26 giugno 2014

Affari di gioco

Da Finimondo
[Machete, n. 3, novembre 2008]
 
Più che mai lo sport contraddistingue il nostro spazio e il nostro tempo. Malgrado le centinaia di milioni di tesserati sul pianeta, i miliardi di telespettatori, la sua importanza nel commercio mondiale, le sue complicità politico-finanziarie ed il suo potere egemonico sul corpo, lo sport viene presentato come un innocuo e piacevole passatempo. Ma se ci si intendesse una volta per tutte sul significato di questo termine, se si smettesse di confondere una partita fra amici che corrono dietro a una palla con una finale di Coppa del Mondo, o una corsa fra i campi con una finale olimpica dei 100 metri, la questione dello sport non apparirebbe più così innocente e risibile. Lo sport non è un gioco, né un’attività fisica. Religione dei tempi moderni, i suoi valori sono indiscutibili e le sue pratiche universali. Nato con il capitalismo, ne difende l’ideologia e i principi. Regno del corpo e del pensiero unico, lo sport riflette e diffonde una visione del mondo. E poiché l’intelligenza tende a diventare pigra al cospetto del consenso, è il caso di porsi alcuni interrogativi. Perché mai lo sport occupa un posto così considerevole nella nostra società? Come spiegarsi che tanti poveri si identifichino con atleti che guadagnano in pochi mesi quello che loro non guadagneranno in tutta la vita? Perché le diseguaglianze, le menzogne e la corruzione tanto condannate altrove vengono tollerate in ambito sportivo? Perché questo «fatto sociale totale» resta impensato?
Con occhi ingenui o interessati, lo sport viene visto per lo più come un universo incantato e incantevole di pratiche che mirano al superamento di sé, dei propri limiti, che nulla ha a che vedere con progetti politici, programmi economici o fedi religiose. Lo sport è considerato fondamentalmente neutro, apolitico, al di sopra di ogni conflitto sociale. Questa pretesa neutralità nega il ruolo dello sport nell’impresa di abbrutimento, indottrinamento e cloroformizzazione di massa, e si manifesta essenzialmente in due modi. Il primo consiste nel sostenere che lo sport, se organizzato in maniera “progressista”, può contribuire al miglioramento del mondo: all’emancipazione delle donne, alla lotta contro la tirannia, all’integrazione razziale, nonché alla promozione della “cultura”. Ci sarebbe quindi uno sport vero, educativo, puro, dal volto umano, insomma un’essenza o idea platonica dello sport in aperta contraddizione con i deprecabili eccessi, gli abusi, le degenerazioni dello sport che conosciamo. Ma la brutale realtà dell’affarismo, del doping, dei risultati truccati e della corruzione avrebbe dovuto già fare piazza pulita di simili illusioni.
L’altro modo per sostenere la neutralità dello sport, ancor più diffuso, trae spunto dall’unanimità del suo consenso. Considerato il prolungamento professionale di pratiche dilettantistiche diffuse ovunque, lo sport è talmente popolare da risultare intoccabile e da consigliare agli eventuali critici un cauto silenzio. Il gregarismo, la massificazione, la mobilitazione totale — se non totalitaria — delle folle che le favolose imprese degli idoli degli stadi mandano in delirio, confermano in effetti l’universalismo dell’ideale sportivo, ma in quale maniera? Nelle estasi nazionali che affollano la piazza in caso di vittoria, gli amici dello sport riconoscono la manifestazione di una unione sacra rigeneratrice. I campioni diventano quindi l’avanguardia di una società riconciliata con se stessa. Come ebbe a dire il capitano di una nazionale campione del mondo, «il calcio è un mezzo che permette di cancellare le differenze razziali, sociali o politiche». Ma la civile concordia auspicata da questa affermazione, per altro indicativa del potere anestetizzante dello sport, risulta puntualmente smentita dalle violenze che sempre più spesso accompagnano gli incontri. Sebbene queste violenze siano presentate come tragici «incidenti» causati da qualche balordo, si tratta in realtà dell’ovvia conseguenza del trionfo della logica competitiva — della vittoria ad ogni costo — che prevale nello sport come in ogni ambito della società.
Da molti anni siamo costretti a subire l’inflazione dello spettacolo sportivo su tutti i canali di comunicazione. I campioni dello sport sono sul punto di sostituire le stelle della canzone e del cinema sul podio delle icone moderne. I tiracalci a palloni di cuoio fanno parte delle personalità predilette dal pubblico, sono diventati i modelli pubblicitari da imitare, quelli con cui i giovani devono identificarsi. Eppure, durante le loro innumerevoli ed insopportabili interviste, essi appaiono altrettanto vuoti dei loro omologhi della musica o del piccolo e grande schermo. Il loro successo deriva soltanto dall’enfasi di cui lo sport gode nell’universo mediatico. La loro immagine viene costruita, uniformata e diffusa: stesso linguaggio demenziale, stessi hotel di lusso, stessa passione per la automobili di grossa cilindrata, stesse relazioni sentimentali con soubrette dello spettacolo, stesse droghe, stesso interesse per i conti bancari. Arruolati da squadre in mano a potenti interessi finanziari, questi pochi eletti passano il tempo a incontrarsi in giro per il globo, dando spettacolo di fronte a una immensa platea di diseredati e oppressi ridotti ad essere telespettatori fanatici, mere macchine da applausi. Gli atleti sono trasformati in uomini-sandwich, i loro attrezzi da lavoro e i loro corpi vengono ricoperti di pubblicità e durante le interviste non mancano di esibire i marchi degli sponsor e un adeguato sorriso promozionale. Lo stesso vale per i luoghi dove avvengono le competizioni sportive, spazi traboccanti di annunci pubblicitari posizionati ad uso delle telecamere. Si tratta di fare audience e di vendere con ogni mezzo. 
Gli sport-spettacoli dominanti vengono declinati in tutte le forme fino allo sfinimento, mentre si avvicendano altri mercati sportivi. Non esiste ormai più alcuna interruzione, ogni stagione ha il suo “avvenimento” sportivo (quando non diversi contemporaneamente) in un’autentica frenesia competitiva.
I giochi circensi degli antichi romani erano innocenti bambinate a confronto delle odierne manifestazioni sportive. Ma com’è possibile che uno spettacolo così idiota e cretinizzante appassioni miliardi di persone? È stato detto che la sua potenza si fonda sulla moltiplicazione infinita delle immagini, mediata solo da banali commentari. Questa teletrasmissione permanente, offerta in tutte le salse (in diretta, in differita, alla moviola, da più angolazioni) trasforma la passione sportiva in passione dell’immagine («l’iconomania» di cui scriveva Günther Anders). La contaminazione generale delle coscienze deriva da questo martellamento continuo. Infatti il tifo sportivo (all’origine della parola “tifosi”) è un’autentica pandemia che ha trasformato ogni individuo in un potenziale sostenitore. Al punto che per molte persone lo sport è diventato un bisogno essenziale, lo spazio-tempo quasi esclusivo delle folle solitarie che abitano il mondo moderno. Insomma, i tifosi delle competizioni sportive sono del tutto permeabili alle tecniche di manipolazione mentale del mercato. Consumano beatamente tutto ciò che viene loro chiesto di consumare e ne domandano ancora, al di là di ogni più rosea speranza. 
D’altronde trovano nello sport un ottimo fattore di socializzazione e di calore umano, con un terreno comune per sfogare il proprio bisogno relazionale. Poco importa che i loro argomenti di conversazione siano patetici e i loro slanci collettivi da stadio ridicoli. Sono comunque contenti di stare insieme e di vibrare per la medesima “causa”. Ciò li conforta un poco dall’atomizzazione fredda e implacabile dell’abitudinaria vita quotidiana. Gli spettacoli sportivi ricreano una comunione nel bel mezzo degli odierni rapporti terra terra, perciò i tifosi sono felici di urlare all’unisono negli stadi, in una sorta di corale virile. All’uscita possono raccontarsi le partite e fare pronostici sul prossimo incontro. Il chiacchiericcio sociale, questo intralcio permanente al pensiero, viene continuamente alimentato dai commenti sportivi. È facile rilevare l’effetto gregario di tutto ciò. Dato che la maggioranza delle persone si entusiasma davanti allo sport, quelli che temono di sentirsi esclusi seguono la tendenza collettiva, anche se non ne sono attratti allo stesso modo. Avrebbero paura di perdere il calore del gregge, qualora ignorassero gli ultimi risultati. 
Non ci si pone troppe domande, ci si comporta come fanno tutti. Come si fa sempre.
