19 dicembre 2015

Preferisco....

Preferisco pensare che ci sia sempre qualcosa da leggere e sempre qualcuno che scriva, perché oggi voglio conoscere più di quanto ho saputo ieri.

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente 
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare coi medici d’altro.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi, 
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco una terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all'inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori a fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato 
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.


Wisława Szymborska


15 dicembre 2015

La strega dei boschi.

Dal blog di Maria G. Di Rienzo.

Simona Kossak (1943 – 2007), polacca, era una scienziata, un’ecologista che ha lottato per la protezione delle più antiche foreste d’Europa, una documentarista pluripremiata e una conduttrice radiofonica, nonché una zoopsicologa. Per più di trent’anni ha vissuto in una capanna nella foresta di Białowieża, senza elettricità o accesso all’acqua corrente. La chiamavano strega, perché parlava con gli animali, aveva allestito un rifugio per loro e uno studio veterinario per curarli: una lince dormiva nel suo letto e una femmina di cinghiale, Żabka, visse con lei per 17 anni; allevò una cucciolata di cervi che la ritenevano la loro madre e strinse amicizia con il famoso corvo-terrorista che faceva dispetti a tutto il mondo, fuorché a lei.

I brani seguenti sono tratti dal libro di Anna Kamińska “Simona. Opowieść o niezwyczajnym życiu Simony Kossak”, uscito nel luglio 2015. Le immagini sono di Lech Wilczek.

“La gente chiamava il corvo un villano domestico e un ladro. Terrorizzò metà dell’area di Białowieża. Rubava pacchetti di sigarette, spazzole per capelli, forbici, arnesi da taglio, trappole per topi e blocchetti per appunti. Attaccava i ciclisti e quando cadevano faceva a pezzi i sedili delle biciclette. Rubava le salsicce ai taglialegna nei boschi e faceva buchi nelle borse delle spesa. La gente pensava che Korasek – perché così si chiamava – fosse una forma di castigo per i peccatori.” Agli amici di Simona rubò di tutto, chiavi della macchina, documenti, eccetera ma bastava promettergli un uovo e insistere un po’ e Korasek, anche se di malavoglia e con ben poca grazia, restituiva il bottino.

“Simona raccontò: Un giorno i cervi, che avevo allevato con il biberon e che per molti anni mi seguirono nei boschi, manifestarono segni di paura e non vollero entrare nella foresta a pascolare. Come mi ci diressi io si fermarono, le orecchie rizzate e il pelo diritto sul fondoschiena. In apparenza doveva esserci qualcosa di assai minaccioso nella foresta. Attraversai metà dello spazio aperto e mi fermai, perché i cervi stavano producendo un terribile coro di latrati alle mie spalle. Mi voltai e ce n’erano cinque, rigidi sulle zampe, che mi guardavano e chiamavano: Non andare, non andare, c’è la morte laggiù! Devo ammetterlo, restai di stucco ma alla fine andai. E trovai che c’erano tracce di una lince, una lince aveva attraversato la foresta. Trovai le sue feci più avanti. Cos’era successo? Un carnivoro era entrato nella fattoria, i cervi lo avevano notato ed erano spaventati. Poi hanno visto la loro “madre” andare verso la morte, completamente inconsapevole, e dovevano avvisarla – per me, lo dico onestamente, quel giorno fu una conquista. Avevo attraversato il confine che ci divide dagli animali, un muro che non sembrava possibile abbattere. Se mi avevano avvisata voleva dire una sola cosa: sei un membro del branco, non vogliamo che tu sia ferita. Ho rivissuto questo momento molte volte e persino oggi, quando ci penso, provo un senso di calore al cuore.” La madre cerva si era avvicinata alla capanna, aveva accettato lo zucchero offertole da Simona e poi aveva partorito i suoi cuccioli in quel luogo ospitale.

“Con il tempo, altri animali apparvero nel rifugio di Simona accanto alla casa. Una cicogna nera per cui Simona allestì un nido nella propria stanza, un bassotto e una lince femmina che dormivano con lei, pavoni. Li curava, li abbracciava, li osservava. Allevò due alci orfani. Portava il ratto femmina Kanalia nella manica, perché la bestiola temeva gli spazi aperti. Ospitava i grilli in un contenitore di vetro. Prediceva che tempo avrebbe fatto studiando i pipistrelli che abitavano in cantina. Il serraglio aumentava ogni anno.”

“Nell’inverno del 1993, Simona cominciò la sua battaglia per salvare linci e lupi di Białowieża dall’estinzione. I ricercatori dell’Accademia polacca delle Scienze avevano in mente di effettuare studi telemetrici, mettendo collari con trasmettitori radio agli animali. Ma prima dovevano catturarli. Si scoprì che i ricercatori avevano messo trappole per lupi e linci, del tipo proibito dalla legge polacca. Simona Kossak mostrò ai giornalisti ciò che aveva trovato nei boschi: pesanti ganasce metalliche. Ci volevano due uomini per aprirle. Poco dopo la denuncia di Simona e la rimozione delle trappole, un branco di lupi si avvicinò alla sua casa nella foresta, ululando tremendamente. “E’ stato un inno di gratitudine per aver salvato le loro vite. – disse l’ecologista ai giornalisti – I lupi non si avvicinano mai agli edifici se possono evitarlo, sono troppo spaventosi per loro. Forse hanno percepito l’aura amichevole che emana dalla capanna.” 

Maria G. Di Rienzo

13 dicembre 2015

Rapina alla gioielleria all'Eliseo.

La notizia è questa: 
La gioielleria Chopard davanti all’Eliseo a Parigi è stata rapinata da un uomo armato, fuggito con un bottino ricco: secondo i primi riscontri la refurtiva ha un valore di circa un milione di euro. Maneggiando una pistola, forse finta, il rapinatore è riuscito a farsi consegnare i gioielli e poi ha lasciato la zona indisturbato. In poco tempo, ha fatto perdere le tracce. In pratica, ha beffato tutti. Il reato è avvenuto intorno alle 10 della mattina di venerdì 11 dicembre. E secondo le prime testimonianze l’artefice del furto sarebbe un uomo sulla quarantina, che «si presentava bene». Con fare discreto, il malvivente è stato «abile a non attirare l’attenzione». Il colpo è avvenuto in una delle zone più sorvegliate della capitale, piena di telecamere, al civico 72 della rue du Faoubourg Saint-Honoré, nel cuore blindatissimo di Parigi. In queste ore si moltiplicano critiche e interrogativi sull’efficacia del dispositivo di sicurezza in quella che a un mese dalle stragi jihadiste di venerdì 13 novembre è una delle aree più sensibili della capitale.
Non è una gran notizia, se non per il fatto che è quantomeno strano che, con le misure di sicurezza così spianate, possa essere accaduto. Quella che invece voglio riportare è la descrizione che ne fa Brèves du désordre e che ho trovato tradotta su Finimondo. E' fantastica!

E' arrivato tranquillamente. 

È arrivato tranquillamente, un venerdì mattina, e si è diretto verso la parte ovest di Parigi. In una zona satura di polvere per un vertice internazionale ancora in corso, e uno stato d'emergenza in vigore già da troppo tempo. Attorno a lui brulicano uomini in uniforme, con armi da guerra in spalla, e altri ancora in civile, pronti a sfoderarle. Alcune decine di metri più in là, i balletti di berline coi vetri oscurati non augurano nulla di buono a tutti i nemici interni.
In rue du Faubourg-Saint-Honoré non esiste il numero 13, soppresso dalla superstizione bigotta dell'imperatrice Eugenia, un ordine scrupolosamente rispettato da tutte le Repubbliche successive, benché lo Stato, la scienza e l'economia siano diventati gli Dei più visibili della spazzatura che ne popola i vertici. Che importa, l'uomo non si cura di questi aneddoti, non è con la storia che ha appuntamento ma con se stesso. Prosegue il suo cammino fino al numero 72, incorniciato da due piccoli alberelli di Natale tanto falsamente innevati quanto ridicolmente kitsch. Suona alla porta. Gli viene aperto. Suona una seconda volta, e la seconda porta reagisce allo stesso modo. Alcuni minuti più tardi sta nuovamente percorrendo il medesimo marciapiede, nel cuore della zona rossa più protetta di un paese in guerra. Con la tasca un po' più pesante. Leggermente più pesante, ma solo lui ne è consapevole. Si allontana da quel quartiere malfamato così come era arrivato, tranquillamente. Qualche metro più in là, gli assassini giurati dell'Eliseo, della residenza ufficiale dell'ambasciatore degli Stati Uniti e del ministero degli Interni continuano il loro sporco lavoro, imperturbabili.
L'allarme viene dato troppo tardi. Verso le 11, quattro vetrine della gioielleria Chopard sono state svuotate dei loro orologi di lusso da un uomo solo, «che si presentava bene» e «non destava preoccupazione», sotto il naso e in barba di tutti i dispositivi di sicurezza delle strade limitrofe. Per più di un milione di euro. Qualcuno ha allungato il braccio — armato di determinazione e di audacia — per alleggerire un negozio dei suoi valori concentrati in abbondanza. Oggetti che non mancheranno a nessuno, e che ora fanno dell'uomo uno dei più ricercati della capitale, di questa capitale in cui nulla deve più accadere. Solo una settimana prima, il potere si era vantato di un calo del 16% di furti nella regione parigina dopo il 13 novembre. L'uomo avrà forse sorriso ascoltando quelle cifre. Non è certo lui che contribuirà ad alimentarle!
Una radio locale passa la notizia in maniera intermittente, con un tono al tempo stesso scandalizzato e spaventato. Dall'altra parte delle onde, nessun dubbio viceversa che diversi ascoltatori si siano rallegrati per lo sconosciuto dalla determinazione intatta. Alcuni, con la rabbia nel cuore e la libertà per passione, si saranno forse domandati a bassa voce: e se, invece di restare su una posizione difensiva protestando (invano) contro uno stato d'emergenza destinato a permanere, non sarebbe piuttosto ora di sfidare il terrorismo di Stato continuando a sviluppare (fruttuosamente) le nostre attività sovversive nonostante lo stato d'emergenza? Perché con un po' di fantasia ed immaginazione, tutto è sempre possibile per quegli individui che non si rassegnano.

