Si apre il Conclave, un clamoroso anacronisma medievale catapultato nel
ventunesimo secolo. Si riuniscono 115 potenti, tutti maschi, tutti anziani
principi di una organizzazione religiosa che sin dalle origini si è
data l'obiettivo di conquistare il mondo. Evangelizzare è denominata
questa operazione a lunghissima scadenza che si rinnova e continua da un
secolo all'altro e che dà un carattere imperialistico e certamente non
pacifico e mite allo Stato-Chiesa dell'unica religione stato esistente
al mondo.
Più della metà degli umani, tutta la popolazione
femminile viene esclusa dalla scelta del Papa. Non una sola donna siede
nel conclave e questo dovrebbe fare riflettere quante donne si
dichiarano cattoliche e sono fedeli a questa Chiesa che le umilia. Le
monache non hanno poteri di celebrazione della Messa che è il rito di
potere per eccellenza nella rappresentazione di Dio in terra e sono
adibite soltanto a compiti servili od ausiliari.
Questa Chiesa ha
un male endemico che si chiama pedofilia. In questi giorni ha fatto la
sensazionale scoperta di come combatterlo: si chiama "comportamento non
appropriato". Tutta la stampa del mondo influenzato dal cattolicesimo
pappalescamente ripete: "Non appropriato". Hanno cancellato soltanto il
sostantivo perchè la Chiesa è profondamente strutturalmente portata alla
pedofilia "Lasciate che i fanciulli vengano a me" e non ha nessuna
intenzione di debellarla dal suo interno.
La pedofilia è stata
praticata per centinaia e centinaia di anni su bambine e bambini delle
istituzioni religiose a cominciare dagli orfanotrofi. Naturalmente le
vittime sono state quasi esclusivamente bambini poveri appartenenti a
famiglie socialmente deboli. La pedofilia viene giustificata e
conclamata. Un vescovo recentemente ha detto: "i bambini provocano".
La Chiesa è diventata il riflesso dei gruppi di potere che controllano
l'Occidente con il quale è fortemente intrecciata per affari sporchi di
finanza e traffici con lo Ior. Il declino della Curia Romana è naturale
in un mondo in cui americani e tedeschi sono coloro che dettano la
legge ed il ritmo della storia. E' probabile che il Papa che sarà eletto
al posto del povero Ratzinger costretto alle dimissioni e forse
prigioniero per il resto della sua vita sarà un curiale come Scola ma
organico al sistema di potere che ha negli USA il suo maggiore centro di
potere. In Conclave siedono cardinali golpisti che hanno aiutato
l'imperialismo contro i popoli poveri dell'America Latina.
Non mi
aspetto niente di buono da un Conclave tutto di destra e tutto ultrareazionario. Anche se il Papa sarà nero, sarà nero della razza di
Obama e cioè con un cuore wasp!
Pietro Ancona
10 marzo 2013
Isole greche in vendita, Alba Dorata pronta all’incasso.
Aumento esponenziale del numero di abitanti nel Mondo, consumo di
suolo sempre più sfrenato, speculazioni sul prezzo delle colture,
produzione di biocarburanti, turismo industriale… Queste sono solo
alcune delle ragioni per cui la terra è sempre più ambita, tanto che per
alcuni Paesi diventa l’unica moneta di scambio prima del baratro. E’ il
caso della Grecia, che a causa della crisi finanziaria
generata dalla corruzione della sua classe dirigente è ormai costretta a
scambiare le proprie isole in cambio di denaro. Dopo i tagli selvaggi
agli stipendi del pubblico impiego e l’abbattimento del salario minimo, è
infatti arrivato il momento di raschiare il fondo del barile. E per
farlo la Grecia si è rivolta ad uno che di barili se ne intende: l’emiro del Qatar
Hamad bin Khalifa Al Thani. Parliamo dell’ottavo uomo più ricco del
mondo, con un patrimonio personale di 2,4 miliardi di dollari accumulati
in gran parte grazie allo sfruttamento del petrolio e del gas su cui
galleggia il suo Paese. E’ lui ad essersi aggiudicato per 8,5 milioni di euro sei meravigliose isole nell’arcipelago delle Echinadi,
proprio di fronte a Itaca, culla della cultura ellenica. L’emiro, tra
l’altro proprietario della squadra francese del Paris Saint-Germain, ha
prima comprato l’isola di Oxia dalla famiglia Stamoulis, per poi
acquistare le altre cinque isole dalla famiglia Grivas.
E questo è solo l’inizio di un fenomeno che potremmo definire “island grabbing”. Perché oltre alle ricche famiglie greche in difficoltà, a breve anche il governo del conservatore Samaras avvierà la dismissione di 40 isole da dare in concessione per 30/50 anni. Il rischio è naturalmente quello di speculazioni edilizie senza freno in una realtà naturalistica unica nel Mediterraneo. D’altronde le disastrate casse della Grecia hanno assoluto bisogno di denaro liquido e gli investitori stranieri aleggiano come avvoltoi sui resti di un Paese allo sbando. Già nel 2010 la compagnia cinese Cosco aveva preso in gestione per la durata di 35 anni una buona parte del porto commerciale del Pireo, uno dei più importanti d’Europa.
E’ anche per questo che il partito di estrema destra nazionalista Alba Dorata è riuscito ad entrare in parlamento con 18 deputati, dopo una campagna elettorale tutta incentrata sulla difesa della Grecia dagli speculatori stranieri e dagli immigrati. Il rischio è che la svendita del patrimonio demaniale possa soffiare su questo fuoco estremista-nazionalista che nella realtà, più che combattere la finanza e l’austerity, se la prende con gli immigrati ed i profughi che arrivano dall’Asia e dall’Africa. Per la Grecia, infatti, passa circa il 65% dei migranti irregolari diretti verso l’Europa: per i nazionalisti alla ricerca di consensi è gioco facile prendersela con questa categoria. Certo ci sarebbe da preoccuparsi maggiormente di chi, come emiri e multinazionali, vuole veramente saccheggiare le loro risorse. La storia, però, è piena di guerre tra poveri scatenate da chi povero non è.
