Una casa si costruisce così, pezzo dopo pezzo, mattone su mattone, ed ognuno di questi è necessario per proseguire, per andare avanti. Così come ci si costruisce la vita e il carattere, pezzo dopo pezzo, ed ognuno di questi è necessario per proseguire. Ogni mattone è un pezzo di storia che si lega con gli altri, indispensabile, tale da non poterlo togliere più, altrimenti la casa cade. Ce n'è qualcuno bello, un altro meno, un altro fa veramente schifo, ma tutto serve e niente può essere buttato.
Non possiamo rinnegare il passato, l'abbiamo vissuto.
Non possiamo vivere il presente dimenticandoci il passato, fa parte di noi, di quello che siamo.
Non possiamo pensare al futuro senza tener conto dell'esperienza.
Qualcosa invecchierà, si tingerà di grigio nebuloso, ma sarà comunque basilare per sostenere il nuovo.
Passato, presente e futuro.
Non siamo senza radici, viviamo il presente costruito su di esse e progettiamo il futuro basandoci sul presente. Ergo: non possiamo pensare al futuro dimenticandoci del passato.
29 marzo 2015
22 marzo 2015
Con il cuore gonfio di sogni, negli occhi le stelle, nel pugno la rivoltella.
Per farla finita con questo mondo a senso unico, bisogna sognare e bisogna agire. Queste due parole di disordine sono un tutt’uno. È questa la lezione che ci è stata tramandata dai grandi indesiderabili. Ed è uno di loro che qui presento.
Abele Ricieri Ferrari (1890-1922), anarchico, teppista, ladro, disertore, rapinatore, assaltatore di polveriere, incendiario, dinamitardo di ogni autorità, morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri, era al tempo stesso il poeta Renzo Novatore, che sui fogli sovversivi dell’epoca destinati all’utile propaganda si ostinava a spargere i suoi inutili versi, scontrandosi con l’incomprensione di un movimento immerso nella politica. Non era un militante che ricorreva anche alla letteratura, né un artista che non disdegnava l’impegno politico. Era un anarchico individualista che sognava ad occhi aperti ed agiva a mano armata, senza separazioni.
Novatore non era pedagogico, era immaginifico. Non era edificante, era iconoclasta. Non concedeva speranze ad una rivoluzione redentrice, credeva solo in una lotta all’ultimo sangue fra l’individuo e la Società. Contrariamente a chi vuole andare fra il popolo a raccogliere consenso, non esitava a rivendicare con fierezza la propria marginalità, il proprio essere bandito da un mondo sottomesso alle leggi dello Stato e dell’Economia.
Renzo Novatore dava voce e corpo a un anarchismo passionale e viscerale, che sfida l’impossibile perché non si accontenta di cambiare segno al possibile, liquidando definitivamente ogni legittima rivendicazione ed ogni ipotesi di conciliazione insita in qualsivoglia contratto sociale. Insopportabile «velleitarismo», il suo, che ancora oggi irrita gli aspiranti pastori di piccoli e grandi Movimenti.
Non era politico, utile, funzionale — era etico, estetico, sensibile e si rivolgeva alla feccia e alla canaglia, che eccitava alla conquista della bellezza, dell’originalità, dell’ignoto. Con il cuore gonfio di sogni, negli occhi le stelle, nel pugno la rivoltella.
Per saperne di più: http://www.novatore.it/
Abele Ricieri Ferrari (1890-1922), anarchico, teppista, ladro, disertore, rapinatore, assaltatore di polveriere, incendiario, dinamitardo di ogni autorità, morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri, era al tempo stesso il poeta Renzo Novatore, che sui fogli sovversivi dell’epoca destinati all’utile propaganda si ostinava a spargere i suoi inutili versi, scontrandosi con l’incomprensione di un movimento immerso nella politica. Non era un militante che ricorreva anche alla letteratura, né un artista che non disdegnava l’impegno politico. Era un anarchico individualista che sognava ad occhi aperti ed agiva a mano armata, senza separazioni.
Novatore non era pedagogico, era immaginifico. Non era edificante, era iconoclasta. Non concedeva speranze ad una rivoluzione redentrice, credeva solo in una lotta all’ultimo sangue fra l’individuo e la Società. Contrariamente a chi vuole andare fra il popolo a raccogliere consenso, non esitava a rivendicare con fierezza la propria marginalità, il proprio essere bandito da un mondo sottomesso alle leggi dello Stato e dell’Economia.
Renzo Novatore dava voce e corpo a un anarchismo passionale e viscerale, che sfida l’impossibile perché non si accontenta di cambiare segno al possibile, liquidando definitivamente ogni legittima rivendicazione ed ogni ipotesi di conciliazione insita in qualsivoglia contratto sociale. Insopportabile «velleitarismo», il suo, che ancora oggi irrita gli aspiranti pastori di piccoli e grandi Movimenti.
Non era politico, utile, funzionale — era etico, estetico, sensibile e si rivolgeva alla feccia e alla canaglia, che eccitava alla conquista della bellezza, dell’originalità, dell’ignoto. Con il cuore gonfio di sogni, negli occhi le stelle, nel pugno la rivoltella.
Per saperne di più: http://www.novatore.it/
Ni dieu ni maître
È un fatto: non esistono religioni buone e religioni cattive. La
religione, quale che sia, è la negazione dell'intelletto e dei
sentimenti più autentici, la repressione dei desideri, la mortificazione
della dignità, nonché l'incitamento alla rassegnazione, l'apologia
della sottomissione, l'esaltazione della miseria. La religione protegge
il potente, benedice il soldato, approva il gendarme, prepara il boia,
mentre scomunica e condanna ogni pensiero e ogni gesto ribelle.
Ma non serve a nulla bestemmiare contro i padroni del cielo se si rivolgono preghiere a quelli sulla terra. Gli uni non possono vivere e prosperare senza gli altri.
Né Dio, né Stato era e continuerà ad essere una condizione essenziale per la liberazione umana.
Di fronte al risorgere dei fondamentalismi, sia cristiani che musulmani, nauseati dal ritorno di Dio, dei suoi sgherri e delle sue crociate/jihad, mi sembra più che opportuno ricantare questa canzone:
Ma non serve a nulla bestemmiare contro i padroni del cielo se si rivolgono preghiere a quelli sulla terra. Gli uni non possono vivere e prosperare senza gli altri.
Né Dio, né Stato era e continuerà ad essere una condizione essenziale per la liberazione umana.
Di fronte al risorgere dei fondamentalismi, sia cristiani che musulmani, nauseati dal ritorno di Dio, dei suoi sgherri e delle sue crociate/jihad, mi sembra più che opportuno ricantare questa canzone:
Insolito sguardo.
La libertà sarà anche contagiosa, ma la servitù volontaria ha
mostrato d'esserlo assai di più. Nell'eterno presente del dominio e
dell'obbedienza sembra non esserci via di scampo. Chi si ostina a
pensare che libertà non sia sinonimo di normalità, si sorprende attonito
davanti a parole e ad azioni che hanno perso ogni significato. Ma il
realismo della rassegnazione e della politica può incappare in ben altro
che in lamentosi spettatori.
A prescindere dalle
circostanze "oggettive" della realtà circostante, per quanto
sfavorevoli, la possibilità di sparigliare le carte del dominio è sempre
alla portata di fantasia e determinazione.
Le occasioni non mancano, non mancano mai. Il più delle volte è il
nostro occhio a non essere in grado di vederle, perché addomesticato a
guardare solo ciò che gli è già noto.