Parigi, venerdì 11 dicembre 2015

“Una donna italiana quarantenne intreccia una relazione con un tunisino di 26 anni. Lui l’ammazza come un cane. Non voglio vedere il suo nome nella lista delle "martiri". Dire che se l’è cercata è il minimo. Se fosse sopravvissuta l’avrei insultata. Nel rispetto della morte provo pena per sua figlia.”


Questo è il commento di Rosanna Lau, consigliera grillina e delegata del sindaco di Civitavecchia, alla notizia dell'assassinio di Alessia Della Pia, ammazzata di botte dal suo convivente Mohamed Jella in quel di Parma.
Il post è stato cancellato subito, ma ormai se l’erano già copiato in troppi e la bufera ha infuriato sino a che la signora Lau ha rassegnato le dimissioni. Nell’accettarle, il sindaco Cozzolino definisce la signora Lau, “una brava persona”, che ha semplicemente fatto dichiarazioni “erronee” ovvero “esternazioni che non possono essere condivise” perché “la violenza è sempre da condannare”, poi la ringrazia per aver “lavorato per la collettività” e per “quanto di buono fatto finora”, ecc. ecc. Insomma, secondo Cozzolino l'ex delegata ha fatto uno sbaglio, la sua è stata una caduta di stile relativa alla posizione pubblica rivestita. Perciò, se fosse stata la classica casalinga di Voghera a dire le stesse nefandezze facendo la spesa al mercato, la cosa non avrebbe avuto alcuna importanza. 
Credo che il sindaco si sbagli perchè il nodo è proprio lì, nel fatto che l'opinione della Lau, a prescindere dalla sua connotazione politica e dalla sua posizione pubblica, sia condivisa ancora da centomila altri sprovveduti. Probabilmente non ha la stessa risonanza, ma importanza ne ha tanta, eccome! 
E' proprio l'idea che le donne provochino, istighino, accettino e meritino la violenza, che è ancora così largamente diffusa e condivisa, che rappresenta fin troppo bene, purtroppo, l'idea di una società che collude con chi usa violenza e facilita la creazione di spazi sicuri per chi gode dell’abusare di altri esseri umani . 
Si chiama biasimo della vittima.
I media riportano i casi di violenza contro donne e bambine/i analizzando le ragioni che possano aver portato i perpetratori a tali gesti. Gli uomini violenti sono descritti come "travolti dal raptus", quasi costretti alle botte o all’assassinio perché "infuriati dall’ennesimo litigio" o perché "lei lo aveva lasciato/voleva lasciarlo", coinvolti in un "disgraziato incidente" o in una "tragedia domestica". Quando stuprano è perché lei "sembrava starci", magari era ubriaca, o era fuori alle 4 di mattina, o era vestita in modo provocante o rompeva semplicemente le palle. I violenti non hanno scelta, povere creature. Sono preda di irresistibili, devastanti, testosteroniche emozioni provocate dal comportamento delle "femmine". 
Questa è la minestra avvelenata che ci buttano giù per la gola ogni giorno, più volte al giorno, su ogni tipo di media.
E' ovvio che, seguendo queste direttive, non si può dedurre altro che debbano essere le donne a fare delle scelte e comportarsi in centocinquantamila modi diversi per evitare gli abusi. E non importa che tonnellate di studi e testimonianze abbiano ormai provato a ogni livello che ciò è irrilevante per abbassare il tasso di violenza. 
Ed è questa minestra che Rosanna Lau ha digerito metabolizzando il suo spensierato commento sull'omicidio di Alessia Della Pia. 
Non è diverso, nuovo, trasgressivo. Fa parte del nostro attuale contesto sociale.

12 dicembre 2015

Fragilità.


L'hanno elogiata in tanti la mia forza, quelli che mi conoscono bene, che sanno della mia vita, dei miei errori e delle mie pazzie. Me l'hanno detto quando ogni volta riuscivo a rialzarmi, un po' pesta ma pronta a rimettermi in gioco. 
Non credo sia così vero. 
Forse è quello che mostro: lucidità, razionalità, disponibilità e una leggera vena di ottimismo. Ma quello che ho dentro non si vede quando mi chiudo nei miei silenzi e lascio fuori il mondo perché non lo capisco. 
Quando quel che riesco a fare non sembra bastare mai e quel senso di impotenza mi buca i pensieri. 
Quando vorrei ma non posso. 
Quando non trovo il coraggio e non mi lascio abbracciare e quando il coraggio ce l'ho e mi mancano gli abbracci. 
Quando abbasso gli occhi per non farmi troppo male e giro la testa per non mostrare le lacrime. 
Quando dico che va tutto bene e penso che saper mentire in fondo ha i suoi vantaggi. 
Quando non riesco a mentire e nessuno mi ascolta. 
Quando vorrei liberare tutte le mie fragilità e non trovo spazio adeguato.
Forse è quella la forza che mi manca.....ce ne vuole tanta per mostrarsi fragili...

11 dicembre 2015

Il grande circo.

Due settimane fa un uomo si è suicidato perché ha scoperto che tutti i suoi risparmi erano scomparsi e la notizia è uscita solo ieri. Troppo difficile parlarne. 
Viene fuori anche il padre della Boschi. 
E' un'ingiustizia palese difficile da distorcere. 
Mentre si fanno dissertazioni, supposizioni, previsioni, teorie sul salvataggio delle 4 banche che truffavano i clienti. Un salvataggio di 4 associazioni a delinquere. 
Il ministro dell'economia definisce "aiuto umanitario" il provvedimento che stanzia dei soldi da restituire ai truffati (cioè, ripeto perché incredula: la restituzione di soldi rubati è un aiuto umanitario?!?!) senza che nessuno lo porti alla neuro o da un prete a confessarsi. 
Ecco, il circo Barnum, a confronto dell'allegra brigata che simula il governo di una nazione ad uso media ed orfani del cavaliere mascarato, è un consesso di grandi saggi.

10 dicembre 2015

............

http://www.corriere.it/esteri/15_dicembre_09/migranti-nuovo-naufragio-a-un-isola-greca-morti-5-bambini-1186dc70-9e4f-11e5-a090-5b8c3aeb1ca0.shtml
Ogni volta che succede, in me non nasce nessuna idea politica, nessuna strategia, nessuna visione, nessuna retorica, nessuna fottutissima manipolazione. 
Solo persone. Individui. Vite. Dolore immane.
Solo inarrestabile grido di disgusto verso qualsiasi potente seduto su qualsiasi trono. 

Fate schifo. 
Fate pena. 
Fate vergognare madre terra e padre cielo e qualsiasi dio a cui avete la presunzione di credere.
Per ogni vita persa dolore senza bandiera.

L'uomo con i libri sottobraccio uscì di casa e il mondo non c'era.....


Guardò meglio e vide che c'era ancora, ma una fitta nebbia lo nascondeva, forse per salvarlo da qualche pericolo. Era il solito mondo e l'uomo ne vide alcuni dettagli ai suoi piedi: una crepa sul marciapiede, un brandello di aiuola, una foglia morta per i poeti, palminervia per i botanici, caduta per gli spazzini. Poi gli apparvero il tronco di un albero, lo scheletro di una bicicletta senza ruote e una luce gialla al di là della strada.
Lì si diresse.
Aspirò una boccata di umida brezza del mattino e fece entrare azoto, ossigeno, argon, xenon e radon, vapore acqueo, monossido di carbonio, biossido di azoto, piombo tetraetile, benzene, particolato di carbonati e silicati, alcune spore fungine, un'aeroflotta di batteri, un pelo anonimo, un ectoparassita di piccione, pollini anemofili, una stilla di anidride solforosa convolata da una remota fabbrica, e un granello di sabbia proveniente da Tevtikiye, Turchia occidentale, trasportato dallo scirocco della notte.
Insomma, respirò l'aria della città.
Stefano Benni: "Achille piè veloce"

09 dicembre 2015

Desaparecidos, chiamatemi Bergoglio.

Non volevo parlare nè del Papa, nè dell'operazione vergognosamente mediatica che in questi giorni si sta facendo con l'uscita del film a lui dedicato e con il Giubileo, perché mi ero riproposta di non occuparmi di ciò che non mi interessa. Però mi sembra giusto ora riprendere il discorso perché vedo con raccapriccio quanto tutto questo influenzi chiunque e quanto questo ottimo esponente manipolatore stia accreditando un'immagine simpatica, umana e gradevole alle masse credenti e non (in un momento tra l'altro in cui tende a crescere la contrapposizione cattolica all'islamismo). A questo proposito, mi sembra ottimo questo lungo ma esauriente articolo di Roberto Massari che ho trovato su www.utopiarossa.blogspot.com, dove, oltre alla recensione del film, vengono prodotte alcune documentazioni interessanti sulle responsabilità di Bergoglio all'epoca della dittatura argentina. Sono informazioni inedite, utili come antidoto alla mistificazione del film stesso.

