuna) sembrano davvero grandi esperti di leggi e sono molto garantisti con i presunti stupratori ma non con le vittime vorrei ricordare io, da donna, qualcosina anche a loro. Dal basso della mia ignoranza, dal fondo della mia incompetenza vi dico che lo stupro è un problema vostro. Lo so, potrebbe apparire brutale questa verità scritta così nero su bianco è qualcuno avrà fatto un salto sulla sedia leggendola (“Maddai, ma che daverooo?”) ma la violenza sessuale è sessuata, la violenza sessuale è MASCHILE.
Lo stupro non è un atto compiuto dalle donne e questo silenzio degli uomini che non disconoscono la violenza e i violentatori come un sozzo bubbone che infetta il loro genere sta diventando assordante. Ogni volta che stuprano una donna ci sono sorelle, compagne, ma non vediamo manifestazioni di uomini che si dissociano dalla violenza e dalla cultura dello stupro; ne abbiamo visti tanti dissociarsi da tante altre cose, protestare con forza per i loro diritti, manifestare contro una parte politica, per un mondo diverso. Ma per la violenza del loro genere mai e poi mai.
E allora ve lo chiedo io, signori miei: invece di stare a leggiucchiare gli articoli dei legulei scuotendo la testa in cenno d’assenso per assomigliare a tutti gli altri, invece di fare i libertari e i “contro” senza alcun motivo, quando scenderete in piazza per urlare finalmente NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE?

Farlo in gruppo è un'attenuante? Dipende....

Lo stupro di gruppo è un atto particolarmente odioso, che moltiplica la violenza subita dalla donna che ne è vittima. La moltiplica materialmente, aggravando il danno fisico, psicologico, emotivo che infligge. Lo stupro viola l´intimità della donna, il suo senso di integrità e di controllo su di sé.
Quando è più di uno a compierlo l´esperienza di perdita di sé diventa estrema.
Lo stupro di gruppo esplicita anche, enfatizzandola, l´oggettivazione della vittima e del suo corpo, reso puro oggetto delle pulsioni dello stupratore e insieme trofeo di gruppo, documentazione reciproca del proprio potere di maschi, strumento di consolidamento del rapporto di gruppo. Infine, è un atto ancora più vigliacco dello stupro individuale, dato che i singoli usano la forza del gruppo per sopraffare la loro vittima.
È difficile comprendere come la Corte di Cassazione abbia potuto equiparare lo stupro di gruppo allo stupro individuale, con l´argomento che il primo «presenta caratteristiche essenziali non difformi» dal secondo.
Come se si trattasse di tanti atti individuali senza collegamento tra loro, ignorando proprio il contenuto di gruppo dell´atto e le sue conseguenze per la vittima. Eppure, per altri reati, l´essersi organizzati con altri per compierli è un´aggravante che in qualche modo cambia il tipo di reato.
Se il farlo in gruppo è un´aggravante quando si distruggono cose e si aggrediscono (non sessualmente) persone, o si partecipa a forme di protesta non autorizzate, perché se si stupra una donna invece diviene irrilevante?
Perché uno stupro è solo uno stupro, a prescindere che a compierlo sia uno solo, due o, perché no, cinquanta, dato che l´atto materiale è compiuto sempre da uno per volta? Si può discutere di carcerazione preventiva e di forme di custodia cautelare alternative. Ma in questione qui è l´equiparazione di due reati, gravissimi entrambi ma non identici né nelle motivazioni né nelle conseguenze, dal punto di vista della vittima, ma anche di chi li compie.
La pronuncia della Corte riguarda solo le misure di custodia cautelari. Ma non è difficile ipotizzare che gli avvocati difensori degli stupratori la utilizzeranno in sede di giudizio, per alleggerire la posizione dei loro clienti.
Non è la prima volta, purtroppo, che la terza sezione della Corte di Cassazione sottovaluta la violenza sulle donne. Rimane indimenticabile la sentenza del 1999 che dichiarò l´insussistenza dello stupro, perché incompatibile con il fatto che la vittima indossava i jeans. Anche se successivamente, in un altro caso, la stessa Corte corresse il tiro, probabilmente resa più avvertita dalle proteste seguite a quella ridicola sentenza.

Il fatto che ripetutamente incorra in questo tipo di infortuni valutativi induce al sospetto che molti giudici della Corte non considerino poi così grave lo stupro, individuale o di gruppo che sia, e siano disposti a concedere molte attenuanti agli stupratori.


Chiara Saraceno La Repubblica del 03/02/2012

03 febbraio 2012

Non importa se ti hanno stuprata.