L’Italia, per il momento, sembra essere nelle condizioni di poter trattenere il proprio patrimonio, anche se è di pochi giorni fa la notizia secondo cui l’isola di Budelli, con la meravigliosa spiaggia rosa, sia stata messa all’asta. Il Ministro dell’ambiente Clini ha già affermato che il Governo eserciterà il diritto di prelazione sull’isola che fa parte del Parco Nazionale dell’arcipelago di La Maddalena e che merita assolutamente di tornare ad essere un bene comune.
Sempre che in Qatar non sia arrivata la notizia…
Fonte
E questo è solo l’inizio di un fenomeno che potremmo definire “island grabbing”. Perché oltre alle ricche famiglie greche in difficoltà, a breve anche il governo del conservatore Samaras avvierà la dismissione di 40 isole da dare in concessione per 30/50 anni. Il rischio è naturalmente quello di speculazioni edilizie senza freno in una realtà naturalistica unica nel Mediterraneo. D’altronde le disastrate casse della Grecia hanno assoluto bisogno di denaro liquido e gli investitori stranieri aleggiano come avvoltoi sui resti di un Paese allo sbando. Già nel 2010 la compagnia cinese Cosco aveva preso in gestione per la durata di 35 anni una buona parte del porto commerciale del Pireo, uno dei più importanti d’Europa.
E’ anche per questo che il partito di estrema destra nazionalista Alba Dorata è riuscito ad entrare in parlamento con 18 deputati, dopo una campagna elettorale tutta incentrata sulla difesa della Grecia dagli speculatori stranieri e dagli immigrati. Il rischio è che la svendita del patrimonio demaniale possa soffiare su questo fuoco estremista-nazionalista che nella realtà, più che combattere la finanza e l’austerity, se la prende con gli immigrati ed i profughi che arrivano dall’Asia e dall’Africa. Per la Grecia, infatti, passa circa il 65% dei migranti irregolari diretti verso l’Europa: per i nazionalisti alla ricerca di consensi è gioco facile prendersela con questa categoria. Certo ci sarebbe da preoccuparsi maggiormente di chi, come emiri e multinazionali, vuole veramente saccheggiare le loro risorse. La storia, però, è piena di guerre tra poveri scatenate da chi povero non è.
L’Italia, per il momento, sembra essere nelle condizioni di poter trattenere il proprio patrimonio, anche se è di pochi giorni fa la notizia secondo cui l’isola di Budelli, con la meravigliosa spiaggia rosa, sia stata messa all’asta. Il Ministro dell’ambiente Clini ha già affermato che il Governo eserciterà il diritto di prelazione sull’isola che fa parte del Parco Nazionale dell’arcipelago di La Maddalena e che merita assolutamente di tornare ad essere un bene comune.
Sempre che in Qatar non sia arrivata la notizia…
Fonte
08 marzo 2013
Sfruttamenti e fanculaggini.
Questo è un blog personale e anche se normalmente le tematiche sono diverse, ritengo di poterlo usare anche per altri scopi, ad esempio quello di gridare al mondo che sono........ STANCA!!!!
Spiego: se c’è una cosa che mi fa incazzare è essere sfruttata, ma
coi tempi che corrono, qualche rospo bisogna mandarlo giù, almeno quando si
tratta di lavoro. Mi fanno incazzare molto di più le sordide scuse che prendono
per non farmi avere l’impressione di essere sfruttata, come se fossi un’imbecille
che non vede al di là del naso.
Ma c’è una cosa che mi fa andare veramente fuori
di testa: lo sfruttamento di chi dice di “volermi bene”! E qui non si tratta di
amanti o amici o che altro ne so, ma di quelli che davvero dovrebbero volermi
bene, quelli a cui sono legata da vincoli di sangue: i parenti insomma.
Quelli che si sono permessi di giudicarmi quando ho lasciato
mio marito perché la famiglia è sacra, salvo poi dimenticarsi della famosa
sacralità quando c’è da occuparsi di un vecchio malato.
Quelli che: “Oh come sei brava” fino a che non gli chiedo di
aiutarmi perché fra un po’ mi vanno in tilt anche le unghie dei piedi.
Quelli che: “Mi dispiace ma non posso, ho l’appuntamento
dalla callista!” e si lavano la coscienza con 20 miserabili euro convinti che
il denaro possa tutto, anche sopperire alla solidarietà concreta, quella che ti
fa alzare di notte per un lamento o fare mille viaggi avanti e indietro dall’ospedale,
magari anche a piedi perché la macchina non ce la fa più e non puoi permetterti
l’orafo-meccanico.
Questo non sopporto e vado in bestia. Ma non ci posso porre
rimedio, i parenti non me li posso scegliere, ce li ho e me li devo tenere. L’unica
cosa che posso fare è mandarli a fanculo come ho già fatto tante volte, senza
alcun risultato tangibile se non quello di venire giudicata mezza esaurita. Ma fa
niente, ormai sono abituata ad essere guardata male.
Ecco, mi sono sfogata!
Anche se sfogarmi con quattro righe scalmanate non porta a
niente…..
Ah, dimenticavo….non sono figlia unica…
Io non festeggio.
Perché non c’è niente da festeggiare.
Perché come ricorrenza è stata svuotata del suo significato
per assumere il ruolo dell’ennesima festa consumistica, per non parlare della
serata per sole donne, magari con lo spogliarellista di turno.
Perché nonostante sia passato più di un secolo dalla sua prima
manifestazione, ci ritroviamo a porci queste domande:
-Quante donne vengono ancora mutilate ogni giorno con la
pratica dell’infibulazione?
-A quante donne viene ancora negato il diritto
all’istruzione?
-Quante spose bambine ci sono ancora nel mondo?
-Quante bambine ogni giorno vengono rapite, violentate e
relegate chissà dove per accontentare danarosi pedofili?
-Quante donne e ragazzine sono costrette a prostituirsi sulle
nostre strade davanti alla nostra totale indifferenza e al nostro moralismo
ipocrita?
