Sta suscitando scalpore la "censura" che Facebook ha messo in atto sulla foto della bimba vietnamita che corre piangendo, bruciata dalle bombe al Napalm lanciate dal corpo americano d'intervento in Indocina durante il conflitto. E non si capisce perché, visto che sono anni che la foto è sempre stata visibile ed è diventata uno dei simboli dell'atrocità di tutte le guerre girando spesso su tutti i vari social. Pare però che ci sia una spiegazione: con le politiche di privacy in continua attenzione all'evolversi degli eventi, non si possono più postare foto di bambini nudi. La cosa mi sembra giusta (ci mancherebbe!!), ma la domanda sorge spontanea: che c'entra quella foto con la lotta alla pedo-pornografia?
Non è la prima volta che si notano delle incongruenze nelle regole di Zuckerberg o di chi per lui, nello scambiare fischi per fiaschi, nell'ignorare o meno contenuti. Quindi chiedo: quelli che decidono cosa far vedere e cosa no hanno una vaga idea di quello che fanno?
Ebbene, la risposta è no. Non perché siano dei perfetti imbecilli, ma perché dietro a quella censura non ci sono persone ma...ALGORITMI, un'intelligenza artificiale!
Dice che Facebook non è un sito d'informazione pertanto i giornalisti, che potrebbero partire da preconcetti umani, non sono necessari, mentre gli algoritmi, al contrario, si basano soltanto su parametri valutati dagli algoritmi stessi. E quali sono questi parametri? Le preferenze degli utenti, la loro posizione geografica e le loro interazioni con altri utenti e pagine. Quindi se il popolo di Facebook decide di dare importanza a una notizia più che ad un'altra, è chiaro che si sa più dell'una che dell'altra, ed è così che aumenta la "viralità" di una certa informazione a scapito di un'altra, magari più interessante o importante. Ecco così spiegata anche la storia delle "bufale" che, a volte, girano di più che quelle vere. Ed ecco spiegato anche il motivo della censura sulla foto della bambina vietnamita in base a regole dettate sì da una decisione "umana" ma applicate da un'intelligenza artificiale che non distingue la pedo-pornografia da un simbolo della violenza delle guerre.
Non ci si può aspettare un risultato diverso se non si prevede l'intervento umano anche in coda a quello delle logiche algoritmiche.
E non serve che Zuckerberg si ostini a definire il suo gioiello una piattaforma tecnologica e non una compagnia che produce informazione perché il ruolo che ha assunto (forse anche non volendo ma gli piace avere tanti utenti) con pochi altri nel settore dell'informazione chiama a responsabilità enormi, una delle quali è controllare cosa fanno gli algoritmi.
Già si fa fatica ad accedere ad un'informazione veritiera e non controllata, se poi ci si mette anche un'intelligenza artificiale codificata in un ufficio della California a manipolare e mescolare, non ne usciamo più.
Forse arriverà un momento in cui gli algoritmi daranno una mano a chi scrive le news e ad evitare contenuti pericolosi, ma devono ancora fare tanta esperienza per diventare affidabili.
Visualizzazione post con etichetta facebook. Mostra tutti i post
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10 settembre 2016
19 maggio 2016
Senza bisogno di catene o particolari costrizioni.
Da Diciottobrumaio.
Ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni ha cambiato il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo. A questi cambiamenti non abbiamo opposto, sul piano generale, alcuna resistenza, anzi, li abbiamo accolti come un segno, in realtà un mito, di progresso e di maggiore libertà, e comunque come un fatale destino. Del resto, come opporsi alle nuove tecnologie e a un certo loro impiego? Tecnologie, specie quelle digitali, con le quali entriamo in un certo ordine del discorso, in una sintassi di pensiero predeterminato e che non controlliamo. Al contempo, utilizzatori e riproduttori di un sistema che ci domina e nella sua albagia ci ricatta.