 Da vari decenni i desaparecidos argentini chiamano Jorge Bergoglio (Provinciale dell'ordine dei Gesuiti al momento della loro morte), ma lui continua a non rispondere. E ora, anche da papa, Francesco non sembra intenzionato a chiedere perdono per il comportamento suo e dell'alta gerarchia cattolica negli anni di maggior ferocia dei militari al potere (1976-79, nel quadro di una dittatura durata dal 1976 al 1983). Quelli furono anche gli anni più propizi per la sua carriera ecclesiastica: fu infatti Provinciale - la massima autorità nazionale dei gesuiti - proprio dal 1973 al 1979, l'anno in cui al vertice della Celam a Puebla si batté in prima linea nella condanna della teologia della liberazione. A partire da quell'anno fatidico, la sua carriera fu tutta in salita, fino ad arrivare dove sappiamo.
In questi giorni è in uscita un film - Chiamatemi Francesco, diretto da Daniele Luchetti e prodotto da Taodue, di proprietà del gruppo berlusconiano Mediaset - che torna su quelle tragiche vicende, col preciso impegno di assolvere papa Francesco proprio in relazione a ciò che fece (e soprattutto non fece) negli anni peggiori della dittatura. Non trascura nemmeno le accuse specifiche riguardo al sequestro di due suoi confratelli (Jalics e Yorio) che furono subito rivolte contro di lui dai diretti interessati e poi riprese agli inizi di questo millennio in due libri del celebre giornalista Horacio Verbitsky (entrambi tradotti in italiano dalla Fandango, anche se ben pochi lo sanno, visto che su questi due libri vige la più ferrea congiura del silenzio).
Si tratta di un'operazione cinematografica un po' maldestra di camuffamento delle responsabilità di Bergoglio, anche se il film non esita a mostrare una parte della colpa che ebbe la gerarchia cattolica per i massacri di quegli anni terribili. Il film, infatti, compie un'operazione politica molto precisa: mentre abbandona l'alta gerarchia cattolica argentina al giudizio della Storia (visto che le sue colpe sono indifendibili e comunque appartenenti a un sempre più lontano passato), allo stesso tempo tenta disperatamente di salvare il soldato Bergoglio (in fondo era pur sempre un subordinato, un gesuita sottoposto a disciplina quasi militare nei confronti del suo Superiore, Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983).
Va però detto che anche la denuncia delle responsabilità della Chiesa nel film è tendenziosamente insufficiente, visto che non compare mai il nome del numero uno della gerarchia cattolica che fu il maggior complice dei militari: Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina dal 1974 al 1980. Per avere un'idea del suo ruolo (oggetto di polemiche anche in ambienti cattolici), basti dire che con il generale piduista Massera giocava a tennis, mentre nel Paese scomparivano ad opera dei militari circa 30.000 persone, molte dopo indicibili torture e trattamenti disumani d'ogni genere.
È certamente un'ironia della società dello spettacolo che il compito di assolvere il Papa argentino-astigiano sia affidato a un regista laico, dotato alle spalle di una robusta cinematografia di denuncia (Il portaborse, Mio fratello è figlio unico, La scuola) della quale io rimango personalmente grande ammiratore, nonostante la caduta verticale e abissale di questo film. Uno di quegli autori, per giunta, che non hanno mai capito bene cosa sia stato lo stalinismo e quindi si dichiarano ancora «nostalgici del vecchio Pci» e si vantano di aver fatto parte della Fgci (intervista a Vittorio Zincone sul suppl. Sette del 4/12/15, p. 42). E proprio questo serviva al Vaticano: un regista laico, fin qui onesto e attendibile, non accusabile di clientelismo o clericalismo, che fosse disposto a farsi carico della triste bisogna. Operazione andata «miracolosamente» in porto, sia pure attraverso un canale berlusconiano - cosa che farà storcere il naso a qualcuno, ma non al sottoscritto.
Non si pensi che il film abbia perlomeno il merito di denunciare le malefatte dei militari argentini, svolgendo una funzione di risveglio delle coscienze su tale tema fuori del Paese. Perché il tema invece è mondialmente conosciuto, arcipubblicizzato e dibattuto non solo tramite le centinaia e centinaia di inchieste giornalistiche (che non sembrano finire mai, anche grazie al lavoro delle Madres e delle Abuelas de la Plaza de Mayo), ma anche con i libri, i processi nei tribunali di vari Paesi (Europa e Italia inclusa), le rappresentazioni teatrali, i documentari e i molti film che cominciarono a uscire appena finita la dittatura. Ecco un elenco dei soli lungometraggi, escludendo quindi i documentari: La storia ufficiale, di Luis Puenzo (1985); La notte delle matite spezzate, di Héctor Olivera (1986); La morte e la fanciulla, di Roman Polanski (1994); Garage Olimpo, di Marco Bechis (1999); Figli - Hijos, di Marco Bechis (2001); Immagini, di Christopher Hampton (2002); Cronaca di una fuga - Buenos Aires 1977, di Adrián Caetano (2006); Complici del silenzio, di Stefano Incerti (2009).
L'operato di Luchetti non può quindi giustificarsi nemmeno all'insegna orrida del fine che giustifica i mezzi, e cioè che egli avrebbe scelto di fornire una copertura a Bergoglio allo scopo di far risaltare meglio la denuncia delle mostruosità dei militari argentini. No. Il compito era chiaramente e programmaticamente stabilito: salvare il soldato Bergoglio, come già detto, anche a costo di lasciare indifesa la gerarchia argentina. E Paola Casella - che nella sua recensione in mymovies.it si sbilancia fino ad affermare che Luchetti e il produttore Valsecchi non hanno chiesto la collaborazione del Vaticano - non deve aver visto il film sino alla fine. Perché proprio nell'ultima scena (di repertorio) compare il Papa neoeletto, quello vero, mentre pronuncia la storica frase di saluto al pubblico in piazza S. Pietro. E il diritto (copyright) di utilizzare una simile storica scena non sarebbe mai stato concesso alla produzione, senza un accordo preliminare e un'attenta analisi della sceneggiatura da parte vaticana. Di questo si dà conto nei titoli di coda che, peraltro, scorrono troppo rapidi per poter vedere chi ha effettivamente aiutato per la realizzazione del film. Io ho fatto appena in tempo a individuare 3 o 4 istituzioni militari argentine; ma sarebbe interessante stabilire quali, esattamente - cosa che potrò fare solo quando sarà disponibile il DVD.
E in effetti, l'altro grande assente - oltre al Vaticano (Paolo VI fino al 1978, poi Giovanni Paolo II, la Curia romana sempre) e alle personalità dell'alta gerarchia cattolica argentina - è proprio il potere, quello vero, quello che utilizzava i militari assassini per porre termine a un periodo di grande insubordinazione sociale, cominciato all'epoca del Cordobazo (1969) e proseguito col ritorno di Perón nel 1973. Jorge Rafael Videla compare in un'intervista televisiva, ma non viene tirato in ballo nessun partito politico, nessun alto comando o arma militare, nessun'azienda o gruppo di potere finanziario: nemmeno quell'ala destra della burocrazia sindacale (coi suoi criminali matones) che trasse enormi vantaggi dall'assassinio sistematico delle avanguardie operaie.
Nel coro prevedibile di recensioni entusiaste o comunque favorevoli al film, abbiamo trovato ben poche voci critiche. Va quindi citata in modo particolare quella che ci è parsa più precisa e coraggiosa (Valerio Caprara su Il Mattino).
Le critiche riguardano ovviamente la mistificazione operata dal film. Ma la mistificazione non va intesa solo in senso storiografico: in ultima analisi, non sarebbe infatti compito del cinema stabilire l'esatta sequenza degli avvenimenti e le modalità del loro svolgimento. Questa è opera dello storico. Il linguaggio del cinema opera diversamente, avendo a disposizione molteplici e quasi infinite possibilità tecnico-artistiche.