Certo, noi donne occidentali possiamo definirci fortunate,
abbiamo lottato e ottenuto il diritto al voto, allo studio, al divorzio,
all’aborto, all’autodeterminazione, ma viviamo in una società che ci tratta
ancora come “diverse”:
-I nostri stipendi sono inferiori a quelli degli uomini.
-Prima di essere assunte ci fanno firmare le dimissioni in
bianco.
-A noi tocca ancora la maggior parte del lavoro domestico e
la cura dei bambini e dei parenti anziani.
-Abbiamo voce in politica prevalentemente perché bisogna
rispettare le quote rosa.
-La cronaca è piena di episodi di violenza domestica,
stalking e omicidi nei nostri confronti.
Cosa dobbiamo
festeggiare, se viviamo ancora in una sorta di medioevo?
Non basta un giorno per ricordare l’altra metà del cielo perché
c’è ancora tanto da lavorare e da vigilare:
i nostri diritti ci vengono tolti ogni giorno, un pezzetto alla volta.
Questo 8 Marzo è meglio invece ricordare due donne:
Clara Zetkin, che visse battendosi per l'emancipazione
femminile e teorizzò la liberazione delle donne dalla sudditanza maschile come
parte fondamentale dell'emancipazione del proletariato.
E Rosa Luxemburg che insieme istituirono il ricordo dell'8
marzo dopo la strage delle operaie. Due combattetti per i diritti delle donne.
I Diritti delle Donne sono Diritti Umani!
A tutte le donne che oggi hanno comunque voglia di festeggiare,
a tutte voi,
Serenità!
P.S.Ci sarebbe un modo per festeggiare degnamente: applicare le seguenti Convenzioni internazionali:
Facciamole valere e festeggeremo, qualunque giorno sia!
07 marzo 2013
Le donne nella cultura degli Indiani d'America.
Un omaggio a un grande popolo, il più fiero, un piccolo viaggio nella sua grande cultura senza tempo, con un'attenzione particolare alle donne, figure importanti e decisive nelle tribù.
In quasi tutte le tribù native americane, le donne erano il motore economico della tribù e garantivano il buon andamento della vita quotidiana. In alcune tribù come gli Apache la famiglia era matriarcale.
I loro compiti erano innumerevoli: scuoiavano animali, affumicavano la carne, confezionavano tutti gli indumenti, anche i mocassini, erano espertissime conciatrici di pelli: riuscivano a renderla morbida come un tessuto (una donna riusciva a conciare 4 pelli di montone all’anno), e poi raccoglievano la frutta, pestavano il mais e il miglio, cucinavano, montavano e smontavano le tende, e, naturalmente, accudivano i figli.
Le donne indiane avevano molta cura dei loro piccoli e non si limitavano ad assicurare loro la sopravvivenza: facevano di tutto per rendere la vita bella e piacevole.
Per quanto riguarda i piccoli del il popolo delle Pianure, probabilmente nessuna infanzia è stata più felice: non c’erano bambini più coccolati, viziati, protetti e liberi.
Senza scuola, senza orari, senza disciplina convenzionale i bambini attraverso il gioco apprendevano le arti, la tecnica, le tradizioni, la cultura collettiva.
Ed erano tutte le donne della tribù a prendersi cura del bambino, fino alla sua adolescenza. Le donne erano anche quelle che massaggiavano i bambini più volte al giorno soprattutto nei gelidi inverni delle pianure, erano quelle che per riparare i piccoli dal gelo, usavano il grasso di bisonte, e che pensavano a raccogliere il muschio fresco e assorbente che fungeva da pannolino per i più piccoli.
Erano ancora le donne a realizzare (di solito durante la gravidanza) e a servirsi poi, caricandoli poi sulle spalle, bellissimi porta-enfant di morbida pelle di cerbiatto arricchita di piccolissime perline multicolori. Tra le puerpere c’era molta solidarietà: se una non aveva abbastanza latte per nutrire il proprio bambino, ce n’era sempre un’ altra che ne aveva in eccesso e che fungeva da balia.
La sera, per far addormentare i piccoli cantavano lunghe nenie. Per i problemi meno importanti, come coliche o dolori per la dentizione, erano sempre le donne a fungere da pediatre e curare il bambino con erbe medicinali, (gli analgesici più usati erano la salvia e le foglie di salice). Il cibo era sempre pronto e abbondante, conservato cotto in modo da poter essere servito in qualsiasi momento. Infatti non era destinato soltanto al consumo della famiglia, ma di chiunque arrivasse, forestieri o parenti. Nella vita sociale degli indiani il saper preparare e servire il cibo era molto importante. Attraverso l’offerta e la condivisione del cibo, si rinsaldavano i vincoli tra l’uomo di famiglia sia con i capi del gruppo, che con i parenti della moglie.
Tutti i compiti delle donne erano considerati onorevoli e dignitosi. Nessun lavoro era ritenuto servile .
In effetti le donne erano oggetto di premure e di attenzioni: a cominciare dal mattino quando il marito spazzolava i capelli alla moglie (con una coda di porcospino attaccata ad un impugnatura decorata), le faceva le trecce e le dipingeva il viso (se dopo divenne una questione di moda, all’inizio questo cominciò per il fatto che molte donne lakota avevano una carnagione bellissima e molto delicata che mal sopportava il vento caldo e il sole bruciante delle pianure).
Il matrimonio era tenuto in grande considerazione presso i Sioux. La celebrazione (se così si può chiamare) consisteva nel fatto che il fidanzato andava a prendere la ragazza nel tepee dove alloggiava con la sua famiglia e la portava nella loro tenda (preparata precedentemente dalle donne imparentate con la sposa). Lei dava subito dimostrazione di essere a casa sua: accendeva il fuoco al centro della tenda, sedendosi al posto della moglie a destra del focolare, di fronte si sedeva il marito, nel posto proprio del capofamiglia. Senza altre formalità erano marito e moglie. Il matrimonio doveva essere consenziente, poteva esserci un accordo tra la famiglia di lei e quella dello sposo oppure si poteva fuggire mettendo entrambe le famiglie di fronte al fatto compiuto o ancora, in casi estremi, la donna veniva rapita direttamente, senza perdere tempo. Anche se spesso si creavano chiacchiere e “inciuci”, non appena la sposa rimaneva incinta, tutto si metteva a tacere. Una madre conquistava automaticamente il massimo del rispetto collettivo.