L’idolatria sportiva può diventare una forma di affermazione identitaria (più o meno violenta). Le mentalità sanguinarie comuni ai pre-umani trovano qui un accettabile surrogato della guerra. Gli scontri a colpi d’ascia o di bazooka vengono sostituiti dalle scazzottate fra tifosi di squadre avversarie, che talvolta finiscono con feriti e anche morti. Gli stadi diventano campi di battaglia dove non a caso si odono le medesime urla eccitate (nel corso degli ultimi mondiali di calcio, un commentatore sportivo affermò che l’Italia aveva «annichilito» gli avversari, ripetendo l’espressione usata poche settimane prima dai cecchini italiani in Iraq per indicare l’eliminazione degli insorti). Sebbene altri sport, a differenza del calcio, scatenino meno gli istinti bellicosi — almeno qui in Italia —, ciò non toglie che la mentalità di fondo sia la medesima. Le competizioni sportive sono occasioni per dimostrazioni virili esacerbate, dove comuni spettatori hanno l’illusione di esistere attraverso colpi di mano e l’adesione a qualche gruppo. Onore insperato, possono addirittura arrivare anche loro in televisione!
Un’altra forma di identificazione è quella che spinge il tifoso ad “attribuirsi” le vittorie della sua squadra o del suo beniamino. Un misterioso transfert di energia passa dal campione ai suoi tifosi. Tipico il caso del tifoso che, sparapanzato nella sua poltrona, imbottito di birra, esulta davanti allo schermo televisivo: «abbiamo vinto!». Coi suoi incoraggiamenti verbali a distanza, ha persino l’impressione di aver contribuito alla vittoria, di aver egli stesso segnato dei punti. Lui che per lo più si spacca la schiena per un salario da fame, diventa il cortigiano di persone diventate ricche e celebri solo grazie alla sua creduloneria volontaria. Invece di provare disprezzo per le stelle dello sport e di ignorarle fino a farle scomparire nel buco nero dell’oblio, si getta ai loro piedi elemosinando un autografo. Adora pensare alla notorietà e alla fortuna degli altri, a cui orgogliosamente ritiene di contribuire col proprio sostegno. È più facile vivere delle “imprese” degli altri che fare da sé degli sforzi, nello sport o altrove. Il tifoso più accanito non vive che attraverso la sua squadra o il suo campione preferito, rinunciando ad una personalità originale per annegare nell’ebbrezza allucinatoria sportiva. È il perfetto esempio del piccolo uomo descritto da Wilhelm Reich, qualcuno che «dissimula la sua piccolezza e ristrettezza mediante grandezza e forza illusorie, grandezza e forza altrui». Quando si ha già il pane, i giochi sono il complemento indispensabile per dimenticare la propria condizione di docili schiavi. A volte, fra i più poveri, lo sport riesce a far dimenticare anche la mancanza di pane. Lo spettacolo diventa cibo.
Un’altra delle ragioni del successo dello sport è rintracciabile nella mitologia della sua purezza. Ci troviamo in un’epoca sempre più oscura, nonostante le dichiarazioni di continuo progresso, in cui dovunque dilagano conflitti d’interesse, compromessi e trame più o meno occulte; il solo ideale diffuso è quello del massimo arricchimento. Nel mondo della dittatura dell’economia, le “imprese sportive” appaiono come antidoti, boccate d’aria purificatrice. Si fanno indossare allo sport indumenti iridescenti e gli si attribuiscono tutte le virtù. Esso incarnerebbe la cavalleria, il rispetto dell’avversario, la fine delle ostilità (la famosa tregua olimpica), la fratellanza e la solidarietà internazionale, la festa della gioventù… tutte cose assenti nella vita reale. Ci vengono narrate eroiche vittorie sugli elementi contrari e sui limiti fisiologici. Gli atleti diventano eroi, saggi, icone, statue d’oro, santi da venerare senza riserva e di cui bisogna seguire l’esempio. Nell’entusiasmo ci si scorda semplicemente che i loro candidi mantelli sono ricoperti di pubblicità e che lo sport è la fedele immagine della società, vale a dire è completamente marcio (basterebbe pensare al pugilato — la «nobile arte» —, al suo ambiente particolarmente corrotto, ai 400 pugili morti sul ring dal 1945). Non appena entrano in gioco la minima somma di denaro o il più infimo onore, si scatena l’avidità. Truffe, doping, sfruttamento, disparità uomo/donna e paesi ricchi/poveri, spirito di odio e di conquista… le turpitudini sono le medesime che si trovano dappertutto nel mondo della merce e del potere. Fin dal 1894, e per più di trent’anni, lo stesso de Coubertin aveva definito il denaro «il grande corruttore, l’eterno nemico», denunciando la «fabbricazione del purosangue umano» e l’avvento dei «meticci dello sport, giornalisti in cerca di copie, medici in cerca di clienti, ambiziosi in cerca di elettori, fannulloni in cerca di distrazioni, gente di ogni risma in cerca di notorietà». Il barone era sì reazionario ma, a modo suo, preveggente. Il suo difetto è di aver creduto possibile costruire una «società umana» sul culto del più forte, sulla concorrenza generalizzata e la competizione permanente, sull’apologia della virilità, sulla reificazione dei corpi, sulla cloroformizzazione delle coscienze, sui deliri patriottardi.
Allo stadio come altrove, la funzione essenziale dello spettacolo sportivo è la manipolazione delle emozioni di massa. È attraverso il gioco delle identificazioni collettive e della contemplazione passiva che opera questo “oppio del popolo”. Lo sport consola, pacifica, fa volatilizzare ogni conflitto sociale e di classe. Ecco perché, oltre ad essere una inesauribile fonte di guadagno, è anche un potente strumento di controllo e di pacificazione sociale. Durante le competizioni, infatti, si dimenticano la miseria della propria esistenza e le drammatiche condizioni in cui versa il mondo. Senza il minimo sforzo, i flussi di immagini e di commenti sportivi imbottiscono il cervello e dispensano dal riflettere sulle cause e i possibili rimedi delle questioni sociali che ci affliggono. Hitler e i suoi emuli hanno sempre compreso la potenza del fascino dello sport, e se ne sono serviti per ipnotizzare, unire e galvanizzare le folle. 
Nonostante nel 1892 de Coubertin sostenesse che «il giorno in cui (lo sport) verrà introdotto nei costumi della vecchia Europa, la causa della pace avrà ricevuto un nuovo e potente sostegno», il XX secolo verrà ricordato per essere stato il secolo del male e dell’indifferenza. Non solo lo sport non ha limitato la tirannia, ma anzi ne è sempre stato il complice. A confermare questo aberrante successo sportivo è lo stesso de Coubertin che, in occasione delle Olimpiadi berlinesi del 1936, ebbe a dichiarare che i Giochi «sono stati esattamente quel che volevo che fossero… A Berlino si è vibrato per una idea che non dobbiamo giudicare, ma che fu lo stimolo passionale che io cerco di continuo. D’altronde la parte tecnica è stata organizzata con tutta la cura desiderabile e non si può rimproverare ai tedeschi alcuna slealtà sportiva. In queste condizioni, come volete che ripudi la celebrazione della XI Olimpiade? Dato che anche questa glorificazione del regime nazista è stato lo choc emotivo che ha permesso l’immenso sviluppo che ha conosciuto». I regimi democratici contemporanei seguono il modello totalitario, riproducendolo in maniera molto più estesa e sofisticata. 
E che lo sport sia un potente strumento di pacificazione sociale non l’hanno capito solo i politici, ma anche gli industriali. Non avendo i grandi manager più nulla da dimostrare nel mondo degli affari, vale la pena chiedersi cosa li spinga ad investire in squadre la cui redditività rimane alquanto dubbia. Sebbene gli sponsor vengano presentati come uno strumento recente del mercato sportivo, la storia dei club sportivi mostra il contrario. Quante squadre di calcio sono controllate da industriali? Il caso della Juventus è esemplare. Così come Peugeot controlla il FC Sochaux dal 1925, Philips controlla il PSV Eindhoven e Bayer il Bayer Leverkusen dal 1904, la Fiat possiede dal 1923 la squadra bianconera di Torino. Passatempo? Opera sociale? 
In tempi in cui il concetto di «cultura d’impresa» non era ancora sorto mentre erano diffuse forti tensioni sociali, il padronato ha subito colto l’interesse implicito nello sport e le sue potenzialità. L’obiettivo è duplice: tenere occupati i lavoratori durante il tempo libero e assicurar loro una migliore identificazione con l’impresa attraverso un sistema di valori e di comportamenti, uno spirito di squadra e di competizione che renda più efficiente lo sfruttamento. Il successo finanziario passa anche per la soddisfazione dei salariati, facendoli sentire fieri di appartenere a una impresa «vincente», sul campo come in economia.
 