C'è bisogno di un insolito sguardo – rivolto altrimenti – per giungere altrove.http://finimondo.org/node/1586
La destra e gli altri.
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Antiautoritari Anonimi
La destra e gli altri
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Prima che qualche lettore maligno ci accusi di mettere sullo stesso piatto della bilancia Destra e Sinistra, in un guazzabuglio che «fa oggettivamente il gioco dei fascisti», chiariamo subito una cosa. Operare una distinzione fra Destra e Sinistra non solo è possibile, ma in un certo senso anche doveroso. Malgrado siano in molti oggi ad usare l'ambiguo slogan «né destra né sinistra», ad incitare al superamento di «vecchi schemi», costoro sembrano dimenticare che abolire le parole non significa abolire le idee che queste rappresentano, né tanto meno appianare i contrasti che vi intercorrono e che sono sostanziali. Essere fratelli, seppur gemelli, non significa essere una unica persona. In fin dei conti, Caino ha ucciso Abele. La Sinistra ha sempre dichiarato di battersi per la libertà e la giustizia. Ma per raggiungere questi scopi di natura sociale, la Sinistra si serve di uno strumento politico: lo Stato. Se le sue ambizioni sono rimaste ampiamente deluse, se non sono mai andate al di là delle buone intenzioni, se la libertà e la giustizia che la Sinistra ha saputo realizzare sono solo una triste parodia di ciò che arde nei nostri cuori, è proprio perché la Sinistra affida allo Stato l'incarico di occuparsene. E se si utilizza uno strumento politico non si possono ottenere che risultati politici, mai sociali. Ma se per la Sinistra lo Stato è un mezzo, per la Destra è un fine. La differenza è fondamentale. I valori spirituali di cui si compone la dottrina fascista hanno una sola concretizzazione storica, che è per l'appunto lo Stato, l'autorità. Se il marxista si identifica con il benessere sociale e si illude di raggiungerlo a colpi di legge, il fascista si identifica direttamente nella Legge e nell'organo che la promuove, fregandosene bellamente delle condizioni sociali in cui si vive. Il fascismo è potere, esercizio del potere. Ecco perché, se noi che siamo nemici di ogni autorità non possiamo escludere, almeno come principio, che la Sinistra nel suo cammino possa incorrere in qualche "incidente di percorso" tale da indurla una volta per tutte ad abbandonare l'utilizzo della logica politica (naturalmente ci riferiamo alla base della Sinistra, alle donne e agli uomini che subiscono lo sfruttamento quotidiano, non certo ai suoi vertici - partiti e sindacati - grandi o piccoli che siano), lo stesso non si può pensare per la Destra. Come insegna la storiella dello scorpione e della rana, non si può pretendere che uno scorpione non morda, poiché mordere è nella sua natura. Allo stesso modo non si può pretendere che la Destra rinunci al potere, poiché è nella sua natura. Ed è proprio per questo che la Destra va soppressa, senza esitazioni, senza tentennamenti. Così, non abbiamo dubbi che la Sinistra sia preferibile alla Destra, ma sappiamo anche che si tratta del male minore.
La nostra lotta
Oggi come sempre è dunque necessario non esitare nel combattere il fascismo. Per farlo è sicuramente utile conoscerne i tratti, le manifestazioni, la strategia che nella sua versione radicale è tutta incentrata sulla sintesi fra Destra e Sinistra. Ma questo non basta. Dobbiamo soprattutto conoscere il nostro progetto, dobbiamo anche sapere i motivi che spingono noi a lottare contro questo mondo. Se non lo facciamo, se non approfondiamo le ragioni della nostra lotta, se non sondiamo l'abisso che abbiamo dentro, rischiamo di affidare tutto all'ortodossia, all'ideologia. Nel qual caso non potremo più lamentarci se, al primo colpo di vento, ci ritroveremo aggrappati ai nostri nemici. In breve, non basta sapere cosa vuole la Destra, per combatterla. Bisogna anche sapere cosa vogliamo noi. I motivi per cui rifiutiamo il fascismo. I motivi per cui rifiutiamo questo mondo. Per riuscire a comprendere il senso reale - non ideologico - delle posizioni contrapposte. Questo libro - dopo aver toccato diversi argomenti: la funzione dell'immagine del nazismo nella società democratica, una riflessione sulla teoria degli opposti estremismi, la recente questione sulla non esistenza dell'olocausto sollevata dai revisionisti, le ragioni dell'attrazione esercitata dal fascismo su alcuni anarchici - vuole essere un tentativo volto soprattutto in questa direzione.
21 marzo 2015
L'amorale cultura tipica dell’Italia non poteva essere descritta meglio.
Lupi ha fatto quello che avrebbero regolarmente fatto una gran parte di quelli che urlano per le sue dimissioni. Non è forse così? Ditemi se un padre non approfitterebbe delle circostanze, delle conoscenze, per mettere a posto un figlio, di questi tempi poi....
Goebbels diceva che una menzogna ripetuta mille volte diventa una verità. La stessa cosa vale per i comportamenti: le raccomandazioni, i favoritismi, i clientelismi, la corruzione, che in teoria non dovrebbero essere tollerati, soprattutto nelle persone che hanno in mano un potere, ma che, ripetuti all'infinito, sono diventati parte della nostra cultura, un modus vivendi indispensabile se si vuole ottenere qualcosa.
Ed è proprio questa cultura a dominare, è la forma di governo più antica del mondo. Ed è proprio grazie a questo che il paese è caduto nelle mani di consorterie di incompetenti che lo hanno fisicamente distrutto, massacrandone il territorio con opere pubbliche spesso insensate, annientandolo culturalmente, conquistando tutti i posti di comando, da dove agiscono unicamente in vista del beneficio personale, emarginando sistematicamente sia i capaci che gli onesti e prima di tutti gli onesti capaci.
Che cos’altro si può dire o fare? Emigrare, eclissarsi, staccarsi, forse anche tacere, se non ci fosse il tempo vuoto dell’attesa, riempito da una speranza che non vuole morire e che però intanto si è fatta acida come una zitella incattivita.
Forse rassegnarsi a questo stato di cose è la cosa piu` saggia, ed è quello che la ragione suggerisce.
Ma il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, e il cuore grida ancora.
08 marzo 2015
Non ho un giorno per essere donna.
Io non ho un giorno per essere donna.
Ogni giorno della mia esistenza ha contribuito a farmi diventare quella che sono, ogni cosa che ho fatto mi ha permesso di raggiungere quello che ho, e anche gli uomini che ho incontrato mi hanno dato modo di lavorare su me stessa, sul mio essere donna.
Essere una donna in questo mondo disuguale è già di per sè un lavoro, e io sono orgogliosa di dedicarmi ad esso con ogni parte della mia anima e del mio corpo, ogni giorno, con cura.
Io vivo nella memoria di ogni donna che è riuscita ad essere e a sentirsi donna.
Tutto l'anno.
Ogni giorno della mia esistenza ha contribuito a farmi diventare quella che sono, ogni cosa che ho fatto mi ha permesso di raggiungere quello che ho, e anche gli uomini che ho incontrato mi hanno dato modo di lavorare su me stessa, sul mio essere donna.
Essere una donna in questo mondo disuguale è già di per sè un lavoro, e io sono orgogliosa di dedicarmi ad esso con ogni parte della mia anima e del mio corpo, ogni giorno, con cura.