La professione di madre era tenuta in grande considerazione e rispetto al punto che nel momento in cui la donna si rendeva conto di essere incinta, troncava i rapporti sessuali con il marito (cosa che non creava tensioni né contrasti: le premure dello sposo rimanevano immutate). Una volta avuto il bambino, i genitori si preoccupavano di non metterne in cantiere un altro almeno fino a quando il precedente non avesse raggiunto l’età di 5-6 anni in modo che potesse avere tutte le attenzioni possibili e che la donna non si stancasse troppo. La moglie non prendeva il nome del marito né del suo clan.
I bambini appartenevano al clan della madre. Se la cerimonia del matrimonio era piuttosto semplice e diretta, il corteggiamento era invece un rito lungo e complicato: un metodo molto diffuso era quello di mettersi sulla via dell’acqua e aspettare che le donne passassero per attingere l’acqua o per lavare i panni, afferrare il lembo della sottana o colpirla a distanza con dei sassolini. Se lei rallentava il passo significava che il corteggiatore aveva il permesso di affiancarsi e parlarle, se non era interessata lo avrebbe ignorato . Altro tipo di corteggiamento era quello della coperta: i corteggiatori si presentavano dopo il tramonto davanti al tepee della famiglia di lei e chiedevano di sedersi accanto alla ragazza, avvolgendola nella coperta.
Se lei gradiva, la conversazione si prolungava, e non era raro che ci fosse qualche “approfondimento” reciproco della conoscenza del corpo dell’altro. Ma sempre da seduti. Era vietato sdraiarsi sotto la coperta. Se lei non gradiva, il corteggiatore veniva congedato in fretta. La violenza sulle donne esisteva, ma era molto rara, forse anche perché la vendetta da parte della vittima era piuttosto dura e definitiva: le donne lakota, addestrate fin da piccole all’arte della macellazione, maneggiavano il coltello con molta facilità. Si può immaginare come potessero usare quest’abilità…ma questa pratica non conveniva a nessuno: la donna che riusciva a compiere questa vendetta era tenuta a mantenere l’uomo castrato fino alla sua morte.
Per il divorzio nessun ricatto, nessuna spesa e nessuno avvocato: così come l’entrata della donna sanciva il suo ruolo di sposa, l’uscita dal tepee con le proprie masserizie significava la rottura del legame matrimoniale. Al marito non restava altro che “suonare il tamburo”: si portava al centro dei cerchi di tende e gridava “questa donna non è più mia. Chi la vuole se la prenda” .
Se era la moglie a essere stanca del marito, lo buttava semplicemente fuori dal tepee e, se voleva, accoglierci un altro uomo non doveva dare nessuna spiegazione. Nessun “avvocato” neanche per la spartizione dei beni: giacché la terra non apparteneva a nessuno, non c’erano né terre né proprietà da dividere.
Semplicemente alla donna spettavano oltre la tenda (che già era sua), un cavallo da carico, tutte le suppellettili domestiche, tutti i coltelli tranne quelli da caccia e tutte le pelli che aveva conciato durante la vita matrimoniale (tranne quelle conciate esclusivamente per il marito).
A lui spettavano il piumaggio, le armi, i cavalli da caccia e da guerra. Neanche troppe storie per l’affidamento dei figli: i piccoli, quelli che ancora dovevano arrivare alla pubertà, restavano con la madre, i più grandicelli andavano col padre. In genere i divorzi erano dovuti ai tradimenti, ma se un marito infedele non poteva essere punito dalla propria donna (che aveva solo il diritto di andare in collera e di divorziare), per una donna infedele la punizione era peggiore: al primo tradimento il marito aveva il diritto di tagliarle una treccia (due se era particolarmente geloso). L’uomo in teoria poteva avere più mogli ma erano casi rarissimi. E se succedeva era soltanto se la prima moglie era anziana e lui un guerriero ricco con molti cavalli. Era costretto infatti a mantenere tutti i parenti delle varie mogli. Avere molte moglie era anche un investimento economico: se una donna da sola conciava 4 pelli l’anno, più donne, naturalmente, avrebbero conciato più pelli. Le donne lakota erano di solito silenziose e riservate e in genere non partecipavano alla vita pubblica, ma una donna anziana e saggia o che aveva mostrato un particolare coraggio, poteva diventare parte del Consiglio Tribale.
In quasi tutte le tribù native americane, le donne erano il motore economico della tribù e garantivano il buon andamento della vita quotidiana. In alcune tribù come gli Apache la famiglia era matriarcale.
I loro compiti erano innumerevoli: scuoiavano animali, affumicavano la carne, confezionavano tutti gli indumenti, anche i mocassini, erano espertissime conciatrici di pelli: riuscivano a renderla morbida come un tessuto (una donna riusciva a conciare 4 pelli di montone all’anno), e poi raccoglievano la frutta, pestavano il mais e il miglio, cucinavano, montavano e smontavano le tende, e, naturalmente, accudivano i figli.
Le donne indiane avevano molta cura dei loro piccoli e non si limitavano ad assicurare loro la sopravvivenza: facevano di tutto per rendere la vita bella e piacevole.
Per quanto riguarda i piccoli del il popolo delle Pianure, probabilmente nessuna infanzia è stata più felice: non c’erano bambini più coccolati, viziati, protetti e liberi.
Senza scuola, senza orari, senza disciplina convenzionale i bambini attraverso il gioco apprendevano le arti, la tecnica, le tradizioni, la cultura collettiva.
Ed erano tutte le donne della tribù a prendersi cura del bambino, fino alla sua adolescenza. Le donne erano anche quelle che massaggiavano i bambini più volte al giorno soprattutto nei gelidi inverni delle pianure, erano quelle che per riparare i piccoli dal gelo, usavano il grasso di bisonte, e che pensavano a raccogliere il muschio fresco e assorbente che fungeva da pannolino per i più piccoli.