24 giugno 2014

L'assenza è un assedio

Una vita a precipizio
l'esistenza senza un senso
e la discesa niente ritorno
poi la salita viene crudele
come un miraggio
mentre il giorno tramontando
lascia un solco...
Le parole giocano strane
e il tramonto guarda in silenzio,
esperienza forse è in mano di altri,
poi la memoria, nascondendo il presente,
diventa ladra...
Passeggiate tra milioni di sguardi
tutti folli la domenica stanchi
ed il riposo rimandato a un domani,
nell'estate è bello un bagno
tutti soli...
Nella notte la tentazione
di sedersi per non più rialzarsi
ma poi per caso da una sottile fessura
si ripropone con due occhi tristi
un problema eterno.

Amore
amore
va la vita, va, amore
va la vita, va, amore
va così la vita, amore
va, la vita va.


Piero Ciampi - L'assenza è un assedio


La notte



La notte rimuove l'abituale sensazione di una vita comunitaria; 
quando non brilla luce, né si ode più voce umana, 
chi ancora veglia prova un senso di solitudine, 
e si vede isolato e affidato a se stesso.

HERMANN HESSE, Bella è la gioventù

Arboricoli d'Italia


Sembra l’incipit di una delle storie del “Barone rampante” di Italo Calvino, invece è l’esperienza quotidiana di un gruppo di uomini, donne e una bambina (Galatea di cinque anni), definiti come “arboricoli”, che hanno scelto di vivere confortevolmente in un villaggio sospeso tra gli alberi. Un desiderio di molti, ma un privilegio di pochi; anzi, pochissimi, al punto da essere un caso internazionale. Di “arboricoli” infatti, in Europa se ne trova traccia di casi singoli, mentre qui parliamo di sette case e quindici persone che vivono tra le montagne del NorOvest d’Italia. 
Sono un nucleo di famiglie che hanno scelto di mettere su casa tra gli alberi. Questa è la storia dei primi “arboricoli” d’Italia che si sapeva esistessero, ma nessuno era ancora riuscito a raccontare e fotografare. In esclusiva, il racconto dei quindici speciali inquilini “verdi”, compresa una giovanissima bimba nata direttamente su un castagno…

Letto qui
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22 giugno 2014

Quanta plastica vaga per i mari di tutto il mondo?

Un nuovo continente di plastica scoperto nell’atlantico grande 6 volte la superficie della Francia!



Un avvistamento dopo l'altro e si scopre che i nostri oceani sono pieni di spazzatura. Dei cento milioni di tonnellate di plastica prodotta ogni anno il 10 per cento va a finire in mare, da cinquecento miliardi a un trilione sono solo buste; la stessa quantità si registra per piatti, bicchieri, pellicole per alimenti e bottiglie. Così in meno di cinquant'anni gli oggetti che utilizziamo solo per qualche attimo hanno formato un continente artificiale di roba inutile di cui non ci libereremo mai. Galleggerà in eterno senza che si riesca a raccoglierla.
Questa enorme massa di rifiuti potrebbe raddoppiare nei prossimi dieci anni, se non si adottano comportamenti più responsabili sia da parte dei consumatori, nell’utilizzo degli oggetti di plastica, che da parte di chi disperde in mare la spazzatura.
Il pericolo non è solo per pesci, volatili, tartarughe e mammiferi marini, ma anche per la vita dell’uomo. La plastica si degrada molto lentamente e frammenti e detriti agiscono come spugne che assorbono composti chimici micidiali per la nostra salute e per quella degli animali. Ingeriti dagli organismi marini, entrano nella catena alimentare e da qui raggiungono l’uomo.


Da BELLACIAO
Una grande massa di rifiuti di plastica inquina gli oceani del nostro pianeta. L’esploratore Deixonne Patrick e il suo team hanno recentemente condotto una spedizione per prelevare diversi campioni nel Nord Atlantico.
Accumulati nel tempo, i detriti di plastica gettati in mare formano letteralmente quello che gli scienziati chiamano il 7° continente, nel Pacifico settentrionale. Ma i continenti di plastica esistono anche in altri oceani. Un team di ricercatori è decollato per esplorare il fenomeno e prelevare diversi campioni nel Nord Atlantico tra i Caraibi e l’Africa.
A bordo di un catamarano di 18 metri, Patrick Deixonne ha guidato la spedizione con otto compagni di squadra tra il 5 e il 25 maggio scorso. L’obiettivo era quello di individuare e analizzare le grandi quantità di rifiuti nella parte settentrionale dell’Atlantico. Ogni anno, milioni di tonnellate di rifiuti vengono scaricati negli oceani, l’80% sono in plastica.

Risultati scioccanti.
Trasportati dalle correnti oceaniche,i rifiuti di plastica si accumulano progressivamente in aree ben definite. Uno studio dello scorso anno nel Nord Pacifico mostra dati allarmanti. I risultati mostrano che 3,5 milioni di km2 sono contaminati da rifiuti di plastica, sei volte la superfice della Francia.
Nel Nord Atlantico, l’esploratore Patrick Deixonne trova un’area che potrebbe avere una superfice due volte più grande di quella della Francia. Diversi campioni sono stati prelevati per determinare come la plastica si concentra e rilascia sostanze inquinanti. Inoltre, i ricercatori stanno anche cercando di capire che tipo di organismi si svilupano all’interno di questi materiali.

Diversi continenti di plastica.
Il team di scienziati ha constatato che esiste un vero e proppio continente di plastica nel Nord Atlantico. Molti rifiuti sono visibili ad occhio nudo: secchi, bottiglie, stivali, elmetti e plastiche di ogni tipo mostrano un eccessivo inquinamento della acque del globo. Tuttavia, il risultato più sconvolgente é di ordine microscopico, poiché milioni e milioni di particelle di plastica a forma di fiocchi stagnano nelle acque del globo.
Non sempre visibile, la minaccia è reale: ci sono milioni di uccelli, pesci e mammiferi marini che muoiono dopo aver ingerito questi materiali artificiali.L’eccessivo consumo di plastica dell’essere "umano" ha delle conseguenze ambientali che innegabilmente sconvolge l’ambiente degli animali marini. Poiché i rifiuti che abbondano nei mari e negli oceani fanno ormai parte della loro catena alimentare.
Le conseguenze di inquinamento delle acque sono significative ed è necessario contenerlo rapidamente a preservarlo prima che l’impatto sia totalmente irreversibile. Ci sono fino ad oggi non meno di cinque continenti di plastica sparsi in Atlantico, Pacifico e Oceano Indiano .


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16 giugno 2014

Meno male che c'è sempre qualcuno che canta

Meno male che c'è sempre qualcuno che canta e la tristezza ce la fa passare, se no la nostra vita sarebbe una barchetta in mezzo al mare, dove tra la ragazza e la miniera apparentemente non c'è confine, dove la vita è un lavoro a cottimo e il cuore un cespuglio di spine.


Troppo


01 giugno 2014

Oltre euro e antieuro

di Andrea Papi


Bisogna trovare la maniera di andare oltre il denaro per come è definito, organizzato e concepito. 
Bisogna ripensare come ricostruire autentici strumenti di scambio, 
questa volta autogestiti dalle comunità 
e non lasciati alle gestioni autoritarie 
della speculazione finanziaria.

