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12 maggio 2026

Albert Camus svela come la violenza nasce dall’ignoranza.

Riporto qui un articolo di Saro Trovato che mi è piaciuto molto, un po' perché ho letto parecchie cose di Albert Camus e un po' perché rispecchia esttamente il mio pensiero. Lo riprendo da "Libreriamo" https://libreriamo.it/sociologia/albert-camus-violenza-ignoranza-male/

 


Albert Camus aveva individuato con anticipo impressionante una delle dinamiche più pericolose delle società moderne. La violenza non si impone solo attraverso l’odio, ma si diffonde soprattutto quando nasce dall’ignoranza. Non dall’ignoranza intesa come mancanza di istruzione, ma come assenza di consapevolezza, incapacità di pensare le conseguenze delle proprie azioni, rinuncia a interrogarsi sul bene e sul male.

Nella nostra epoca la violenza non appare sempre come un’esplosione improvvisa. Più spesso si presenta in forma continua, quotidiana, ripetuta. È nel linguaggio che si inasprisce, nei gesti che si irrigidiscono, nella cronaca che si accumula fino a perdere forza. A forza di essere vista, raccontata, commentata, la violenza smette di scandalizzare e rischia di diventare uno sfondo abituale dell’esperienza collettiva, talvolta persino una forma di intrattenimento.

Nel romanzo La peste (1947), Camus analizza questo processo con estrema lucidità. Il male, mostra lo scrittore, non avanza solo grazie alla cattiveria dichiarata, ma grazie a una zona grigia fatta di automatismi, superficialità morale e buona volontà non pensata. È in questo spazio che la violenza trova terreno fertile, perché non viene più riconosciuta come tale.

Camus lo dice senza attenuazioni, individuando il cuore del problema:

    Il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare tanti danni quanto la cattiveria, se non è illuminata.

Qui la riflessione si fa decisiva. La violenza non cresce soltanto dove manca l’etica, ma anche dove manca il pensiero. E quando il pensiero si spegne, il male non ha più bisogno di imporsi, diventa normale.
 

Il contesto di La peste di Albert Camus

Il romanzo La peste, pubblicato nel 1947, nasce da un’esperienza storica precisa. Albert Camus aveva attraversato gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista, partecipando alla Resistenza francese. La peste che colpisce la città di Orano non è solo una malattia: è una metafora del male che si diffonde, del totalitarismo, della violenza che entra nella vita quotidiana e la trasforma senza annunciarsi come eccezione.

Camus ambienta il racconto in una città normale, fatta di abitudini, lavoro, affetti. È una scelta decisiva. Il male, suggerisce lo scrittore, non irrompe in un mondo già preparato, ma in una società che continua a vivere, a organizzarsi, a rimandare. Proprio per questo la peste non viene riconosciuta subito per ciò che è. All’inizio viene negata, minimizzata, spiegata. Poi viene accettata.

È in questo passaggio che La peste diventa un romanzo profondamente attuale. Camus non si interroga su come nasca il male in senso astratto, ma su come le persone imparino a conviverci. La vera minaccia non è solo la violenza esplicita, ma l’assuefazione, l’automatismo, la rinuncia a pensare. È qui che l’ignoranza, intesa come mancanza di coscienza critica, diventa il terreno su cui il male prolifera.
Quando la violenza smette di essere un’eccezione

Il problema non è solo che la violenza sia presente nella nostra società. Il vero danno è il modo in cui viene assorbita. Ripetuta, raccontata, commentata senza sosta, la violenza perde progressivamente la sua capacità di disturbare. Non perché sia meno grave, ma perché diventa familiare. Entra nella routine informativa, nel linguaggio pubblico, nella percezione quotidiana del mondo.

Questo meccanismo era già chiarissimo a Albert Camus, che in La peste descrive la prima reazione degli uomini di fronte al male:

    Il flagello non è fatto a misura d’uomo; ci si dice quindi che il flagello è irreale, un brutto sogno che passerà.

Il male, all’inizio, viene negato. Viene minimizzato, spiegato, allontanato. Finché è compatibile con la vita quotidiana, viene tollerato. Ma Camus aggiunge subito una precisazione decisiva:

    Ma non sempre passa, e di brutto sogno in brutto sogno sono gli uomini che passano.

È in questo passaggio che la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione. Non perché scompaia, ma perché ci si abitua a conviverci. La soglia dello scandalo si alza, la reazione si attenua, la coscienza si adatta.

A questo punto entra in gioco l’ignoranza nel senso più profondo indicato da Albert Camus. Non la mancanza di informazioni, ma la rinuncia a pensare, l’automatismo morale, l’accettazione passiva di ciò che viene ripetutamente mostrato per catturare attenzione. È così che la violenza non viene più riconosciuta come tale, ma interpretata, giustificata, talvolta perfino consumata come spettacolo.