Io vivo nella memoria di ogni donna che è riuscita ad essere e a sentirsi donna.
Tutto l'anno.
Niente mimose, solo rispetto.
Tutto il resto che verra' detto in questa giornata sara' la solita sagra demagogica.
Io pongo invece una serie di domande:
Quante donne vengono ancora mutilate ogni giorno con la pratica dell’infibulazione?
A quante donne viene ancora negato il diritto all’istruzione?
Quante spose bambine ci sono ancora nel mondo?
Quante bambine ogni giorno vengono rapite, violentate e relegate chissà dove per accontentare danarosi pedofili?
Quante donne e ragazzine sono costrette prostituirsi sulle nostre strade davanti alla nostra occidentale indifferenza?
Certo, noi, donne occidentali, siamo molto fortunate, abbiamo lottato e ottenuto il diritto al voto, allo studio, al divorzio, all’aborto, all’autodeterminazione, ma viviamo ancora in una società prevalentemente maschilista.
I nostri stipendi sono inferiori a quelli degli uomini.
Prima di essere assunta ti fanno firmare le dimissioni in bianco.
A noi tocca ancora la maggior parte del lavoro domestico e la cura dei bambini e dei parenti anziani.
Il tempo pieno è ancora una chimera per la maggior parte degli istituti scolastici.
Abbiamo voce in politica prevalentemente perchè bisogna rispettare le quote rosa.
La cronaca è piena di epsodi di violenza domestica, stalking e omicidi nei nostri confronti.
Qualche giorno fa ho conosciuto una giovane donna, mi ha parlato della sua condizione professionale al limite.
Un contratto che le viene rinnovato di anno in anno, sempre a tempo determinato, ferie e straordinari non retribuiti, ovviamente nessuna tredicesima, malattie mal tollerate, 9 ore lavorative al giorno dal lunedì al sabato, mezz’ora di pausa pranzo, un capannone freddo e glaciale riscaldato da un tubo che getta aria calda solo 15 minuti ogni 2 ore, ovviamente caldissimo in estate e rinfrescato solo da 4 ventilatori domestici con svenimenti frequenti.
Uno stipendio che a stento arriva a 700 euro mensili per oltre duecento ore di lavoro.
Cosa dobbiamo festeggiare, se viviamo ancora in una sorta di medioevo?
Lo stipendio medio delle donne che lavorano nel comprensorio è di 600 euro.
Cosa dobbiamo festeggiare?
Va bene celebrare l’8 marzo come spunto per ricordare l’altra metà del cielo ma c’è ancora tanto da lavorare e da vigilare perché purtroppo i nostri diritti ci vengono tolti ogni giorno, un pezzetto alla volta, a cominciare dalla legge 194.
Un pensiero speciale a tutti gli uomini che tutte queste cose le sanno, ricordando che anche non tutte le donne le sanno.
02 marzo 2015
Prima regola dello Statuto dei Lavoratori: non si parla dello Statuto dei Lavoratori.
Alessandra Daniele riscrive a suo modo lo statuto dei lavoratori con sei semplici articoli.
Mentre Renzi vende la Rai a Berlusconi, e rende la Giustizia italiana persino più classista di prima, Salvini marcia su Roma coi neofascisti, e il jobs act cancella di fatto lo Statuto dei Lavoratori.
Il berlusconismo non è mai stato così in salute nemmeno quand’era al governo direttamente. L’Era del Cazzaro continua.
Carmilla è in grado di pubblicare in anteprima il nuovo Statuto dei Lavoratori. Nel tipico stile renziano, è un testo breve e conciso che consiste di soli sei articoli.
Prima regola dello Statuto dei Lavoratori
Non si parla dello Statuto dei Lavoratori.
Articolo Due
I lavoratori hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente la loro entusiastica ammirazione per i loro datori di lavoro. Sono consigliati termini come genio, eroe, innovatore, benefattore, e marchionne, superlativo assoluto per “marchio di qualità”.
Articolo tre
I lavoratori hanno diritto di organizzarsi in associazioni sindacali.
I sindacati devono occuparsi dei diritti dei lavoratori, e non fare politica.
I diritti dei lavoratori sono una questione politica.
Perciò i sindacati non devono occuparsi dei diritti dei lavoratori.
Articolo quattro
Lo scopo dei sindacati è organizzare manifestazioni pacifiche con molti palloncini colorati, che il governo possa ignorare con disprezzo e definire irrilevanti, oppure manifestazioni pacifiche con pochi palloncini colorati, che il governo possa far caricare a manganellate e definire fasciste.
Articolo Canale Cinque
È consentito e incoraggiato l’uso di impianti audiovisivi come telecamere, microfoni, e sonde endoscopiche per finalità di controllo dell’attività dei lavoratori, nonché allo scopo di organizzare reality a eliminazione da trasmettere sulle reti Raiset.
Articolo sei
Mansioni, retribuzioni, ferie, integrità fisica e mentale del lavoratore, natura e durata del rapporto lavorativo sono a totale discrezione del datore di lavoro, genio, eroe, innovatore, benefattore, e marchionne.
Chi farà ricorso contro il licenziamento non sarà reintegrato. Sarà disintegrato.
In diretta Raiset.
Mentre Renzi vende la Rai a Berlusconi, e rende la Giustizia italiana persino più classista di prima, Salvini marcia su Roma coi neofascisti, e il jobs act cancella di fatto lo Statuto dei Lavoratori.
Il berlusconismo non è mai stato così in salute nemmeno quand’era al governo direttamente. L’Era del Cazzaro continua.
Carmilla è in grado di pubblicare in anteprima il nuovo Statuto dei Lavoratori. Nel tipico stile renziano, è un testo breve e conciso che consiste di soli sei articoli.
Prima regola dello Statuto dei Lavoratori
Non si parla dello Statuto dei Lavoratori.
Articolo Due
I lavoratori hanno diritto, nei luoghi dove prestano la loro opera, di manifestare liberamente la loro entusiastica ammirazione per i loro datori di lavoro. Sono consigliati termini come genio, eroe, innovatore, benefattore, e marchionne, superlativo assoluto per “marchio di qualità”.
Articolo tre
I lavoratori hanno diritto di organizzarsi in associazioni sindacali.
I sindacati devono occuparsi dei diritti dei lavoratori, e non fare politica.
I diritti dei lavoratori sono una questione politica.
Perciò i sindacati non devono occuparsi dei diritti dei lavoratori.
Articolo quattro
Lo scopo dei sindacati è organizzare manifestazioni pacifiche con molti palloncini colorati, che il governo possa ignorare con disprezzo e definire irrilevanti, oppure manifestazioni pacifiche con pochi palloncini colorati, che il governo possa far caricare a manganellate e definire fasciste.
Articolo Canale Cinque
È consentito e incoraggiato l’uso di impianti audiovisivi come telecamere, microfoni, e sonde endoscopiche per finalità di controllo dell’attività dei lavoratori, nonché allo scopo di organizzare reality a eliminazione da trasmettere sulle reti Raiset.
Articolo sei
Mansioni, retribuzioni, ferie, integrità fisica e mentale del lavoratore, natura e durata del rapporto lavorativo sono a totale discrezione del datore di lavoro, genio, eroe, innovatore, benefattore, e marchionne.
Chi farà ricorso contro il licenziamento non sarà reintegrato. Sarà disintegrato.
In diretta Raiset.
25 febbraio 2015
Processo Eternit. Cassazione: tutto prescritto prima di iniziare.