Non importa se ti hanno stuprata,
se ti hanno  rotta,
se ti hanno violentata,
se ti hanno lacerato l’utero,
se ti hanno fatto male,
se ti hanno rovinato per sempre,
se ti hanno offeso nell’anima,
se ti hanno fatto sanguinare,
se hanno violato il tuo intimo,
se hanno compromesso la tua vita sessuale per sempre,
se ti hanno tolto la dignità,
se ti hanno sottoposta a sevizie,
se ti hanno rovinata per la vita,
se hanno sconvolto il tuo presente,
se ti hanno picchiata,
se ti hanno uccisa, ma respiri ancora.
Non importa.  Sei una donna. Vali meno di niente.

Erano un branco,  ma non è grave per i colpevoli,  possono starsene a casa, ai domiciliari, al calduccio, coccolati da mamma e papà, in attesa di un carcere che non arriverà mai, mentre tu soffri e soffrirai sempre per quello che ti hanno fatto.
Non importa. Sei una donna. Vali meno di niente.
Questo è quanto ha stabilito la Corte di Cassazione oggi, 2 febbraio 2012. Un mucchio di vecchi che non sa niente della donna, della sua sofferenza quando viene stuprata per di più da un gruppo intero di maschi violenti!
Un’offesa intollerabile, un ritorno a considerare lo stupro solo un’offesa e non un reato grave contro la persona.

Fonte

01 febbraio 2012

Tragedia e commedia si sovrappongono

Le notizie della giornata di oggi  che sono state  date come sensazionali sono due : l’aumento della disoccupazione e l’intervento del Presidente della  Repubblica  sul debito pubblico.
Che la disoccupazione fosse in aumento lo sapevamo senza bisogno di attendere il comunicato ufficiale ISTAT: se tutti i giorni  le fabbriche private chiudono o delocalizzano e buttano migliaia di lavoratori sul lastrico, se le aziende pubbliche fanno altrettanto, e se nessuno assume, non ci vuole tanto a calcolare di quanto possano aumentare i disoccupati, al netto di quelli che si suicidano, spesso seguiti da qualche datore di lavoro particolarmente sensibile, che preferisce la morte  all’onta di chiudere la propria fabbrichetta  e mettere sul lastrico i propri dipendenti. 
Quindi niente di sensazionale, ma ordinaria storia drammatica di tutti i giorni.
Le dichiarazioni di Napolitano sul debito sono apparse addirittura commoventi, quando ha affermato che non possiamo lasciare ai figli e alle nuove generazioni un debito così enorme.
E allora chi lo paga questo enorme debito fuori controllo e fuori da ogni logica, destinato a galoppare ulteriormente per via dei tassi di interesse a oltre il  6% ai quali vengono collocati attualmente i titoli? 
L’esercito dei  disoccupati o i cassintegrati? Forse i precari?  I taxisti o i benzinai ? O, infine, le famiglie che dopo la raffica di aumenti  su autostrade, benzina, gasolio, Iva, trasporti, e un’altra miriade di piccole tasse e balzelli, non riescono più a fare la spesa? A meno che non si speri che un contributo consistente possa arrivare dalle zone più povere e degradate del Paese, guidate dai forconi e dai camionisti messisi in moto.
Il Ministro del Lavoro ha dichiarato oggi che la sua preoccupazione maggiore è l’occupazione, mentre pensa di rendere i rapporti più fluidi ed elastici di quanto già non lo siano e rendere più facili i licenziamenti.
Certo che questo è un paese sconcertante! Mentre quotidianamente si consumano drammi veri e servirebbero risorse e fondi per arginare l’ulteriore crescita del debito pubblico  e sostenere crescita ed occupazione, tutta la classe politica, tecnica e la dirigenza nel suo complesso sembrano recitare una cinica  e sinistra commedia, sovrapponendola alla tragedia che si consuma nel Paese. Loro fanno finta di non sapere niente, di non accorgersi di niente, salvo che non arrivino i dati ufficiali dell’Istat e qualche telegiornale che  ogni tanto li rimbalza. Fanno finta di non sapere niente nemmeno della beffa che giocano sulle nostre spalle le banche italiane ed europee. La BEI (banca europea per gli investimenti) finanzia le Banche ordinarie al tasso dell’1%, queste non concedono più credito a famiglie ed imprese trovando molto più comodo, tranquillo e conveniente acquistare i titoli del Debito italiano in emissione a tassi del 6%, lucrando un comodissimo spread del 5% semplicemente muovendo qualche tasto del computer. Sono tutti contenti e soddisfatti, compreso il governo italiano, dal momento che questo perverso giochino consente di collocare i titoli senza correre il  rischio dell’inevaso.
E’ impossibile che una mente come Monti non sappia che oltre ai tassisti, ai benzinai, ai precari e alle famiglie in crisi debbano contribuire in proporzione anche le famiglie super ricche che, pur rappresentando il 10% sul totale, possiedono il 50% della ricchezza, cioè di sola ricchezza finanziaria un importo quasi pari al debito pubblico. Se poi vi si include anche quella immobiliare l’importo diventa più che doppio rispetto al debito. 
Vorrei fare una domanda molto ingenua : secondo il nostro Premier e il nostro Presidente chi compie un sacrificio maggiore? Una normale famiglia con uno stipendio dai 1500 ai 2000 € che a seguito della raffica di aumenti paga un tributo annuo di 3-400 € oppure un grosso possidente che con un patrimonio di 10 milioni, con un’aliquota del 5%, pagherebbe, una tantum, un importo di 500.000 € o ancora un possidente che, con un patrimonio di 1.000.000,  pagherebbe, con una aliquota del 2%, 20.000 €, o con l’aliquota all’1%, 10.000?