Per es. in questo caso Luchetti basa gran parte del film sulla rappresentazione filmica di cosa Bergoglio potrebbe aver pensato in occasione di determinati assassini, di arresti, di incontri con tanta povera gente ecc. Ebbene, questo procedimento del film è in primo luogo monotono e ripetitivo. Ricorrono situazioni molto uguali fra loro (per lo più drammatiche) che si riflettono senza grandi variazioni nelle espressioni un po' statiche del volto del povero Rodrigo de la Serna (qui impegnato a rendere vero l'impossibile), che invece era parso magnifico nella parte di Alberto Granado nei Diari della motocicletta (a differenza del collega Gael García Bernal nei panni del giovane Ernesto).
In secondo luogo è arbitrario: la sofferenza interiore di Bergoglio viene data come fatto certo, gli si mettono in bocca parole e riflessioni tutte uguali, incontrovertibili, senza sconnessioni, cambiamenti di opinione o momenti di eroismo (mentale) od opportunismo (anch'esso mentale). Un fatto che certamente contribuisce a costruire l'immagine del santino (indubbio l'intento agiografico anche nel tipo di inquadrature, i primi piani accattivanti, la modestia nel vestire, l'essenzialità dei movimenti) che qualcuno ha già timidamente riconosciuto nella figura attoriale del futuro Papa.
Del resto, diciamocelo una volta per tutte: questa indagine retrospettiva di cosa può aver provato Bergoglio davanti allo sterminio dei suoi connazionali e, concediamolo pure, magari davanti alla propria impotenza nel porvi termine, avviene oggigiorno, a tanti anni di distanza e solo perché Bergoglio è diventato papa. Altrimenti la sua storia personale, il suo tormento interiore e gli accomodamenti che deve aver trovato con la propria coscienza per non essere travolto dai complessi di colpa, sarebbero scomparsi nell'anonimato come tanti altri. La sua vicenda interiore si sarebbe dissolta nel nulla, alla pari dei molti altri prelati responsabili come lui, alcuni certamente complici, che rifiutarono di fare alcunché per fermare i militari e impedire lo sterminio di un'intera generazione intellettuale e militante, la «meglio gioventù argentina».
Il film opera una mistificazione cinematografica ancor più grossolana, ma che purtroppo avrà presa sulla fantasia degli spettatori, facendo vedere per gran parte del tempo Bergoglio impegnatissimo a nascondere persone (in genere seminaristi), a far uscire ricercati dalla cintura di Buenos Aires, insomma a fare cose di nascosto per salvare vite umane.
E su questo aspetto fondato su leggende postume e testimonianze di comodo - che ho denunciato in alcune mie lettere a un sacerdote amico, dotato di spirito critico e onestà intellettuale - emerge la vera truffa del film: a) di queste attività segrete non vi è alcuna traccia documentaria (né potrebbe esservi - quindi mistificazione storiografica), ma solo resoconti verbali registrati a decine di anni di distanza e soprattutto dopo l'elezione di Francesco; b) non sono questi gli interventi che ci si attende da un Provinciale che voglia impedire lo sterminio: un alto esponente della gerarchia deve procedere per via gerarchica, deve far pesare la propria carica, deve utilizzare l'arma della denuncia pubblica e se non basta anche quella dello scandalo pubblico, per salvare vite umane. In tal modo non ne salverebbe una dozzina o due (come viene fatto vedere nel film, ipocritamente e forse anche falsamente), ma ne salverebbe centinaia, addirittura migliaia se il suo esempio diventasse contagioso e si estendesse ad altri prelati, ad altri membri della gerarchia. Certo, rischierebbe di essere ucciso, ma in assenza di questo suo impegno sono altre migliaia di persone che vengono uccise al suo posto, e tra queste anche dei sacerdoti di base.
Non mi stancherò mai di estendere questo ragionamento a tutti coloro che detengono incarichi di potere pubblico e mirano ad accreditare un proprio presunto interessamento per le vittime fondato su iniziative private, personali, clandestine e misteriose. Ne è un triste e massimo esempio Pio XII, che dopo aver lasciato inerme il popolo ebraico in mano alla furia nazista ha incaricato la propaganda vaticana di inventare suoi personali interventi a favore di questo o quell'ebreo, di questo o quel ricercato dai nazisti. Truffa di basso livello, che però ha presa su chi vuole crederci. Come Papa aveva a disposizione il prestigio di un presunto vicario di Dio sulla terra e il potere dell'apparato vaticano mondiale. A quel livello si sarebbe dovuto muovere, ma di quel livello non esiste la benché minima traccia scritta o documentaria che possa attestare una sua opposizione alle persecuzioni naziste. Lo stesso vale, sia pure in scala minore, per l'indifferenza di Bergoglio nei confronti dell'eccidio perpetrato dalla dittatura militare durante il suo Provincialato.
La regia del film è monocorde, ha la forma di un documentario privo di agganci storici reali, di un documentario senza documentazione, per giunta di un documentario che vuole presentarsi come una fiction storicamente fondata. Le riprese in esterni battono ripetitivamente sul tema della miseria, dando così un'immagine terzomondistica dell'Argentina, il che è ridicolo soprattutto per una delle più moderne città «europee», come Buenos Aires. La sceneggiatura è fatta di dialoghi improbabili, irrealistici, retorici e ovviamente reticenti. Ma la cosa peggiore del film è che non c'è mai un guizzo di fantasia, un qualcosa che non appartenga al mondo interiore di un Bergoglio presuntamente sofferente e ci riservi qualche sorpresa, qualche contrappunto filmico. Insomma, manca l'arte cinematografica. Quella che invece c'era, tanto per fare un esempio, in un film per molti aspetti analogo - La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo - che senza allontanarsi troppo dalla realtà politica riusciva veramente ad appassionare lo spettatore, facendolo sbandare, cadere e riprendersi, parteggiando e allo stesso tempo provando sgomento nell'identificazione coi personaggi sullo schermo. Ma quella era arte, anche se di parte, e non importa che stesse dalla parte «giusta», a differenza del film di Luchetti, schierato in una presunta terza posizione neutra mentre si compie un massacro epocale sotto i suoi occhi. Quella di Pontecorvo era un'opera d'arte che faceva anche propaganda a favore di certe idee anticoloniali e antimperialistiche. Questo è un film servile, di mera propaganda, studiato a tavolino, commissionato dal Vaticano o da chi intendeva fare un regalo a Francesco (magari per difenderlo dalle congiure di palazzo interne alla Curia, delle quali si mormora da un po' di tempo in qua), e comunque utile nel presente e nel futuro per dare una copertura al passato di questo Papa testimone diretto e attivo/passivo di una delle più grandi e più crudeli tragedie del dopoguerra.
Pio Laghi, Jorge Videla e Leopoldo Galtieri
E poiché la società dello spettacolo nel suo insieme - della quale Francesco mi sembra un ottimo esponente manipolatore - sta accreditando un'immagine simpatica, umana e gradevole di questo Papa, per le masse cattoliche e non (in un momento tra l'altro in cui tende a crescere la contrapposizione cattolica all'islamismo), la mistificazione di questo film avrà certamente facile presa anche sui non credenti, e anche gli spettatori laici gli perdoneranno facilmente il fatto d'essere monotono, retorico, agiografico e cinematograficamente poco gradevole.
Ecco, se potessi io farei invece un film al limite del surreale sugli incubi notturni di quest'uomo che, a differenza di Luchetti, sa bene di quali colpe si è macchiato nell'ambito della Chiesa argentina, ma non intende chiedere perdono. E quindi è giocoforza pensare che ai desaparecidos toccherà ancora per molto tempo, forse per sempre, continuare a chiamarlo per nome dal buio vortice del loro martirio: Jorge Bergoglio.

