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02 ottobre 2026

Guardare dentro l'ombra: perché leggo thriller e perché guardiamo la realtà.

C'è una domanda che mi sono posta spesso e che a prima vista può sembrare una contraddizione insanabile: come posso amare così tanto i thriller psicologici se odio, con tutta me stessa, la violenza in ogni sua forma?
 La violenza, che sia fisica, verbale o psicologica, mi respinge. Eppure, mi ritrovo costantemente ad aprire libri che esplorano proprio quel territorio oscuro.
Autori come Wulf Dorn, che prima di scrivere ha passato vent’anni in una clinica psichiatrica ad ascoltare le parole e i silenzi di chi aveva attraversato il confine della ragione, mi hanno aiutata a capire il perché. Nei suoi romanzi non c'è compiacimento, non c'è la ricerca del sangue fine a se stesso. C'è l'analisi. La mente umana non è mai un blocco unico: è un terreno fatto di crepe, di difese, di fragilità che a volte si trasformano in ossessioni. Quando leggo, non cerco il brivido superficiale; cerco di capire. Cerco di decodificare il meccanismo che porta alla prevaricazione per poter ricomporre quel puzzle e ritrovare un senso di verità e di protezione.

Di recente mi sono trovata a riflettere su un fenomeno apparentemente lontano dal mondo della narrativa: l'interesse e il dibattito attorno a opere e inchieste crude come NAZA, che mostrano senza filtri i meccanismi gelidi e burocratici con cui si decide della vita e della morte nei contesti di guerra. Mi sono chiesta di nuovo: perché le persone scelgono di sentire ed essere spettatrici di qualcosa di così doloroso? La risposta, ho capito, è la stessa che dà un senso alla mia lettura.

Non si tratta di voyeurismo, né per me nei libri né per chi guarda la realtà. È l'esatto contrario: è il rifiuto della cecità. Proprio perché si odia la violenza, si sente il bisogno viscerale di non distogliere lo sguardo, di capire come nasce e come si articola, per non restarne vittime o spettatori inconsapevoli. Non ci si accontenta delle versioni rassicuranti di facciata. Si vuole capire come si costruiscono l'inganno, il potere e la manipolazione. Confrontarsi con l'ombra, che sia la fragilità di un personaggio fiction o il dolore reale di chi vive un conflitto, serve a mantenere sveglia la propria sensibilità morale e l'indignazione contro l'ingiustizia. In un mondo che spesso tende ad anestetizzare il male o a farcelo scivolare addosso, cercare la complessità è un atto di difesa della propria umanità.

In fondo, leggere di quello che ci spaventa non significa desiderare la violenza, ma armarsi degli strumenti per riconoscerla, rifiutarla e superarla. E se è vero che la narrativa e le inchieste ci portano a fare i conti con il lato oscuro dell’uomo, è altrettanto vero che non ci lasciano lì, abbandonati nel buio.
C'è una profonda nota di speranza in tutto questo. Scegliere di capire, rifiutare l'indifferenza e avere il coraggio di guardare in faccia ciò che fa male non è un atto di resa, ma l'atto di fiducia più grande che si possa fare verso l'essere umano. Significa credere fermamente che la consapevolezza sia il primo passo per costruire qualcosa di diverso, che dalla comprensione delle ferite e dei meccanismi di sopraffazione possa nascere una sensibilità più forte, più lucida e più giusta.
In fondo, anche la storia più buia ha senso solo perché, dietro ogni pagina e dietro ogni testimonianza, continua a muoversi la stessa ostinata ricerca: quella di una luce capace di restituirci la nostra umanità più autentica.


12 maggio 2026

Albert Camus svela come la violenza nasce dall’ignoranza.

Riporto qui un articolo di Saro Trovato che mi è piaciuto molto, un po' perché ho letto parecchie cose di Albert Camus e un po' perché rispecchia esttamente il mio pensiero. Lo riprendo da "Libreriamo" https://libreriamo.it/sociologia/albert-camus-violenza-ignoranza-male/

 


Albert Camus aveva individuato con anticipo impressionante una delle dinamiche più pericolose delle società moderne. La violenza non si impone solo attraverso l’odio, ma si diffonde soprattutto quando nasce dall’ignoranza. Non dall’ignoranza intesa come mancanza di istruzione, ma come assenza di consapevolezza, incapacità di pensare le conseguenze delle proprie azioni, rinuncia a interrogarsi sul bene e sul male.

Nella nostra epoca la violenza non appare sempre come un’esplosione improvvisa. Più spesso si presenta in forma continua, quotidiana, ripetuta. È nel linguaggio che si inasprisce, nei gesti che si irrigidiscono, nella cronaca che si accumula fino a perdere forza. A forza di essere vista, raccontata, commentata, la violenza smette di scandalizzare e rischia di diventare uno sfondo abituale dell’esperienza collettiva, talvolta persino una forma di intrattenimento.

Nel romanzo La peste (1947), Camus analizza questo processo con estrema lucidità. Il male, mostra lo scrittore, non avanza solo grazie alla cattiveria dichiarata, ma grazie a una zona grigia fatta di automatismi, superficialità morale e buona volontà non pensata. È in questo spazio che la violenza trova terreno fertile, perché non viene più riconosciuta come tale.

Camus lo dice senza attenuazioni, individuando il cuore del problema:

    Il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare tanti danni quanto la cattiveria, se non è illuminata.

Qui la riflessione si fa decisiva. La violenza non cresce soltanto dove manca l’etica, ma anche dove manca il pensiero. E quando il pensiero si spegne, il male non ha più bisogno di imporsi, diventa normale.
 