I giudici di terzo grado annullano tutti i risarcimenti: "Reato non oltre il 1986. Ma dovevano essere contestate lesioni e omicidi". Infine la "censura" del mancato adeguamento delle normative nonostante gli effetti dell'amianto fossero noti già dalla fine degli anni Settanta.
Sono in sintesi gli elementi delle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione che ha mandato assolto Stephan Schmidheiny, magnate svizzero di Eternit finché la società non è fallita nel 1986. dopo che la Corte d’appello lo aveva condannato a 18 anni di reclusione.
Il verdetto ha tra l’altro annullato i risarcimenti ai familiari delle vittime. In tutto le morti legate a patologie provocate dall’esposizione all’amianto nelle zone in cui operava Eternit (Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera, Bagnoli) sono state circa 2mila.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/23/processo-eternit-cassazione-prescritto-prima-iniziare-politica-lenta-norme/1447992/
Nous sommes Stephan.
di (uno pseudo) Alberto Prunetti per Carmilla on line
Finalmente dopo giorni di attesa sono arrivate le motivazioni della sentenza della Cassazione sul processo Eternit. Sono 148 lunghe pagine colme di considerazioni giuridiche che i giornali stanno riassumendo con uno strano senso di stupore e meraviglia. Non vedo di che stupirsi. A quanto pare, un minuto dopo aver fatto un fallimento strategico la Eternit non aveva altri obblighi verso il territorio che aveva inquinato per anni. E quindici anni dopo esser scappata all’estero, la multinazionale dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny era ormai aldilà del bene e del male e quindi ingiudicabile rispetto alla morte dei suoi lavoratori. Mi sembra doveroso. Il processo non andava neanche fatto. A saperlo, i manager della Eternit potevano quasi rimanere in Italia. O almeno lasciare le valigie al deposito bagagli.
Una sentenza che farà testo. Ne tenga conto chi sta facendo start-up d’impresa. Gli imprenditori adesso possono ritornare. Tanto più che qui ora si licenzia a nastro, abbiamo asfaltato l’asfaltabile e il nuovo progetto di legge sui reati ambientali pare sia stato rottamato prima ancora di passare sulla Gazzetta ufficiale. Inoltre la responsabilità della presenza dell’amianto non è del capitale ma del settore pubblico che non ha bonificato cinque minuti dopo che la Eternit era andata ai Caraibi dimenticando per la fretta le porte della fabbrica aperte. Dov’è lo scandalo? Il privato si arricchisce e poi giustamente si aspetta che lo stato pulisca. Sennò che ci sta a fare il pubblico? Così invece si crea sinergia: il privato incassa e sporca e il pubblico ripulisce. E’ la prima pagina del corso di ogni master di economia.
Il mondo gira così. Garantito al limone. Non fa una grinza. Perché, c’era da aspettarsi altro?
Se vi sembra una logica al rovescio, è perché ragionate come i contadini maremmani o i montanari o i vignaioli delle Langhe. Quelli che credono che il diritto sia il contrario dello storto. Ma chi ha studiato, chi ha fatto l’università come noi, chi capisce le ragioni e gli impedimenti dirimenti e il latinorum dell’economia e del diritto, non può non considerare quella sentenza assolutamente garantista.
Io direi, volendo proprio cercare il pelo nell’uovo, che quella sentenza ha un unico difetto. E’ troppo lunga. 148 pagine sono troppe, per una cosa che riguarda solo 2mila morti. Operai s’intende, non quattrinai. Duemila operai. Quando in fondo ne muoiono ogni giorno tre solo in Italia, di operai, sul lavoro. Ma tanto giustamente tutti dicono che gli operai non ci son più e quindi anche se muoiono in ogni caso il fatto non sussiste.
Pertanto sì, tornando ai miei dubbi sulla sentenza, si potrebbe individuare in quelle 148 pagine uno spreco di carta, di risorse e di tempi. E in anni di austerity è bene risparmiare. Che poi c’è anche da incollarci il bollo.
In conclusione, la sentenza andava scritta più semplicemente, nel rispetto dei principi economici e giuridici che ispirano il nostro ordinamento, con le seguenti tre parole:
andare, camminare, lavorare.
Tutto qui. Andare camminare lavorare.
E poi, scusate, cos’è è questo mugugnare di operai che vengono qua sotto a chiedere giustizia? Al lavoro. Andare. E guai a chi si lamenta. Guai a chi tossisce. Il prossimo che tossisce lo denuncio per diffamazione d’imprenditore.
Anzi. Cominciamo a denunciare tutti quelli che hanno scritto del processo Eternit, banda di rancorosi, che c’hanno tutti qualche morto in famiglia per l’amianto e scrivono ad personam. Ovvio che sono tendenziosi. Anche quello che scrive queste righe, che fa satira. Perché se voi siete Charlie noi siamo Stephan. E forbice vince su carta, cari miei. Dovreste saperlo, voi che giocate sempre a morra, in quelle bettole che frequentate.
E poi insomma, bisogna anche saper stare al proprio posto. Che è tutta questa plebe che invade le aule dei tribunali? E mica dalla parte che le compete, che è quella dell’imputato. No, addirittura portare il padrone alla sbarra. E con quale diritto? Se il diritto sta dalla parte del padrone, la sbarra si alza e lo fa passare. Perché lui è il padrone e voi non siete nulla. E noi? Ripetiamolo: Nous sommes Stephan e voi non siete un cazzo
Pertanto, in nome del popolo italiano: andare, camminare, lavorare.
[Post scriptum non satirico: Agli amici e ai compagni di Casale Monferrato dedico queste righe che, nella loro deformazione caricaturale e satirica di una tragedia umana, da un lato possono apparire ciniche, dall’altro fotografano forse una situazione in cui il paradosso è il tratto più veritiero. In conclusione per noi che non siamo Stephan, valgono altre considerazioni, forse retoriche, ma che possono scaldare il cuore e aiutare a continuare la lotta. Primo: come dicevano le Madres de Plaza de Mayo, e come ha sottolineato di recente Giuliana, una signora di Casale, l’unica lotta che si perde è quella che si abbandona. Secondo, ricorderete il mito di Sisifo, costretto a ripartire sempre da capo, ad arrampicarsi sulla montagna con un masso sulle spalle. Così si sente la gente di Casale adesso, come Sisifo. Ecco, uno che se ne intendeva, ha scritto che bisognava immaginare Sisifo felice. E io non ho mai visto nessuno più felice e più dignitoso della gente di Casale, che in un mondo ingiusto ha cercato la strada della giustizia senza usare la retorica del vittimismo. Nonostante tutto. Per questo aveva senso arrivare fin qui e ha senso oggi ripartire da capo. Terzo, come cantano i Gang, non finisce qui. ] A.P.
Sono in sintesi gli elementi delle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione che ha mandato assolto Stephan Schmidheiny, magnate svizzero di Eternit finché la società non è fallita nel 1986. dopo che la Corte d’appello lo aveva condannato a 18 anni di reclusione.