PER COMPLETARE LA RECENSIONE DEL FILM SOPRA ESPOSTA E PER FORNIRE AL LETTORE QUALCHE ARGOMENTAZIONE SULLE RESPONSABILITÀ DI BERGOGLIO ALL'EPOCA DELLA DITTATURA, SIA IN GENERALE, SIA IN PARTICOLARE PER LA VICENDA DEI DUE GESUITI SEQUESTRATI DOPO CHE LUI AVEVA TOLTO LORO LA COPERTURA DELLA VESTE SACERDOTALE, ALLEGHIAMO LE LETTERE SCRITTE DA MASSARI NEL 2013 A UN SACERDOTE CHE AVEVA SOLLECITATO UNA SUA OPINIONE. SONO LETTERE INEDITE, UTILI COME ANTIDOTO ALLE MISTIFICAZIONI DEL FILM DI LUCHETTI. [la Redazione]

 Caro don F.,
questa mattina ho finito di leggere il libro di Horacio Verbitsky [L'isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, Fandango, 2006] e dire che sono sconvolto è dire poco. Il fatto è che uno le cose per grandi linee le sa, ma finché non entra nei dettagli non si rende conto veramente di cosa può essere accaduto. Credo che dopo il Gulag staliniano, l'Olocausto nazista e il genocidio degli Armeni, il crimine dei militari argentini degli anni '70 possa rientrare al quarto posto nella graduatoria dei grandi crimini dell'umanità e contro di essa nel Novecento. Lascio da parte l'Inquisizione perché la sua azione si è svolta nei secoli passati e non si è conclusa nel giro di pochi decenni o pochi anni. E quindi la si può collocare fuori graduatoria.
Detto questo, le responsabilità dei vertici della Chiesa argentina (ma indirettamente anche di quella di Roma) sono gravissime. Tutti i principali dirigenti dell'epoca sono stati coinvolti moralmente, psicologicamente, sul piano informativo e nella consegna del tacere. Nessuno di loro si è differenziato, nessuno di loro ha denunciato nulla, nessuno di loro ha rinunciato alla carica che ricopriva pur di non assistere a quel mostruoso massacro, fatto anche di torture, menzogne, depistaggi e richieste di benedizioni cristiane. Queste non sono mai mancate. Così come non sono mancati rapporti amichevoli tra i carnefici militari, gli alti prelati e addirittura il nostro Licio Gelli della P2.
Pazzesco. Pio Laghi (capo della Nunziatura apostolica argentina) giocava a tennis col sanguinario Massera (a sua volta membro della P2). C'è chi dice «spesso»; lui dice «solo» 4 volte…
Non si può ovviamente condannare la Chiesa argentina in blocco, perché molti sacerdoti hanno cercato di opporsi, alcuni sono stati uccisi, apertamente come Mugica o desaparecidos come vari altri. Anche delle suore sono state uccise. Il tutto sempre senza alcuna protesta ufficiale da parte della gerarchia cattolica. I cognomi più celebri di questa gerarchia sono Laghi, Grasselli, Bergoglio, Aramburu, più o meno nell'ordine in cui li ho citati. Il silenzio della gerarchia sui sacerdoti torturati e uccisi ricorda quello di Pio XII sulle rappresaglie naziste e il suo legame stretto col Terzo Reich.
Per quanto riguarda Bergoglio, nella questione dei due poveri sacerdoti, Yorio e Jalics, diventa secondario stabilire fino a che punto egli sia stato coinvolto. Sulla base della documentazione si ha certezza fino al punto seguente: Bergoglio squalificò i due sacerdoti impegnati nel sociale tra i poveri, tolse loro la copertura della Chiesa ufficiale e quindi li lasciò inermi nelle mani dei torturatori. Se li abbia anche denunciati come delatore non si saprà forse mai e in fondo è secondario: quanto sopra già basta. Inoltre non fece nulla per salvarli per almeno cinque lunghissimi mesi. Se poi sia veramente interceduto al momento del loro rilascio, non si saprà forse mai. Tutte le attuali testimonianze a favore suo sono ridicolmente false e create post hoc. Così come lo sono i passi indietro compiuti da Jalics sul terreno della denuncia delle responsabilità di Bergoglio.
Ma a me il crimine nei confronti dei due sacerdoti (e almeno di altri due, stando a vecchie testimonianze) sembra niente rispetto alla complicità - più o meno attiva, più o meno silenziosa - con tutta l'operazione repressiva dei militari contro il popolo argentino e contro la sua parte più progressista. Capisco che per il sensazionalismo giornalistico è più importante cogliere il Papa con le mani nel sacco rispetto al sequestro dei due sacerdoti. Ma per la mia coscienza morale è molto ma molto più grave il coinvolgimento morale, sia pure passivo, sia pure indiretto in quel folle massacro ai danni della parte migliore del popolo argentino.
Riguardo a Verbitsky. Il suo primo articolo sui desaparecidos è di settembre del 1990. Da allora si è trasformato nella massima autorità sul tragico tema. Il suo primo libro El vuelo (Il volo, Fandango, 2006) uscì nel 1995. L'attuale libro [El silencio (L'isola del silenzio, Fandango, 2006)] uscì nel 2005, prima della morte del precedente Papa e quindi non in tempo per sapere che vi sarebbe stato un ballottaggio tra Ratzinger e Bergoglio. [Vai a capire perché già allora la stella di Bergoglio fosse ascesa così in alto… Una spiegazione viene quasi automatica, ma di ciò si può parlare in altro momento, rientrando essa nel campo della politica e non di denuncia della ferocia e della vigliaccheria umana.]
Il libro di Verbitsky contiene un capitolo supplementare, un epilogo per l'ed. italiana, in cui Verbitsky scrive:

    «Una siffatta concomitanza [il ballottaggio tra Ratzinger e Bergoglio] ha conferito a questa inchiesta storica su fatti avvenuti tre decenni addietro nella ESMA un'attualità che non ho mai cercato e che non potevo prevedere, ma che non posso eludere ora che Benedetto XVI si avvicina agli ottant'anni e non è da escludersi che in un futuro conclave si prenda nuovamente in considerazione il nome di Bergoglio, che ha avviato un'aperta campagna di proselitismo».

Parole preveggenti che hanno precorso la scelta del conclave. E ancora: possibile che i cardinali lì riuniti ignorassero i trascorsi di Bergoglio? possibile che non avessero un'altra carta da giocare, magari sempre latinoamericana e ugualmente utile per contrastare lo spostamento politico a sinistra delle società latinoamericane e quindi, inevitabilmente, anche del loro clero?
Francamente non riesco a darmi una risposta a questi ultimi interrogativi.
L'epilogo quindi è stato scritto nel 2006, in tempi ancora insospettabili, mentre la documentazione fornita è tutta o quasi tutta degli anni '70. Questi dati cronologici rendono il libro serio, attendibile e inconfutabile (se non con la «scoperta» successiva di testimonianze e carte a discapito, sulle quali si chiederà un atto di fede, quasi come sulle stimmate di Padre Pio…).
Horacio Verbitsky
Resterebbe anche da chiedersi perché della traduzione del libro di Verbitsky in italiano nel 2006 si è parlato pochissimo nei giorni della nuova elezione. A parte il caso tragicomico mio (che il libro non sapevo di averlo in casa e ignoravo addirittura che esistesse in lingua italiana), rimane il fatto che è stato messo a tacere tutto subito. Il nome di Verbitsky non è affiorato seriamente da nessuna parte. E ovviamente nessuna televisione si è premurata di andarlo a intervistare (che io sappia, ma visto che non ho la televisione sono fonte poco attendibile…)
Non ti scrivo questo per aggiungere turbamento o per fare propaganda anticlericale. E non desidero nemmeno avviare una discussione sul tema (con la documentazione fornita da Verbitsky c'è poco da discutere: è un capitolo chiuso in termini storiografici). Lo faccio perché non ritengo giusto tacere su queste responsabilità della Chiesa argentina (e quindi su quelle di Bergoglio come Provinciale, capo supremo dei Gesuiti, al suo interno). Ciò non significa misconoscere o minimizzare ciò che di buono potrà fare papa Francesco. Lo dissi subito e lo confermo: ben venga ogni atto di progresso che questo Papa vorrà fare o stimolare. Significa semplicemente che devo dire ciò che è vero, storicamente vero e inoppugnabile - tacere (se interpellato) farebbe di me un complice postero o postumo della tragedia intercorsa.
Dopodiché i Cristiani possono anche perdonarlo, come è loro richiesto dalla dottrina evangelica (beh, non tutta - Zarcone docet…). Non vorrei però trovarmi nella posizione del cattolico o della cattolica argentina che abbiano perso dei parenti in quel periodo (in quel modo disumano) e che siano allo stesso tempo consapevoli della complicità delle alte gerarchie cattoliche. La dottrina chiederebbe anche a loro di perdonare. Ma sarebbe umano attendersi che essi possano riuscire a farlo?
E come corollario mi chiedo: esistono argentini parenti delle vittime dei militari che si sono sentiti violentati una seconda volta per l'elezione di Bergoglio al soglio pontificio, nonostante si conoscessero le sue responsabilità, pubblicamente perlomeno dal 2005?
E se esistono, è giusto che tacciano, in omaggio al principio del fine che giustifica i mezzi? Dixi et salvavi (parzialmente) animam meam.
Saluti,
Roberto
(4 dicembre 2013)

 Caro don F.,
ho riletto l'articoletto che mi hai mandato (che non è l'articolo della Frankfurter, bensì un riassuntino fatto da uno dei più inattendibili grandi quotidiani italiani, cioè Repubblica). Tenendo conto che leggiamo solo frasi tratte dalle lettere di Bergoglio e niente di ciò che gli devono aver scritto i parenti implorando probabilmente il suo intervento [per i due sacerdoti gesuiti: Jalics e Yorio], ne ricavo alcune conclusioni logiche:
1) Il Neopapa (all'epoca Provinciale dei Gesuiti) non aveva fatto nulla o quasi nulla per liberare i confratelli, altrimenti avrebbe riferito qualcosa al fratello di uno dei due sacerdoti o ai parenti, magari senza nomi e cognomi, ma certamente riferendosi ad atti concreti. Foss'altro che per alleviare la pena dei parenti. (Aggiungo che se si fosse mosso, avrebbe sicuramente ottenuto dei risultati. In fondo i militari si erano permessi il sopruso solo perché lui aveva tolto la copertura ecclesiale a quei due poveri disgraziati. Poteva sempre rimettercela.)
2) Dice di aver sempre saputo che erano vivi, ma lo dice all'indomani della loro liberazione. Quindi o mentiva in quel momento (in realtà non ne sapeva più nulla) o non aveva fatto alcun passo concreto in precedenza, perché in tal caso avrebbe saputo che erano vivi e lo avrebbe comunicato ai parenti.
3) La pubblicazione di queste lettere risparmia allo studioso la fatica di andare a cercarne altre. Se esistessero, le avrebbero prodotte «loro». Pur di arrampicarsi sugli specchi, hanno deciso di gonfiare riferimenti insignificanti e ipocriti (dai quali però si arguisce che Bergoglio non aveva mosso un dito per i confratelli).
4) Fanno bene i giornali argentini che ricordano che il problema in quegli anni non era solo Bergoglio, ma l'insieme della gerarchia ecclesiastica connivente in un modo o nell'altro con i militari assassini. Bergoglio non era l'eccezione, ma la regola.
5) Ridicola l'accusa a Horacio Verbitsky di utilizzare vecchi materiali. E che deve fare un giornalista coscienzioso che si è già occupato nel passato di queste cose: deve inventarne di nuovi? Casomai dovrebbero giustificarsi i cardinali del Conclave che, pur esistendo da tempo questi materiali, hanno ritenuto ugualmente di poter nominare Bergoglio. (Domanda ingenua e maliziosa allo stesso tempo: ma veramente non potevano trovarne un altro, diciamo «incensurato», da eleggere?)
Emilio Massera
6) Oggi i giornali parlano di un comunicato della Corte suprema (giudiziaria?) argentina che scagiona Bergoglio da qualsiasi accusa di complicità con i militari assassini. Insomma, il vicario di Dio in terra esce assolto per insufficienza di prove da una sentenza dell'apparato giudiziario argentino. Fossi Dio mi arrabbierei un po'. Ma poi, al pensiero di quante ne ho dovute vedere nella storia della Chiesa degli ultimi duemila anni, ben peggiori di queste, mi calmerei e procederei al perdono, come ha generosamente fatto padre Jalics. Io (in quanto Roberto M. e non Dio) non ne sarei stato capace. Lo ammetto. Il perdono è una grande invenzione del Nuovo Testamento assente per lo più dall'Antico che non ha mai fatto breccia in me. Il perdono io posso intenderlo solo come un recupero, uno scambio alla pari: hai fatto tot male e la società ti perdona solo se ripaghi con tot bene. È un principio che in parte rientra nella moderna giurisprudenza volta al recupero del peccatore (criminale) piuttosto che al castigo.
7) Rimane il fatto che la macchia sul passato di papa Francesco esiste, è documentata, è pubblica, è conosciuta e si tramanderà nel tempo, passando di bocca in bocca, come del resto sta già accadendo sulla stampa e in Internet.
8) Vedo due conseguenze politiche, una cattiva e una buona: a) la cattiva è che papa Francesco dovrà essere grato al governo di Cristina Kirchner (o chi dopo di lei) per non aver voluto approfondire la vicenda e comunque per non aver voluto approfittare. Quindi Papa condizionabile da parte del governo argentino. b) La buona è che il nuovo Papa dovrà stare attento non solo a non benedire altri dittatori e feroci aguzzini (come hanno sempre fatto i suoi predecessori, da Paolo VI in poi), ma dovrà anche dimostrare con le azioni che quelli sono «errori di gioventù» e che oggi è diventato molto più buono, sia verso i poveri che verso gli oppressi. Chissà che alla fine non ci guadagnino qualcosa anche i gay e i malati terminali. Per l'atteggiamento verso le donne, invece, continuo a vederla brutta.
La parola all'Avvocato del diavolo (che in questo caso dovrebbe dimostrarsi favorevole alla santificazione di papa Francesco, al contrario di quanto accade nei processi di canonizzazione).
Saluti,
Roberto
(9 dicembre 2013)