Erano ancora le donne a realizzare (di solito durante la gravidanza) e a servirsi poi, caricandoli poi sulle spalle, bellissimi porta-enfant di morbida pelle di cerbiatto arricchita di piccolissime perline multicolori. Tra le puerpere c’era molta solidarietà: se una non aveva abbastanza latte per nutrire il proprio bambino, ce n’era sempre un’ altra che ne aveva in eccesso e che fungeva da balia.
La sera, per far addormentare i piccoli cantavano lunghe nenie. Per i problemi meno importanti, come coliche o dolori per la dentizione, erano sempre le donne a fungere da pediatre e curare il bambino con erbe medicinali, (gli analgesici più usati erano la salvia e le foglie di salice). Il cibo era sempre pronto e abbondante, conservato cotto in modo da poter essere servito in qualsiasi momento. Infatti non era destinato soltanto al consumo della famiglia, ma di chiunque arrivasse, forestieri o parenti. Nella vita sociale degli indiani il saper preparare e servire il cibo era molto importante. Attraverso l’offerta e la condivisione del cibo, si rinsaldavano i vincoli tra l’uomo di famiglia sia con i capi del gruppo, che con i parenti della moglie.
Tutti i compiti delle donne erano considerati onorevoli e dignitosi. Nessun lavoro era ritenuto servile .
In effetti le donne erano oggetto di premure e di attenzioni: a cominciare dal mattino quando il marito spazzolava i capelli alla moglie (con una coda di porcospino attaccata ad un impugnatura decorata), le faceva le trecce e le dipingeva il viso (se dopo divenne una questione di moda, all’inizio questo cominciò per il fatto che molte donne lakota avevano una carnagione bellissima e molto delicata che mal sopportava il vento caldo e il sole bruciante delle pianure).
Il matrimonio era tenuto in grande considerazione presso i Sioux. La celebrazione (se così si può chiamare) consisteva nel fatto che il fidanzato andava a prendere la ragazza nel tepee dove alloggiava con la sua famiglia e la portava nella loro tenda (preparata precedentemente dalle donne imparentate con la sposa). Lei dava subito dimostrazione di essere a casa sua: accendeva il fuoco al centro della tenda, sedendosi al posto della moglie a destra del focolare, di fronte si sedeva il marito, nel posto proprio del capofamiglia. Senza altre formalità erano marito e moglie. Il matrimonio doveva essere consenziente, poteva esserci un accordo tra la famiglia di lei e quella dello sposo oppure si poteva fuggire mettendo entrambe le famiglie di fronte al fatto compiuto o ancora, in casi estremi, la donna veniva rapita direttamente, senza perdere tempo. Anche se spesso si creavano chiacchiere e “inciuci”, non appena la sposa rimaneva incinta, tutto si metteva a tacere. Una madre conquistava automaticamente il massimo del rispetto collettivo.
La professione di madre era tenuta in grande considerazione e rispetto al punto che nel momento in cui la donna si rendeva conto di essere incinta, troncava i rapporti sessuali con il marito (cosa che non creava tensioni né contrasti: le premure dello sposo rimanevano immutate). Una volta avuto il bambino, i genitori si preoccupavano di non metterne in cantiere un altro almeno fino a quando il precedente non avesse raggiunto l’età di 5-6 anni in modo che potesse avere tutte le attenzioni possibili e che la donna non si stancasse troppo. La moglie non prendeva il nome del marito né del suo clan.
I bambini appartenevano al clan della madre. Se la cerimonia del matrimonio era piuttosto semplice e diretta, il corteggiamento era invece un rito lungo e complicato: un metodo molto diffuso era quello di mettersi sulla via dell’acqua e aspettare che le donne passassero per attingere l’acqua o per lavare i panni, afferrare il lembo della sottana o colpirla a distanza con dei sassolini. Se lei rallentava il passo significava che il corteggiatore aveva il permesso di affiancarsi e parlarle, se non era interessata lo avrebbe ignorato . Altro tipo di corteggiamento era quello della coperta: i corteggiatori si presentavano dopo il tramonto davanti al tepee della famiglia di lei e chiedevano di sedersi accanto alla ragazza, avvolgendola nella coperta.
Se lei gradiva, la conversazione si prolungava, e non era raro che ci fosse qualche “approfondimento” reciproco della conoscenza del corpo dell’altro. Ma sempre da seduti. Era vietato sdraiarsi sotto la coperta. Se lei non gradiva, il corteggiatore veniva congedato in fretta. La violenza sulle donne esisteva, ma era molto rara, forse anche perché la vendetta da parte della vittima era piuttosto dura e definitiva: le donne lakota, addestrate fin da piccole all’arte della macellazione, maneggiavano il coltello con molta facilità. Si può immaginare come potessero usare quest’abilità…ma questa pratica non conveniva a nessuno: la donna che riusciva a compiere questa vendetta era tenuta a mantenere l’uomo castrato fino alla sua morte.
Per il divorzio nessun ricatto, nessuna spesa e nessuno avvocato: così come l’entrata della donna sanciva il suo ruolo di sposa, l’uscita dal tepee con le proprie masserizie significava la rottura del legame matrimoniale. Al marito non restava altro che “suonare il tamburo”: si portava al centro dei cerchi di tende e gridava “questa donna non è più mia. Chi la vuole se la prenda” .
Se era la moglie a essere stanca del marito, lo buttava semplicemente fuori dal tepee e, se voleva, accoglierci un altro uomo non doveva dare nessuna spiegazione. Nessun “avvocato” neanche per la spartizione dei beni: giacché la terra non apparteneva a nessuno, non c’erano né terre né proprietà da dividere.
Semplicemente alla donna spettavano oltre la tenda (che già era sua), un cavallo da carico, tutte le suppellettili domestiche, tutti i coltelli tranne quelli da caccia e tutte le pelli che aveva conciato durante la vita matrimoniale (tranne quelle conciate esclusivamente per il marito).
