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30 aprile 2026

Cosa succederebbe se tutti si dimettessero dal proprio lavoro?

 

Domani è il 1° Maggio, festa dei lavoratori e proprio oggi ho ripreso in mano un libriccino di facile lettura: "Saluteremo il signor padrone" di Stefano Valerio.
Una favola sociale, come la definisce l'autore, una prospettiva utopica che si concretizza quando venti milioni di lavoratrici e lavoratori, nello stesso momento, comunicano la fine del loro rapporto di lavoro inviando lettere di dimissioni, interrompendo la produzione e l’erogazione di ogni servizio o quasi e ponendo fine in tal modo a quell’Italia fondata sul lavoro e sullo sfruttamento.
E già qui siamo nell'utopistico.
A Roma, i ministri esterrefatti pianificano soluzioni e colpi di Stato e tra le organizzazioni politiche già si parla di rivoluzione.
Per ripristinare l'ordine viene chiamato un ingegnere dall’Inghilterra per ideare macchine e robot capaci di aumentare enormemente la produttività. Ma i suoi obiettivi si rivelano via via più ambiziosi e non vanno esattamente nella direzione voluta dagli industriali e politici committenti...
E se l’Italia diventasse una Repubblica fondata non più sul lavoro, ma sul reddito garantito?
Tra fantapolitica e inconscio collettivo, distopia e utopia, un caleidoscopio di vite, eventi e reazioni a catena che cattura, affascina e instilla nuovi, allettanti interrogativi, mentre l’impossibile, forse, diventa possibile…
 

 

26 aprile 2020

Ho fatto un casino ma sono felice.

Ebbene sì, non sono riuscita a controllarmi. Davanti ad una palese sfruttamento mi sono ribellata e, come succede di solito in casi del genere, mi sono data la zappa sui piedi. 
Racconto la storia perché altrimenti non si capisce. 
E' da quando mi sono separata, dal lontano 1998, che, pur di mantenermi, ho sempre dovuto accettare di lavorare in nero rinunciando ai miei diritti. Non sono mai riuscita a trovare alternative nonostante la buonissima volontà! E non ho mai chiesto sussidi allo Stato né tantomeno reddito di cittadinanza. Troppo onesta o troppo stupida? Non so, giudicate voi, io ho la coscienza a posto. Sono andata avanti comunque a denti stretti fino al raggiungimento dell'età pensionabile. 
A fine 2019 arrivo finalmente a percepire la pensione minima di anzianità: una miseria. Ragion per cui ho pensato di integrarla continuando a lavorare fino a che le energie mi avessero sostenuto. 
Arriva il covid19. Da metà marzo tutto chiuso, niente lavoro e niente soldi perché la cassa integrazione non mi spetta, non è prevista per gli irregolari. Però, da eterna illusa, spero che mi sia comunque riconosciuto qualcosa. Passa un mese abbondante in cui non vedo un euro se non l'esiguo importo della pensione (e meno male!). 
Arriva finalmente il momento in cui bene o male si ricomincia a fare qualcosa e arriva anche l'emolumento del mese tronco. 
Un'elemosina: 200€ per 15 giorni lavorativi.
A quel punto non reggo. 
Ho pensato al mio stramaledetto vizio che mi impone sempre e comunque di mettere l'anima in qualsiasi cosa faccia e a quante volte questo mi abbia messo nelle condizioni di essere sfruttata e ho deciso: smetto di farmi sfruttare, ne va della mia dignità. Sopravviverò anche senza l'elemosina di schifosi padroni opportunisti. Farò sacrifici ma li farò per me stessa senza sottopormi a compromessi.
Ed eccomi qua: a fine mese sarò pensionata con tutte le condizioni attinenti, una pensionata come milioni di altri che si devono arrabattare quotidianamente per sopravvivere. 
Ma sono stranamente felice perché non mi farò più sfruttare.
Mi sento libera. E questo vale la pena.


19 maggio 2016

Senza bisogno di catene o particolari costrizioni.