La rappresentazione che continuiamo a farci del mondo è irrimediabilmente antropocentrica. Espone esclusivamente il punto di vista umano, che abusivamente si autoconsidera l'unica specie animale padrona, depositaria indiscussa del pianeta terra. Inoltre è discriminante nei confronti della gran massa dei più deboli, degli oppressi e dei sottomessi. Uno sguardo criminalmente parziale, che obnubila la consapevolezza e l'ammissione della letale tragicità con cui la nostra specie opera quotidianamente.
Gli strumenti che l'umanità continua a rendere operativi, motivandoli con una sempre meno convincente ricerca di “stare meglio”, continuano a trasformarsi regolarmente in lacci, gabbie, massacri, genocidi e stimoli per decessi suicidi. In pratica tutto e tutti siamo esposti a continui effetti deleteri. Solo un'esigua minoranza, sempre meno definibile come elite dal momento che non si tratta certo dei migliori, può difendersi perché possiede risorse per approntare mezzi adeguati, supportata dagl'ingenti capitali che le derivano dalle continue rapine perpetrate contro la stragrande maggioranza delle popolazioni che, ignare della partita che si gioca sul loro capo, ne subiscono invece le deleterie conseguenze.
Dentro un contesto culturale e d'azione che procede esclusivamente per dominare, mentre tutto finge di mostrarsi aperto verso mete dall'aspetto affascinante, la cosiddetta “globalizzazione”, cioè l'incontrollabile circolazione sovraterritoriale ed extrastatale di qualunque cosa, non fa altro che favorire sistematici effetti devastanti. In tal senso, per esempio, è illuminante e altamente significativa la propagazione planetaria sia delle malattie sia delle finanze che, pur muovendosi in campi molto distanti fra loro, entrambe producono effetti di massa particolarmente deleteri proprio in ragione della loro sostanziale capacità di espansione. Hanno in comune che scorrazzando liberamente producono disastri.
In un mondo sempre più interconnesso virus e batteri viaggiano in aereo e possono raggiungere in poche ore ogni angolo del pianeta. Secondo le statistiche dell'Oms (Organizzazione mondiale della sanità), le malattie veicolate da insetti uccidono ogni anno un milione di persone, su più di un miliardo d'individui infettati nello stesso arco di tempo, e più della metà della popolazione mondiale sarebbe a rischio. Poi ci sono le cosiddette malattie tropicali dimenticate, come ad esempio la lebbra e la Dengue, un'infezione virale tropicale trasmessa dalla puntura della zanzara “Aedes aegypti” che nella sua forma più grave può provocare febbri emorragiche, che colpiscono più di un miliardo e mezzo di persone in tutto il mondo. Cifre che, sebbene allarmanti, in realtà sottostimano le gravi conseguenze sui sopravvissuti, come cecità, mutilazioni e altri handicap – afferma Margaret Chan, direttore generale dell'Oms. I fattori che favoriscono la diffusione globale di queste patologie sono molteplici. Oltre ai super citati cambiamenti climatici contribuiscono la sistematica rapida urbanizzazione, le inarrestabili sciagurate deforestazioni, l'agricoltura intensiva, il turismo di massa in continua rapida espansione e la colonizzazione di nuovi territori, ormai sempre meno circoscritti alle aree più depresse.

Folle accumulo di ricchezze
La finanziarizzazione dell'economia invece, che opera attraverso le reti telematica ed elettronica globali, dal canto suo agisce su un piano di realtà virtuale che viaggia all'inimmaginabile velocità di nanosecondi (un nanosecondo corrisponde a un miliardesimo di secondo), riuscendo a imporre ad intere popolazioni condizioni di vita altamente diseguali, in moltissimi casi aberranti.
Da una parte favorisce solo un'esigua minoranza privilegiata, per conto della quale secondo dopo secondo accumula rendite finanziarie che raggiungono cifre iperboliche. Dall'altra parte, attraverso meccanismi e automatismi fuori controllo e al di là di ogni supposta regolamentazione, per realizzare questo folle accumulo di ricchezze concentrato in un numero infimo di mani costringe masse ingenti di persone a vivere in condizioni indigenti. Poveri o sotto la soglia di povertà, schiavizzati, ricattati e sottomessi, non protetti da nessuno e sottoposti alla prepotenza sistematica di normative e regolamenti che solo i ricchi riescono tranquillamente ad aggirare, gli altri, i non ricchi, subiscono sistematicamente soprusi e prevaricazioni insopportabili, anche fino alla morte all'inedia e all'impotenza. Siamo precipitati in un incubo che sta superando ogni immaginazione sui peggiori effetti della supremazia capitalista.
Di fronte a un tale desolante scenario, in questo terribile panorama le cui tinte sembrano più orride che fosche, rischia di diventare fasulla la contrapposizione diadica “euro o non euro?” che in Europa sta avviluppando la propaganda politica di ogni parte istituzionale in causa. Il problema non può essere racchiuso e limitato a soluzioni, solo apparentemente tecniche, che vanno alla ricerca di come rimettere in moto l'economia. È questo sistema economico e finanziario che non va e che, per sua stessa natura, produce mostri.
Per avere un'idea delle prospettive verso cui stiamo marciando con grande celerità è interessante la riflessione di Federico Rampini. Su “la Repubblica” del 3 aprile riporta lo scenario prospettato dall'esperto di finanza Sorkin sul New York Times. Nel 2040, o giù di lì, saremo pienamente entrati nell'era post-monetaria. Il denaro non si userà più perché ogni acquisto ci verrà addebitato, senza neanche accorgercene, direttamente sul conto personale aperto sullo smartphone, oppure identificandoci pupille, impronte digitali e impronte facciali con tecniche biometriche. Pagheremo tutto non con monete tradizionali, come euro o dollari, ma con monete virtuali emesse da Google o Facebook, oppure con crediti accumulati attraverso le spese su Amazon o i Tunes.


Una dicotomia dialettica destinata ad essere superata
L'era post-monetaria in parte è già iniziata. Giappone e Corea del sud, per esempio, usano già da un po' gli smartphone come portafogli virtuali. In Svezia, nella metropolitana di Londra, perfino in Kenia, stanno sperimentando l'uso di massa del telefonino come carta di credito per pagare vari servizi. E sempre di più si usano il PayPal di eBay e i sistemi di addebito che usano il software Android sui telefonini Samsung.
Nella prospettiva di cui parla Rampini l'esistenza del denaro quale mezzo di transazione smette di essere un problema eminentemente economico, per diventare un problema squisitamente di potere (potere di controllo, di prelievo, di indirizzo, ecc.). Personalmente non so se arriveremo mai alla condizione prospettata dalla “post-moneta”, cioè ad una totale mancanza dell'uso monetario sotto qualunque forma. Quello che invece mi sembra di capire è che stiamo avanzando verso un cataclisma sociale in cui il denaro si userà sempre meno, per essere progressivamente sostituito da mezzi di controllo sugli individui, come cip, carte di credito, prodotti finanziari e quant'altro, che non gestiremo direttamente e che ci verranno prelevati alla fonte da forze sovrastanti che decidono tutto al posto nostro in nome nostro.
Il problema allora sarà sempre meno se val la pena di far parte dell'euro o no, perché qualsiasi sia la moneta che useremo verremo di fatto giocoforza incanalati in un altro sistema di “acquisto-consumi”, non più basato su mezzi concretamente tangibili come la carta moneta, ma su operazioni computerizzate via etere la cui base non è materiale ma virtuale. Il fondamento di questo sistema non sarà più lo scambio volontario e consapevole, ma il controllo dei movimenti individuali e la perdita dell'autonomia. Sarà il trionfo più completo dell'ingerenza del dominio direttamente nella condizione esistenziale delle persone.
Euro o non euro è una dicotomia dialettica che a breve sarà superata dai fatti, da uno status delle cose oltre l'uso del denaro, obbligante con tutti i vincoli e le limitazioni che più che condizionare l'esistenza la incatenano. Un'impostazione che sta perdendo totalmente le caratteristiche del mezzo di scambio, ormai solo finalizzata a controllare, condizionare e obbligare, in modo che non si riesca più a sottrarsi alla condizione di dipendenza su cui si fondano le società del dominio, oggi potenti più che mai. Il problema vero allora va cercato e identificato nel trovar la maniera di andare oltre il denaro per come è definito organizzato e concepito. Bisogna ripensare come ricostruire autentici strumenti di scambio, questa volta autogestiti dalle comunità e non lasciati alle gestioni autoritarie della speculazione finanziaria.
.........dopo tutto, ci vuole troppo tempo 
a trovare gente 
con la quale vivere le mie idee, 
e così me le vivo da solo........
 