A lui spettavano il piumaggio, le armi, i cavalli da caccia e da guerra. Neanche troppe storie per l’affidamento dei figli: i piccoli, quelli che ancora dovevano arrivare alla pubertà, restavano con la madre, i più grandicelli andavano col padre. In genere i divorzi erano dovuti ai tradimenti, ma se un marito infedele non poteva essere punito dalla propria donna (che aveva solo il diritto di andare in collera e di divorziare), per una donna infedele la punizione era peggiore: al primo tradimento il marito aveva il diritto di tagliarle una treccia (due se era particolarmente geloso). L’uomo in teoria poteva avere più mogli ma erano casi rarissimi. E se succedeva era soltanto se la prima moglie era anziana e lui un guerriero ricco con molti cavalli. Era costretto infatti a mantenere tutti i parenti delle varie mogli. Avere molte moglie era anche un investimento economico: se una donna da sola conciava 4 pelli l’anno, più donne, naturalmente, avrebbero conciato più pelli. Le donne lakota erano di solito silenziose e riservate e in genere non partecipavano alla vita pubblica, ma una donna anziana e saggia o che aveva mostrato un particolare coraggio, poteva diventare parte del Consiglio Tribale.
"Non lasciamo che i nostri ideali ci rendano soddisfatti di noi stessi.
Ognuno di noi, in scala più o meno grande contribuisce allo sfruttamento e alla distruzione della terra, allo spreco e all'inquinamento.
Abbiamo semplicemente la possibilità di camminare più vicino alla Buona Strada.
Non di colpo, ma tappa per tappa in questa direzione, finchè non riusciamo a tornare su questo sentiero.
Per coloro che sanno ascoltare, le voci parlano ancora."
SAUPAQUANT, WAMPANOAG
L'Italia che muore.
di Marco Cedolin
Mentre
Bersani filosofeggia intorno a fantasiose redistribuzioni dell'IMU e
rivisitazioni della macchina di morte di Equitalia, nel tentativo di
mercanteggiare l'appoggio di Grillo. Mentre l'Europa pretende con
tono perentorio altre lacrime ed altro sangue subito, senza
discussioni. Mentre il golpista trombato Mario Monti si dice pronto a
tutto purché non nasca un governo anti europeo. Mentre la politica
gigioneggia nei salottini TV su argomenti pregnanti come la legge
elettorale ed il diritto di cittadinanza, alternando la rava e la
fava con la fava e la rava.
C'è
un'Italia che muore e continua a suicidarsi, refrattaria alla
giustizia dispensata da Mr. Legacoop/Mps ed alla libertà offerta dal
salapuzio di Arcore.
Perfino
i media mainstream che su ordine di Mario Monti da un anno avevano
eliminato dai propri palinsesti la mezza dozzina di suicidi
giornalieri causati dalla disperazione economica, sembrano non essere
più in grado di occultare il fenomeno.
Quando
come nella tragedia accaduta a Perugia all'interno della sede
della Regione Umbria....
Il
disgraziato rovinato dall'Italia giusta, decide nella sua follia di
portare con sè anche altri malcapitati, per forza di cose la notizia
tracima e neppure il diktat di Mario Monti riesce a mantenerla
sottotraccia. Così come sta accadendo sempre più spesso, quando la
persona rovinata e gettata in mezzo ad una strada, nel momento di
togliersi la vita porta con sé il coniuge, i fratelli, le sorelle, i
parenti.
Nonostante
la portata del fenomeno sembri non essere stata colta dal mondo del
giornalismo italiano (con l'eccezione di chi redige i necrologi
locali), impegnato a dissertare intorno agli equilibri degli
schieramenti politici, al toto elezioni del Papa, alla salute della
regina d'Inghilterra e alle partite di Champions League, il paese è
simile ad una pentola a pressione, con la valvola che non funziona
più. Nè la politica sembra intenzionata a trovare in extremis un
qualche rimedio, essendosi già impegnata con i propri padroni ad
alzare ulteriormente la fiamma, così come ordinato dalla BCE e da
Bruxelles.
L'Italia
muore di troppa giustizia sbagliata, di troppe famiglie che non ce la
fanno più, di troppi drammi economici trasformatisi in tragedie
esistenziali, di troppe grida d'aiuto lasciate obliare nel frastuono
dell'indifferenza, da chi preferisce parlare di spread, di tatticismi
politici, di reazioni dei mercati, di grafici di borsa e di prestigio
europeo. Muore e trascina con sé i suoi figli ogni giorno, muore
ogni giorno di più, anche se restiamo voltati dall'altra parte e
fingiamo di non accorgercene.
Colonialismo elettorale.
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| http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm |
Ma il conformismo può assumere varie facce, compresa quella dell'apparente polemica anti-sistema. Nel mese di febbraio, un po' prima delle elezioni, è circolata marginalmente la notizia dell'incontro avvenuto a Roma nell'aprile 2008, fra Beppe Grillo e l'ambasciatore statunitense Ronald Spogli. Si è potuto anche venire a conoscenza della favorevole relazione dell'ambasciatore riguardo all'incontro, una relazione inviata all'allora segretario di Stato, Condoleeza Rice. La notizia era stata probabilmente diffusa per determinare un piccolo disturbo alla campagna elettorale di Grillo; ma, ora che il Movimento 5 Stelle è diventato il primo partito italiano, con il 25% dei suffragi, la cosa assume un peso diverso.
Un movimento di opinione che arrivi a rappresentare il 25% degli elettori in nome di un voto di protesta contro la corruzione del sistema politico, costituisce obiettivamente un ossimoro, una contraddizione in termini. Infatti soltanto un sistema elettorale assolutamente sano, e del tutto trasparente, potrebbe offrire tanto spazio ad un voto di opinione. Avremmo quindi il paradosso di una classe politica corrotta, che però garantirebbe un meccanismo elettorale pienamente leale ed affidabile, che consentirebbe addirittura all'ultimo venuto di diventare il primo partito. Invece pare che il sistema elettorale sia davvero corrotto, tanto che persino la normativa ufficiale si è strutturata in modo da favorire il voto di scambio, creando quell'efficacissimo strumento di etero-direzione del voto che è la tessera elettorale, grazie alla quale è impossibile sfuggire ai controlli del proprio capo-elettore.