Da Diciottobrumaio.
Ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni ha cambiato il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo. A questi cambiamenti non abbiamo opposto, sul piano generale, alcuna resistenza, anzi, li abbiamo accolti come un segno, in realtà un mito, di progresso e di maggiore libertà, e comunque come un fatale destino. Del resto, come opporsi alle nuove tecnologie e a un certo loro impiego? Tecnologie, specie quelle digitali, con le quali entriamo in un certo ordine del discorso, in una sintassi di pensiero predeterminato e che non controlliamo. Al contempo, utilizzatori e riproduttori di un sistema che ci domina e nella sua albagia ci ricatta.
Accettiamo tutte le nuove forme di schiavitù, che vanno a sommarsi a quelle più “classiche”, senza bisogno di catene o particolari costrizioni. La nostra è una schiavitù volontaria e spesso bene accetta, proprio perché abbiamo perso, o non abbiamo avuto abbastanza, il senso vero di che cos’è, o dovrebbe essere, la libertà. Se solo prendiamo ad esempio la comunicazione, abbiamo la prova di come sia stata ridotta la nostra libertà, laddove la comunicazione passa necessariamente su delle piattaforme controllate da alcune delle più grandi imprese multinazionali, che solo alcuni lustri or sono non esistevano, le quali realizzano i più alti fatturati e all’interno di essi i più cospicui profitti.
Miliardi di dati che riguardano la vita privata di miliardi di persone in tutto il pianeta. Informazioni sul nostro lavoro, i consumi, le necessità e i desideri, le relazioni, le idee, la salute, gli spostamenti, ecc. Profili personali e famigliari completi che possono andare dai gusti musicali a quelli sessuali. Profili che disegnano tendenze di consumo e che possono essere ceduti, ossia venduti, ai più diversi produttori: alimentari, musicali, farmaceutici, dell’abbigliamento, dell’editoria; e operatori: turistici, alberghieri, ecc..
Ma anche un altro genere di profili, che possono interessare gli Stati e i loro apparati, specie quelli che lavorano nell’ombra e spesso nell’illegalità legalizzata, i quali attraverso le loro architetture informatiche esercitano innanzitutto un controllo preventivo. Ma noi, che sui social condividiamo tutto, dalle nostre foto a cosa pensiamo, crediamo di essere fuori da ogni controllo. E se anche questo controllo esiste, non ce ne importa nulla, poiché non ci rendiamo conto dell’uso politico che ne viene fatto.
Tutti questi dati glieli forniamo noi stessi, lavorando di tastiera. Un lavoro gratuito, il nostro, che rende alti profitti a tutta una filiera dove dominano poche società potenti, vere e proprie oligarchie che si arricchiscono del nostro gratuito lavoro (Google e Facebook) o col supersfruttamento (Microsoft, Apple, Amazon), tra l’altro appropriandosi, in forza dei prezzi di monopolio, di consistenti quote di plusvalore di altre sfere produttive.
A tutto ciò, singolarmente o per piccoli gruppi, noi non possiamo opporre nulla. Confusi e distratti nella nostra volontà, incessantemente stimolati da bisogni e opinioni miserabili, da merci selezionate che il sistema usa come armi per il proprio consolidamento, da noi non dipende più nulla. Sperimentiamo grandi solitudini e nuove forme di sfruttamento, e del resto l’alienazione è già insita nel nucleo originario del modo di produzione capitalistico, e questo lo sapevamo da tanto tempo.

01 maggio 2014

Altro che festa!

Lavorare dovrebbe servire a vivere, non il contrario. Perciò dovrebbe essere considerato alla stregua del denaro: un mezzo da maneggiare col dovuto senso del limite. 
Il lavoro, dicevano gli antichi Greci che a saggezza battevano alla grande noi moderni, è una pena (un fardello, un peso, un male necessario ma pur sempre un male). 
Altro che festa!
Un tempo lavorare forniva perlomeno una coscienza di classe, faceva sentire degna la fatica del lavoro anche all’ultimo degli onesti sfruttati. Oggi è mortificante fare la questua agli imprenditori per contratti a singhiozzo e paghe da fame. Il lavoro parcellizzato, precarizzato, senza prospettive, appeso ai capricci del mercato è peggio della schiavitù, che almeno durava. Abbiamo scambiato le punizioni corporali con l’angoscia esistenziale.
L’occupazione, dicono i sindacalisti, dovrebbe avere garanzie e diritti uguali per tutti. Il contratto, dicono gli imprenditori, non deve avere garanzie e diritti uguali per tutti. Entrambi non dicono che a furia di inseguire modelli di produzione del passato non è possibile né garantire tutti né tanto meno assicurare la giustizia sociale. Bisognerebbe produrre, consumare, lavorare meno e meglio. Non chiedere, pretendere, sgobbare di più e basta.
I politici che magnificano il lavoro come valore, in Italia, sono di tre tipi. Ci sono quelli che passano la vita a parlarne ma non lo hanno mai praticato. Ci sono quelli che hanno solo e sempre lavorato diventando mostruosamente ricchi e poi si fanno eleggere per diventare ancora più ricchi. E ci sono quelli che ne fanno una religione ideologica fermando le lancette al Settecento di Smith e all’Ottocento di Marx. Consigliamo di riscoprire l’otium, la bellezza, il sesso, l’arte. E la Grande Politica fatta di ideali, comunità e vita quotidiana, e non di spread, rating, deficit, fiscal compact, bonus, job’s act.
Fuck you!
Ma il lavoro è nemico del pensiero e “come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare” (Friedrich Nietzsche).
Il lavoro abbrutisce: beato chi non lavora, ben messo è chi pratica un mestiere. Lavorare fa pensare in termini economici, di costi/benefici, di perdite/guadagni. Disumanizza, specialmente ora che dipende da tecnologie alienanti e da ritmi parossistici.
Il lavoro a dosi massicce ed eretto a senso della vita è una fregatura. Per tutti: poveri e ricchi. Anzi, più per i ricchi, i benestanti, i superlavoratori contenti come citrulli nel passare gli anni a lavorare più di quanto non dormano la notte (Paul Lafargue e Bertrand Russel, teorici dell’ozio, concordano nel fissare la giornata lavorativa ideale a non più di quattro ore).
Un tempo esistevano i mestieri in cui il valore della fatica era nobilitato dalla creatività, da quel quid di tocco personale e di autonomia negli orari che rendevano un’attività parte integrante della propria realizzazione, parte della vita. Penso agli artigiani, che oggidì resistono malamente alla pressione dei mercati mondiali.
Lungi da noi fare dell’ingenuo primitivismo, ma gli studi sull’età della pietra dimostrano che i supposti “selvaggi” dedicavano all’accaparramento di cibo non più di cinque ore al giorno, vivendo in un ambiente di abbondanza data dalla ricchezza di frutti, animali e beni naturali.
Ora, pensiamo un attimo alla parabola storica che ne è seguita: spostando via via il baricentro della società verso la produzione per ricavare un profitto in denaro, si sono moltiplicate ed estese a dismisura ingiustizie, asocialità, alienazione, nevrosi, disagio. Fino ad arrivare agli estremi di oggi, dove l’angoscia diffusa per avere di che campare è direttamente proporzionale al prosperare di imperi finanziari in mano ad una manciata di persone in tutto il globo.
I semi-umani bestiali, incivili, animali da soma siamo noi.