 Caro don F.,
sei libero di utilizzare il mio testo come meglio ti sembra. L'ho scritto in forma affrettata, ma avevo veramente chiuso le ultime pagine del libro di Verbitsky, quindi avevo tutto il contenuto fresco e presente alla memoria. Cosa che non si ripeterebbe tra una settimana o due. Se don Strazzari [autore di In Argentina per conoscere papa Bergoglio, Ed. Dehoniane, 2013] vuole farla circolare ulteriormente ha da subito il mio consenso.
Per Adolfo Pérez Esquivel vale il discorso che faccio da molti anni sulla nomenklatura filocastrista (che include un paio di decine di latinoamericani e rari europei). Sono persone arrivate alla gloria in momenti diversi (quando c'era l'Urss anche grazie alla diplomazia sovietica), ma per lo più grazie ai cubani (il Premio Casa de las Américas è stato il trampolino di lancio di quasi tutti - di grandi scrittori, ma anche di nullità). Tieni conto che una certa ripartizione delle onorificenze esisteva all'epoca della guerra fredda e influenzava anche i premi Nobel. Quelli per la pace, poi… Basti pensare che un anno premiarono Arafat e Begin insieme.
Della nomenklatura filocastrista (poi anche filochavista) più o meno filosovietica hanno sempre fatto parte l'argentino Pérez Esquivel e Rigoberta Menchú, tra i Nobel. Gli altri sono scrittori, poeti, cineasti che ai cubani (e fino a un certo punto ai sovietici) devono molto o tutto. E quindi si sdebitano restando a disposizione di Cuba e del Venezuela (con parentele secondarie a seconda dei paesi e degli eventi, in Bolivia, Brasile ecc.). Li riconosci facilmente perché sono sempre pronti a firmare tutto: che si tratti di dire che a Cuba non ci sono prigionieri politici o che gli Usa sono imbecilli (cosa verissima), le loro firme vengono raccolte nel giro di poche ore. E la firma di Pérez Esquivel non manca mai, ma proprio mai - come ho potuto verificare negli anni.
Quindi se costui si è rimangiato le cattiverie che aveva detto su Bergoglio qualche tempo prima con tanta celerità vuol dire che da Cuba gli è arrivato l'invito a farlo. Ed io capisco che Cuba, già spalancatissima ai due Papi precedenti che l'hanno visitata, non avesse nessuna intenzione di inimicarsi l'attuale Papa, che per giunta è latinoamericano. Ti dirò in più che Fidel Castro deve ancora farsi perdonare l'aiuto politico che diede in extremis alla Giunta assassina argentina quando questa cercò di salvarsi inventandosi la guerra delle Malvinas. Fu una cosa atroce che la sinistra finse di non vedere, ma che certamente ha lasciato degli strascichi in Argentina. Insomma, Pérez Esquivel è un tipico rappresentante della nomenklatura filocastrista (un tempo filosovietica), come lo è Frei Betto, per restare in campo religioso. Betto lo è in maniera più smaccata, Adolfo Pérez ecc. lo è in maniera più ufficiale.
Tu stesso, poi, adombri la possibilità che egli ricavi anche «adeguamenti redditizi». Adombra, adombra… perché c'è probabilmente anche questo, nel contesto però dell'autopromozione ormai pluridecennale di questa nomenklatura latinoamericana.
A risentirci,
Roberto
(9 dicembre 2013)

 Caro don F.,
ho letto l'articolo di Chierici. Non ne capisco il senso. L'articolo mira addirittura a fare di Bergoglio un salvatore di vittime della dittatura, che è ciò che il Vaticano sta cercando di accreditare, ma guarda caso a decenni di distanza e solo per rispondere a Verbitsky. E mi stupisce che uno come Chierici si presti al gioco. Resta il fatto che l'articolo è pessimo, sembra scritto da un focolarino. Non cita alcun fatto documentabile (le testimonianze retrospettive a decenni di distanza non hanno valore «probatorio») e s'inventa che Verbitsky (di cui sbaglia addirittura a scrivere il nome) abbia riconosciuto di essersi sbagliato. Un giornalista come Chierici avrebbe il dovere di mettere una breve parentesi sul come e il quando ciò sarebbe accaduto. A me che seguo attentamente la vicenda, non risulta. Ma ovviamente posso sbagliarmi: di qui la necessità di indicarmi data e luogo. Altrimenti è puro menar fumo.
Divertente (ma in realtà macabro) il suo tentativo di mostrare la gerarchia cattolica divisa tra il vescovo militare Tortolo e Pio Laghi. In Argentina gli riderebbero dietro, perché il nome di Pio Laghi è ormai storicamente associato alla dittatura militare. È meglio che cerchi di salvare il nome di Bergoglio, perché quello di Laghi è insalvabile (davanti alla Storia e, se per caso esiste, anche davanti a Dio). Chierici sembrerebbe non aver letto il libro di Verbitsky, ma solo quello di Nello Scavo [La lista di Bergoglio, Ed. Missionaria Italiana, 2013] - un libro prevedibile e giustificativo. E già so che se mi capiterà di chiedergli come sia arrivato a scrivere un simile articolo, mi dirà che lui in fondo si è limitato a riportare la sostanza di Scavo, senza necessariamente condividerla. I giornalisti hanno sempre questa scappatoia, e anche per questo io mi offendo quando capita che nelle conferenze mi presentino come giornalista. Ciò che Grillo sta dicendo pubblicamente su questa ignobile casta oscurantista italiana è del tutto vero.
Papa Pio XII
Insisto, però, perché non ci si perda nel dettaglio, ma si abbia un quadro d'insieme di come si comportarono le massime autorità cattoliche nel periodo della guerra sucia argentina. Chi vuole intendere intenderà e chi vuole giustificare Bergoglio (che al momento debito dovrà anche essere fatto santo, come si tenta con Pio XII) lo giustificherà. Anzi, lo trasformerà in un salvatore di vittime, come Pio XII fu un salvatore di ebrei, al punto che, per meglio aiutarli, consentì che si desse rifugio ai gerarchi nazisti nei conventi e che di lì fossero aiutati a emigrare in America latina, soprattutto… toh, guarda caso… soprattutto in Argentina.
Buon inizio di settimana,
Roberto
(15 dicembre 2013)