Fabrizio De André

31 maggio 2014

Tra luce e ombra


Contro la morte, noi chiedevamo vita.
Contro il silenzio, esigevamo la parola ed il rispetto.
Contro l’oblio, la memoria.
Contro l’umiliazione e il disprezzo, la dignità.
Contro l’oppressione, la ribellione.
Contro lo schiavitù, la libertà.
Contro l’imposizione, la democrazia.
Contro il crimine, la giustizia.
E’ stato finalmente tradotto in italiano in modo integrale l’ultimo testo del Subcomandante Marcos, quello in cui annuncia  la sua scomparsa e la fine di un’epoca nella lotta zapatista. L’Ezln non parlerà più con la sua voce. La voce di un fantastico ologramma pronto a uscire di scena. Un testo lungo, affascinante e prezioso, da leggere e rileggere con calma e passione. Un racconto conclusivo leggero e profondo capace di mostrare in controluce lo scorrere del tempo. Venti anni in cui gli indigeni assediati nelle montagne del Sudest messicano, costretti a coprirsi il volto (per farsi vedere), invece di dedicarsi “a formare guerriglieri, soldati e squadroni, hanno preparato persone capaci di promuovere la salute e l’educazione e hanno messo le basi di un’autonomia che oggi meraviglia il mondo”. Con l’assassinio di Juan Luis Solís, il maestro Galeano, arriva agli zapatisti un messaggio più freddo del sangue di un crotalo. Dice con chiarezza cosa vogliono los de arriba, quelli che stanno in alto, dagli zapatisti. Assumendo il nome del compagno ucciso, il Subcomandante Galeano offre la morte rituale di un personaggio “non più necessario” per prendersi gioco, ancora una volta, dell’eternità e inventare una nuova vita nel mezzo di una guerra.
L’uscita di scena è all’altezza della profondità e della leggerezza del personaggio che ha raccontato la più bella e incredibile delle ribellioni della storia contemporanea. Perché possa vivere Galeano, è necessario che uno di noi muoia, abbiamo deciso debba essere il Subcomandante Marcos. Quelli che hanno amato e odiato il  SupMarcos, scrive nell’ultimo straordinario messaggio, adesso devono sapere che hanno amato e odiato un ologramma. I loro amori e i loro odi sono stati inutili, sterili, vuoti. Non ci sarà alcuna casa-museo o targa di metallo dove sono nato e cresciuto. Nessuno vivrà dell’essere stato il Subcomandante Marcos. Non si erediterà il suo nome né il suo incarico. Niente viaggi per tenere conferenze all’estero. Non ci saranno trasferimenti né cure in ospedali di lusso. Non ci saranno vedove né eredi. Nessun funerale, né onoreficenze, né statue, né musei, né premi, niente di quello che fa il sistema per promuovere il culto dell’individuo e sminuire quel che fa il collettivo. Il personaggio è stato creato e adesso noi, i suoi creatori, gli zapatisti e le zapatiste, lo distruggiamo. Chi saprà comprendere questa lezione dei nostri compagni e delle nostre compagne, avrà compreso uno dei fondamenti dello zapatismo 
E' un addio lungo e poetico. Buona lettura. 
http://comune-info.net/2014/05/tra-luce-e-ombra-zapatisti/
Comune-info.net

25 maggio 2014

La tomba di Bakunin - Alessio Lega


Riposo all’ ombra del silenzio che ora sento
riposo all’ombra del cemento
riposo all’ ombra del potere più assoluto
quello che ho sempre combattuto
riposo all’ ombra di quel vostro essere schiavi
ciò che vi ha sempre inginocchiato
e siete voi le porte, e non avete chiavi
riposo all’ ombra dello stato...

Solo per la libertà
son nato un giorno e son vissuto
ed ho lottato ed ho perduto.
Solo per la libertà
son nato un giorno in mezzo a gente
che non vuol sentire niente
Solo per la libertà
ho alzato in piedi la rivolta
ad ogni strada e ad ogni svolta.
Solo per la libertà.

Riposo all’ ombra dei miei compagni uccisi
del tempo che poi ci ha divisi
del vostro sguardo che sul mio si posa
su qualche foto polverosa.
Riposo all’ ombra del vostro smorto oblio
riposo sempre senza pace:
sempre padroni c’è sempre qualche dio
che opprime un popolo che tace!

Solo per la libertà
in tutto il mondo ho sempre corso
e senza l’ ombra di un rimorso.
Solo per la libertà
ho rifiutato casa ed oro
ed il potere ed il lavoro.
Solo per la libertà
di un mondo che non la voleva
e poi -in catene- la piangeva.
Solo per la libertà.

Riposo all’ ombra di chi crede che io sia stato
un sognatore o un esaltato
e di chi crede che oggi tutto vada bene:
democrazia e nuove catene.
Riposo all’ ombra di chi legge un mio trattato
invece di occupar le vie
ed io che urlo, io che ho corso, che ho lottato
riposo nelle librerie.

Solo per la libertà
ho scritto, ho amato ed ho lottato
e non per essere studiato.
Solo per la libertà
se non potevo tirar sassi
ho camminato nuovi passi.
Solo per la libertà
contro ogni forma di potere
e per non dover vedere
la mia cara libertà...

La mia cara libertà
un cencio rosso, sanguinante
di uno stato più intrigante.
La mia cara libertà
venduta come una puttana:
libertà americana.
La mia cara libertà
diventata una parola
che si strozza nella gola.
Solo per la libertà.

Riposo all’ ombra, all’ ombra cupa e scura
riposo all’ ombra e alla paura
riposo all’ ombra che si fa sempre più nera:
inverno senza primavera...
...Eppure c’è chi ancora lotta in questa stanza
e c’è chi chiede, e c’è chi vuole!
E allora un raggio luminoso di speranza
mi fa riposare al sole...

Mi fa riposare al sole!



Cosa significa essere governati? (Testo di Pierre Joseph Proudhon 1848 Parigi. Immagini di Clifford Peter Harper 1981 Londra)






Domenica di voti ti ti ti ti ti ti........


A te che che sogni una stella ed un veliero
che ti portino su isole dal cielo più vero
a te che non sopporti la pazienza
o abbandonarti alla più sfrenata continenza
a te hai progettato un antifurto sicuro
a te che lotti sempre contro il muro
e quando la tua mente prende il volo
ti accorgi che sei rimasto solo
a te che ascolti il mio disco forse sorridendo
giuro che la stessa rabbia sto vivendo
stiamo sulla stessa barca io e te
ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti . . .
a te che odi i politici imbrillantinati
che minimizzano i loro reati
disposti a mandare tutto a puttana
pur di salvarsi la dignità mondana
a te che non ami i servi di partito
che ti chiedono il voto un voto pulito
partono tutti incendiari e fieri
ma quando arrivano sono tutti pompieri
a te che ascolti il mio disco forse sorridendo
giuro che la stessa rabbia sto vivendo
stiamo sulla stessa barca io e te
ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti ti . . .