Il contesto di La peste di Albert Camus

Il romanzo La peste, pubblicato nel 1947, nasce da un’esperienza storica precisa. Albert Camus aveva attraversato gli anni della Seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista, partecipando alla Resistenza francese. La peste che colpisce la città di Orano non è solo una malattia: è una metafora del male che si diffonde, del totalitarismo, della violenza che entra nella vita quotidiana e la trasforma senza annunciarsi come eccezione.

Camus ambienta il racconto in una città normale, fatta di abitudini, lavoro, affetti. È una scelta decisiva. Il male, suggerisce lo scrittore, non irrompe in un mondo già preparato, ma in una società che continua a vivere, a organizzarsi, a rimandare. Proprio per questo la peste non viene riconosciuta subito per ciò che è. All’inizio viene negata, minimizzata, spiegata. Poi viene accettata.

È in questo passaggio che La peste diventa un romanzo profondamente attuale. Camus non si interroga su come nasca il male in senso astratto, ma su come le persone imparino a conviverci. La vera minaccia non è solo la violenza esplicita, ma l’assuefazione, l’automatismo, la rinuncia a pensare. È qui che l’ignoranza, intesa come mancanza di coscienza critica, diventa il terreno su cui il male prolifera.
Quando la violenza smette di essere un’eccezione

Il problema non è solo che la violenza sia presente nella nostra società. Il vero danno è il modo in cui viene assorbita. Ripetuta, raccontata, commentata senza sosta, la violenza perde progressivamente la sua capacità di disturbare. Non perché sia meno grave, ma perché diventa familiare. Entra nella routine informativa, nel linguaggio pubblico, nella percezione quotidiana del mondo.

Questo meccanismo era già chiarissimo a Albert Camus, che in La peste descrive la prima reazione degli uomini di fronte al male:

    Il flagello non è fatto a misura d’uomo; ci si dice quindi che il flagello è irreale, un brutto sogno che passerà.

Il male, all’inizio, viene negato. Viene minimizzato, spiegato, allontanato. Finché è compatibile con la vita quotidiana, viene tollerato. Ma Camus aggiunge subito una precisazione decisiva:

    Ma non sempre passa, e di brutto sogno in brutto sogno sono gli uomini che passano.

È in questo passaggio che la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione. Non perché scompaia, ma perché ci si abitua a conviverci. La soglia dello scandalo si alza, la reazione si attenua, la coscienza si adatta.

A questo punto entra in gioco l’ignoranza nel senso più profondo indicato da Albert Camus. Non la mancanza di informazioni, ma la rinuncia a pensare, l’automatismo morale, l’accettazione passiva di ciò che viene ripetutamente mostrato per catturare attenzione. È così che la violenza non viene più riconosciuta come tale, ma interpretata, giustificata, talvolta perfino consumata come spettacolo.

Il rischio più grande non è l’esplosione improvvisa del male, ma la sua integrazione silenziosa nel flusso della normalità. Quando la violenza diventa sfondo, smette di interrogare. E quando smette di interrogare, trova terreno fertile per continuare a riprodursi.
La violenza diventa spettacolo

Quando la violenza smette di essere un’eccezione e diventa condizione, compie un ulteriore passaggio: si trasforma in spettacolo. Non perché venga celebrata apertamente, ma perché viene consumata. Le immagini si moltiplicano, i racconti si accavallano, i dettagli vengono ripetuti fino a perdere peso. La violenza entra nel circuito dell’attenzione, dove ciò che conta non è più la gravità dei fatti, ma la loro capacità di trattenere lo sguardo.

In questo processo, il dolore non genera più una risposta morale proporzionata. Viene osservato, commentato, discusso, spesso giudicato. Ma raramente produce una presa di posizione duratura. L’esposizione continua non rafforza la coscienza: la indebolisce. La violenza non ferisce più perché è diventata familiare, prevedibile, parte del flusso.

Camus coglie con precisione questo effetto collaterale devastante dell’assuefazione, quando scrive:

    Ci si stanca della compassione prima ancora di aver conosciuto la giustizia.

La frase non parla di mancanza di empatia, ma del suo consumo. La compassione si esaurisce perché viene sollecitata senza tregua, senza che trovi uno sbocco nella giustizia, nella responsabilità, nel cambiamento. Il dolore altrui diventa un’esperienza ripetuta, e proprio per questo perde la capacità di mobilitare.

È qui che la spettacolarizzazione produce il suo esito più grave. Non rende le persone più crudeli, ma più stanche. La violenza non provoca più una frattura interiore, ma una reazione automatica, spesso breve, destinata a spegnersi rapidamente. L’indignazione dura quanto l’attenzione. Poi viene sostituita da un nuovo evento, da un nuovo racconto, da un nuovo shock.

In questo scenario, la violenza non ha più bisogno di imporsi con forza. Trova già un pubblico preparato a guardare, a commentare, a passare oltre. E quando la compassione si consuma prima della giustizia, il male non incontra più resistenza: circola liberamente, legittimato dalla normalità.


Come reagire all’assuefazione del male

Di fronte a un male che si diffonde per assuefazione e si rafforza attraverso la spettacolarizzazione, Albert Camus non propone soluzioni eroiche. Non invoca grandi gesti, né redenzioni collettive. Indica una cura sobria, quasi spoglia, proprio perché è l’unica che può funzionare nel tempo.