Il rischio più grande non è l’esplosione improvvisa del male, ma la sua integrazione silenziosa nel flusso della normalità. Quando la violenza diventa sfondo, smette di interrogare. E quando smette di interrogare, trova terreno fertile per continuare a riprodursi.
La violenza diventa spettacolo

Quando la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione, compie un ulteriore passaggio: si trasforma in spettacolo. Non perché venga celebrata apertamente, ma perché viene consumata. Le immagini si moltiplicano, i racconti si accavallano, i dettagli vengono ripetuti fino a perdere peso. La violenza entra nel circuito dell’attenzione, dove ciò che conta non è più la gravità dei fatti, ma la loro capacità di trattenere lo sguardo.

In questo processo, il dolore non genera più una risposta morale proporzionata. Viene osservato, commentato, discusso, spesso giudicato. Ma raramente produce una presa di posizione duratura. L’esposizione continua non rafforza la coscienza: la indebolisce. La violenza non ferisce più perché è diventata familiare, prevedibile, parte del flusso.

Camus coglie con precisione questo effetto collaterale devastante dell’assuefazione, quando scrive:

    Ci si stanca della compassione prima ancora di aver conosciuto la giustizia.

La frase non parla di mancanza di empatia, ma del suo consumo. La compassione si esaurisce perché viene sollecitata senza tregua, senza che trovi uno sbocco nella giustizia, nella responsabilità, nel cambiamento. Il dolore altrui diventa un’esperienza ripetuta, e proprio per questo perde la capacità di mobilitare.

È qui che la spettacolarizzazione produce il suo esito più grave. Non rende le persone più crudeli, ma più stanche. La violenza non provoca più una frattura interiore, ma una reazione automatica, spesso breve, destinata a spegnersi rapidamente. L’indignazione dura quanto l’attenzione. Poi viene sostituita da un nuovo evento, da un nuovo racconto, da un nuovo shock.

In questo scenario, la violenza non ha più bisogno di imporsi con forza. Trova già un pubblico preparato a guardare, a commentare, a passare oltre. E quando la compassione si consuma prima della giustizia, il male non incontra più resistenza: circola liberamente, legittimato dalla normalità.


Come reagire all’assuefazione del male

Di fronte a un male che si diffonde per assuefazione e si rafforza attraverso la spettacolarizzazione, Albert Camus non propone soluzioni eroiche. Non invoca grandi gesti, né redenzioni collettive. Indica una cura sobria, quasi spoglia, proprio perché è l’unica che può funzionare nel tempo.

Scrive lo scrittore francese:

    L’unico mezzo di lottare contro la peste è l’onestà.

E subito precisa cosa intende:

    Che cos’è l’onestà? Fare il proprio mestiere.

La cura non sta nell’eccezione, ma nella responsabilità quotidiana. Restare vigili significa non cedere all’automatismo, non smettere di pensare, non abituarsi al male anche quando è ovunque. Significa continuare a chiamarlo con il suo nome, rifiutare di trasformarlo in intrattenimento, sottrarsi alla tentazione di giustificarlo in nome dell’efficienza, della paura o dell’abitudine.

Per Camus, il male prospera quando il pensiero si spegne. La cura, allora, è tenere acceso il pensiero: nei gesti, nel linguaggio, nelle scelte minime. Non delegare la coscienza. Non confondere la buona volontà con il bene. Non accettare che ciò che si ripete diventi normale.

In una società che consuma violenza e si stanca della compassione, la vera resistenza è non assuefarsi. È una posizione fragile, esposta, spesso solitaria. Ma è l’unica che impedisce al male di diventare invisibile.

Camus non promette salvezza. Chiede attenzione, reazione, rimanere lucidi, vigili. E ricorda che, quando la violenza smette di scandalizzare, restare onesti è già un atto radicale.
Quando l’indignazione diventa scelta

La lezione di Albert Camus oggi chiama in causa un livello molto concreto della responsabilità. In una società in cui la violenza viene amplificata per conquistare attenzione, l’indignazione non può restare una reazione emotiva. Ha bisogno di tradursi in comportamenti riconoscibili, quotidiani, misurabili.

Reagire significa prima di tutto interrompere il circuito della visibilità. Spegnere, non condividere, non sostenere contenuti che usano il dolore come leva narrativa. Video, immagini, trasmissioni che insistono sulla violenza per trattenere il pubblico non informano: alimentano assuefazione. Ogni visualizzazione è una forma di legittimazione. Ogni click rafforza un modello.

Ma la responsabilità non è solo individuale. Le aziende, gli sponsor, i brand hanno oggi un potere culturale enorme. Scegliere dove investire, quali contenuti sostenere, da quali contesti prendere distanza significa orientare il linguaggio pubblico. Non finanziare la speculazione sul male, sulla paura, sull’aggressività è una presa di posizione etica che incide molto più di qualsiasi dichiarazione.

Qui l’indignazione diventa attiva, manifestando la scelta di non sostenere, di togliere attenzione, di premiare le narrazioni di vera condanna invece dello sfruttamento dello shock.

La violenza prospera quando trova pubblico, spazio, ritorno. Ridurre questo spazio non è censura, ma cura del contesto. È il modo più diretto per impedire che il male venga normalizzato attraverso l’abitudine e lo spettacolo.

