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18 settembre 2016

La maledizione dello spirito libero.


Di Mario Barbagallo.
A volte mi capita di destarmi dal sogno della realtà, apro gli occhi e mi ritrovo al di là delle nuvole, oltre l’arcobaleno, come quei cavalieri solitari che alla fine del film si incamminano verso il tramonto, lontano da ogni dogmatico qualunquismo e da quel mondo fatto di regole che non accetta nessuna eccezione. Perché  non esiste niente di più devastante per uno spirito libero del dover cercare un equilibrio nel fango dei condizionamenti, il suo posto è lassù dove nessuna catena potrà mai raggiungerlo, dove è sufficiente la sola forza della mente per dilaniare il tempo e lo spazio. Lo spirito libero è fatto di una materia diversa da quella delle sbarre di qualsiasi gabbia, distanza o tempo per lui sono solo gradini su cui danza verso un elevazione superiore, verso la felicità della libertà.Ma la libertà così come la felicità è una dea malvagia che reclama costantemente sacrifici al proprio altare, esige coraggio, a volte solitudine, comunque abnegazione, libertà e felicità ci insegnano che il loro contrario non è rassegnazione ma paura, quella stessa paura del diverso che fa impantanare nella pubblica morale tutti gli uomini poveri di spirito. Esseri zavorrati dal conformismo capaci solo di piccoli balzi, schiavi nell'anima, senza nessuna apparente catena al piede e senza nessuna ipotesi di libertà, incrociano la vita ogni giorno ma non la riconoscono e proseguono sulla strada del convenzionalismo, anime ancora inscatolate di cui si è perso il libretto d’istruzioni. È più deleterio che rischioso mettere un’impermeabile al cuore, da quelle parti le zip si incastrano facilmente e alla lunga potresti non riuscire più a toglierlo. Bisogna invece capire che dentro il petto di ogni uomo batte il cuore di Jonathan Livingston, il cuore di quello spirito libero rinchiuso in noi che prima o poi si sveglia e reclamando grandi spazi ti fa capire che dopo un esistenza spesa a cercare di cambiare la vita alla fine è stata lei a cambiare te, o per meglio dire, se ne è rimasta lì buona buona aspettando pazientemente che tu cambiassi per lei. Dobbiamo solo trovare il coraggio di incamminarci nella direzione dei nostri sogni senza aspettare che siano loro a venire da noi, ricordandoci sempre che mai nessun amore e nessun dolore potranno cambiarci, loro riescono solo a tirar fuori una parte di noi che non conoscevamo, quel che succede non è un cambiamento ma un evoluzione. Trovare il coraggio del Siddharta principe e dare ascolto a quella vocina impercettibile che si leva dai meandri più profondi dell’anima e ci impone di partire alla ricerca di noi stessi come una foglia secca alla mercé del primo alito di vento e non come corpi celesti subordinati a precise leggi fisiche. Solo lasciandosi andare si potrà cadere verso l’alto ritrovando quell'ancestrale e congenito piacere del volo libero. Quel sogno di Icaro va realizzato ma partendo sempre dal presupposto che ovunque si decida d’andare bisogna prima di tutto ricordarsi di mettere il proprio corpo nella valigia. Non è poi così difficile ritrovare noi stessi, è più difficile ritrovare l’accendino dentro la borsa di una donna che il nostro io interiore sulle mille strade della vita. Come seguaci di una dottrina olistica dobbiamo principalmente imparare ad armonizzarci con i nostri centri sensoriali e in seguito con quello che ci circonda, autoistruirci all'apprendere, in tutto quello che incontriamo durante il nostro tragitto rivediamo noi stessi, il nostro riflesso, il riflesso della somma delle nostre esperienze, le cose non si vedono per ciò che sono ma per ciò che siamo, bisogna capire cosa raccogliere durante il viaggio della vita, non è vero che tutto fa esperienza, ci son cose che alla fine si rivelano solo inutili fardelli e come tali tolgono spazio a quello che utile potrebbe essere. Non bisogna mai smettere di cercare, ma durante la ricerca dobbiamo anche e soprattutto poter capire quando è ora di fermarci per godere di ciò che abbiamo trovato perché la vita non è una semplice somma di anni ma di puri attimi e noi siamo qui e adesso. Se vuoi conoscere il tuo passato, sapere che cosa ti ha causato, allora osservati nel presente, che è l’effetto del passato. Se vuoi conoscere il tuo futuro, sapere che cosa ti porterà, allora osservati nel presente, che è la causa del futuro.