Accettiamo tutte le nuove forme di schiavitù, che vanno a sommarsi a quelle più “classiche”, senza bisogno di catene o particolari costrizioni. La nostra è una schiavitù volontaria e spesso bene accetta, proprio perché abbiamo perso, o non abbiamo avuto abbastanza, il senso vero di che cos’è, o dovrebbe essere, la libertà. Se solo prendiamo ad esempio la comunicazione, abbiamo la prova di come sia stata ridotta la nostra libertà, laddove la comunicazione passa necessariamente su delle piattaforme controllate da alcune delle più grandi imprese multinazionali, che solo alcuni lustri or sono non esistevano, le quali realizzano i più alti fatturati e all’interno di essi i più cospicui profitti.
Miliardi di dati che riguardano la vita privata di miliardi di persone in tutto il pianeta. Informazioni sul nostro lavoro, i consumi, le necessità e i desideri, le relazioni, le idee, la salute, gli spostamenti, ecc. Profili personali e famigliari completi che possono andare dai gusti musicali a quelli sessuali. Profili che disegnano tendenze di consumo e che possono essere ceduti, ossia venduti, ai più diversi produttori: alimentari, musicali, farmaceutici, dell’abbigliamento, dell’editoria; e operatori: turistici, alberghieri, ecc..
Ma anche un altro genere di profili, che possono interessare gli Stati e i loro apparati, specie quelli che lavorano nell’ombra e spesso nell’illegalità legalizzata, i quali attraverso le loro architetture informatiche esercitano innanzitutto un controllo preventivo. Ma noi, che sui social condividiamo tutto, dalle nostre foto a cosa pensiamo, crediamo di essere fuori da ogni controllo. E se anche questo controllo esiste, non ce ne importa nulla, poiché non ci rendiamo conto dell’uso politico che ne viene fatto.
Tutti questi dati glieli forniamo noi stessi, lavorando di tastiera. Un lavoro gratuito, il nostro, che rende alti profitti a tutta una filiera dove dominano poche società potenti, vere e proprie oligarchie che si arricchiscono del nostro gratuito lavoro (Google e Facebook) o col supersfruttamento (Microsoft, Apple, Amazon), tra l’altro appropriandosi, in forza dei prezzi di monopolio, di consistenti quote di plusvalore di altre sfere produttive.
A tutto ciò, singolarmente o per piccoli gruppi, noi non possiamo opporre nulla. Confusi e distratti nella nostra volontà, incessantemente stimolati da bisogni e opinioni miserabili, da merci selezionate che il sistema usa come armi per il proprio consolidamento, da noi non dipende più nulla. Sperimentiamo grandi solitudini e nuove forme di sfruttamento, e del resto l’alienazione è già insita nel nucleo originario del modo di produzione capitalistico, e questo lo sapevamo da tanto tempo.
Ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni ha cambiato il nostro modo di pensare e di relazionarci con il mondo. A questi cambiamenti non abbiamo opposto, sul piano generale, alcuna resistenza, anzi, li abbiamo accolti come un segno, in realtà un mito, di progresso e di maggiore libertà, e comunque come un fatale destino. Del resto, come opporsi alle nuove tecnologie e a un certo loro impiego? Tecnologie, specie quelle digitali, con le quali entriamo in un certo ordine del discorso, in una sintassi di pensiero predeterminato e che non controlliamo. Al contempo, utilizzatori e riproduttori di un sistema che ci domina e nella sua albagia ci ricatta.
Accettiamo tutte le nuove forme di schiavitù, che vanno a sommarsi a quelle più “classiche”, senza bisogno di catene o particolari costrizioni. La nostra è una schiavitù volontaria e spesso bene accetta, proprio perché abbiamo perso, o non abbiamo avuto abbastanza, il senso vero di che cos’è, o dovrebbe essere, la libertà. Se solo prendiamo ad esempio la comunicazione, abbiamo la prova di come sia stata ridotta la nostra libertà, laddove la comunicazione passa necessariamente su delle piattaforme controllate da alcune delle più grandi imprese multinazionali, che solo alcuni lustri or sono non esistevano, le quali realizzano i più alti fatturati e all’interno di essi i più cospicui profitti.