Scrive lo scrittore francese:

    L’unico mezzo di lottare contro la peste è l’onestà.

E subito precisa cosa intende:

    Che cos’è l’onestà? Fare il proprio mestiere.

La cura non sta nell’eccezione, ma nella responsabilità quotidiana. Restare vigili significa non cedere all’automatismo, non smettere di pensare, non abituarsi al male anche quando è ovunque. Significa continuare a chiamarlo con il suo nome, rifiutare di trasformarlo in intrattenimento, sottrarsi alla tentazione di giustificarlo in nome dell’efficienza, della paura o dell’abitudine.

Per Camus, il male prospera quando il pensiero si spegne. La cura, allora, è tenere acceso il pensiero: nei gesti, nel linguaggio, nelle scelte minime. Non delegare la coscienza. Non confondere la buona volontà con il bene. Non accettare che ciò che si ripete diventi normale.

In una società che consuma violenza e si stanca della compassione, la vera resistenza è non assuefarsi. È una posizione fragile, esposta, spesso solitaria. Ma è l’unica che impedisce al male di diventare invisibile.

Camus non promette salvezza. Chiede attenzione, reazione, rimanere lucidi, vigili. E ricorda che, quando la violenza smette di scandalizzare, restare onesti è già un atto radicale.
Quando l’indignazione diventa scelta

La lezione di Albert Camus oggi chiama in causa un livello molto concreto della responsabilità. In una società in cui la violenza viene amplificata per conquistare attenzione, l’indignazione non può restare una reazione emotiva. Ha bisogno di tradursi in comportamenti riconoscibili, quotidiani, misurabili.

Reagire significa prima di tutto interrompere il circuito della visibilità. Spegnere, non condividere, non sostenere contenuti che usano il dolore come leva narrativa. Video, immagini, trasmissioni che insistono sulla violenza per trattenere il pubblico non informano: alimentano assuefazione. Ogni visualizzazione è una forma di legittimazione. Ogni click rafforza un modello.

Ma la responsabilità non è solo individuale. Le aziende, gli sponsor, i brand hanno oggi un potere culturale enorme. Scegliere dove investire, quali contenuti sostenere, da quali contesti prendere distanza significa orientare il linguaggio pubblico. Non finanziare la speculazione sul male, sulla paura, sull’aggressività è una presa di posizione etica che incide molto più di qualsiasi dichiarazione.

Qui l’indignazione diventa attiva, manifestando la scelta di non sostenere, di togliere attenzione, di premiare le narrazioni di vera condanna invece dello sfruttamento dello shock.

La violenza prospera quando trova pubblico, spazio, ritorno. Ridurre questo spazio non è censura, ma cura del contesto. È il modo più diretto per impedire che il male venga normalizzato attraverso l’abitudine e lo spettacolo.

Nel presente, la vigilanza di cui parlava Albert Camus passa anche da qui: scegliere cosa guardare, cosa sostenere, cosa rendere visibile. È in queste scelte, apparentemente piccole, che l’indignazione smette di essere consumo emotivo e diventa responsabilità civile. 

 

15 gennaio 2017

L'armonia è rotonda.

Ho sempre pensato che l'armonia abbia una forma sferica e sia la base per l'equilibrio. Tutto ciò che ci circonda, le nostre cose, le persone, i fatti che ci succedono, noi stessi, tutto avrebbe bisogno di avere linee morbide, non spigolose, come un cerchio dentro il quale tutto si inserisce senza rompere la continuità. Come per la musica: se c'è una stonatura rompe la melodia e ferisce le orecchie. O per una frase: se c'è una parola sbagliata rompe la logica e non si capisce niente. Le parole d'amore sono rotonde, si dicono con voce morbida, mentre l'odio è stridulo. Le carezze  sono rotonde, senza spigoli, mentre la violenza è acuminata e fa sanguinare. Un gesto di solidarietà porge la sua rotondità e avvolge chi lo riceve, mentre il disprezzo è un muro piatto e duro che respinge. Il grembo di una madre è rotondo. Anche l'universo intero appare rotondo: il sole, la luna, i pianeti, le circonvoluzioni, tutto gira in rotondo. E tutto ha bisogno di continuare così in modo che non avvengano collisioni: ogni percorso deve essere in armonia con tutto il resto per non creare disordini pericolosi.
E credo anche che l'armonia sia da preferire alla felicità perché, anche se spesso il nostro umore altalenante o uno stato d'animo doloroso possono smarrirci, l'armonia rimane intorno a noi come rimangono le stelle nel cielo anche se di giorno non le vediamo, come la terra che continua a girare anche se non ce ne accorgiamo. 
L'armonia è rotonda e potrebbe proteggerci. Dovremmo solo seguire la sua traiettoria, chiudere il cerchio e non farci pungere dagli spigoli, il resto viene da sè.

16 luglio 2016


Ci vuole un momento di silenzio, di seria riflessione.
L'odio risveglia l'odio, autorizza la violenza, aiuta chi da anni si serve della paura per prendere il potere.
Ci vuole un momento di silenzio per piangere tutti i morti che l'odio, l'arroganza, la sete di vendetta hanno prodotto: vittime innocenti di interessi o follie a cui non appartengono.
Ci vuole un momento di silenzio per comprendere come uscire da queste logiche perverse.
La pace si costruisce ogni giorno, ora dopo ora.
La pace si costrusce combattendo prima di tutto l'aggressività che ci abita tutti.
E siamo aggressivi non solo quando uccidiamo materialmente qualcuno, ma quando lo releghiamo ai margini e gli togliamo ogni risorsa, quando lasciamo che a cielo aperto si costruiscano "lager" dove uomini, donne, vecchi e bambini vivono in condizioni disumane.