Oltre alla sobrietà , all’equità e all’etica, c'è un preciso dovere costituzionale: l’art. 53! Che recita così: 
tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Che vogliamo fare? 

Francesco Calvano 

30 gennaio 2012

Chiamami quando vuoi....

 Dopo averla tramortita l'ha trascinata in un vicolo, l'ha violentata e poi, tronfio per "l'impresa", le ha scagliato addosso un foglietto sul quale aveva scritto il suo numero di telefono:
"Chiamami quando vuoi". Tre parole che graffiano più delle unghie e feriscono almeno quanto i pugni, che le hanno devastato il volto prima dello stupro. Una frase che una giovane donna di Cagliari difficilmente riuscirà a dimenticare, perché l'uomo che l'ha pronunciata non è un qualunque amico o un corteggiatore, ma il bruto che l'ha violentata. 

29 gennaio 2012

La tredicesima vittima

Ci vuole fegato a essere donne in Italia, perché il pericolo è dietro l’angolo, e si tratta di un pericolo di morte.

È di venerdì la notizia della tredicesima vittima di femmicidio dall’inizio del 2012 nel nostro paese: una ragazza rumena di 23 anni trovata cadavere sulla spiaggia del lungomare di Porto Potenza Picena, a Lido Bello, con il cranio fracassato, il volto sfigurato e un sacchetto di plastica infilato in testa. Il corpo di Cristina Andrea Marian, questo il nome della ragazza, è stato trovato da un signore che portava a spasso il cane sulla spiaggia: era riverso semisepolto con due cordoli di sabbia attorno, e completamente vestito compreso il cappotto.
Lei era una giovane ballerina che lavorava in un night club (chi dice che faceva anche l’entraineuse o che si prostituiva ma per me era una donna e basta), arrivata dalla Romania in Italia forse pensando che questo fosse un paese migliore del suo, ma si sbagliava.
Cristina Andrea Marian è stata aggredita in ascensore, dove sono state trovate numerose macchie di sangue, e il suo corpo è stato trasportato sulla spiaggia: nessun segno di violenza, nessuna forzatura alla porta di casa dove stava rientrando, nessun furto né in casa né sugli effetti personali che aveva con sé.
E viene spontanea la domanda: questa ragazza conosceva l’assassino? Secondo gli inquirenti, che possa essere stato un uomo, vista la violenza con cui le hanno fracassato il cranio, è praticamente indubbio, e che il movente possa essere di genere è quasi una certezza (soprattutto se si esclude il furto, rimane o un cliente respinto o un fidanzato geloso), e quindi c’è solo un nome per chiamare questo omicidio, ovvero: femmicidio, per una vittima che non solo era una donna ma anche migrante, costretta a un lavoro “a rischio” e quindi tre volte esposta.
Ma un femmicidio che accade proprio il giorno della fiaccolata che in tutta Italia ricordava Stefania Noce, uccisa un mese fa dall’ex fidanzato, e in cui la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza di genere nel mondo, Rashida Manjoo, ha esternato grosse perplessità sull’Italia sottolineando la diffusione della violenza domestica nel nostro paese, la grave distorsione della donna nella rappresentazione femminile sociale e mediatica, e la poca attenzione riguardo il riconoscimento di questi reati da parte della giustizia, forse ci dovrebbe far riflettere in maniera più profonda e puntuale sul ruolo delle istituzioni e sull’azione del governo per proteggere le donne, ma soprattutto su cosa sono, a cosa servono e che ruolo hanno le donne in questo paese.

Contestualmente faccio anche un appello ai giornalisti e giornaliste che stanno trattando il caso: per favore, non abusate delle parole “raptus”, “delitto passionale”, “momento di follia”, perché non fanno che sostenere mediaticamente  la poca rilevanza del reato e lo stereotipo che “l’uomo innamorato può tutto”.
Grazie