02 giugno 2016

Sarà progresso?

"Mind sharing". La tecnologia sta sempre più prendendo piede, si sta evolvendo e rinnovando giorno per giorno. Una volta bisognava andarsele a cercare fisicamente le persone: al bar, al telefono, a cena con gli amici. Si condivideva tutto lì, parlando, discutendo, ridendo, incazzandosi e dandosi le pacche sulle spalle. Oggi è immediato: si va su Facebook,Whatsapp, Instagram o altro, un click e tutto quello che si vuol far sapere si condivide col mondo intero, anche con quelli a cui non gliene frega niente. 
Non è una critica, è un dato di fatto, perché nemmeno io sono immune dalla facilità con cui si può entrare in contatto con le persone e dalle numerose possibilità che offre il progresso tecnologico, anche se ultimamente ho preso un po' le distanze dai vari social perché ho l'impressione che l'abuso superi l'uso. Anch'io mi servo di Whatsapp e lo trovo utile e divertente, ma le più belle chiacchierate non sono certo virtuali. E comunque ho sempre avuto una certa reticenza a mettere alla mercè di chissà chi certe mie personalissime informazioni o postare accadimenti, cose e pensieri che non hanno alcuna rilevanza comune. Tutto questo per dire che in me permane una certa diffidenza, un non volermi esporre oltre un certo limite perché certi pensieri preferisco rimangano solo miei e perché penso che certe sensazioni non si possano trasmettere via etere. Forse perché sono nata nel secolo scorso e sconto una certa nostalgia nei confronti delle comunicazioni lente, sfoglio ancora con piacere i libri di carta e inchiostro, adoro far scivolare su un foglio una stilografica, ricordo con una certa emozione quando scrivevamo le lettere e le imbucavamo dopo aver leccato il francobollo con l’ingenua speranza che non arrivassero troppo tardi. Credo che ben poche generazioni abbiano dovuto subire una così grande accelerazione nella comunicazione come la nostra. Ricordo ancora l’emozione del giorno in cui a casa ci consegnarono il primo televisore a colori e conservo ancora il mio primo telefono cellulare (costato uno sproposito e al confronto di quelli odierni sembra un ferro da stiro). Nonostante questo però ho sempre cercato di adattarmi all'evoluzione tecnologica, la sfrutto in tutte le occasioni che posso perché dà accesso a contenuti altrimenti difficili da reperire e semplifica la vita. 
Ma c'è una cosa che mi spaventa un po' e fa crescere la diffidenza: il "mind sharing". 
Pare che entro il 2020 avremo un dispositivo indossabile simile a uno smartphone in grado di farci comunicare con gli altri direttamente con il pensiero. Questo nuovo modo di comunicare basato sulla condivisione dei nostri pensieri è il più eclatante dei 10 trend del futuro teorizzati nel report annuale dell’Ericsson ConsumerLab, documento che analizza i nostri usi e costumi digitali cercando di lanciare lo sguardo sul mondo che verrà. Secondo gli 85 milioni di utenti di smartphone dai 15 ai 69 anni interpellati a livello globale il salto avanti dai tasti alla mente è dietro l'angolo.
Una visione estrema di un futuro ipertecnologico. Credo sia normale che spaventi un po'. Anche il primo uomo preistorico che accese la prima fiamma immagino si sia spaventato non poco. 
Sarà un progresso? Probabilmente sì, ma come ogni evoluzione può portare con sé anche qualche pericolo. Già da adesso non sappiamo più cos’è la vera privacy perché tutto è intercettato, copiato, controllato. Di libero ci rimane solo il pensiero, ma in futuro sarà ancora così? 
Ai posteri l’ardua sentenza…