Quando costruiamo muri, quando diciamo noi/loro.

http://pensareinunaltraluce.blogspot.it/2016/07/ci-vuole-un-momento-di-silenzio-di.html 

Negli ultimi tempi, la Francia è diventata il bersaglio preferito dagli attentatori terroristici di matrice "islamista". Mi domando il perché, ma soprattutto "cui prodest": a chi giova una simile strategia terroristica e destabilizzante? Non credo proprio che convenga ai milioni di fedeli musulmani che vivono in Francia e sono sparsi nel mondo. Chi avrebbe l'interesse a scatenare tutto ciò, a destabilizzare un Paese civile come la Francia e, di conseguenza, a soggiogare e ad umiliare un popolo indomito e tenace qual è il popolo francese? Non a caso, in un momento storico in cui tale popolo ha rialzato la testa ed ha ripreso a battersi con coraggio, coesione e determinazione contro il nuovo dispotismo di origine tecnocratica e neoliberista che oramai tiranneggia in Europa. E non mi si venga a dire che l'Isis (lo Stato islamico o come si preferisce chiamarlo) è un'entità autonoma, in quanto non ci credo affatto. L'Isis si dichiara apertamente come un'articolazione politico-militare, di segno terroristico e criminale, ma in qualche misura è manovrata dall'alto, da poteri occulti ed esterni alla sua stessa struttura. Non mi riferisco solo a chiunque armi o finanzi le milizie dell'Isis, alle cosiddette petromonarchie del Golfo Persico, in primis l'Arabia Saudita ed i vari emirati salafiti, o la Turchia. Fermo restando che i "manovratori", nemmeno tanto occulti ormai, strumentalizzano un terreno assai "fecondo" fornito da schiere di fanatici che ormai proliferano anche in Europa. Mi pare abbastanza palese che il terrorismo sia funzionale agli scopi perseguiti da chi punta a seminare il panico, a suscitare un clima diffuso di inquietudine e di insicurezza tra la gente. In sostanza, chi agita lo spauracchio terrificante del terrorismo, sta già additando il nuovo capro espiatorio contro cui scagliarsi, vale a dire gli immigrati, per alimentare l'odio ed innescare una spirale di conflitti intestini tra disperati...

http://bellaciao.org/it/spip.php?article35413 

10 agosto 2013

Non basta una legge, l'unico modo per combattere la violenza è porre fine alla disuguaglianza: analizzando, visibilizzando, decostruendo, denunciando e apprendendo insieme.



Approfittando della calura estiva  che rende tutti un po’ più disattenti, giovedì scorso il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge , che, in quanto tale, è immediatamente attuativo, anche se dovrà essere approvato dal Parlamento entro 60 giorni, intitolato “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”. Tale decreto costituisce un vero e proprio “pacchetto sicurezza” ed è stato presentato con toni entusiastici come strumento di tutela delle donne che il decreto pensa come “soggetti deboli” e bisognosi di tutela.
(A tale proposito, vale la pena di vedere integralmente la conferenza stampa, anche per farsi due risate sulle scarse capacità oratorie di Alfano. Ad un certo punto parla di “anni di sperimentazione dello stalking”……….il governo sperimenta lo stalking?).
Insomma, una serie di misure che, agli occhi dell’opinione pubblica, potrebbero apparire come frutto di un nobile intento ma che, in realtà, dimostrano ancora una volta come il tema della violenza contro le donne venga utilizzato strumentalmente ai fini delle politiche securitarie e repressive. E se, nel passato, alcuni orribili stupri erano stati utilizzati come volano per promuovere legislazioni restrittive e razziste contro gli immigrati, ora il governo, dietro il paravento della prevenzione e della repressione di tali violenze, cerca di far passare norme che reprimono le forme più forti e vitali di mobilitazioni politiche e sociali di questo periodo: prima tra tutte, ovviamente, la lotta contro il Tav in Valsusa.
Comunque, fingiamo che non sia una scusa e cerchiamo di pensare positivo considerandoli provvedimenti che indicano perlomeno un coinvolgimento maggiore del governo per il contrasto alla violenza di genere.
Dispiace però non trovare alcun riferimento riguardo alla presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti. Sono convinta che, quando si parla di prevenzione della violenza di genere, non sia possibile non occuparsi anche degli autori di questa violenza.
E’ importantissimo proteggere le vittime e sostenerle in ogni modo, così come è fondamentale punire il reato, ma si tratta di interventi a posteriori, quando la violenza è già stata commessa o reiterata troppe volte. Bisogna emancipare le donne, ma bisogna lavorare anche con gli uomini, altrimenti la lotta sarà vana.
Ma quello che è veramente necessario è un cambiamento sociale e culturale, economico e sentimentale. L'amore non può basarsi sulla proprietà privata e la violenza non può essere uno strumento per risolvere i problemi. La violenza è un elemento strutturale delle nostre società disuguali, per cui è necessario che l'amore non si confonda con il possesso, così come la guerra con gli "aiuti umanitari". In un mondo in cui si usa la forza per imporre mandati e controllare le persone, dove si esalta la vendetta come meccanismo per la gestione del dolore, dove si utilizza la punizione per correggere le deviazioni e la pena di morte per confortare gli addolorati è sempre più necessario che impariamo a volerci bene.
E' fondamentale capire che l'amore si deve basare sul “buon trattamento” e l'uguaglianza, ma non soltanto verso il coniuge, anche nei confronti dell'intera società. E' essenziale stabilire relazioni egualitarie, nelle quali le differenze servano ad arricchirci reciprocamente, non per sottomettere gli uni agli altri.
E' fondamentale potenziare le donne per non vivere assoggettate all'amore, così come è essenziale insegnare agli uomini a gestire le proprie emozioni, perché possano controllare la loro ira, la loro impotenza, la loro rabbia, la loro paura e perché capiscano che le donne non sono oggetti di proprietà, ma compagne di vita.
Le leggi, pur se importanti, non possono ottenere alcunché se non sono accompagnate da un cambiamento nelle nostre strutture emotive e sentimentali. Perché ciò sia possibile dobbiamo cambiare la nostra cultura e promuovere altri modelli che non si basino sulle lotte di potere per dominarci o sottometterci. Altri modelli femminili e maschili che non si fondano sulla fragilità delle une e sulla brutalità degli altri. Dobbiamo imparare a rompere con i miti, a dialogare, a godere della gente che ci accompagna nel cammino, a unirci e separarci in libertà, a trattarci con rispetto e tenerezza, ad assorbire le perdite e costruire buone relazioni. Dobbiamo rompere i cerchi del dolore che ereditiamo e riproduciamo inconsciamente e dobbiamo liberare le donne e gli uomini e coloro  che non sono né l'una né l'altro, dal peso delle gerarchie, della tirannia dei ruoli e dalla violenza.
Dobbiamo lavorare molto perché l'amore si espanda e l'uguaglianza sia una realtà, ma al di là dei discorsi.
Il modo migliore per combattere la violenza è porre fine alla disuguaglianza e al machismo: analizzando, visibilizzando, decostruendo, denunciando e apprendendo insieme.