Nel presente, la vigilanza di cui parlava Albert Camus passa anche da qui: scegliere cosa guardare, cosa sostenere, cosa rendere visibile. È in queste scelte, apparentemente piccole, che l’indignazione smette di essere consumo emotivo e diventa responsabilità civile. 

 

20 ottobre 2014

Ma quanto ne sanno?

Da Report del 19/10/2014
GIORGIO MOTTOLA
Che cosa pensa del Trattato Transatlantico? Lei del TTIP?
LUCIO BARANI – SENATORE FORZA ITALIA
È una domanda di ginecologia... la so ma è un po’ difficile.
FRANCESCO NITTO PALMA – SENATORE FORZA ITALIA
Credo che sia una cosa molto positiva. E lei che cosa ne pensa?
GIORGIO MOTTOLA
La domanda la faccio a lei. Lei ha detto è positivo, e poi?
FRANCESCO NITTO PALMA – SENATORE FORZA ITALIA
E il tip tap che cosa è?
GIORGIO MOTTOLA
- Cos’è il tip tap? E che cosa c’entra con il TTIP?
- Non sa cos’è il TTIP adesso?
LUCIO MALAN – SENATORE FORZA ITALIA
In questo momento non so che cos’è questo TTIP.
GIORGIO MOTTOLA
Ministro, chiedo scusa, posso chiederle cosa ne pensa del TTIP, il Trattato
Transatlantico?
MARIANNA MADIA – MINISTRO DELLA FUNZIONE PUBBLICA
…
GUGLIELMO VACCARO – DEPUTATO PD
Scusi?
GIORGIO MOTTOLA
Il TTIP
GUGLIELMO VACCARO – DEPUTATO PD
Non lo conosco.
ANTONIO MILIO – SENATORE GAL
Ma non so neanche di cosa parla.
GIORGIO MOTTOLA
Onorevole, le chiedo scusa, posso fare una domanda? Cosa ne pensa del TTIP? Il
Trattato Transatlantico.
INTERVISTATO 3
Ma... Non ho tempo.
GIORGIO MOTTOLA
Ma che cosa ne pensa lei?
PIER PAOLO BARETTA – SOTTOSEGRETARIO MINISTERO DELL’ECONOMIA
Lasciamo stare, è una discussione che non si fa in tre secondi, no?
GIORGIO MOTTOLA
Ma le do anche più di tre secondi, se vuole.
PIER PAOLO BARETTA – SOTTOSEGRETARIO MINISTERO DELL’ECONOMIA
No, no.
GIORGIO MOTTOLA
Un commento al volo.
STEFANIA GIANNINI – MINISTERO ISTRUZIONE
No guardi sono di corsissima...
GIORGIO MOTTOLA
Lo confessi, lei non sa che cosa è il TTIP. Lo confessi. Non se ne vergogni, onorevole.
DOMENICO SCILIPOTI – SENATORE FORZA ITALIA
Lei si dovrebbe vergognare.
GIORGIO MOTTOLA
No, ma lo dica che non lo sa!
DANIELA SANTANCHè – DEPUTATO FORZA ITALIA
Onestamente lei mi fa una domanda su un argomento del quale io non seguo...

15 luglio 2013

Pochezza e viscidume.



Questo è quello che mi ispira. Si dice che la prima impressione è quella che conta. Non ho mai avuto nessun moto di simpatia per Calderoli. Fin dagli albori della storia, all’inizio della sua carriera politica, pur non conoscendo ancora la sua ormai proverbiale capacità di dimostrarsi quale è (leghista ignorante, nel senso che non conosce, pieno di protervia  e di subcultura razzista per troppo tempo accettata o derubricata quasi simpaticamente come “eccessi verbali”), la sua faccia mi ha sempre ispirato ribrezzo, antipatia e viscidume. La sua estetica, come appariva, come si atteggiava e il suo aspetto comunicativo me lo hanno sempre fatto mettere istintivamente fra quelle persone che non avrei mai voluto conoscere e mi facevano domandare come un personaggio del genere potesse essere arrivato dove sta. Nel tempo continuavo a chiedermi come potesse rimanere dove sta (anche se la domanda può valere per quasi tutti quei personaggi inconcludenti, insignificanti e mangiapane a tradimento che popolano il nostro parterre politico).
Ora, dopo le sue ultime esternazioni, sembra che la misura sia colma. Dico “sembra” perché ancora sta là, perché poi si scusa! Non è stato cacciato immediatamente a pedate appena ha aperto bocca come si sarebbe dovuto fare in tante altre occasioni precedenti. Ed è ancora più sfibrante il fatto che per farlo si debba ricorrere ad una petizione. Sì, l’ho firmata, e spero che abbia il suo effetto, ma cacciarne uno e lasciarne un altro migliaio sarà come togliere una pagliuzza da un fienile……non ci darà nuovi posti di lavoro, non ci darà un vecchiaia serena e non permetterà ai nostri figli di avere un futuro……..non cambierà niente!