Caro don F.,
mentre apprezzo il tono fraterno delle critiche che mi rivolge Carlos María Galli (che, pur dandomi completamente torto, mi riconosce una «alta valoración de la verdad histórica y del amor evangélico»), devo dire che non le condivido nella sostanza. L'argomento del non aver vissuto in Argentina è trito e ritrito. Nessuno di noi ha vissuto nei lager nazisti o nel Gulag staliniano, eppure parliamo di questi orrori, leggiamo libri e formuliamo giudizi non necessariamente giusti o uguali tra loro. Ci sono anche russi che hanno vissuto quel periodo, perso dei parenti e sono però convinti che il Gulag sia stato tutto sommato un bene. Idem per i nativi d'America, gli zingari o il povero popolo ceceno e così via.
L'argomento è fallace, perché potrei presentargli centinaia se non migliaia di argentini che hanno vissuto quel periodo e che gli darebbero torto. Per la cronaca, anch'io ho perso dei compagni tra i desaparecidos, ma questo non mi dà nessun vantaggio teorico.
Ciò che scrive Verbitsky (qui ridotto a un pennivendolo da strapazzo al servizio dei Kirchner) mi stimola ad approfondire la conoscenza del personaggio. Evidentemente si dev'essere scatenata contro di lui una campagna diffamatoria senza precedenti. Eppure il tono del suo libro era sereno e rispettoso nei confronti di Bergoglio.
Infine ho conferma di ciò che avevo anticipato fin dai primi giorni, e cioè che si sarebbe lanciata una campagna per dimostrare che Bergoglio si è impegnato seriamente per salvare le vittime del terrore negli anni della dittatura, anni in cui effettivamente avrebbe avuto la possibilità di fare qualcosa. E a questo riguardo la volontà agiografica fa perdere di vista i più semplici dettami della logica; ci si affanna a descrivere sotterfugi, appostamenti portuali o nascondigli nel cofano della macchina da parte sua - stiamo parlando del Provinciale dei gesuiti argentini, figura numero due o numero tre dell'apparato cattolico in quel Paese - e così facendo si devia l'attenzione dalla sua veste ufficiale, quella che gli avrebbe consentito di salvare apertamente, dall'«alto», non due, tre, quattro o cinque persone, ma centinaia e centinaia, se non migliaia.
E se ciò facendo fosse caduto vittima a sua volta del terrore, avrebbe lasciato un esempio imperituro, come l'arcivescovo Romero. Oggi la Chiesa cattolica avrebbe una bandierina in più (autentica) di cui esser fiera, invece di dover stare a mettere insieme i pezzi di un puzzle artificiale (totalmente postdatato) che consenta di beatificare Bergoglio, trasformandolo da complice morale della dittatura in un gesuitico Schindler. (Altra storia in gran parte falsa, pure quella di Schindler…)
In Italia abbiamo già assistito alla stessa procedura con Pio XII e le sue connivenze col nazismo. E se non ci fosse la comunità ebraica che continua a opporsi alla sua santificazione, anche questa vergogna passerebbe impunita.
Mi rendo conto, però, che in questa campagna contro la verità che cerco di difendere (con strumenti non miei, ma presi a prestito) - come in tante altre della mia vita (basti pensare a quella sulle vittime dello stalinismo, la denuncia delle complicità assassine di Togliatti ecc. che mi hanno visto pagare dei prezzi molto cari in un Paese come l'Italia) - alla fine sono costretto ad arrendermi. La potenza dell'apparato mediatico che si è mosso in difesa di Bergoglio è tale da triturare anche giornalisti celebri e robusti (sto ripensando anche all'articolo di Maurizio Chierici che mi hai mandato…). Fu lo stesso con l'apparato propagandistico del vecchio Pci (Pcus e Pc cubano inclusi).
Figuriamoci se posso contrastarla io una simile campagna. La questione è già diventata oggetto di fede: chi vorrà credere che l'alta gerarchia cattolica argentina in quegli anni non fu complice morale dello sterminio, continuerà a crederlo, pur non avendo la benché minima pezza d'appoggio: un telegramma, un comunicato, una protesta scritta, un gesto in televisione, un'intervista mirata, una via crucis espiatoria, un'intimazione di tono biblico, un libro pubblicato all'estero, una parola detta nel luogo giusto al momento giusto - niente, niente di niente di niente.
In fondo si torna sempre all'imperituro conflitto tra fede e ragione, rendendo sempre più lontano e utopico il motto di Anselmo d'Aosta (già espresso in parte da Agostino): non quaero intellegere ut credam, sed credo ut intellegam. Che anche in questo caso diventa un quaero credere ne intellegam.
Non mi riferisco a te e alla tua corretta posizione interrogativa - che apprezzo e rinsalda la nostra amicizia - ma ai libri che stanno pubblicando senza la benché minima documentazione che risalga a quegli anni e che sia quindi scevra da sospetti.
Roberto
(16 dicembre 2013)

08 dicembre 2015

Mai come quest’anno, trentacinquesimo anniversario, la morte violenta di John Lennon si riempie di significati e forti collegamenti con l’attualità.


-Armi: è stato ucciso con cinque colpi sparati da una Charter Arms calibro 38, acquistata liberamente alle Havaii, che nessun metal detector fermò quando il suo assassino volò a New York per attuare l’omicidio. Tra le tante cause pacifiste che John aveva abbracciato, c’era anche quella contro il commercio delle armi. Una campagna che ora prosegue la vedova Yoko Ono che ha postato su Facebook e Twitter la foto degli occhiali insanguinati di John Lennon, per una legge più restrittiva sul possesso di armi da fuoco, con queste parole: “Più di 1.057.000 persone sono state uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti da quando John fu ucciso”. Pochi giorni dopo, la strage di San Bernardino.

-Terrorismo: contro la violenza politica Lennon non ha risparmiato critiche e condanne senza appello. Il suo messaggio ai giovani era inequivocabile: “A cosa serve mettere le bombe a Wall Street? Se vuoi cambiare il sistema, cambia il sistema, non serve a niente ammazzare la gente. Se vuoi la pace non la otterrai mai con la violenza. Ditemi quale rivoluzione violenta ha funzionato. L’hanno fatto gli irlandesi, i russi, i francesi, i cinesi, e questo dove li ha portati? Da nessuna parte. E’ sempre lo stesso vecchio gioco. Chi guiderà il crollo? Chi prenderà il potere? I peggiori distruttori. Sono sempre loro ad arrivare primi. Quello che ho detto in molte mie canzoni è: cambiate la vostra testa. L’unico sistema per assicurare una pace durevole è cambiare la nostra mentalità: non c’è altro metodo”.

-ISIS: il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi vuole espandere con il terrore della jihad globale una nuova realtà statuale: confini, conquiste, leggi, potere. Esattamente il contrario della visione di Lennon che il primo aprile del 1973 annunciava la nascita di Nutopia. In una conferenza stampa si dichiara ufficialmente ambasciatore di Nutopia, un “paese concettuale” senza confini, senza muri, senza passaporti. La bandiera di Nutopia è un fazzoletto bianco e l’inno internazionale è inciso nell’album Mind Games: una traccia muta con 5 secondi di silenzio. Per diventare cittadini di Nutopia basta aderire alla sua Costituzione, che è il testo della canzone Imagine (Immagina che non esistano frontiere, niente per cui uccidere o morire). Tutti i cittadini di Nutopia sono suoi ambasciatori nel mondo. Lennon chiese all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riconoscere il paese di Nutopia. Non fu preso sul serio, ma se oggi all’Onu ci fosse un seggio per Nutopia, forse avremmo una possibilità in più contro il Califfato.

-Guerra: tutto ciò che era in suo potere di fare contro la guerra, l’ha tentato. In primis contro la guerra del Viet-nam (1960-1975), restituendo l’onorificenza MBE da Baronetto per protestare contro il coinvolgimento della Gran Bretagna nell’industria bellica mondiale, organizzando il famosissimo concerto Live Peace in Toronto (13 settembre 1969); si coinvolge in manifestazioni, iniziative pubbliche, finanzia i movimenti pacifisti come la CND (Campaign for Nuclear Disarmament). Per il Natale del 1969 fa riempire le città americane e le principali capitali del mondo con giganteschi manifesti con la scritta “War is over” (“la guerra è finita – se tu lo vuoi”, firmati “con amore, John e Yoko, da NY”). Durante la campagna elettorale presidenziale del 1973, in ogni angolo d’America dove c’è un’iniziativa elettorale con Nixon, lì John organizza un concerto rock di protesta contro la guerra che attira migliaia di giovani invitati a disertare la manifestazione del partito repubblicano.

-Pace: il viaggio di nozze con Yoko (20 marzo 1969) diventa un’occasione per promuovere la pace nel mondo, inventando il “bed in”: una settimana in una camera da letto d’albergo, la numero 702 dell’Hilton di Amsterdam, lui e Yoko, a rilasciare interviste a giornali di tutto il mondo sul tema della pace. L’evento ha un successo enorme, e viene ripetuto nella suite 1742 del Fairmont Queen Elizabeth Hotel di Montréal, dove viene composta la canzone Give Peace a Chance, che è ora l’inno del movimento pacifista mondiale. Insieme a Yoko compra intere pagine dei giornali americani per pubblicare i loro pensieri di pace. E’ nell’ambito di quella campagna pacifista che John invia ad una cinquantina di leader mondiali e capi di Stato due ghiande ciascuno, dicendo loro di sotterrarle e guardare la crescita della quercia, così l’idea della pace gli sarebbe entrata in testa (un bel connubio di pace ed ecologia, che ci richiama alla conferenza COP21 di Parigi).

-Curiosità: il maresciallo Tito, allora capo della Jugoslavia, fu entusiasta dell’iniziativa e piantò le due ghiande nel cortile della residenza presidenziale di Belgrado. Le due ghiande sono cresciute e diventate due alte querce che oggi hanno 45 anni e costituiscono una sorta di monumento vivente alla pace in Serbia.

-Nonviolenza: John Lennon non è solo nostalgia. Era un artista completo, le sue opere ci parlano ancora oggi. Era un visionario, con uno sguardo proiettato nel futuro. Per questo i giovani di Parigi dopo la strage del Bataclan cantavano Imagine, che è un inno alla speranza.