30 maggio 2013

La donna non è cosa.

Si commentavano ieri, con gente varia, recenti fatti di cronaca: fra i quali, inevitabilmente, l’assassinio della sedicenne Fabiana a Corigliano Calabro, per mano di un “fidanzatino” al quale la definizione dolciastra si addice davvero poco.
A un tratto uno se ne esce con la seguente constatazione: "Il fatto è che oggi le donne non stanno più al loro posto". 
Silenzio. Perplessità. Esplosione delle donne presenti. Sdegnato arroccarsi degli uomini. E si noti che il tizio in questione è uno molto presente, dà una grossa mano in casa, appare sempre disponibile e nella sua cerchia figura come un marito esemplare. Eppure, di fronte all’evidente e traumatico lacerarsi di un equilibrio socio-culturale fragilizzatosi oppure precario da sempre, non ha trovato di meglio che recuperare un vieto luogo comune: se una donna non “sta al suo posto”, subisce le conseguenze. Dunque Fabiana, come tutte le altre donne morte ammazzate in quanto donne, non occupava diligentemente il posto che le era stato assegnato da qualcun altro, come un barattolo su una mensola. Non lo voleva quel posto; e deve averlo detto chiaro e tondo a quel ragazzino già denunciato per atti violenti e che si stava trasformando in assassino sotto i suoi occhi. La colpa del resto è sua — di Fabiana che addirittura avrebbe alzato le mani su di lui: intollerabile oltraggio, ardimento da punire con la morte. Del resto, quando un arnese non funziona a dovere (ovvero non fa ciò che ci si aspetta che faccia, non risponde alle aspettative) non lo si scaglia forse a terra o contro un muro? E se si rompe pazienza: non funzionava già prima, verrà sostituito.
A me, quando ho sentito quella frase  — “il fatto è che oggi le donne non stanno più al loro posto” —, si è gelato il sangue: perché ho avuto la sensazione, fredda e nettissima, che nonostante tutto nell’immaginario maschile alberghi ancora anzi sia ben radicato a profondità insondabili lo stereotipo della donna-oggetto: non certo in senso puramente sessuale, ma a un livello ancora più profondo, ontologico direi — la donna è una sorta di accessorio dell’uomo, un’entità serenamente reificabile che è graziosa concessione maschile elevare allo status di persona.
E suppongo che sia sempre questo stereotipo a rendere così difficile, da parte maschile, l’accettazione del femminicidio (parola e concetto): come dimostrano le molte riflessioni, rigorosamente maschili, professionali o en amateur che ingombrano periodicamente i media italiani. Le obiezioni principali sono ri(con)ducibili a due: 1) il femminicidio non è un’emergenza, perché le cifre sono state gonfiate e comunque non dobbiamo ignorare i maschi ammazzati; 
2) non ha senso parlare di femminicidio come di “omicidio di una donna in quanto donna”, perché questo a) rappresenta una discriminazione; b) non tiene conto del fatto che la legge mette già a disposizione una  nutrita serie di strumenti atti a reprimere eccetera; c) è sempre possibile inscrivere l’omicidio di una donna in un contesto più ampio che tenga conto di altre dinamiche.
Ora, brevemente:
1) nessuno che parli di femminicidio intende sostenere che improvvisamente ci si sia messi, in Italia, a uccidere (più) donne, o che la cosa sia diventata lo sport nazionale — a fronte di un “prima” idilliaco nel quale certe cose non succedevano, no-no-no! La cosa esisteva già, soltanto non aveva un nome: l’introduzione del termine femminicidio rappresenta una tappa nel riconoscimento giuridico di una tipologia di reato prima inesistente — un po’ come è successo quando finalmente (con la legge 15 febbraio del 1996 n. 66) ci si è decisi a spostare il reato di violenza sessuale dalla sfera dei “reati contro la morale ed il buon costume” a quella dei “reati contro la persona e contro la libertà individuale”: il che ha comportato un inasprimento delle pene e una diversa considerazione delle vittime. Giova ricordare, fra l’altro, che femminicidio è la traduzione del termine femicide, “uccisione di una donna”, usato per la prima volta in Inghilterra nel 1801 dallo scrittore e giornalista irlandese John Corry nel suo libro A Satirical View of London at the Commencement of the Nineteenth Century, e ripreso con identico significato quasi mezzo secolo dopo, nel 1848, nel Law Lexicon del giurista inglese John J. S. Wharton.
Del pari, nessuno sta dicendo che l’omicidio di un maschio debba venire derubricato o liberalizzato: semplicemente, parlando di femminicidio si intende richiamare l’attenzione su di un problema che sta assumendo proporzioni importanti: dall’inizio dell’anno i femminicidi sono stati 33, vale a dire 1 ogni 4,5 giorni — più di uno alla settimana.