Il verdetto ha tra l’altro annullato i risarcimenti ai familiari delle vittime. In tutto le morti legate a patologie provocate dall’esposizione all’amianto nelle zone in cui operava Eternit (Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera, Bagnoli) sono state circa 2mila.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/23/processo-eternit-cassazione-prescritto-prima-iniziare-politica-lenta-norme/1447992/
Nous sommes Stephan.
di (uno pseudo) Alberto Prunetti per Carmilla on line
Finalmente dopo giorni di attesa sono arrivate le motivazioni della sentenza della Cassazione sul processo Eternit. Sono 148 lunghe pagine colme di considerazioni giuridiche che i giornali stanno riassumendo con uno strano senso di stupore e meraviglia. Non vedo di che stupirsi. A quanto pare, un minuto dopo aver fatto un fallimento strategico la Eternit non aveva altri obblighi verso il territorio che aveva inquinato per anni. E quindici anni dopo esser scappata all’estero, la multinazionale dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny era ormai aldilà del bene e del male e quindi ingiudicabile rispetto alla morte dei suoi lavoratori. Mi sembra doveroso. Il processo non andava neanche fatto. A saperlo, i manager della Eternit potevano quasi rimanere in Italia. O almeno lasciare le valigie al deposito bagagli.
Una sentenza che farà testo. Ne tenga conto chi sta facendo start-up d’impresa. Gli imprenditori adesso possono ritornare. Tanto più che qui ora si licenzia a nastro, abbiamo asfaltato l’asfaltabile e il nuovo progetto di legge sui reati ambientali pare sia stato rottamato prima ancora di passare sulla Gazzetta ufficiale. Inoltre la responsabilità della presenza dell’amianto non è del capitale ma del settore pubblico che non ha bonificato cinque minuti dopo che la Eternit era andata ai Caraibi dimenticando per la fretta le porte della fabbrica aperte. Dov’è lo scandalo? Il privato si arricchisce e poi giustamente si aspetta che lo stato pulisca. Sennò che ci sta a fare il pubblico? Così invece si crea sinergia: il privato incassa e sporca e il pubblico ripulisce. E’ la prima pagina del corso di ogni master di economia.
Il mondo gira così. Garantito al limone. Non fa una grinza. Perché, c’era da aspettarsi altro?
Se vi sembra una logica al rovescio, è perché ragionate come i contadini maremmani o i montanari o i vignaioli delle Langhe. Quelli che credono che il diritto sia il contrario dello storto. Ma chi ha studiato, chi ha fatto l’università come noi, chi capisce le ragioni e gli impedimenti dirimenti e il latinorum dell’economia e del diritto, non può non considerare quella sentenza assolutamente garantista.
Io direi, volendo proprio cercare il pelo nell’uovo, che quella sentenza ha un unico difetto. E’ troppo lunga. 148 pagine sono troppe, per una cosa che riguarda solo 2mila morti. Operai s’intende, non quattrinai. Duemila operai. Quando in fondo ne muoiono ogni giorno tre solo in Italia, di operai, sul lavoro. Ma tanto giustamente tutti dicono che gli operai non ci son più e quindi anche se muoiono in ogni caso il fatto non sussiste.
Pertanto sì, tornando ai miei dubbi sulla sentenza, si potrebbe individuare in quelle 148 pagine uno spreco di carta, di risorse e di tempi. E in anni di austerity è bene risparmiare. Che poi c’è anche da incollarci il bollo.
In conclusione, la sentenza andava scritta più semplicemente, nel rispetto dei principi economici e giuridici che ispirano il nostro ordinamento, con le seguenti tre parole:
andare, camminare, lavorare.
Tutto qui. Andare camminare lavorare.
E poi, scusate, cos’è è questo mugugnare di operai che vengono qua sotto a chiedere giustizia? Al lavoro. Andare. E guai a chi si lamenta. Guai a chi tossisce. Il prossimo che tossisce lo denuncio per diffamazione d’imprenditore.
Anzi. Cominciamo a denunciare tutti quelli che hanno scritto del processo Eternit, banda di rancorosi, che c’hanno tutti qualche morto in famiglia per l’amianto e scrivono ad personam. Ovvio che sono tendenziosi. Anche quello che scrive queste righe, che fa satira. Perché se voi siete Charlie noi siamo Stephan. E forbice vince su carta, cari miei. Dovreste saperlo, voi che giocate sempre a morra, in quelle bettole che frequentate.
E poi insomma, bisogna anche saper stare al proprio posto. Che è tutta questa plebe che invade le aule dei tribunali? E mica dalla parte che le compete, che è quella dell’imputato. No, addirittura portare il padrone alla sbarra. E con quale diritto? Se il diritto sta dalla parte del padrone, la sbarra si alza e lo fa passare. Perché lui è il padrone e voi non siete nulla. E noi? Ripetiamolo: Nous sommes Stephan e voi non siete un cazzo
Pertanto, in nome del popolo italiano: andare, camminare, lavorare.
[Post scriptum non satirico: Agli amici e ai compagni di Casale Monferrato dedico queste righe che, nella loro deformazione caricaturale e satirica di una tragedia umana, da un lato possono apparire ciniche, dall’altro fotografano forse una situazione in cui il paradosso è il tratto più veritiero. In conclusione per noi che non siamo Stephan, valgono altre considerazioni, forse retoriche, ma che possono scaldare il cuore e aiutare a continuare la lotta. Primo: come dicevano le Madres de Plaza de Mayo, e come ha sottolineato di recente Giuliana, una signora di Casale, l’unica lotta che si perde è quella che si abbandona. Secondo, ricorderete il mito di Sisifo, costretto a ripartire sempre da capo, ad arrampicarsi sulla montagna con un masso sulle spalle. Così si sente la gente di Casale adesso, come Sisifo. Ecco, uno che se ne intendeva, ha scritto che bisognava immaginare Sisifo felice. E io non ho mai visto nessuno più felice e più dignitoso della gente di Casale, che in un mondo ingiusto ha cercato la strada della giustizia senza usare la retorica del vittimismo. Nonostante tutto. Per questo aveva senso arrivare fin qui e ha senso oggi ripartire da capo. Terzo, come cantano i Gang, non finisce qui. ] A.P.
23 febbraio 2015
Ieri mattina al supermercato ho visto un signore anziano con un cappotto liso che si infilava qualcosa in tasca. Si è accorto che lo guardavo e per un attimo i nostri sguardi si sono incrociati. Avrei voluto dirgli: "Te lo pago io", ma non ne avevo la possibilità, avevo a malapena da pagare quello che avevo comprato io e mi serviva tutto. Alla cassa ha mostrato un kg di farina e un sacchetto di patate, il resto no.
Io non ho detto niente.
Io non ho detto niente.
La scomparsa dello sguardo.
L’esperienza di guardare ed essere guardati è tramontata, gli occhi sono
stati ingoiati
da quei prodigiosi apparecchi
che sono i moderni
cellulari.
Abbiamo perso gli sguardi sul mondo reale,
con cui alludere a
un comune destino.
La scomparsa dello sguardo Paolo Mottana
Il Pinone.
Una volta tanto parlo del mio paese. Di una cosa in particolare: il Pinone, un maestoso esemplare di Cedro del Libano, simbolo del Parco Ducale, citato tra i cento monumenti vegetali più importanti d’Italia, che è stato danneggiato dalla nevicata di due settimane fa e adesso ha bisogno di aiuto.