12 maggio 2014

Adda passà a nuttata

Sembra ieri e invece son passati vent’anni circa. Vent’anni fa si scoperchiava il vaso di Pandora e fu Tangentopoli. Ma i conti non si fecero fino in fondo. Si aprì quel vaso, ma fu messo in fretta un coperchio altrimenti il lezzo poteva portare alla fine del sistema. E fu come quando si prendono in maniera non corretta gli antibiotici. Si distrugge apparentemente i sintomi apparenti, ma non il male. E questo continua a covare e a costruire anticorpi capaci di rigenerarlo più attivo ed immune di prima.
La Corruzione incominciò dapprima a mostrarsi come circoscritta. Era solo questione di uomini, di mele marce, di pochi, e non come crisi del rapporto capitalista. Era determinato come “soggettivo” e non “oggettivo”, del sistema stesso. E da questo ha cominciato a costruirsi intorno una serie di legittimazioni tali da diventare legalità. Dalla scomparsa del reato di falso in bilancio, all’accorciamento dei tempi per la prescrizione a tutte una serie di cavilli , norme e regolamenti tutti in una unica direzione. E’ stata istituita l’ANAC ( Autorità nazionale anticorruzione) sulla spinta di sollecitazioni delle commissioni europee, della riprovazione mediatica per sopire i fatti che via via si scoprono. Ha vari compiti di controllo e prevenzione. Ma non è stata prevista nessun potere coercitivo o di intervento diretto. Può indagare, verificare, controllare, ma non intervenire.
E si badi, a leggere attentamente gli atti del Parlamento, che non fu solo opera di qualcuno al Potere, ma avvenne con la complicità di tutti, in maniera più o meno palese. 
Perché sistemica è l’esigenza. 
La Corruzione è diventata , in questi anni il mantra. E’ diventato sistema culturale. Non è solo una questione che tocca solo strati della popolazione, ma la attraversa in maniera trasversale, sistemica appunto. Sì, certo, in maniera semplicistica si è voluto far credere, e ancora si continua a battere questo chiodo, che essa sia endemica e solo al ceto politico. Che solo i politici abbiano una predisposizione a questa pratica e a questa “dipendenza”. “Tutti a casa” ci ripetono. Dicono che spazzata via questo concentrato di sporcizia, la casa ritornerebbe linda e pulita come “pria”. Oppure che è solo , ancora una volta e a dispetto della quotidianità dei fatti accertati, questione di pochi malfattori. Di piccoli mariuoli. Non è così! Insieme ai politici , dietro ed accanto ad essi vi è un sistema , un'intreccio che si è costruito, ri-costruito, in questi anni di “assopimento”, fatto di burocrati, impiegati, imprenditoria diffusa e non , costretti o no, comunque consenzienti, a sottoporsi al dio Corruzione. Se si vuol campare, se si vuol “vivere”. O partecipi al banchetto, o sei fuori e manco più ci si fa caso. E’ del tutto normale. 
Un detto delle mie parti recita che non si comincia a banchettare se tutti non hanno la forchetta in mano. O siedi al tavolo con la forchetta in mano o sei fuori stanza! Per cui la richiesta di mazzetta non è più il corpus del reato. Non è reato, non solo, non è più scambio illegale o addirittura illecito, e non è più mazzetta. Diventa solo scambio di favori, normalizzato e regolamentato, quasi. E il sistema diventa sistema integrato, permeato tanto che è più presente fin dai livelli più basse delle istituzioni. E’ più presente (diffuso) a livello dell' assessore comunale o regionale che a livello di ministro, più a livello di tecnico del comune dell’urbanistica, dell'impiegato comunale al catasto, dell’impiegato dell’ASL addetto all’ufficio acquisti o anche solo di vigile urbano o di semplice appuntato dei carabinieri, o di impiegato allo sportello, non importa quale. Certo maggiore è l’opera maggiori sono gli appetiti, e non c’è “Grande opera” che non nasconda fatti di questo genere. L’ultimo esempio l’EXPO, ma non dimentichiamo il sistema TAV , la riunione del G8 in Italia, il dopo terremoto dell’Aquila, e di tutte le altre ricostruzioni e via di questo passo. 
D’altra parte basta prestare attenzione alle dichiarazione dei politici, ma non solo loro, quando vengono beccati con il sorcio in bocca. “A mia insaputa”, oppure “ho fatto solo un favore ad un amico” quasi ingenuamente recitano. E non è solo o soltanto un modo ingenuo o farlocco per difendersi. In molti casi è la verità. Si è dentro l’ingranaggio che non ci si fa più caso. Il meccanismo è talmente automatico che funziona da solo. 
Mi confessava un “amico” camionista, che quando viene fermato dalla polizia stradale è quasi automatico per lui avere dentro la patente un biglietto da cinquanta euro. Infatti non esce per strada senza due o tre biglietti di quella taglia. Quasi mai succede che il biglietto gli viene restituito
Ed è per questo che parlare di società civile staccata dal ceto politico è solo un depistaggio.
Il ceto politico è lo specchio della società. E’ il precipitato del senso comune generalmente e mediamente diffuso. E il sistema elettorale c'entra ben poco. Questo al massimo può determinare il sistema di riproduzione o di controllo del potere. 
Ne è a dimostrazione, un piccolo esempio: dall’ultima scoperta da parte della magistratura, si scoprono personaggi già condannati per corruzione nella cosiddetta “prima repubblica”. Ebbene sono gli stessi presenti anche in questa seconda fase. Gli stessi. Condannati per corruzione e continuano imperterriti a gestire e mediare atti pubblici e della pubblica amministrazione. In questo non vi è nessun anticorpo, nessuna riprovazione sociale, nessuna riprovazione a nessun livello. Ma d’altra parte se un ex presidente del consiglio, un “padre della Patria” come ama definirli lui stesso, condannato per frode fiscale, continua a dettare l’ordine del giorno della politica, che governa in compartecipazione non ufficiale con l’attuale presidente del Consiglio, vuol dire che questo è lo specchio della società. Se milioni di italiani ( in calo per fortuna ma non per i suoi trascorsi penali, ma per vicende di diatribe interne e di lotta intestine di potere) continuano a votarlo vuol dire che esiste una partecipazione simbolica fra l’operato dell’uno con il pensiero degli altri. Una simbiosi del comune sentire e percepire. Tutto questo non è l’anomalia nel nostro sistema , ma è la normalità. Nessuno ( o solo pochi paria) lo avverte come “anormalità”, al massimo come risultato “dell’eccezionalità del momento”.
Come finirà questa ultima ondata di lezzo che avanza? 
Non vi date pensiero. 
Adda passà a nuttata.

zag(c) 

08 maggio 2014

Nes­sun diritto, nes­suna casa, nes­suna pen­sione, nes­sun futuro.

Il posto fesso da "Il Manifesto".
Il decreto «pre­cari per sem­pre», quello che porta il nome dell’ex pre­si­dente dell’alleanza delle coo­pe­ra­tive Giu­liano Poletti oggi mini­stro del lavoro nel governo Renzi, ha otte­nuto ieri la fidu­cia al Senato e verrà appro­vato senza ulte­riori modi­fi­che dalla Camera entro il 19 mag­gio. I respon­sa­bili di que­sta nuova pre­ca­riz­za­zione dei con­tratti a ter­mine, la forma di lavoro più dif­fusa e ancora mini­ma­mente tute­lata nella giun­gla ita­liana, sono 158 (122 sono stati i con­trari) e ade­ri­scono al Par­tito Demo­cra­tico, al Nuovo Cen­tro Destra e a Scelta Civica.
La tri­plice ha prima con­cor­dato con il governo otto emen­da­menti che hanno peg­gio­rato il «decreto Poletti» uscito dalla Camera, poi hanno votato l’ottava fidu­cia ad un governo in stato con­fu­sio­nale, infine hanno ras­si­cu­rato le imprese: anche il con­tratto di appren­di­stato potrà essere a ter­mine per svol­gere atti­vità sta­gio­nali e non ci sarà più l’obbligo di sta­bi­liz­za­zione per le aziende che sfo­rano il tetto del 20% dei con­tratti a ter­mine. Solo quelle con oltre 50 dipen­denti (e non più di 30) dovranno sta­bi­liz­zare il 20% degli appren­di­sti per poterne assu­merne altri. In più si pagherà una san­zione pecu­nia­ria «ammor­bi­dita» per tenere buone le imprese. Invece di sanare le irre­go­la­rità, lo Stato pre­fe­ri­sce non inter­ve­nire sul pro­blema della con­ver­sione dell’apprendistato in tempo inde­ter­mi­nato. Potrebbe sco­rag­giare le imprese dall’assumere. Imprese che con­ti­nue­ranno comun­que a non assu­mere per­chè non hanno lavoro. In com­penso il limite del 20% non si appli­cherà ai con­tratti a tempo sti­pu­lati dagli enti di ricerca.
A gestire l’intera par­tita sono stati l’ex mini­stro del lavoro ultra-liberista Mau­ri­zio Sac­coni (Ncd) e il giu­sla­vo­ri­sta Pie­tro Ichino, rela­tore del prov­ve­di­mento, che teo­rizza da tempo la mone­tiz­za­zione dei diritti super­stiti del lavoro. Aver­gli lasciato il mono­po­lio della deci­sione, dopo avere con­cor­dato le modi­fi­che peg­gio­ra­tive al testo, è un’altra delle gravi respon­sa­bi­lità del Par­tito Democratico.