2) Invece, parlare di femminicidio come di “omicidio di una donna in quanto donna” ha proprio senso — tantissimo senso:
a) perché la discriminazione l’ha già messa in atto l’assassino: che uccide perché non riconosce alla donna lo status di individuo libero e autonomo, ma considerandola come “qualcosa” che gli appartiene le ha già sottratto ogni riconoscimento etico e giuridico; e pertanto la qualifica di femminicidio contribuisce a restituire alla vittima almeno la dignità di persona e non di cosa;
b) perché la legge, proprio come accadeva prima del 1996 per il reato di violenza sessuale, mette tutti gli omicidi sullo stesso piano: senza tener conto della gravità specifica consistente appunto nell’intento dell’omicida di colpire la donna in quanto donna, ossia in quanto individuo ritenuto non libero delle proprie azioni e scelte;
c) perché in ogni caso di femminicidio la sostanza si riduce a questo: «lei se n’era andata / voleva andarsene / aveva un altro / non voleva più stare con me etc.»: vale a dire che agli occhi dell’omicida la vittima si è macchiata di una colpa inespiabile — la libertà di volere qualcosa di diverso dal suo assassino.

Insomma il femminicidio fa paura: perché da un lato mette in discussione troppe certezze, e dall’altro fa affiorare troppe incertezze — sociali,  culturali, etiche, economiche, storiche… Ma non è ignorandolo nè tanto meno sminuendolo che si può rimuovere un ostacolo o risolvere un problema: la lunga pazienza delle donne può aver ragione anche di questo.

Alessandra

07 febbraio 2013

Parole vuote e carceri piene.

Il Presidente Giorgio Napolitano si è recato in visita al carcere di San Vittore e come sempre, nonostante il suo mandato stia giungendo la termine, non ha evitato di annoiare gli italiani, con il solito discorso infarcito di parole vuote e grondante di lacrime frutto della senile commozione.
Dei tanti discorsi di Napolitano questo è stato forse il più ipocrita e privo di contenuti, perché privo di sostanza.
Come se il mondo intero non fosse a conoscenza della situazione delle carceri in Italia, Napolitano ha atteso gli ultimi mesi del suo mandato per visitare San Vittore e dichiarare:
“Ma di certo nessuna parte vorrà, anche in questo momento, negare la gravità dell’attuale realtà carceraria nel nostro paese. Ed è già da considerarsi importante, per le decisioni da prendere liberamente nel futuro questo comune riconoscimento obbiettivo della gravità e urgenza estrema della questione carceraria. La violazione che ci si addebita dell’articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo è imperniata sul parametro dello spazio vitale del detenuto che non è oggi garantito nella nostra situazione penitenziaria. Si può aggiungere che il sovraffollamento degli istituti, le condizioni di vita degradanti che ne conseguono, i numerosi episodi di violenza e di autolesionismo, sintomo di una inaccettabile sofferenza esistenziale, le condotte di inquieta insofferenza o di triste indifferenza sempre più diffuse tra i reclusi, la mancata attuazione dunque delle regole penitenziarie europee confermano purtroppo la perdurante incapacità del nostro Stato a realizzare un sistema rispettoso del dettato dell’articolo 27 della Costituzione repubblicana sulla funzione rieducativa della pena e sul senso di umanità, espressione così bella introdotta in quell’articolo della Carta, cui debbono corrispondere i relativi trattamenti.
"
Forse al nostro (purtroppo) Presidente della Repubblica è sfuggito che durante il suo mandato, ancor più che in passato, non è stato calpestato solo l’articolo 27 della Costituzione, ma è stato calpestato l’intero dettato costituzionale.
Nulla è stato fatto per le carceri, nulla è stato fatto per rendere più rapidi i tempi della giustizia, ancor meno è stato fatto per costruire nuove strutture, ammodernare quelle esistenti, o trovare accordi perché i detenuti non italiani scontino nel loro paese d’origina la propria pena. Milioni di euro sono stati spesi per finanziare partiti politici che hanno portato l’Italia nella crisi peggiore che il nostro paese abbia mai conosciuto. Una crisi non solo economica, ma anche anche morale. Malaffare e politica sono andati a braccetto per tutto il corso della legislatura. Napolitano ha nominato Mario Monti come presidente del Consiglio con l’unico obiettivo e fine di varare nuovo e ulteriore inasprimento del carico fiscale e procedere con tagli orizzontali in tutti gli ambiti di spesa pubblica. Solo i privilegi della cosiddetta casta, sono rimasti invariati. E ogni provvedimento è stato varato dal capo dello Stato. Per quale ragione dovremmo dunque tollerare le sue parole?
Ma la ciliegina sulla torta, Napolitano la mette quando in risposta a Marco Cappato e alla sua richiesta di amnistia ha risposto:
"Se mi fosse toccato mettere una firma lo avrei fatto non una ma dieci volte."
E poi ancora: "Bisogna fare tutto quello che è possibile tenendo fermo che, se non si può avere il consenso in Parlamento, non passa."
Per avere un assaggio di come il dettato costituzionale è stato calpestato durante il suo settennato, dopo aver visto le carceri, dovrebbe fare un giro per gli ospedali, poi in qualche scuola pubblica, passando per alcune fabbriche, dove si preferisce lasciare lavoratori in cassa integrazione anche per anni piuttosto che far lavorare i dipendenti. Infine, se al nostro presidente avanzasse tempo, potrebbe fare un viaggio sui treni dei pendolari, per finire con una bella cena alla Caritas. Allora si che avrebbe ben ragione di piangersi e commuoversi per quello che è rimasto del nostro paese della nostra carta dei diritti. La situazione esplosiva delle carceri è solo la punta di un gigantesco iceberg contro il quale stiamo navigando a folle velocità.