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28 gennaio 2012

Ebbri di sobrietà

Abbiamo un sottosegretario al Welfare genialoide che si esprime come l’ultimo dei paninari. E non basta la testa leonina e spaziosa alla Gramsci per farci mutar giudizio. Il linguaggio sottoculturale del viceministro lo conferma. Anche se l’estetica confonde, evocando uomini e tempi meno truci dei nostri, il suo cervello fonde liquefacendo la credibilità di tali dottorini.  Martone è un mattone ma per certi versi ha ragione, siamo tutti sfigati, non tanto perché studenti fuori corso ma poiché popolo in corso di buggeramento da parte di una squadra di tecnisticoli senza attributi che s’impancano per una superiorità dottorale ostentata ma non dimostrata.
A questi professori passati dalla cattedra in cattedra sembra che tutto sia concesso, per il bene dell’Italia ma, soprattutto, per quello di chi li sostiene, dalle banche alle potenze straniere. Gli illuminati delle aula magna magna, con  doppio e triplo stipendio, stanno confermando i nostri sospetti sui loro comportamenti da Mario-nette allorché quotidianamente mettono in scena uno spettacolo privo di volontà e dignità che colpisce i deboli, sperando di calmierare l’incazzatura generale con le battute rassicuranti per i mercati. Come fa Mario Monti da Bruxelles quando, dall’alto della sua austerità, mentre la Patria spaccata in due sacramenta contro il suo gabinetto che sgambetta i soliti, risponde alla Maria Antonietta a chi lo interroga sui disagi italiani. Per sua fortuna oggi la ghigliottina non è più di moda e nemmeno sapremmo cosa farcene considerato che di teste pensanti in giro non se ne vedono proprio, quindi inutile pretendere il controllo di determinate azioni da chi non ha né zucca né schiena dritta per far valere le ragioni nazionali. Un amico che ha un’impresa di autotrasporto, pur non condividendo in pieno lo sciopero, si diceva stupefatto della maniera in cui i media, la stampa e la politica, fossero riusciti ad alleggerire con commenti tutto sommato delicati una situazione drammatica che ha lasciato a secco mezza  Penisola, scatenando scene da far west ai distributori e nei supermercati. Fosse successo con altri governanti si sarebbero già chieste le dimissioni dell’esecutivo, almeno dopo il morto di Asti, ma la neutralità dei tecnici serve proprio a neutralizzare l’azione di chi sulle proteste e sul malcontento generalmente costruisce i suoi spazi elettorali o di consenso. Non essendoci in questa fase la possibilità di sobillare gli animi a proprio vantaggio, per ricavarne merce di scambio con le istituzioni o profitti opportunistici per le proprie organizzazioni, si fanno tutti una bella pennichella, dai partiti ai sindacati, mandando in letargo la democrazia e la civiltà (delle quali non siamo tifosi per l’inganno ideologico che nascondono). Sperano di recuperare in seguito, ammesso che un seguito ci sia per questo  pauvre pays ormai anche pays pauvre. I complimenti di Soros ai Mari (Monti e Draghi) significano certamente che il Belpaese sta andando alla deriva e per uno speculatore come lui non c’è notizia migliore. Se Soros fa festa vuol dire che ci stanno facendo la festa. Non è la prima volta che accade, ricorderete la speculazione sulla lira agli inizi dei ’90, ed è proprio la recidività di una classe dirigente stupida ed imbrogliona allo stesso grado che ci riprova di aver toccato il massimo del degrado. Il tempo è scaduto, siamo quasi fottuti e nelle birrerie non accade nulla essendoci Bersani e nessun uomo forte con le idee chiare sul come preservare la nazione dalla voracità mondiale. L’ebbrezza della sobrietà ci concilierà il sonno politico (e l’incubo economico) dal quale non ci risveglieremo per qualche decennio.

27 gennaio 2012

Autogestione e autorganizzazione, i veri grimaldelli.

La violenza si presenta come un rapporto sociale in quanto implica due soggetti, chi la esercita e chi ne soffre. E come in ogni rapporto sociale essa apre un problema politico in quanto il suo uso implica un giudizio etico su ciò che è giusto e ciò che non lo è.

“...Lo spirito insurrezionale che c’è nell’anarchismo è oggi l’unica resistenza che si opponga all’utilitarismo riformista invadente. Lungi dal ripudiarlo, appunto per ciò, lo consideriamo la migliore sorgente delle nostre energie”. (da “Lettere ad un socialista” di Luigi Fabbri, 1914)