Chiamato dai pavullesi “Pinone” è stato messo a dimora dal giardiniere tedesco Carlo Huller che disegnò e realizzò il Parco per il duca Francesco IV e presenta una circonferenza di m. 5,50 e un’altezza di m. 38. La specie, originaria del medio oriente, venne introdotta in Europa nel 1683. In Italia i primi esemplari furono piantati nel 1787 nell’Orto Botanico di Pisa. Oggi è molto diffuso nei giardini per il suo bellissimo portamento e per il suo tronco potente, ramificato fin da basso. Il suo legno è forte ed estremamente durevole. Gli antichi egizi distillavano dal legno un olio particolare che usavano per l’imbalsamazione dei defunti. In epoca biblica, per la sua solidità e durevolezza, il legno del cedro era spesso usato per la costruzione dei templi e palazzi. Si ricorda che, durante l’ultima guerra il Pinone ha corso il rischio di essere abbattuto dai soldati tedeschi per ricavarne legna da ardere; tale intenzione fu scongiurata dall’intervento dell’allora podestà Ghibellini.
Come ho detto, è stato danneggiato abbastanza gravemente dal peso della neve che è caduta copiosa in poco tempo, e adesso, dopo una messa in sicurezza tempestiva e competente degli arboricoltori certificati della SIA, bisogna aspettare la primavera per mettere in atto un intervento di concimazione e controllo con biostimolanti, per aiutare la pianta nella ripresa vegetativa. In ogni caso, il Pinone necessita di tempo per reagire al danno subito alla chioma e per mettere in atto le strategie botaniche di compensazione che gli permettano di continuare l’attività vegetativa.
Gli
esperti hanno informato che se dovessero pertanto verificarsi eventi
meteorologici particolarmente avversi come quello dei giorni scorsi non è
possibile escludere il verificarsi di caduta di ulteriori rami quindi,
in caso di eventi meteo di portata eccezionale, l’Amministrazione terrà costantemente monitorata la situazione.
E' stato istituito anche un gruppo di lavoro che si occuperà di come recuperare e riutilizzare il legname.
E infine è allo studio anche la possibilità di indire un concorso di idee dal quale trarre ulteriori indicazioni utili.
Pertanto se mai qualche esperto capitasse in questo blog e avesse qualche idea....sarà il benvenuto!
20 febbraio 2015
Cantacronache: un mito della canzone attraverso le sue immagini e la sua musica.
Quello che segue è un estratto da un libro in corso di preparazione che ricostruisce, attraverso documenti d'archivio per lo più inediti, il percorso di questo collettivo che anticipò la canzone d'autore, la canzone popolare e di protesta in Italia. La terra della pace, del lavoro... dell'amore.
I Cantacronache si materializzarono – ancora senza volto – il primo maggio del 1958, in Piazza Castello, durante la manifestazione sindacale a Torino: la loro prima incisione veniva diffusa da un camioncino debitamente attrezzato. La sera stessa avrebbero tenuto il loro primo concerto.
C'è dunque uno strano filo simbolico che lega la prima apparizione dei Cantacronache ai moderni cortei dei nuovi ribelli, dalle proteste del movimento No-Global di fine anni '90/inizio 2000, alla parata dei Centri Sociali che sfila per le vie di Milano ogni primo di maggio: la Mayday Parade. Non tanto per le tenute dei manifestanti, che allora sfilavano con tanto di giacca e cravatta, né per gli striscioni piuttosto smorti, quanto perché il corteo era accompagnato da un furgoncino, attrezzato con altoparlanti, che diffondeva musica. Il progenitore insomma di quello che oggi si chiama sound system. La canzone che più lascerà il segno, fra quelle che accompagnavano quel primo di maggio del 1958 a Torino, era come le altre nuovissima.
L'autore della musica, un bravo e inquieto compagno di 28 anni, militante comunista iscritto al partito, vulcanico musicista di formazione colta, ebreo che ha conosciuto il disonore delle leggi razziali e l'orgoglio della lotta di liberazione, Sergio Liberovici. A rendere però, da allora, particolarmente notevole la colonna sonora di quella manifestazione è l'autore del testo, uno degli scrittori italiani più importanti e noti del secondo '900: Italo Calvino.
Quanti sanno che a lui, e a un manipolo d'intellettuali torinesi, si deve l'inizio della canzone d'autore italiana?
Il brano Dove vola l'avvoltoio – che viene registrato con altri due dai Cantacronache nel loro primo sperimentalissimo 78 giri, e diffuso dagli altoparlanti proprio quel primo di maggio del '58 – è, per la cultura musicale del nostro paese, il prototipo della ballata antimilitarista d'autore. Il tema della denuncia dell'atrocità della guerra è già presente nel canzoniere popolare, ma di tale repertorio c'è per il momento solo una percezione vaga, anzi, il contributo dei Cantacronache sarà fondamentale nel dettare le regole di raccolta e diffusione di tale repertorio. Incideranno loro per primi, nel secondo volume dei “Canti di protesta del popolo italiano”, O Gorizia tu sei maledetta, la canzone che di lì a pochi anni detonerà lo scandalo e le denunce dello spettacolo “Bella Ciao” (giugno 1964).
Il tema antimilitarista è quasi ossessivamente presente anche nei Songs di Brecht (Legende vom toten Soldaten, Kanonen song, ecc.), nelle chansons di Prévert, Brassens o Vian (Barbara, La mauvaise reputation, Le deserteur), che sono fonti d'ispirazione per l'intero gruppo.
Dove vola l'avvoltoio però costituirà in Italia il riferimento per le canzoni che seguiranno, a partire dalla celeberrima La guerra di Piero di Fabrizio De André, che ne cita l'incipit:
http://www.arivista.org/?nr=395&pag=54.htm
Questa canzone ancora la si canta, anche perché purtroppo questa non è la terra della pace, né quella del lavoro. Ma sulla ruggine che prima o poi coprirà l'ultimo inutile cannone ce lo scriveremo che questa è la terra dell'amore.
Un giorno nel mondo finita fu l'ultima guerra,
il cupo cannone si tacque e più non sparò,
e privo del tristo suo cibo dall'arida terra,
un branco di neri avvoltoi si levò.
Dove vola l'avvoltoio, avvoltoio vola via
vola via dalla terra mia che è la terra dell'amor.
I Cantacronache si materializzarono – ancora senza volto – il primo maggio del 1958, in Piazza Castello, durante la manifestazione sindacale a Torino: la loro prima incisione veniva diffusa da un camioncino debitamente attrezzato. La sera stessa avrebbero tenuto il loro primo concerto.
C'è dunque uno strano filo simbolico che lega la prima apparizione dei Cantacronache ai moderni cortei dei nuovi ribelli, dalle proteste del movimento No-Global di fine anni '90/inizio 2000, alla parata dei Centri Sociali che sfila per le vie di Milano ogni primo di maggio: la Mayday Parade. Non tanto per le tenute dei manifestanti, che allora sfilavano con tanto di giacca e cravatta, né per gli striscioni piuttosto smorti, quanto perché il corteo era accompagnato da un furgoncino, attrezzato con altoparlanti, che diffondeva musica. Il progenitore insomma di quello che oggi si chiama sound system. La canzone che più lascerà il segno, fra quelle che accompagnavano quel primo di maggio del 1958 a Torino, era come le altre nuovissima.
L'autore della musica, un bravo e inquieto compagno di 28 anni, militante comunista iscritto al partito, vulcanico musicista di formazione colta, ebreo che ha conosciuto il disonore delle leggi razziali e l'orgoglio della lotta di liberazione, Sergio Liberovici. A rendere però, da allora, particolarmente notevole la colonna sonora di quella manifestazione è l'autore del testo, uno degli scrittori italiani più importanti e noti del secondo '900: Italo Calvino.
Quanti sanno che a lui, e a un manipolo d'intellettuali torinesi, si deve l'inizio della canzone d'autore italiana?