Fonte

08 dicembre 2012

Atene, la barbarie del rigore: in Parlamento con la pistola

Massacra un popolo, affamalo, gettalo nella disperazione e poi goditi lo spettacolo: come minimo salterà fuori un fanatico neonazista, pronto a ricorrere al terrorismo di massa. E’ quello che sta accadendo in Grecia, l’area-test degli esperimenti su esseri umani condotti dall’Europa di Angela Merkel e Mario Draghi. Le cavie sono i greci, costretti a frugare nella spazzatura per via di un debito esploso dietro incoraggiamento delle stesse oligarchie finanziarie che ora salgono in cattedra a impartire lezioni di economia. Dettaglio atroce: il popolo-cavia è quello che, 2500 anni fa, fondò la democrazia nutrita di filosofia da cui ebbe origine la stessa civiltà occidentale, quella che oggi in Europa precipita nella barbarie miserabile dei debiti sovrani, scambiando la moneta per il tesoro privato di qualcuno. Risultato: “Alba Dorata” spaventa la Grecia, minaccia gli immigrati, spedisce in Parlamento deputati armati di pistola.
Razzismo, xenofobia e violenza: è il capolavoro ottenuto in pochi mesi dagli apprendisti stregoni di Bruxelles, Berlino e Francoforte. Terzo mondo: bambini denutriti, ospedali senza medicine, stipendi tagliati, scarsità di cibo, panico sociale generalizzato. E tutto questo avviene sotto la minaccia quotidiana dei neonazisti: due deputati, racconta Francesco De Paolo sul “Fatto Quotidiano”, si sono presentati ai portoni del Parlamento armati di pistola. Sono stati fermati dal metal detector. Il portavoce del partito, Ilias Kasidiaris, si era rivolto in rete ai suoi militanti, per spiegare che era giunto il momento di “approfittare” dei diritti concessi dallo status di deputati: «Ora potremo portare pistole legalmente e non saremo arrestati sul luogo dei fatti se c’è un incidente. Questo ci permette di sentirci più tranquilli rispetto alle nostre azioni». Lo stesso Kasiriadis, aggiunge De Palo, era stato al centro pochi giorni prima di un voto del Parlamento proprio per spogliarlo dell’immunità, perché indagato per un furto a mano armata nel 2007.
E questa è solo la vetta dell’iceberg: «Il partito – continua il “Fatto” – ha deciso di creare un’associazione di medici solo per cittadini greci, chiamandola “Medici con frontiere”, in aperta polemica con le ben più nota “Medici senza frontiere” che da anni opera in tutto il mondo per curare ammalati, senza distinzioni di sesso, razza o religione», come invece “Alba Dorata” intende fare, distribuendo intanto aiuti materiali ai soli cittadini ellenici. Per questo, il ministro della salute Andreas Lykourentzos ha sottolineato che l’assistenza sanitaria delle associazioni di volontariato sono offerte a tutti, «al popolo greco, così come ai cittadini di paesi terzi che sono nel bisogno e nella sofferenza». Nell’ultimo trimestre, i membri di “Alba Dorata” sono anche arrivati a minacciare controlli negli ospedali pubblici per «buttare fuori gli stranieri a dare il loro posto ai cittadini greci».
Della condotta del partito, aggiunge De Palo, ha fatto le spese un’insegnante dell’isola di Cefalonia, che in occasione della festa nazionale greca dello sorso 28 ottobre, aveva “osato” far scrivere agli alunni alcune preghiere in lingua greca ma anche in lingua albanese, al fine di favorire l’integrazione della folta comunità albanese che vive da anni in Grecia. Risultato: l’insegnante è stata trasferita, nell’incredulità generale. Ora, insieme all’Onu, anche la Commissione Europea – prima responsabile della catastrofe sociale greca – ha aperto un “dossier” sul caso, per «valutare quali e quanti provvedimenti intraprendere contro queste forme di razzismo perpetrate dall’interno delle istituzioni», dal momento che il partito filonazista è presente da maggio nel Parlamento ellenico: vi entrò con oltre il 7% dei voti, ma ora – stando ai sondaggi – i consensi sarebbero almeno raddoppiati. Ma non c’è da preoccuparsi: per fortuna, ora Bruxelles “provvederà”.