Osteg­giato for­te­mente dalla Cgil e da tutti i sin­da­cati di base, il decreto Poletti è in gene­rale il segno della pre­ca­riz­za­zione defi­ni­tiva dei con­tratti a ter­mine, il 43% dei quali già oggi dura meno di un mese. Il governo ha inteso così pro­gram­ma­ti­ca­mente aumen­tare la discon­ti­nuità dei rap­porti di lavoro, e con essa l’incertezza dei lavo­ra­tori senza nes­suna garan­zia di assun­zione alla fine dei 36 mesi pre­vi­sti senza «cau­sale» del con­tratto. Renzi e Poletti hanno voluto lasciare alle aziende la pos­si­bi­lità di ricor­rere ad altri lavo­ra­tori dopo cin­que pro­ro­ghe. L’acausalità nel tempo deter­mi­nato è stata pro­lun­gata fino a tre anni; si potranno fare fino a cin­que pro­ro­ghe più infi­niti rin­novi. Una misura che il giu­sla­vo­ri­sta Pier­gio­vanni Alleva ha defi­nito «uno scon­cio etico e inco­sti­tu­zio­nale» per­chè con­tra­sta con gli arti­coli 2 e 4 della Costi­tu­zione e viola la nor­ma­tiva euro­pea sui con­tratti a ter­mine. Quei pochi che ver­ranno «assunti» inon­de­ranno di ricorsi i tri­bu­nali del lavoro, tra l’altro sup­por­tati dai giu­ri­sti demo­cra­tici che hanno denun­ciato il governo alla Com­mis­sione Ue e hanno pro­messo di girare in cam­per per infor­mare i lavoratori.
Prima che la man­naia della fidu­cia can­cel­lasse gli oltre 700 emen­da­menti al Dl lavoro, l’approvazione del prov­ve­di­mento ieri in Senato è stata inter­rotta dalle pro­te­ste del movi­mento 5 Stelle. I sena­tori pen­ta­stel­lati si sono inca­te­nati in segno di pro­te­sta con­tro quello che defi­ni­scono senza mezzi ter­mini un prov­ve­di­mento che rende schiavi i pre­cari. Il leghi­sta Roberto Cal­de­roli ha sospeso la seduta arri­vando addi­rit­tura a minac­ciare di disporne l’arresto. La pro­te­sta poi è rien­trata. «Ho visto che avete ritro­vato le chiavi» ha detto Cal­de­roli agli M5S. Sel ha pro­te­stato in maniera più sobria: le catene le ha lasciate sui car­telli alzati in aula: «Nes­sun diritto, nes­suna casa, nes­suna pen­sione, nes­sun futuro» era scritto su uno di quelli esposti.
Ieri alla Sapienza di Roma gli stu­denti hanno con­te­stato un’iniziativa alla quale avreb­bero dovuto par­te­ci­pare l’ex mini­stro del lavoro Tiziano Treu, già autore dell’indimenticato «pac­chetto Treu» del 1997, e il pre­si­dente della Com­mis­sione lavoro alla Camera Cesare Damiano (Pd). Con­tro il «Jobs Act» e il piano casa di Lupi i movi­menti della casa mani­fe­ste­ranno a Roma il 12 mag­gio. Cin­que giorni dopo, sabato 17 a Roma, sarà il turno del cor­teo dei comi­tati per l’acqua pub­blica per i beni comuni e con­tro la precarietà.

06 maggio 2014

Ieri....

IL 5 Maggio 1818 nasceva Karl Marx.


"Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo
lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito.
Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione."

 
Karl Marx "Salario, prezzo e profitto".

03 maggio 2014

Il riformismo della conservazione

Ormai percepiamo le società di appartenenza in cui siamo immersi come contesti estranianti che ci subissano. Vi apparteniamo perché ci inglobano, ma ci sono estranee perché ne subiamo i rituali e le imposizioni senza possibilità di incidere o partecipare realmente. Sempre più persone si stanno accorgendo che il voto elettorale non è vera partecipazione. Limita l'intervento della base popolare ad indicare chi si vuole che decida per noi su di noi, acconsentendo che l'infernale sistema che determina le nostre vite possa continuare a farlo col consenso degli elettori. Sono sempre più certo che la caduta di senso della democrazia, che in origine avrebbe dovuto essere l'esplicazione politica della partecipazione di tutti e tutte alla gestione della cosa pubblica, sia stata totalmente edulcorata. Le già esigue potenzialità di condivisione collettiva delle scelte pubbliche sono state completamente annichilite. La democrazia oggi è sempre più ingannevole, luogo di raggiro spudorato da parte dei potentati di turno a danno dei più, che nulla contano e nulla possono.
Preda di questa situazione avvilente, anche la politica politicante, sempre più ridotta a residuo di un ruolo sociale fino a non troppo tempo fa predominante, sta mostrando il suo volto attuale: l'aumento progressivo d'inconsistenza, indotta da condizioni obbliganti che incombono. La funzione decisionale di regolatrice dell'assetto sociale permane, circoscritta e limitata però da condizioni sovrastanti cui non riesce a sottrarsi, né in realtà lo vuole perché altrimenti potrebbe trovarsi eclissata. La politica riesce ad essere pienamente sovrana quando il quadro territoriale in cui opera è autonomamente sovrano. Ma quando questo è oggettivamente dipendente da contesti globali più ampi che lo sopravanzano, anche il suo ruolo si ridimensiona riducendosi a funzioni dipendenti in cui viene incanalata.
In questo senso l'Italia è esemplare. Continua a precipitare in un baratro senza fondo d'incapacità e inefficienza, condito in modo saporito con dosi letali di corruzione e ruberie a vari livelli. Non secondaria l'ala protettrice di andrangheta camorra e mafia, tre spregiudicate multinazionali sempre in grande attivo pecuniario al di là e sopra qualsiasi crisi finanziaria. In proposito Saviano è oltremodo efficace: Negarlo sarebbe colpevolmente ingenuo: ciò che rende l'Italia un Paese in cui sembra ... sempre più necessario emigrare è soprattutto la corruzione. Una corruzione che non è il banale istinto a rubare, che razzismi minori imputano alla cultura di un Paese. Non si tratta di episodi di malcostume, ma di meccanismi reali, fin troppo tangibili, concreti e diffusi ovunque: una macchina sommersa e infame che garantisce i complici del sistema e esclude gli onesti. (“Il decalogo anti-corruzione”, “la Repubblica”, mercoledì 12 marzo 2014)