Alessio Mannino per Il Ribelle.com

23 ottobre 2013

Lavoro.



È un periodo di lavoro intensissimo (beata te, direbbe qualcuno!). Sì, è vero, posso definirmi fortunata perché io un lavoro ce l’ho, anche se ho rischiato di perderlo proprio pochi giorni fa, e sarebbe stata la fine per me, perché non riuscivo più a sopportare il comportamento irrispettoso del mio “padrone” (che fatica che faccio a dire questa parola!!!) nei miei confronti. Non parlo del salario, no, di quello non si può nemmeno discutere. Parlo del modo di frustarmi (a parole) per spingermi a produrre di più.

“Sfaticata”, “Non fai niente in tutto il giorno”, “Se non ti va bene basta dirlo” erano le cose più carine che mi diceva per spingermi, secondo lui, a lavorare con più profitto, per lui naturalmente.

Essendo perfettamente consapevole di quello che faccio e di come lo faccio, alla fine non ne ho potuto più, gli ho detto chiaramente che ESIGO almeno rispetto e che se non gli andavo bene doveva essere lui a dirmelo.

Sapete come ha reagito? “Ma dai! Io scherzo sempre! Non mi conosci bene! Io faccio così solo perché ho un carattere un po’ particolare! Non volevo certo offenderti! Quello che fai va benissimo!”.

Ecco, scherzava…ma che vuol dire questo? Che fino a che sono stata zitta lui si è sentito libero di interpretare il suo ruolo nel peggiore dei modi. Quando ho reagito ad una condizione di vessazione, ha cambiato le carte in tavola dandomi una pacca sulla spalla e facendo l’amicone.

E vuole anche dire che ha bisogno di me per tirare avanti.

Non ho ottenuto un granché, il mio salario rimane da fame, ma almeno da ora in poi non avrò più il suo fiato sul collo e i suoi insulti “scherzosi”………almeno fino alla prossima volta………..

Accettare qualsiasi cosa venga imposta per paura è la cosa più meschina che uno possa fare. Si perde la dignità e l’amor proprio che, alla fine, sono le uniche cose che sono rimaste……





P.S. Se non aggiorno spesso questo blog sapete perché…..


08 marzo 2013

Sfruttamenti e fanculaggini.