Miliardi di dati che riguardano la vita privata di miliardi di persone in tutto il pianeta. Informazioni sul nostro lavoro, i consumi, le necessità e i desideri, le relazioni, le idee, la salute, gli spostamenti, ecc. Profili personali e famigliari completi che possono andare dai gusti musicali a quelli sessuali. Profili che disegnano tendenze di consumo e che possono essere ceduti, ossia venduti, ai più diversi produttori: alimentari, musicali, farmaceutici, dell’abbigliamento, dell’editoria; e operatori: turistici, alberghieri, ecc..
Ma anche un altro genere di profili, che possono interessare gli Stati e i loro apparati, specie quelli che lavorano nell’ombra e spesso nell’illegalità legalizzata, i quali attraverso le loro architetture informatiche esercitano innanzitutto un controllo preventivo. Ma noi, che sui social condividiamo tutto, dalle nostre foto a cosa pensiamo, crediamo di essere fuori da ogni controllo. E se anche questo controllo esiste, non ce ne importa nulla, poiché non ci rendiamo conto dell’uso politico che ne viene fatto.
Tutti questi dati glieli forniamo noi stessi, lavorando di tastiera. Un lavoro gratuito, il nostro, che rende alti profitti a tutta una filiera dove dominano poche società potenti, vere e proprie oligarchie che si arricchiscono del nostro gratuito lavoro (Google e Facebook) o col supersfruttamento (Microsoft, Apple, Amazon), tra l’altro appropriandosi, in forza dei prezzi di monopolio, di consistenti quote di plusvalore di altre sfere produttive.
A tutto ciò, singolarmente o per piccoli gruppi, noi non possiamo opporre nulla. Confusi e distratti nella nostra volontà, incessantemente stimolati da bisogni e opinioni miserabili, da merci selezionate che il sistema usa come armi per il proprio consolidamento, da noi non dipende più nulla. Sperimentiamo grandi solitudini e nuove forme di sfruttamento, e del resto l’alienazione è già insita nel nucleo originario del modo di produzione capitalistico, e questo lo sapevamo da tanto tempo.
10 gennaio 2016
Attese.
Dovunque vado (ufficio postale, autobus, metropolitana, stazione ferroviaria, anticamera del medico, aeroporto, negozio di alimentari) e dovunque ci sia un’attesa, tutti hanno il cellulare in mano;
sguardo rivolto al visore dello smartphone, pagina Facebook aperta i trenta quarantenni,
o digitando a raffica in Wathsapp i ventenni (il crepitio adesso sul treno nel sedile di fronte: una ragazza).
Nessuno, o quasi, legge un giornale o un libro, oppure guarda in giro, osserva il paesaggio o gli altri intorno a sé.
Quello che mi colpisce non è però l’essere altrove di tutti, collegati ad altri che sono là, ma l’ansia verso lo spreco del tempo, un bene di cui siamo avarissimi, e che tuttavia ci manca sempre.
Una cosa che mi riguarda. Per avere cura di me (e cultura-di-me), l’unica cosa che posso, e debbo fare, è perdere tempo.
Un’attività difficilissima, quasi impossibile.
Ci voglio provare.
Senza misurare il tempo perso (altrimenti non sarebbe perso: cioè che non si può contare).
Marco Belpoliti
sguardo rivolto al visore dello smartphone, pagina Facebook aperta i trenta quarantenni,
o digitando a raffica in Wathsapp i ventenni (il crepitio adesso sul treno nel sedile di fronte: una ragazza).
Nessuno, o quasi, legge un giornale o un libro, oppure guarda in giro, osserva il paesaggio o gli altri intorno a sé.
Quello che mi colpisce non è però l’essere altrove di tutti, collegati ad altri che sono là, ma l’ansia verso lo spreco del tempo, un bene di cui siamo avarissimi, e che tuttavia ci manca sempre.
Una cosa che mi riguarda. Per avere cura di me (e cultura-di-me), l’unica cosa che posso, e debbo fare, è perdere tempo.
Un’attività difficilissima, quasi impossibile.
Ci voglio provare.
Senza misurare il tempo perso (altrimenti non sarebbe perso: cioè che non si può contare).
Marco Belpoliti
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