La sua visione nonviolenta era molto chiara: “I fini non giustificano i mezzi. Dobbiamo imparare dai metodi utilizzati da Gandhi e da Martin Luther King. La gente ha già il potere; tutto quello che noi dobbiamo fare è prenderne coscienza. Alla fine accadrà, deve accadere. Potrebbe essere adesso o fra cento anni, ma accadrà. Credo che gli anni sessanta siano stati un grande decennio. Sono stati la gioventù che si è riunita e ha detto: crediamo in Dio, crediamo nella speranza e nella verità, ed eccoci tutti insieme in pace. I giovani hanno speranze perché sperano nel futuro e se sono depressi per il loro futuro allora siamo nei guai. Noi dobbiamo tenere viva la speranza tenendola viva fra i giovani. Io ho grandi speranze per il futuro”.

-Natale: infine, una risposta John Lennon la dà anche a coloro che brandiscono statuine del presepio e canti natalizi come un’arma contro il nemico, il diverso. E’ contenuta nel testo della sua canzone/manifesto Happy Christmas (War is over) – Buon Natale (la guerra è finita).





E così questo è il Natale (la guerra è finita)
per i deboli e per i forti (se lo vuoi)
per i ricchi e per i poveri (la guerra è finita)
il mondo è così sbagliato (se lo vuoi)
e così buon Natale (la guerra è finita)
per i neri e per i bianchi (se lo vuoi)
per i gialli e per i neri (la guerra è finita)
fermiamo tutte le guerre (adesso) 
Fonte

"Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”: due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare. Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento. Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.
Ci hanno fatto credere che il matrimonio è d’obbligo e che i desideri fuori tempo devono essere repressi.
Ci hanno fatto credere che i belli e magri sono quelli più amati, che quelli che fanno poco sesso sono all’antica, e quelli che invece ne fanno troppo non sono affidabili, e che ci sarà sempre un scarpa vecchia per un piede storto! Solo non ci hanno detto che esistono molte più menti “storte” che piedi.
Ci hanno fatto credere che esiste un’unica formula per la felicità, la stessa per tutti, e quelli che cercano di svincolarsene sono condannati all’emarginazione. Non ci hanno detto che queste formule non funzionano, frustrano le persone, sono alienanti, e che ci sono altre alternative.
Ah, non ci hanno nemmeno detto che nessuno mai ci dirà tutto ciò. Ognuno di noi lo scoprirà da sé.
E così, quando sarai molto innamorato di te stesso, potrai essere altrettanto felice, e finalmente potrai amare qualcuno.”
     John Lennon, Londra 1965

Africa docet.

John Pombe Joseph Magufuli è un politico tanzaniano, eletto Presidente della Tanzania in occasione delle elezioni presidenziali del 25 ottobre 2015 e in carica dal 5 novembre successivo. In un mese ha già fatto capire di che pasta è fatto. Ha donato parte del suo stipendio per curare alcuni malati che erano ricoverati nelle corsie dell'ospedale maggiore. Erano stati stanziati 250 milioni di scellini (pari a circa centodiecimila euro) per la festa in onore della sua elezione. Ha detto che dieci milioni erano sufficienti e con gli altri duecento quaranta bisogna comprare i letti per l'ospedale maggiore. Ha annullato tutti i viaggi all'estero dei dipendenti governativi. Solo lui può autorizzare questi viaggi. Ha annullato tutti i convegni o riunioni per motivi politici, nei grandi alberghi. Si devono utilizzare le aule comunali. Ha confermato che la scuola sarà gratis e ha vietato a tutti i presidi di ricevere soldi per le rette scolastiche. E' un grande! A quando qualcuno di simile anche da noi?

05 dicembre 2015

Musica, poesia, pittura.

Pare che Johann Wolfgang von Goethe abbia detto che si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, vedere un bel quadro, leggere una bella poesia e, se possibile, dire qualche parole ragionevole. Se l'ultima cosa non sempre è possibile fare, questa canzone mi pare la perfetta fusione fra musica e poesia: l'incontro spirituale fra due grandi artisti: Leo Ferrè (musica) e Cesare Pavese (testo). Una stupenda poesia che racconta i semplici desideri di un carcerato, che sogna di uscire e provare ancora le gioie della vita. Ma quando uscirà, l'uomo solo si accorgerà che purtroppo la vita ormai l'ha persa, che tutto gli è stato rubato. 


L'uomo solo - che è stato in prigione - ritorna in prigione
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale.
Nella nebbia d'inverno
l'uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l'inverno
con l'odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene.
Uno crede,fin che è dentro uno crede.
Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri.
Bisogna guardali dai vetri.

L'uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino :
Il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla.
E anche il vino non sa che di nebbia.

L'uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati.
Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare.
Rivede lungo l'argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde.
Dà un fischio alla cagna.
e compare la lepre e non hanno più freddo.

Per quanto riguarda il quadro, fra tanti che mi piacciono, scelgo Giovanni Fattori, in particolar modo questo suo dipinto, che tanto mi ricorda la mia infanzia in campagna. Grazie a Furio che me l'ha ricordato.

Giovanni Fattori (Livorno, 6 settembre 1825 – Firenze, 30 agosto 1908) Raccolta del fieno in Maremma - Collezione privata

02 dicembre 2015

Tempismo.

Beh, devo dirlo, a volte mi scappa da ridere, forse perché sono stanca di sorprendermi di quanta poca logica siano dotate certe persone che, guardacaso e poveri noi, occupano posti di responsabilità.
Siamo in piena emergenza ambientale, lo sappiamo, ogni giorno la cronaca ci fa sapere di disastri ecologici. E' in corso a Parigi la conferenza sul clima (non che mi aspetti granchè, ma se ne parla molto, nel bene e nel male). Tutti, o perlomeno le persone più sensibili a questo problema, cercano di tenere comportamenti atti a contenere il degrado: raccolta differenziata, energie alternative, uso dei mezzi di trasporto ecc. ecc. Tutti, insomma, siamo più o meno consapevoli che se andiamo avanti così il nostro bel pianeta ci sputerà addosso le sue ire. Eppure c'è qualcuno che se ne viene fuori con un'idea fantastica: 
targa e bollo per le biciclette e anche assicurazione, suppongo.
Ora, capisco che ci sia bisogno di fare cassa, ma quante persone sarebbero disposte a sottostare alle trafile burocratiche e a pagare anche per questo mezzo? Non è che preferiranno lasciarla in garage e utilizzare l'auto per la quale già pagano a sufficienza? E non è che così facendo si disincentiva l'uso di tale mezzo per spostarsi anche per brevi tragitti e aumentare di conseguenza l'inquinamento causato dagli scarichi? Senza contare che magari qualcuno usa la bicicletta perché non può permettersi la macchina.
Dice che sarebbe solo per le attività commerciali....ma non è la stessa cosa?
Dopo un acceso dibattito, Filippi ha poi affermato che l’emendamento presentato rappresenta una “norma contro abusivismo per disciplina settore commerciale”, ma il testo, così come è presentato, non fa menzione di attività commerciali e sembra estendere l’obbligo di targa e bollo a tutti i veicoli a pedali. Ma anche qualora l’emendamento dovesse essere modificato prevedendo l’applicazione solamente ad attività di natura commerciale, ci dovremo aspettare che la polizia fermi qualunque ciclista sprovvisto di targa che porti delle banalissime buste della spesa che penzolano dal manubrio perché sospettato di fare consegne a domicilio per il panettiere di quartiere.
Se l’emendamento è un tentativo per contrastare le attività della criminalità organizzata ormai immischiata anche nelle attività dei risciò per turisti nelle grandi città, probabilmente la dicitura dell’articolo di legge andrebbe rivista. 

In ogni caso, a noi non resta che rilevare come di fronte all’ennesimo problema, il legislatore non trovi nulla di meglio da fare che iperburocratizzare qualunque attività.
Rimane la vocazione a tassare qualsiasi cosa coerentemente con l'abnorme pressione fiscale e rimane ben evidente il rifiuto sistematico a tagliare la spesa pubblica per mantenere strapuntini e prebende. Ed è pure evidente che dei problemi ambientali non gliene frega niente a nessuno, alla faccia dei disastri ecologici, delle guerre in ogni dove e della conferenza sul clima!


Parlando di biciclette,consiglio questa ricerca:
http://www.left.it/2015/12/01/in-bicicletta-per-ridurre-le-emissioni/
L’impressione che si ricava è che in molte città sia bici boom e che l’uso delle due ruote nei giorni feriali stia raggiungendo livelli davvero interessanti. Almeno un quinto degli abitanti di Ravenna, Rimini, Piacenza, Sondrio e Venezia-Mestre ormai stabilmente preferiscono questo stile di mobilità e anche a Pordenone, Biella, Pavia, Reggio Emilia, Novara, Padova, Pisa, Cremona la percentuale di domanda di mobilità soddisfatta dalle bici è estremamente positiva. A giovarne sicuramente saranno il clima e la salute, e anche noi potremmo dire di aver fatto la nostra parte e di non aver lasciato a faticare solo i grandi della terra chiusi a Parigi a discutere.
E se siete costretti a leggere un solo articolo a proposito del vertice di Parigi scegliete questo di Silvia Ribeiro:
http://comune-info.net/2015/12/guerra-e-clima-cop21/
Le forze armate e le guerre sono tra i maggiori responsabili di emissioni di gas serra e quindi del cambiamento climatico. Guerre per il petrolio, petrolio che causa il cambiamento climatico, caos climatico che rende ancora più esasperate e sanguinose le guerre che pertanto necessitano di maggiori quantità di petrolio: un mostro che si morde la coda. Malgrado questo, nel testo dei negoziati di Cop21, la parola “militare” non viene mai menzionata. E di sicuro, a Parigi, non se ne discute.