Trovo interessante questo richiamo a Fabbri, ben noto tra l’altro per la sua lontananza da ogni eccesso estremistico, per una riflessione sul tema della violenza, che ritengo particolarmente opportuna in un periodo di crescenti contraddizioni sociali e di potenzialità rivoluzionarie (non necessariamente libertarie) come quello che stiamo vivendo, nel quale il binomio insurrezione e violenza viene vissuto da alcuni come inscindibile, come se ogni atto violento sia di per se stesso insurrezionale, e da altri come irricevibile tout court.
Il potere ha sempre giocato
Richiamandomi alla definizione di violenza ho più volte affermato che il soggetto esercitante per eccellenza l’elemento costitutivo della stessa – e cioè la coazione, fisica e morale – è lo Stato che con la minaccia di leggi, dispositivi, norme, l’istituzione di carceri, di manicomi giudiziari, ecc. intende conformare gli individui ad un sistema di gerarchie e di valori autoritari e proprietari, in modo che non venga messa in discussione la presunta legittimità del potere e della proprietà.
Parimenti la violenza può essere intesa – ed è questa l’interpretazione che va per la maggiore – come l’affermazione di una volontà criminale che si esprime nell’uso della forza fisica e delle armi.
Comunque la si legga ne discende che la violenza si presenta come un rapporto sociale in quanto implica due soggetti, chi la esercita e chi ne soffre. E come in ogni rapporto sociale essa apre un problema politico in quanto il suo uso implica un giudizio etico su ciò che è giusto e ciò che non lo è.
A tal fine non è inutile sottolineare che la parola “violenza” è maggiormente usata dal potere per denigrare i suoi oppositori, reali o meno che siano; mentre, paradossalmente è il potere, lo Stato che avocando a sé il monopolio delle armi ed esercitando il governo sulla società grazie a normative e leggi, frutto esclusivo dei rapporti di forza esistenti, esercita coazione e obblighi, quindi di fatto “violenza”, pur mascherata dai meccanismi machiavellici della democrazia sedicente rappresentativa.
Poiché la parola “violenza” fa giustamente orrore alla stragrande maggioranza della popolazione, che pur aspira ad una società più giusta, più umana, accusando di ‘violenza’ i suoi oppositori e chiunque non è sottoposto al suo controllo totale, il potere vuole suscitare e diffondere nella società il discredito e la paura nei loro confronti per giustificare ulteriormente l’uso legittimo della repressione, più o meno violenta, rafforzata periodicamente da misure “speciali” varate a parole contro i “violenti”, ma dirette contro l’intero corpo sociale.
Su questo piano il potere ha sempre giocato per dividere e frantumare i movimenti di opposizione, accusando le componenti più radicali e determinate di ‘violenza’ – strumentalizzando singoli fatti, provocandone artatamente altri, sfruttando evidenti ingenuità – per mettere gli uni contro gli altri secondo l’antico principio del “dividere per regnare”.
Questa strategia, che gioca, ripeto, sulla ripulsa della violenza da parte della maggior parte della popolazione, alimenta nel contempo le componenti più moderate dei movimenti di opposizione che appaiono disposte ad accettare le limitazioni imposte al modo di manifestare e protestare secondo i dettami del governo, pur di non rischiare di dare un’immagine violenta del proprio agire.
Ma operando in questo modo, ogni prospettiva di cambiamento viene di fatto delegata alle élite che si contendono il potere, rinunciando di fatto ad essere protagonisti della propria vita e del proprio futuro, restringendo la propria possibilità d’espressione ad una elezione ‘una tantum’ o a manifestazioni sempre più svuotate da una reale volontà di trasformazione concreta fatta di di lotte incisive, di scioperi reali, di sabotaggi e boicottaggi, di corpi che si mettono di traverso.
Clamoroso errore di analisi e di prospettiva
A fronte di questo stato di cose c’è chi risponde con atti e proclami che rivendicano la legittimità dell’azione violenta contro le violenze dello Stato, pensando di sopravanzare i limiti dei movimenti. E lo fa anche richiamandosi alla ‘propaganda del fatto’ di antica memoria, oppure all’individualismo nichilista o ad una certa tradizione guerrigliera di tipo fochista.
Presentando e vivendo il conflitto sociale come guerra in effettivo svolgimento si vuole proporre un’azione violenta ‘rivoluzionaria’ in grado di scuotere e coinvolgere le masse in questo combattimento che si considera già dichiarato da entrambe le parti. Ma, contrariamente alla maggior parte delle guerre combattute, ove le parti in causa si sentono (a torto o ragione) in guerra, nel caso della lotte di classe o del conflitto sociale la stragrande maggioranza dei ceti subalterni odierni non si sente in guerra.
Rivendicare quindi la violenza rivoluzionaria come parola d’ordine dell’azione trasformatrice di chi si oppone all’ordine esistente è un regalo che si fa alla controparte, al potere e alle sue élite politiche, sociali e sindacali, che la utilizzano per ritorcerla contro ogni realtà indisponibile al collaborazionismo ed alla subordinazione.
È necessario aver presente quelle che sono le caratteristiche e le conseguenze del potere odierno: il dominio del capitale e la subordinazione alle sue dinamiche, la frammentazione di gran parte della popolazione, continuamente sottoposta ai condizionamenti gerarchici di una società autoritaria (il patriarcato, una scuola costruita per l’irreggimentazione, il lavoro salariato, il controllo poliziesco, la giustizia di classe, ecc.) rafforzato da un uso massiccio dei mezzi di comunicazione di massa, la paura di perdere i mezzi di sostentamento necessari (disoccupazione, precarietà), la sollecitazione continua al consumo, un senso di inadeguatezza continua, di alienazione, di isolamento, la mercificazione dei rapporti umani, ecc.
In queste condizioni interpretare il conflitto sociale come una guerra tra due contendenti sullo stesso livello di consapevolezza, di chiarezza d’intenti, è un clamoroso errore d’analisi e di prospettiva. Utile magari a rimpolpare le proprie file di qualche unità, ma incapace di ribaltare la situazione complessiva.
Ragionamento e scelta consapevole
Parimenti la resistenza alla violenza del potere non si può definire ‘violenza’ ed il rifiuto dell’uso sistematico della violenza non implica l’accettazione della violenza sia su di noi che su altri soggetti.
L’essere risoluta ed energica è una caratteristica dell’azione diretta propugnata degli anarchici ed è ciò che li contraddistingue dalla mediazione e dal compromesso del metodo parlamentare e riformista. Ma per gli anarchici l’efficacia dell’azione diretta non viene espressa dal grado di violenza in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una strada praticabile dai molti, di costruire una forza collettiva in grado di ridurre la violenza il più possibile.
L’anarchismo, di per se stesso, implica ragionamento e scelta consapevole delle azioni; se da un lato rifiuta di sposare tesi violentiste, dall’altro rifugge da impostazioni piattamente non violente; rimandando sempre alla coscienza degli individui e alla interpretazione del momento storico in cui essi vivono l’anarchismo odierno deve saper coniugare il rispetto dei valori umani che lo contraddistinguono da sempre con la capacità di rafforzare il sentimento di libertà e di eguaglianza presenti nei movimenti promuovendo autogestione e autorganizzazione, veri grimaldelli per ogni reale processo di trasformazione rivoluzionaria della società.