Il brano Dove vola l'avvoltoio – che viene registrato con altri due dai Cantacronache nel loro primo sperimentalissimo 78 giri, e diffuso dagli altoparlanti proprio quel primo di maggio del '58 – è, per la cultura musicale del nostro paese, il prototipo della ballata antimilitarista d'autore. Il tema della denuncia dell'atrocità della guerra è già presente nel canzoniere popolare, ma di tale repertorio c'è per il momento solo una percezione vaga, anzi, il contributo dei Cantacronache sarà fondamentale nel dettare le regole di raccolta e diffusione di tale repertorio. Incideranno loro per primi, nel secondo volume dei “Canti di protesta del popolo italiano”, O Gorizia tu sei maledetta, la canzone che di lì a pochi anni detonerà lo scandalo e le denunce dello spettacolo “Bella Ciao” (giugno 1964).
Il tema antimilitarista è quasi ossessivamente presente anche nei Songs di Brecht (Legende vom toten Soldaten, Kanonen song, ecc.), nelle chansons di Prévert, Brassens o Vian (Barbara, La mauvaise reputation, Le deserteur), che sono fonti d'ispirazione per l'intero gruppo.
Dove vola l'avvoltoio però costituirà in Italia il riferimento per le canzoni che seguiranno, a partire dalla celeberrima La guerra di Piero di Fabrizio De André, che ne cita l'incipit:
L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse “No
nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar”
(Calvino)
Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente.
(De André)
http://www.arivista.org/?nr=395&pag=54.htm
Questa canzone ancora la si canta, anche perché purtroppo questa non è la terra della pace, né quella del lavoro. Ma sulla ruggine che prima o poi coprirà l'ultimo inutile cannone ce lo scriveremo che questa è la terra dell'amore.
Non imparerò mai.
No, non credo che riuscirò mai a farlo, sono troppo vecchia ormai e si sa, invecchiando i difetti su acuiscono. Non imparerò mai a chinare la testa, a dire sì anche quando c'è da dire no, a sottomettermi. Anche quando voglio bene. Anche quando le persone sono importanti per me. Perché credo che quando mi feriscono lo facciano consapevolmente, quindi altrettanto consapevolmente posso mandarle a fanculo. Perché altrimenti non capiranno mai che non sono il centro del mondo ma che sono importanti solo ed esclusivamente nella misura in cui io le ritengo tali.
Ad essere stronzi son capaci tutti e anch'io non me la cavo male.
Ad essere stronzi son capaci tutti e anch'io non me la cavo male.
18 febbraio 2015
Per te. Per me. Per tutti i nostri rapporti.
Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse queste parole:
Rispetto quello che tu Sei,
la tua strada, la tua verità, la tua storia.
Camminiamo insieme per ammirare lo stesso orizzonte,
la tua strada, la tua verità, la tua storia.
Camminiamo insieme per ammirare lo stesso orizzonte,
non per non spostare mai lo sguardo oltre noi.
Desidero che tu sia chi cammina accanto a me
e non quello che mi impedisce di percorrere la mia via.
Ti libero da tutte le aspettative,
Desidero che tu sia chi cammina accanto a me
e non quello che mi impedisce di percorrere la mia via.
Ti libero da tutte le aspettative,
lascio andare tutto quello che credo
"dovresti essere",
ti libero di tutto ciò che dovresti fare
per
soddisfare i miei bisogni.
Ti libero anche dal pensiero di quello
Ti libero anche dal pensiero di quello
che credo dovrebbe essere l'amore,
libero anche me da questo,
perchè
rispetto la tua sacralità e la mia.
Ci meritiamo di più di quello
Ci meritiamo di più di quello
che abbiamo sempre chiamato amore.
Noi siamo benedetti con un amore diverso,
Noi siamo benedetti con un amore diverso,
che non fa male,
che non ha
aspettative,
e dona perchè dare è la sua essenza,
un amore che libera
onorando l'altro,
un amore che prevede lo stare insieme
ma anche la
possibilità di solitudine
e vive esclusivamente nel presente.
Perchè è nel presente, qui e ora ,
Perchè è nel presente, qui e ora ,
che noi stiamo costruendo
con un nuovo filo, un filo forte, una tela diversa,
con un nuovo filo, un filo forte, una tela diversa,
che sostiene senza giudicare essendo composta di comprensione reciproca.
Per te
Per me
Per tutti i nostri rapporti.
Per te
Per me
Per tutti i nostri rapporti.
16 febbraio 2015
I giovani avranno il lavoro promesso da Renzi: andranno a morire per gli interessi dei padroni.
http://www.huffingtonpost.it/2015/02/14/italia-guerra-libia_n_6683622.html
http://www.huffingtonpost.it/2015/02/14/italia-guerra-libia_n_6683622.html
Invariant
Articolo pubblicato da Alessandra Daniele su Carmilla on line
Ve lo ricordate il capodanno del 2000? Era così atteso. È arrivato. Ed è passato. Da quindici anni.
C’è una una sola delle legittime speranze che avevamo per il 2000 che non sia stata delusa?
Non parlo di macchine volanti e colonie marziane, ma almeno di opportunità di lavoro migliori, diritti civili non condizionati dal Vaticano, un governo che non sia un monocolore democristiano che scardina e svuota la Costituzione nottetempo come un topo d’appartamento, una politica estera che non sembri una versione steampunk del colonialismo giolittiano-fascista, con le sue guerre per la Tripolitania.
Che cazzo di fine ha fatto il futuro?
Mi torna in mente il racconto “You See But You Do Not Observe” (1995) di Robert J. Sawyer, che descrive il nostro mondo come un sub-universo senza vita, un binario morto dimensionale nel quale una riscrittura del passato ha cancellato il futuro.
Niente di quello che sarebbe dovuto succedere è successo, e non solo, sono state deluse anche le aspettative più modeste.
Non credevo che saremmo stati pronti ad accogliere visitatori alieni, ma nemmeno ad annegare migranti umani pur di respingerli.
Non m’aspettavo che dal web sorgesse un’intelligenza artificiale sovrumana, ma nemmeno il twitter di Gasparri.
C’è da chiedersi se questi ultimi trent’anni siano passati davvero.
L’Ucraina dimostra come anche la celebrata fine della Guerra Fredda sia stata solo un’illusione.
Persino Philip K. Dick, col suo pessimismo profetico, se potesse vederci adesso ci direbbe “ancora così state?”
Siamo (apparentemente) da quindici anni nel terzo millennio, e la cosa più moderna che abbiamo era già stata immaginata nel 1943:
«Tirai fuori il mio comunicatore portatile, e glielo porsi. Lo osservò con crescente meraviglia, e fu deliziato quando gli mostrai il proiettore, lo stereo, e i biauricolari incorporati. Non propriamente semplice, comunque esattamente il tipo di evoluzione nel campo dell’elettronica che uno scienziato dell’epoca avrebbe associato al futuro.» Dal racconto breve di John R. Pierce ”Invariant” del 1943.
Lo scienziato in questione non sa d’essere in realtà rinchiuso in un museo, perché ha reso il suo cervello invariabile, cioè indistruttibile, ma anche incapace di registrare nuove memorie.
Incapace di ricordare il futuro.
A noi è andata anche peggio, siamo invariabili senza nemmeno essere indistruttibili. Sepolti vivi in un museo, e tenuti buoni con dei giocattoli mentre ci decomponiamo.