Questo è un blog personale e anche se normalmente le tematiche sono diverse, ritengo di poterlo usare anche per altri scopi, ad esempio quello di gridare al mondo che sono........ STANCA!!!!
Spiego: se c’è una cosa che mi fa incazzare è essere sfruttata, ma coi tempi che corrono, qualche rospo bisogna mandarlo giù, almeno quando si tratta di lavoro. Mi fanno incazzare molto di più le sordide scuse che prendono per non farmi avere l’impressione di essere sfruttata, come se fossi un’imbecille che non vede al di là del naso. 
Ma c’è una cosa che mi fa andare veramente fuori di testa: lo sfruttamento di chi dice di “volermi bene”! E qui non si tratta di amanti o amici o che altro ne so, ma di quelli che davvero dovrebbero volermi bene, quelli a cui sono legata da vincoli di sangue: i parenti insomma.
Quelli che si sono permessi di giudicarmi quando ho lasciato mio marito perché la famiglia è sacra, salvo poi dimenticarsi della famosa sacralità quando c’è da occuparsi di un vecchio malato.
Quelli che: “Oh come sei brava” fino a che non gli chiedo di aiutarmi perché fra un po’ mi vanno in tilt anche le unghie dei piedi.
Quelli che: “Mi dispiace ma non posso, ho l’appuntamento dalla callista!” e si lavano la coscienza con 20 miserabili euro convinti che il denaro possa tutto, anche sopperire alla solidarietà concreta, quella che ti fa alzare di notte per un lamento o fare mille viaggi avanti e indietro dall’ospedale, magari anche a piedi perché la macchina non ce la fa più e non puoi permetterti l’orafo-meccanico.
Questo non sopporto e vado in bestia. Ma non ci posso porre rimedio, i parenti non me li posso scegliere, ce li ho e me li devo tenere. L’unica cosa che posso fare è mandarli a fanculo come ho già fatto tante volte, senza alcun risultato tangibile se non quello di venire giudicata mezza esaurita. Ma fa niente, ormai sono abituata ad essere guardata male.
Ecco, mi sono sfogata!
Anche se sfogarmi con quattro righe scalmanate non porta a niente…..
Ah, dimenticavo….non sono figlia unica…

18 agosto 2012

Thomas Sankara, il Che Guevara africano.


“Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui. Ha detto, lei che è un'europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua. Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue.” 

Questa è solo una piccola parte del discorso, l’ultimo discorso, che Thomas Sankara fece all’ONU prima di essere ucciso insieme a 12 ufficiali, in un colpo di stato organizzato da un suo ex compagno d'armi con l'appoggio di Francia e Stati Uniti d'America.
Thomas Sankara: lo ammetto, non sapevo niente di lui e ringrazio Alessandro Raffa per avermelo fatto conoscere postando il video del suo discorso.
Thomas Sankara è stato un leader molto carismatico per tutta l'Africa Occidentale sub-sahariana che si è impegnato in favore di riforme radicali per eliminare la povertà. L'obiettivo di Sankara era la cancellazione del debito internazionale: cancellazione ottenibile soltanto se richiesta all'unisono da tutte le nazioni africane. Non ebbe successo. Gli riuscì invece l'obiettivo di dare due pasti e 10 litri di acqua al giorno a ciascun abitante. Nei tre anni del suo mandato presidenziale nel Burkina Faso, dopo una rivoluzione da lui stesso guidata, lottò contro la corruzione, promosse la riforestazione, l'accesso all'acqua potabile per tutti, e fece dell'educazione e della salute le priorità assolute.
Il suo governo incluse un grande numero di donne, condannò l'infibulazione e la poligamia, promosse la contraccezione. Fu il primo governo africano a dichiarare che l'AIDS era la più grande minaccia per l'Africa.
Fece costruire centri sanitari in ogni villaggio burkinabé (l’Unicef definì la campagna di vaccinazione effettuata sui bambini, la più grande registrata nel mondo) e cantieri per opere idrauliche, creando un Ministero dell’Acqua.
Sua madre e i suoi collaboratori viaggiavano sempre in classe economica e a ranghi ridotti nelle visite diplomatiche;
Vendette la maggior parte delle Mercedes in forza al governo e proclamò l'economica Renault 5, automobile ufficiale dei ministri.
Volle costruire la "ferrovia del Sahel", una linea che collega Ouagadougou al confine con il Niger, nonostante molti economisti non lo ritenessero un progetto redditizio. Tale opera, successivamente ampliata, costituisce tuttora la principale via di comunicazione del Paese.

Alla sua morte il Burkina Faso ripiombò nel dramma della povertà.

Questa è solo una dimostrazione, una delle tante, che i poteri forti non si muovono mai per arginare la povertà e rendere liberi i popoli. Si muovono invece, e molto velocemente, per annientare chi osa mettersi contro i loro piani di sfruttamento. Ma l’immagine di questo giovane rivoluzionario che osò sfidare i grandi del mondo, e che seppe incarnare le speranze di liberazione di un intero continente, insieme a quella di altri come lui che non si sono piegati alla volontà del potere, resta un esempio di integrità e di coraggio, giusto quelle cose di cui oggi abbiamo perso coscienza.


Fonte: Wikipedia