LIbre

14 ottobre 2012

Vuoi rendere impossibile per chiunque opprimere un suo simile? Allora, assicurati che nessuno possa possedere il potere. (Michail Bakunin)



In seguito agli episodi di violenza di questi giorni di cui sono stati protagonisti i nostri tutori dell’ordine, mi è venuto in mente di aver letto tempo fa di un esperimento che la Stanford University condusse nel 1971 su un gruppo selezionato di studenti per stabilire quali fossero gli effetti della carcerazione. Prendendo spunto dalla teoria della deindividualizzazione di  Gustave Le Bon secondo cui gli individui di un gruppo coeso, costituente una folla, tendono a perdere l'identità personale, la consapevolezza e il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali, voleva essere uno studio psicologico volto a indagare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono definiti soltanto dal gruppo di appartenenza. L'esperimento prevedeva l'assegnazione, ai volontari che accettarono di parteciparvi, dei ruoli di guardie e prigionieri all'interno di un carcere simulato. Si potrà certamente disquisire sull’utilità di una cosa del genere, purtroppo sappiamo tutti benissimo che, allora come adesso, il sistema detentivo non è sicuramente all’altezza di quello che si propone, e sappiamo ancora meglio quanto possa essere devastante l’impatto con un sistema coercitivo che tende alla disumanizzazione del prigioniero più che alla sua riabilitazione e non serviva certo un esperimento per dimostrarlo.
La cosa più interessante non è stata però il comportamento piuttosto prevedibile di coloro che si erano offerti volontari per la carcerazione che reagirono alle condizioni della prigionia in modi pericolosamente ribelli, ma bensì quello di coloro che erano stati messi a far la parte dei secondini. I risultati di questo esperimento andarono molto al di là delle previsioni e delle intenzioni degli sperimentatori, dimostrandosi particolarmente drammatici. Si evidenziò in maniera chiara quello che accade a persone medie e istruite quando sono trattate senza rispetto e senza protezioni, ma dimostrò in maniera molto più efficace quali possono essere gli effetti catastrofici che l’autorità, la violenza e la corruzione incontrollate hanno su quelli cui è stato affidato il ruolo di custodi e guardie: 
i “secondini” stavano diventando oppressori sadici e violenti. 
L'esperimento venne concluso 6 giorni dopo l'inizio a causa dei problemi sempre più gravi che andavano manifestandosi, in particolare durante le ore notturne, quando cioè le guardie pensavano di non essere viste dalle telecamere degli studiosi.
Quello che voglio dire, senza impantanarmi in analisi psicologiche che non mi appartengono, è quanto possa essere facile immedesimarsi in un ruolo. Quanto sia possibile lo scatenarsi di atteggiamenti repressivi quando si assume una funzione di controllo sugli altri soprattutto nell'ambito di una istituzione, come il carcere dell’esperimento.
Assumere un ruolo istituzionale induce ad assumere le norme e le regole dell'istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi e oltre alle inclinazioni delle singole persone, sono le situazioni a determinarne i comportamenti.

11 luglio 2012

Se l'è cercata!


Anch’io ho sentito quella frase una volta, dopo che i miei vicini avevano letto sul giornale quello che mi era capitato nella notte. Anche se avrebbero potuto fare a meno del giornale, perché erano tutti là, morbosamente immobili dietro le finestre a guardare la scena inconsueta per un quartiere tranquillo come il nostro.
Se l’è cercata, certo, perché non va bene che una donna sia così indipendente, che non si sottometta alle “regole”, che pretenda rispetto e libertà dai tipici canoni moralistici.
Se l’è cercata, perché aveva mille amanti, anche se non ne hanno mai visto uno. Perché tornava tardi la sera e una donna che esce la sera può fare solo la puttana.
E quel “se l’è cercata” è un’affermazione lugubre, crudele, che ancora oggi viene spesso ribadita indicando un comportamento ritenuto “libero” della donna e che dà licenza al maschio di fare quello che vuole: stuprarla, magari in branco, o ammazzarla.
Quante donne sono state uccise nel 2012? Ho perso il conto. Uno degli ultimi casi, straziante ed efferato, quello di Maria Anastasi. E questa mattina un altro, a Cremona.
Coltellate, colpi inferti proprio per uccidere, per porre fine alla vita di una donna che forse non era più docile, o forse perché lo era troppo. E mariti che confessano, così, candidamente, come se, in coscienza loro, si sentissero nel giusto e fossero gli altri a non capire.
E mai, mai una volta che ci si astenga dallo scavare nella vita di lei, dal cercare indizi di una vita dissoluta, amanti, amori, lavoratrice o casalinga frustrata, italiana o straniera. E la gente giudica, fa supposizioni, si permette di sindacare sui comportamenti come se questi dovessero per forza influire sulle reazioni, o che le reazioni fossero giustificate dai comportamenti, fate voi.
Ma il risultato è sempre lo stesso: violenza su violenza.
E' dura sentirsi giudicare da coloro che, in teoria, dovrebbero mostrare almeno un po’ di solidarietà. È dura rendersi conto che certi atteggiamenti maschilisti, che spesso non sono prerogativa dei soli uomini, sono duri a morire e non fanno altro che portare avanti questa cultura becera di prevaricazione di un essere umano su di un altro essere umano.
Che importa cosa faceva, cosa desiderava o quali tresche andava complottando?
E’ stata uccisa, e questo dovrebbe bastare per condannare chi l’ha fatto.