La cura Renzi
Così succede che le decisioni che vengono prese di fatto non servono per gestire la conduzione sociale autonoma di un popolo che cerca di vivere al meglio delle sue possibilità, ma per tentare di rientrare nei ranghi generali e globali da cui la politica dipende, stabiliti sopra la sua testa e all'interno dei quali è legittimata a sopravvivere. Sovranità, titolarità, autonomia decisionale e rappresentanza politica, categorie di scuola che teoricamente dovrebbero definire che cos'è una nazione democratica, sono bellamente saltate, sacrificate sull'altare votivo del supremo dominio finanziario globale e plutocratico. Contribuendo a rafforzare gli inganni che ci attanagliano, continuano ad essere affermate, soprattutto evocate, dagli addetti ai lavori e dagli intellettuali “organici”, mentre il loro fattivo e concreto esercizio sta scomparendo, è in via di mutazione.
Le ampie maglie avvinghianti dei sistemi di dominio imperanti, sempre più potenti e inattaccabili, ci stringono vieppiù in una morsa tendenzialmente letale che ci rende del tutto dipendenti. Combatterle con le armi cui siamo culturalmente avvezzi non può perciò che risultare altrettanto inconsistente quanto lo è diventata la politica istituzionale nella sua funzione decisionale.
All'interno di questa propensione avanzante, ammantata da un clima di estrema supponenza da parte dei poteri dominanti e d'impotenza da parte di chi li subisce, l'azione delle forze che si contendono il governo politico, indifferentemente collocate a destra o a sinistra, ad uno sguardo disincantato appare in tutta la sua inclinazione conservatrice, cioè volutamente tendente a rafforzare lo stato di cose esistente.
Emblematica in questo senso l'impostazione del Pd attraverso l'azione da premier di stato del suo attuale segretario ipercinetico. Con un piglio di dinamicità sorprendente, sta tentando in modo ossessivo di attuare un poderoso insieme di cambiamenti, il cui scopo dichiarato è di trasformare a tutto campo il modus operandi istituzionale che da decenni sta massacrando il nostro paese, divenuto completamente inetto e dannoso per la conduzione della vita sociale ed economica. È sotto gli occhi di chiunque che il paese Italia non è in grado di sopravvivere nel presente globale se non cambia radicalmente modo di essere, se non trova il modo di adeguarsi al sistema di dominio internazionale che ci sta sovrastando. La cura Renzi pretenderebbe di riuscire là dove finora hanno miseramente fallito i suoi predecessori: la capacità di attuare il compito di conservazione attraverso un adeguamento più che corposo.
Le sue proposte di attuazione in tal senso sono molto loquaci e mettono da parte definitivamente la divisione tra destra e sinistra, ormai obsoleta e vissuta come un peso per l'efficentismo e il tecnicismo rampanti. 80 euro in più al mese nelle buste paga dei redditi inferiori a 1500 euro mensili (non cambia la vita delle persone ma è molto efficace a livello di propaganda), diminuzione del cuneo fiscale, aumento della tassazione delle rendite finanziarie, nuova legge elettorale, ridimensionamento delle strutture istituzionali a partire dal Senato della Repubblica, e via di questo passo. Non c'è una proposta o un'azione che incida sul senso e sulla qualità della vita sociale, non c'è una visione diversa delle cose, non c'è un progetto di vita e di produzione alternativo.
Quel senso e quella qualità che ci hanno condotto al disastro che stiamo subendo rimangono intatte, anzi rafforzate. È sempre lo stesso linguaggio, tutto perfettamente all'interno del medesimo paradigma di dominio fondato sulla disuguaglianza, sul predominio dell'avidità finanziaria, sul rafforzamento dei poteri dominanti. Non si tratta di interventi legislativi volti ad aiutare la comunità ad appropriarsi di autonomia e a rialzarsi, ma sono soluzioni che aiutano la perpetuazione di ciò che già c'è, illudendo di cominciare a migliorare le proprie condizioni. Risolveranno, forse, qualche problema contingente, per ripiombare, nuovamente illusi, nel baratro del modello autoritario liberista che impoverisce e riduce in miseria grandi masse umane, considerate massa di manovra per l'arricchimento di spietate plutocrazie. Renzi rappresenta la punta di diamante di chi, come dice giustamente Freccero, non vuol cambiare il mondo, ma vuol far funzionare quello che c'è.

Spinte dal basso, autogestite
Non possiamo che rifiutare una simile logica, perché si basa su una prospettiva inevitabilmente conservatrice di un presente che riteniamo aberrante. Da anarchici, che anelano all'emancipazione dallo sfruttamento economico e dall'abbrutimento dovuto alla sottomissione ai potenti di turno, non possiamo che contrastarla per quanto ci riesce con una critica impietosa e con esempi di vita.
Quanto ci vorrà per capire che un cambiamento radicale vero, a favore di un'autentica giustizia sociale, di un accrescimento dell'autonomia e della libertà, di un mutualismo sostanziale che avvii processi di solidarietà, confronto e scambio liberi, non può che passare da spinte dal basso autogestite, mentre nelle istituzioni di potere vigenti, pensate e strutturate per imporre gestioni dirigenziali manageriali e di casta, qualsiasi azione in tal senso verrà annullata? 


Da A-Rivista Anarchica

02 maggio 2014

Natura di Maggio



Ogni anno la natura 
ci offre questi spettacoli 
per farsi perdonare l'inverno.



01 maggio 2014

Altro che festa!

Lavorare dovrebbe servire a vivere, non il contrario. Perciò dovrebbe essere considerato alla stregua del denaro: un mezzo da maneggiare col dovuto senso del limite. 
Il lavoro, dicevano gli antichi Greci che a saggezza battevano alla grande noi moderni, è una pena (un fardello, un peso, un male necessario ma pur sempre un male). 
Altro che festa!
Un tempo lavorare forniva perlomeno una coscienza di classe, faceva sentire degna la fatica del lavoro anche all’ultimo degli onesti sfruttati. Oggi è mortificante fare la questua agli imprenditori per contratti a singhiozzo e paghe da fame. Il lavoro parcellizzato, precarizzato, senza prospettive, appeso ai capricci del mercato è peggio della schiavitù, che almeno durava. Abbiamo scambiato le punizioni corporali con l’angoscia esistenziale.
L’occupazione, dicono i sindacalisti, dovrebbe avere garanzie e diritti uguali per tutti. Il contratto, dicono gli imprenditori, non deve avere garanzie e diritti uguali per tutti. Entrambi non dicono che a furia di inseguire modelli di produzione del passato non è possibile né garantire tutti né tanto meno assicurare la giustizia sociale. Bisognerebbe produrre, consumare, lavorare meno e meglio. Non chiedere, pretendere, sgobbare di più e basta.
I politici che magnificano il lavoro come valore, in Italia, sono di tre tipi. Ci sono quelli che passano la vita a parlarne ma non lo hanno mai praticato. Ci sono quelli che hanno solo e sempre lavorato diventando mostruosamente ricchi e poi si fanno eleggere per diventare ancora più ricchi. E ci sono quelli che ne fanno una religione ideologica fermando le lancette al Settecento di Smith e all’Ottocento di Marx. Consigliamo di riscoprire l’otium, la bellezza, il sesso, l’arte. E la Grande Politica fatta di ideali, comunità e vita quotidiana, e non di spread, rating, deficit, fiscal compact, bonus, job’s act.
Fuck you!
Ma il lavoro è nemico del pensiero e “come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare” (Friedrich Nietzsche).
Il lavoro abbrutisce: beato chi non lavora, ben messo è chi pratica un mestiere. Lavorare fa pensare in termini economici, di costi/benefici, di perdite/guadagni. Disumanizza, specialmente ora che dipende da tecnologie alienanti e da ritmi parossistici.
Il lavoro a dosi massicce ed eretto a senso della vita è una fregatura. Per tutti: poveri e ricchi. Anzi, più per i ricchi, i benestanti, i superlavoratori contenti come citrulli nel passare gli anni a lavorare più di quanto non dormano la notte (Paul Lafargue e Bertrand Russel, teorici dell’ozio, concordano nel fissare la giornata lavorativa ideale a non più di quattro ore).
Un tempo esistevano i mestieri in cui il valore della fatica era nobilitato dalla creatività, da quel quid di tocco personale e di autonomia negli orari che rendevano un’attività parte integrante della propria realizzazione, parte della vita. Penso agli artigiani, che oggidì resistono malamente alla pressione dei mercati mondiali.
Lungi da noi fare dell’ingenuo primitivismo, ma gli studi sull’età della pietra dimostrano che i supposti “selvaggi” dedicavano all’accaparramento di cibo non più di cinque ore al giorno, vivendo in un ambiente di abbondanza data dalla ricchezza di frutti, animali e beni naturali.
Ora, pensiamo un attimo alla parabola storica che ne è seguita: spostando via via il baricentro della società verso la produzione per ricavare un profitto in denaro, si sono moltiplicate ed estese a dismisura ingiustizie, asocialità, alienazione, nevrosi, disagio. Fino ad arrivare agli estremi di oggi, dove l’angoscia diffusa per avere di che campare è direttamente proporzionale al prosperare di imperi finanziari in mano ad una manciata di persone in tutto il globo.
I semi-umani bestiali, incivili, animali da soma siamo noi.

Alessio Mannino per Il Ribelle.com