24 gennaio 2012

Il rischio di buttarsi via

Sei gay? Ti rifiuto. I ragazzi allontanati dai genitori perché omosessuali subiscono un trauma che li espone a feroci atti di autolesionismo. E’ successo nel vicentino proprio nei giorni di festa. Un giovane si è arrampicato sulla balaustra di un cavalcavia, sei metri più sotto scorreva il traffico di auto e tir. Gli automobilisti lo hanno notato,  cercando invano di parlargli: lui guardava dritto davanti a sé. Finché si è fermata una pattuglia dei carabinieri e uno dei militari lo ha raggiunto riuscendo a portarlo giù con la forza. Solo qualche ora prima il giovane aveva detto al padre e alla madre di essere omosessuale, i due avevano reagito duramente. Non si tratta di un caso eccezionale.  “Ragazzi e ragazze rifiutati perché omosessuali perdono stima e fiducia in loro stessi, si sentono responsabili del dolore arrecato ai genitori e del rifiuto subito, avvertono un bisogno forte di farsi del male, e lo fanno in modo palese o nascosto”, commenta Francesca Marceca,  mamma “Agedo” (associazione genitori di omosessuali), presidente della sede palermitana. “Il genitore è vissuto come colui che è dalla parte della ragione, intesa anche come ragione sociale che condanna l’omosessualità. Il ragazzo o la ragazza si sentono causa delle lacrime e delle liti. Hanno un’idea adolescenziale dei genitori e non immaginano che possano avere dei limiti”. Dialogando con altri papà e mamma  e con gli operatori sociali, i ragazzi riescono ad avere una visione diversa di ciò che sta accadendo. “Il punto di svolta si raggiunge quando i ragazzi comprendono che i genitori sono in difficoltà e che   anche loro hanno  bisogno di aiuto”. Enorme il danno procurato dal giudizio sociale: in mille modi, con parole, silenzi, esclusioni, omissioni, fa sentire agli omosessuali   il peso di essere una svalutata minoranza. Per Francesca Marceca   “se nella società ci fosse l’accettazione serena della omosessualità svanirebbe il gioco perverso di rifiuti e autopunizioni. I ragazzi non dovrebbero fare una “confessione tragica”,  la loro comunicazione andrebbe accolta con gioia dai genitori poiché si tratta della vita affettiva dei figli”. Utopia? “Sto parlando di uno scenario della speranza, che oggi è fantascienza”. Le storie di non accettazione, sia  palese che subdola,   sono all’ordine del giorno. “La mamma di  X, una ragazza di 17 anni   viene in associazione a  raccontare con enorme dispiacere che la figlia ha una   fidanzata. Dice di averle scoperte mentre si baciavano. Definisce lei e il marito persone “aperte” e ritiene che il problema non sia l’omosessualità. Dice: “mia figlia è immatura, non sa cosa fa, si è lasciata trascinare dalla compagna, l’omosessualità è una delle tante fantasie che lei ha ancora”. E’ la madre a parlare, il padre tace. E assume un atteggiamento che non è insolito. “La mamma sconferma l’affettività della figlia – aggiunge Francesca Marceca –  Accade spesso. Invece quando è un ragazzo a dire di essere gay viene preso sul serio”.  La madre di X per un po’ non frequenta l’associazione, poi ritorna. “Le chiedo come va e mi risponde che la figlia si è trasferita a Roma per motivi di studio, che ha un’altra fidanzata e torna in vacanza con lei. Capisco che l’allontanamento è servito ad allentare la tensione, a far si che le cose vengano  affrontate una per  volta. Da qui a metterci la faccia e dirlo ai parenti e ai conoscenti ce ne corre”.   E i ragazzi? Francesca Marceca legge uno dei tanti sos che arrivano in Agedo via mail: “Mi presento, vivo in un paese, ho 16 anni, sono gay e mi sono dichiarato con alcuni amici. I miei sanno tutto e non mi accettano. Voglio sapere se mi date una mano, altrimenti io davvero…”.
Ed ecco alcune lettere:
“I compagni mi hanno fatto bere la loro urina”, “Sono gay e mi sto sposando, aiutatemi”, “Grazie per avermi soccorso”. Sono  alcune frasi delle tante lettere che arrivano all’associazione Agedo Palermo e che possiamo citare “camuffate” per rispettare la privacy di chi le ha scritte. Ne riportiamo qualche stralcio. Di commenti   non ce n’è bisogno, poiché sono parole che urlano.  “Nel paese dove vivo mi insultano e mi offendono, sto morendo dentro, prendo farmaci per stare calma”. “Ho 28 anni, mi sto sposando con una ragazza perché non mi accetto e mi vergogno di dire che mi piacciono i ragazzi, vorrei parlare con qualcuno perché non ce la faccio più”. “Mi hanno cacciata dal lavoro quando hanno scoperto che sono lesbica, nessuno capisce le nostre sofferenze, aiutatemi”. “ Ho sentito parlare della vostra associazione all’ultimo anno di scuola da un professore che ha spiegato bene cosa è l’orientamento sessuale e cosa sono i pregiudizi, anche se i miei compagni non hanno smesso di sfottere e di perseguitarmi. Sono sempre stato preso di mira, sono sempre stato taciturno e i compagni mi hanno fatto passare anni terribili, mio padre non smette di insultarmi e di dirmi “non fare la voce da checca che sei sulla bocca di tutti per strada, mi sei venuto proprio male, forse non sei neanche mio figlio”. Sono cresciuto senza il coraggio di aver un rapporto con nessuno, ho tanta paura che mi immagino privo di desideri, datemi una mano, sono disperato”. “Volevo ringraziarvi per aver creato una associazione così, con le mamme, i papà e anche gli psicologi, ho avuto la fortuna di incontrarvi in un momento in cui avevo davvero bisogno. Ho frequentato la vostra associazione di nascosto dai miei, inventandomi mille sotterfugi, gli incontri sono stati per me ossigeno, soprattutto quelli con lo psicologo. Adesso mi sono trasferita al Nord, e sono decisa a vivere a testa alta la mia vita, e non smetto mai di ringraziare il momento in cui vi ho mandato la mail e le parole che avete scelto per farmi sentire accolta. Vi devo la vita e il coraggio che mi avete fatto ritrovare”.