Dovremo incazzarci per questo, non per i lavavetri ai semafori.
Ma forse non siamo più abbastanza vivi per farlo.
Ve lo ricordate il capodanno del 2000? Era così atteso. È arrivato. Ed è passato. Da quindici anni.
C’è una una sola delle legittime speranze che avevamo per il 2000 che non sia stata delusa?
Non parlo di macchine volanti e colonie marziane, ma almeno di opportunità di lavoro migliori, diritti civili non condizionati dal Vaticano, un governo che non sia un monocolore democristiano che scardina e svuota la Costituzione nottetempo come un topo d’appartamento, una politica estera che non sembri una versione steampunk del colonialismo giolittiano-fascista, con le sue guerre per la Tripolitania.
Che cazzo di fine ha fatto il futuro?
Mi torna in mente il racconto “You See But You Do Not Observe” (1995) di Robert J. Sawyer, che descrive il nostro mondo come un sub-universo senza vita, un binario morto dimensionale nel quale una riscrittura del passato ha cancellato il futuro.
Niente di quello che sarebbe dovuto succedere è successo, e non solo, sono state deluse anche le aspettative più modeste.
Non credevo che saremmo stati pronti ad accogliere visitatori alieni, ma nemmeno ad annegare migranti umani pur di respingerli.
Non m’aspettavo che dal web sorgesse un’intelligenza artificiale sovrumana, ma nemmeno il twitter di Gasparri.
C’è da chiedersi se questi ultimi trent’anni siano passati davvero.
L’Ucraina dimostra come anche la celebrata fine della Guerra Fredda sia stata solo un’illusione.
Persino Philip K. Dick, col suo pessimismo profetico, se potesse vederci adesso ci direbbe “ancora così state?”
Siamo (apparentemente) da quindici anni nel terzo millennio, e la cosa più moderna che abbiamo era già stata immaginata nel 1943:
«Tirai fuori il mio comunicatore portatile, e glielo porsi. Lo osservò con crescente meraviglia, e fu deliziato quando gli mostrai il proiettore, lo stereo, e i biauricolari incorporati. Non propriamente semplice, comunque esattamente il tipo di evoluzione nel campo dell’elettronica che uno scienziato dell’epoca avrebbe associato al futuro.» Dal racconto breve di John R. Pierce ”Invariant” del 1943.
Lo scienziato in questione non sa d’essere in realtà rinchiuso in un museo, perché ha reso il suo cervello invariabile, cioè indistruttibile, ma anche incapace di registrare nuove memorie.
Incapace di ricordare il futuro.
A noi è andata anche peggio, siamo invariabili senza nemmeno essere indistruttibili. Sepolti vivi in un museo, e tenuti buoni con dei giocattoli mentre ci decomponiamo.
Dovremo incazzarci per questo, non per i lavavetri ai semafori.
Ma forse non siamo più abbastanza vivi per farlo.
15 febbraio 2015
Antidoto ai luoghi comuni di ieri
Posto oggi perché non ho voluto guastare niente a nessuno, che ognuno sia libero di esprimere ciò che vuole a chi vuole, anche in termini ipocriti e convenzionali. Non posso fare a meno però, almeno ora, di dire anch'io qualcosa su questo argomento e lo faccio brevemente:
l'amore è qualcosa di meraviglioso, ma se mentre si dice di amare si lasciano scie di sangue, forse si sbaglia ad affermarlo.
l'amore è qualcosa di meraviglioso, ma se mentre si dice di amare si lasciano scie di sangue, forse si sbaglia ad affermarlo.
![]() |
| La leggenda narra che la piuma di una giovane aquila cadde accanto ad una donna ed ella, contemplandola, imparò il segreto del volo. |
"Il giorno in cui una donna potrà
non amare
con la sua debolezza ma con la sua forza,
non scappare da se
stessa ma incontrarsi,
non umiliarsi ma affermarsi,
quel giorno l'amore
sarà per lei, come per l'uomo,
fonte di vita e non un pericolo mortale".
Simone de Beauvoir
----------------------
Donne mie illudenti e illuse
che frequentate le università liberali,
imparate latino, greco, storia, matematica, filosofia;
nessuno però vi insegna ad essere
orgogliose, sicure, feroci, impavide.
A che vi serve la storia se vi insegna che il soggetto
unto e bisunto dall’olio di Dio è l’uomo
e la donna è l’oggetto passivo di tutti i tempi?
A che vi serve il latino e il greco
se poi piantate tutto in asso per andare
a servire quell’unico marito adorato
che ha bisogno di voi come di una mamma?
Donne mie impaurite di apparire poco femminili,
subendo le minacce ricattatorie dei vostri uomini,
donne che rifuggite da ogni rivendicazione
per fiacchezza di cuore e stoltezza ereditaria
e bontà candida e onesta.
Preferirei morire piuttosto che chiedere a voce alta
i vostri diritti calpestati mille volte sotto le scarpe.
Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite,
sappiate che se volete diventare persone e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa,
non contro gli uomini,
ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi
con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno.
Una guerra grandiosa contro chi
vi considera delle nemiche,
delle rivali, degli oggetti altrui;
contro chi vi ingiuria tutti i giorni senza neanche saperlo,
contro chi vi tradisce senza volerlo,
contro l’idolo donna che vi guarda seducente
da una cornice di rose sfatte ogni mattina
e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere,
scintillanti di collane, ma prive di braccia,
di gambe, di bocca, di cuore,
possedendo per bagaglio solo un amore teso,
lungo, abbacinato e doveroso
(il dovere di amare ti fa odiare l’amore, lo so)
un’ amore senza scelte, istintivo e brutale.
Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire
donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà
di intenti, libere infine di essere noi
intere, forti, sicure, donne senza paura.
Dacia Maraini
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Donne mie illudenti e illuse
che frequentate le università liberali,
imparate latino, greco, storia, matematica, filosofia;
nessuno però vi insegna ad essere
orgogliose, sicure, feroci, impavide.
A che vi serve la storia se vi insegna che il soggetto
unto e bisunto dall’olio di Dio è l’uomo
e la donna è l’oggetto passivo di tutti i tempi?
A che vi serve il latino e il greco
se poi piantate tutto in asso per andare
a servire quell’unico marito adorato
che ha bisogno di voi come di una mamma?
Donne mie impaurite di apparire poco femminili,
subendo le minacce ricattatorie dei vostri uomini,
donne che rifuggite da ogni rivendicazione
per fiacchezza di cuore e stoltezza ereditaria
e bontà candida e onesta.
Preferirei morire piuttosto che chiedere a voce alta
i vostri diritti calpestati mille volte sotto le scarpe.
Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite,
sappiate che se volete diventare persone e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa,
non contro gli uomini,
ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi
con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno.
Una guerra grandiosa contro chi
vi considera delle nemiche,
delle rivali, degli oggetti altrui;
contro chi vi ingiuria tutti i giorni senza neanche saperlo,
contro chi vi tradisce senza volerlo,
contro l’idolo donna che vi guarda seducente
da una cornice di rose sfatte ogni mattina
e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere,
scintillanti di collane, ma prive di braccia,
di gambe, di bocca, di cuore,
possedendo per bagaglio solo un amore teso,
lungo, abbacinato e doveroso
(il dovere di amare ti fa odiare l’amore, lo so)
un’ amore senza scelte, istintivo e brutale.
Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire
donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà
di intenti, libere infine di essere noi
intere, forti, sicure, donne senza paura.
Dacia Maraini
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