Il voto controllato non è soltanto un affare di mafia, poiché nelle ultime elezioni regionali lombarde si è riscontrato che il network CL/Compagnia delle Opere è ancora in grado di esercitare un controllo capillare nei piccoli centri della provincia; e ciò, ovviamente, in base al ricatto occupazionale, tanto più drammatico ed efficace in un momento di depressione economica.
Che l'exploit del M5S sia stato favorito da un'infiltrazione di voto controllato, è un'ipotesi che potrà essere facilmente verificata o smentita nei prossimi mesi. L'obiezione, scontata, ad un'ipotesi del genere potrebbe essere che l'infiltrazione costituisce un fenomeno che coinvolge pressoché tutti i movimenti che abbiano un minimo di articolazione organizzativa; perciò è realistico ritenere che non esista neppure un solo movimento di opposizione che non veda ricoperti alcuni dei suoi posti-chiave da personaggi che lavorano per ben altri potentati.
D'altra parte il M5S rappresenta una novità assoluta, senza l'ostacolo di alcuna tradizione organizzativa, un contenitore ancora in gran parte vuoto, che potrebbe essere riempito improvvisamente con contenuti del tutto sorprendenti, soprattutto per chi lo abbia votato. Il primo risultato della vittoria elettorale del M5S è di aver determinato una situazione di stallo parlamentare che per mesi non potrà essere sbloccata con nuove elezioni, data la contemporaneità del semestre bianco del presidente Giorgio Napolitano.
Ci si potrebbe anche domandare quale potesse essere il pericolo costituito da un personaggio come Bersani, in stato di assoluta sudditanza verso la NATO ed il FMI. In realtà la quieta mediocrità di Bersani avrebbe costituito un problema per la guerra psicologica coloniale, che ha il bisogno assoluto di coltivare un'anomalia italiana, una estenuante conflittualità interna, che distragga l'opinione pubblica dagli effetti crescenti del processo di colonizzazione finanziaria e militare.
Persino un advisor del Consiglio Atlantico, come Monti, è caduto vittima di queste esigenze della psicoguerra, poiché in una situazione di stallo parlamentare come quella attuale, una continuità del governo Monti avrebbe potuto rappresentare, almeno per un anno, un ostacolo ad una piena anormalità istituzionale. Ora che Monti è stato costretto a bruciare la propria immagine di tecnico super partes in un'assurda campagna elettorale, la continuità del suo governo risulta improponibile.
Era facilmente prevedibile che, dopo essersi sorbiti anni di burlesconismo, gli Italiani avrebbero dovuto affrontare un duro calvario di espiazione ("siete voi che lo avevate votato"). Un elemento tipico del colonialismo è infatti la retorica dell'esotismo politico: un Paese strano e bizzarro, capriccioso e "individualista", e chi più ne ha più ne metta. Da un lato c'erano le interviste di Grillo ai corrispondenti stranieri, mentre quelli italiani venivano allontanati con disprezzo. Corrispondenti svedesi, tedeschi, inglesi che interloquivano con Grillo con quel misto di commiserazione e compiacimento tipico delle razze superiori. Dall'altra parte i corrispondenti italiani che sfoderavano con orgoglio la sudditanza dei colonizzati: "I colleghi stranieri ci chiedono di spiegare cosa sta accadendo con le elezioni in Italia, ma noi non riusciamo a spiegare... loro non capiscono (sic!)...". Naturalmente la stampa estera ricomincia con l'eterno ritornello: l'Italia è ingovernabile, l'instabilità mette a rischio l'euro, un euro in crisi si ripercuoterebbe sull'economia USA, il rischio di un collasso del sistema solare diventerebbe concreto, ed anche Alfa Centauri potrebbe avere dei problemi. Potenza di Scilipoti !
L'effetto distrazione-autodenigrazione sta funzionando. La vicenda del governatore della Regione Sicilia, Crocetta, che si è visto respingere dalla base USA di Sigonella la sua lettera di revoca delle autorizzazioni ambientali per il nuovo impianto radar, infatti è passata quasi inosservata.
Crocetta ha dovuto far finta di considerare una propria vittoria le generiche dichiarazioni del console statunitense circa un blocco dei lavori alla base di Sigonella; e, del resto, da governatore regionale, Crocetta non avrebbe avuto comunque strumenti per reagire. Non si può neanche imputare ai 5 Stelle siciliani il fatto di aver impostato la questione di Sigonella in termini puramente ambientali, dato che un governo regionale non possiede altri appigli giuridici; anzi, va riconosciuto che almeno il problema è stato sollevato. Ciò che invece lascia perplessi é che il M5S non abbia espresso reazioni a livello nazionale, come se tutti i guai dell'Italia derivassero solo dai partiti. Oggi anche Crocetta ha ritrovato le prime pagine dei quotidiani per la sua decisione di abolire le province. Quindi si torna a temi meno rischiosi, e tutti interni, come la riduzione dei costi della politica.
Ormai risulta chiaro che Sigonella è sotto sovranità statunitense, e meno questo dato arriva alla pubblica opinione, meglio è. Il problema della crescente de-italianizzazione del territorio italiano risulta palese nel caso della base NATO di Bagnoli, che avrebbe dovuto essere dismessa una volta che gli USA avevano ottenuto un nuovo territorio in Campania, sul Lago Patria, nel Comune di Giugliano. Si ha però l'impressione che gli USA dicano di voler dismettere una base soltanto per ottenere ancora altri territori; ma poi le vecchie basi si guardano bene dal cederle.
Mentre si parlava della chiusura della base NATO, a Bagnoli è invece andata a fuoco la contigua Città della Scienza, a causa di un misterioso attacco dal mare. Ma guarda la coincidenza, a Bagnoli doveva chiudere la NATO, e invece è bruciata Città della Scienza. Meno male che c'è la camorra, così c'è a disposizione un colpevole che consente indirettamente di scaricare la colpa anche sull'inciviltà di un'intera città. Ancora una volta funziona l'effetto distrazione-autodenigrazione.