13 gennaio 2012

12 01 2012 Ai numerologi l’ardua sentenza!

Chi aveva cominciato ad illudersi (spero più per disperazione che per altro) che tutte le panzane che ci stavano raccontando avessero un fondo di rassicurazione, ieri ha avuto il suo bel caffè amaro: 
la decisione della Corte costituzionale di respingere i quesiti referendari per abrogare in tutto o in parte la più oscena delle leggi elettorali dell’intera storia italiana (compreso il Ventennio mussoliniano, beninteso), e quella della Camera dei deputati di rifiutare la richiesta dei giudici di arresto per l’on. Nicola Cosentino sono state una bella botta di consapevolezza. 
Consapevolezza che non c’è niente da fare, è inutile sperare che il meno peggio sia meglio, non è vero. 
È inutile sperare che, cambiato il modo di porsi, dal volgare al classico, sia cambiato il sistema di porsi. No, il potere è camaleontico, ha mille modi di porsi per autoproteggersi e autoperpetrarsi e un solo ed indiscusso modo di agire: sopraffazione!!
Ma la cosa peggiore di cui dobbiamo renderci conto è che tutto questo sta diventando normalità! Quello che in qualsiasi tempo della storia veniva chiamato democratico è esattamente l’opposto di quello che sta succedendo in Italia, non c’è più niente che ricordi quella parola: δῆμος = popolo e κράτος = potere.
Gli Italiani e le Italiane volevano cambiare il “Porcellum”: la Corte Costituzionale (e togliamoci dalla testa che la politica non c’entri nelle sue decisioni: c’entra sempre!) ha respinto i quesiti referendari.
E quel galantuomo di Cosentino, cosparso di fetidi slinguazzamenti  di leghisti e radicali perché gli altri non bastavano a renderlo sufficientemente viscido, rimarrà a piede libero, libero di continuare a frequentare gli amici casalesi e di rimanere deputato fino al termine della legislatura maturando, ovviamente, anche la sua onesta pensione di deputato, cumulabile con quella da “normale cittadino lavoratore”.
Due diversi organi dello stato hanno rifiutato la volontà del popolo arrogandosi il diritto di decidere diversamente.
Questa, in Italia, è normalità!!
È normale andare contro la volontà popolare che l’anno scorso si è prodigata in un gigantesco esercizio di democrazia diretta, in difesa dei beni comuni, o contro questa legge elettorale, o contro l’energia nucleare. E’ normale, non scandaloso.
Ebbene, c’è quasi da ringraziarli perché spero che con quest’ultima performance abbiano svelato chiaramente, anche ai più scettici, il loro “piano” per salvare l’Italia.
E spero che i disoccupati, i cassaintegrati, i lavoratori in nero, i precari, gli immigrati e i pensionati a 400 euro mensili, bevendo questo caffè amaro, si risveglino tutti e tutti insieme si rendano conto che non ci si può aspettare che di peggio da questo squalificato, corrotto e incompetente ceto politico, ma soprattutto che non è questo il sistema che permette al popolo di governare.