Di coincidenze fortunate, la NATO ne incassa parecchie. Nel porto di Taranto, la probabile chiusura dell'Ilva lascerà più spazio alla base dei sommergibili USA. Chissà perché questa magistratura così inflessibile con l'Ilva, poi è andata di corsa a calarsi le brache davanti alla multinazionale ThyssenKrupp.
Comidad
Aborto, eutanasia, staminali e gay. Testa o croce?
Quanto peso ha il potere religioso nel nostro Paese?
Non siamo certo ai livelli delle teocrazie classiche, soprattutto musulmane, ma in Italia il peso della Chiesa è comunque notevole, e purtroppo ha spesso effetti deleteri sulla scienza.
Facciamo qualche esempio?
L’aborto, per dirne una, che non è mai una scelta facile e sicuramente non un divertimento per le donne che ne subiscono uno – lo subiscono anche quando l’aborto non è spontaneo ma deciso personalmente.
In un Paese laico le donne che non possono o non vogliono per motivi vari portare a termine una gravidanza andrebbero in ospedale o in altre strutture sanitarie e dopo l’assunzione di un farmaco, o in casi particolari, un breve intervento chirurgico, espleterebbero questo gravoso atto.
E ci sarebbero magari anche degli psicologi che la aiuterebbero a superare il trauma dell’aborto.
Invece a molte di queste donne tocca vedersela con rappresentanti pro life o medici cattolici che cercano di convincerle a non abortire, comportandosi quindi non da uomini e donne di medicina ma come preti.
Ho notizie di farmacie gestite da persone chiaramente legate ad ambienti ecclesiastici che si rifiutano di somministrare alle richiedenti la pillola anti concezionale, cosa davvero “inconcepibile”…
E che dire dell’eutanasia?
Una persona ridotta in fin di vita, o in coma profondo, o legata a macchinari e che desideri, o abbia espresso il desiderio, di poter morire per evitare sofferenze, dipendenze e stati di incoscienza che ledono la dignità umana, si vede contrastata dai soliti politici o dai gruppi legati al Vaticano, secondo cui la vita è sacra.
La cosa strana è che per questi signori, dispotici della salvezza a tutti i costi, la vita è sacra solo quando sei un embrione o quando sei un vegetale.
Le persone che criticano e condannano aborto, eutanasia, ricerca sulle staminali e concepimenti con mezzi non consueti non fanno bene allo sviluppo scientifico e nemmeno al bene fisico e psichico dei singoli individui.
Parlano di pratiche contro natura, contraddicendosi con evidente chiarezza quando parlano ad esempio di eutanasia.
Per loro le persone non possono sovvertire la “volontà di dio” che li tiene inchiodati a un’esistenza da vegetali o da dipendenze umilianti a macchine e persone, ma non si rendono conto che se la natura facesse il suo corso queste persone sarebbero già morte.
Un’ultima considerazione riguarda gli omosessuali e la categoria dei transgender.
Personalmente ritengo che in queste decisioni l’intromissione della religione sia ancora peggiore, perché qui si tratta di scelte di vita che determinano la felicità delle persone.
Il matrimonio e le adozioni gay non fanno male all’umanità né la condannano all’estinzione, di sicuro non più di quanto abbiano sterminato e addolorato le pratiche religiose e tutti i fanatismi correlati.
Simona
Non siamo certo ai livelli delle teocrazie classiche, soprattutto musulmane, ma in Italia il peso della Chiesa è comunque notevole, e purtroppo ha spesso effetti deleteri sulla scienza.
Facciamo qualche esempio?
L’aborto, per dirne una, che non è mai una scelta facile e sicuramente non un divertimento per le donne che ne subiscono uno – lo subiscono anche quando l’aborto non è spontaneo ma deciso personalmente.
In un Paese laico le donne che non possono o non vogliono per motivi vari portare a termine una gravidanza andrebbero in ospedale o in altre strutture sanitarie e dopo l’assunzione di un farmaco, o in casi particolari, un breve intervento chirurgico, espleterebbero questo gravoso atto.
E ci sarebbero magari anche degli psicologi che la aiuterebbero a superare il trauma dell’aborto.
Invece a molte di queste donne tocca vedersela con rappresentanti pro life o medici cattolici che cercano di convincerle a non abortire, comportandosi quindi non da uomini e donne di medicina ma come preti.
Ho notizie di farmacie gestite da persone chiaramente legate ad ambienti ecclesiastici che si rifiutano di somministrare alle richiedenti la pillola anti concezionale, cosa davvero “inconcepibile”…
E che dire dell’eutanasia?
Una persona ridotta in fin di vita, o in coma profondo, o legata a macchinari e che desideri, o abbia espresso il desiderio, di poter morire per evitare sofferenze, dipendenze e stati di incoscienza che ledono la dignità umana, si vede contrastata dai soliti politici o dai gruppi legati al Vaticano, secondo cui la vita è sacra.
La cosa strana è che per questi signori, dispotici della salvezza a tutti i costi, la vita è sacra solo quando sei un embrione o quando sei un vegetale.
Le persone che criticano e condannano aborto, eutanasia, ricerca sulle staminali e concepimenti con mezzi non consueti non fanno bene allo sviluppo scientifico e nemmeno al bene fisico e psichico dei singoli individui.
Parlano di pratiche contro natura, contraddicendosi con evidente chiarezza quando parlano ad esempio di eutanasia.
Per loro le persone non possono sovvertire la “volontà di dio” che li tiene inchiodati a un’esistenza da vegetali o da dipendenze umilianti a macchine e persone, ma non si rendono conto che se la natura facesse il suo corso queste persone sarebbero già morte.
Un’ultima considerazione riguarda gli omosessuali e la categoria dei transgender.
Personalmente ritengo che in queste decisioni l’intromissione della religione sia ancora peggiore, perché qui si tratta di scelte di vita che determinano la felicità delle persone.
Il matrimonio e le adozioni gay non fanno male all’umanità né la condannano all’estinzione, di sicuro non più di quanto abbiano sterminato e addolorato le pratiche religiose e tutti i fanatismi correlati.
Simona
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