11 gennaio 2012

Ridiamo, siamo Italiani!

Nelle recensioni viene presentato così: “Ripescando nella memoria del primo affresco natalizio vanziniano, il cinepanettone si rivolge all'attualità del Bel Paese”.
Parlo, naturalmente di “Vacanze di Natale a Cortina”.
In effetti è proprio così, l’attualità c’è tutta: fra storie di corna e imprenditori che rincorrono belle donne, gaffe e furberie, lo spaccato è assolutamente realistico.
Ma non voglio giudicare questo filone  cinematografico che tanto successo sembra avere (o aver avuto?) e non voglio nemmeno criticare qui l’immagine volgare e un tantinello naif che i film stessi danno di un’Italia furbetta e fracassona, però una domanda me la faccio: 

c’è davvero da ridere della parodia di una realtà che in questi giorni spicca sule prime pagine dei giornali per illegalità e cattivo gusto?
Mi sembra che questo attualismo ridanciano e deresponsabilizzante favorisca un atteggiamento di condiscendenza, quasi di ammiccamento, verso i comportamenti e le caratteristiche peggiori della nostra italianità. E così non ci si scandalizza più di fronte a niente, si sorride delle battute pesanti dei nostri politici, si seguono con curiosità i gossip sulle escort, l’illegalità dilagante non suscita sdegno, non c’è indignazione davanti al fenomeno dell’evasione fiscale, dei Suv e degli attici che mal si addicono ai bassi redditi dichiarati.
Ridere dei problemi a volte fa bene, ci aiuta a tirare avanti, a sdrammatizzare. Ma poi i conti con la realtà vanno fatti e bisogna ritrovare la capacità di condannare azioni e comportamenti illegali, o che,  semplicemente, si fanno beffa di chi vive onestamente, di chi lavora e studia, di chi le vacanze a Cortina se le sogna, di chi vorrebbe mostrare il bello della nostra Italia, fatta di intelligenza e cultura, lavoro, solidarietà, coscienza sociale, cultura politica, identità storica, senso comune.
Ridere dei problemi a volte fa bene, il rischio è che, pur di ridere della realtà, la si esorcizzi a tal punto da cadere nell’indifferenza.

02 gennaio 2012

La Comune di Parigi: 72 giorni di storia dimenticata.

La Comune di Parigi: per la prima volta nella storia il proletariato arrivava al potere, e si parla di 140 anni fa. E anche se ebbe vita molto breve iniziò un lavoro che caratterizzò sufficientemente il suo vero significato e i suoi scopi. 
Essa sostituì l'esercito permanente, strumento cieco delle classi dominanti, con l'armamento generale del popolo, proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato, soppresse il bilancio dei culti (cioè lo stipendio statale ai preti), diede all'istruzione pubblica un carattere puramente laico, arrecando un grave colpo ai gendarmi in sottana nera.
Nel campo sociale poté fare molto poco, ma anche quel poco dimostra chiaramente il suo carattere di governo del popolo, di governo degli operai.
Il lavoro notturno nelle panetterie fu proibito; il sistema delle multe, questo furto legalizzato a danno degli operai, fu abolito.
La Comune promulgò il famoso decreto in virtù del quale tutte le officine, fabbriche e opifici abbandonati o lasciati inattivi dai loro proprietari venivano rimessi a cooperative operaie per la ripresa della produzione.
Per accentuare il suo carattere realmente democratico e proletario, la Comune decretò che lo stipendio di tutti i suoi funzionari e dei membri del governo non potesse sorpassare il salario normale degli operai e in nessun caso superare i 6000 franchi all'anno.

 
“Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno come l’araldo glorioso di una nuova società. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti”. (Karl Marx)

 
Grazie a Paolo Schicchi per averlo ricordato e per avere così ben segnalato le iniziative per divulgare il ricordo di quei 72 giorni di storia importante di cui nessuno parla mai.

 
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