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22 settembre 2026

Il mondo è fatto a scale...


A volte ascolti mille volte dei versi di una canzone senza che succeda mai nulla. Poi, una mattina qualunque, mentre la solita musica scorre nell’aria, una frase si stacca dalla canzone e fa da chiave in una serratura che credevi arrugginita: "Lo sai come si dice, che il mondo è fatto a scale..."
È bastato questo. Un attimo prima ero qui, nel mio presente, e un attimo dopo mi sono ritrovata bambina, piccolissima, forse ancora incapace di misurare il mondo con le parole. È affiorato un ricordo nitido e improvviso: una casa antica, una scala di legno che scendeva verso il piano terra. E la paura. Una paura antica, di quelle che si provano prima ancora di imparare a dare un nome alle cose. Ero sicuramente in braccio a qualcuno, avvolta da un abbraccio sicuro, eppure quella pendenza, quel legno scuro, quell'abisso verso il basso mi facevano tremare il cuore.

Poi, come per un effetto domino dell’anima, quel ricordo ne ha svegliato un altro, un sogno ricorrente che mi ha inseguito per tutti gli anni delle scuole elementari. Ricordo la strada che percorrevo ogni mattina per andare a scuola: nel mio sogno non era d'asfalto o di sassi, ma un percorso punteggiato da buchi enormi, voragini spalancate nelle quali rischiavo continuamente di scivolare.

Mi sono chiesta cosa legasse questi tre frammenti dispersi nel tempo: una canzone, una scala di legno e una strada bucata dalla fantasia.

Credo che la risposta stia tutta nello scorrere del nostro cammino. La scala di legno era la mia prima vertigine, il primo incontro con il vuoto quando il mondo era ancora troppo grande per me. Ma allora c’era qualcuno a tenermi stretta. Qualche anno dopo, quando è arrivato il tempo della scuola — cioè il tempo di cominciare a camminare con le proprie gambe nel mondo — la mente ha ripreso quell’antica paura e l’ha trasformata in un sogno. Le voragini sulla strada per scuola non erano altro che il timore di fare un passo falso ora che non c'erano più le braccia degli adulti a fare da paracadute.

È curioso come lavora la memoria. Non usa la logica, ma la suggestione. Aspetta il momento giusto per restituirci i pezzi di chi siamo stati, magari usando la voce di un cantautore e il ricordo di un legno scricchiolante.

Quei buchi nella strada mi spaventavano a morte, eppure a scuola ci sono sempre arrivata. La scala mi sembrava un baratro, eppure sono scesa. Forse questi ricordi riaffiorano solo per ricordarci una cosa semplice: che di cose ripide e di strade dissestate ne abbiamo incontrate tante, ma alla fine abbiamo imparato a camminare, a saltare i buchi e a non aver più paura del vuoto...anche se io con le altezze continuo ad avere qualche problema...😁

12 settembre 2026

Il rifugio della memoria: quando la malinconia ci salva dal rumore di oggi

 

Vivere il presente, a volte, richiede una gran fatica. Ci troviamo immersi in un mondo rumoroso, spesso spigoloso, attraversato da conflitti, odio e una complessità che tende a sopraffarci. Guardare i telegiornali o anche solo osservare la frenesia delle nostre giornate può lasciare un senso di smarrimento, come se la bellezza facesse sempre più fatica a trovare spazio tra le pieghe della quotidianità.

È proprio in questi momenti, quando il presente pesa troppo, che sento il bisogno di cercare un punto d'ancoraggio. E lo trovo in una forma particolare di malinconia: non una tristezza che paralizza o che si strugge nel rimpianto, ma una forma di custodia interiore. L'arte di tirare fuori dal cassetto della memoria qualcosa di bello, per ricordarci che la serenità è esistita ed è ancora possibile.

È allora che mi ritrovo a sfogliare vecchie fotografie. Sono immagini in bianco e nero dei lontani primi anni ’50, con i bordi consumati dal tempo. Ritraggono la mia infanzia immersa nella vastità e nel silenzio della campagna.

Era un'altra epoca, un mondo fatto di pochissime cose materiali ma di una sconfinata libertà. La campagna non era solo uno sfondo, ma una presenza viva. Aveva odori, sapori, colori, essenze antiche che oggi non sentiamo più, sommersi come siamo dall'asfalto o distratti dalla fretta. Era l'armonia di giornate semplici, in cui bastava davvero poco per sorridere e sentirsi parte di tutto quello che ci circondava.

Riaprire la scatola di quei ricordi non significa voler fuggire dalla realtà di oggi o far finta che le brutture del presente non esistano. Significa, piuttosto, fare un respiro profondo. Significa rispolverare quella luce antica, scaldarsi al calore di un passato felice e poi tornare al presente con il cuore un po' più leggero e fortificato.

La malinconia buona è questo: una riserva di bellezza a cui attingere quando fuori fa troppo freddo. Ci ricorda chi siamo stati, da dove veniamo e che la semplicità, anche quando sembra perduta, resta una bussola preziosa per orientarci nel caos di oggi. 

P.S. Mi rendo conto che ultimamente scrivo con una vena di ottimismo che sembra quasi stridere con la realtà che ci circonda. Perdonatemi: sarà che sto diventando vecchia, che il mio spirito ribelle si sta un po' affievolendo, o semplicemente che i ricordi ormai sono diventati il mio pane quotidiano. Ma, in questo tempo così duro, ho solo un grande, immenso bisogno di cose belle.


06 novembre 2018

Ho domandato al tempo: "Qual'è la soluzione?" Mi ha risposto: "Lasciami passare".

D'altronde, non ci sono alternative. E così, passando passando, il tempo mi ha portato fino qui, a ricordare che 66 anni fa nascevo io, da genitori contadini, in un piccolissimo paese di campagna.
Ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia che sicuramente mi hanno dato l'imprinting delle cose semplici e del rispetto per ciò che mi circonda. Ricordi legati soprattutto alla libertà di scorrazzare in ogni dove senza paure, alla complicità con gli animali che ci aiutavano nel faticoso vivere quotidiano, alla facilità e felicità di stare con gli altri, all'entrare e uscire da porte senza chiavi, al condividere ogni cosa comprese fatiche, gioie e dolori.
Non sto a raccontare il mio dopo. La crescita e il susseguirsi della mia vita non hanno niente di particolarmente interessante. A volte è stato bello, a volte no. Ma se non rimpiango niente è perché quello che ho vissuto mi ha portato fino qui, ad essere quella che sono, quasi contenta, e sottolineo quasi, della situazione, ad oscillare in questo equilibrio precario che può sembrare saggezza ma in realtà non lo è affatto e alla strana e positiva accettazione del tempo che trascorre cambiandomi dentro e fuori, sorprendendomi anche con obiettivi nuovi nonostante tutto.
Non mi sento vecchia come mi sarei immaginata, ho ancora energia anche se ne ho persa tanta per strada, non sono più fisicamente al top ma chissenefrega, l'anno prossimo andrò in pensione con buona pace della Fornero, cosa voglio di più?
Beh, in realtà, ce ne sono tante di cose che vorrei, ma preferisco esimermi dall'elencarle. Una cosa sola mi accontenterebbe: tornare a vivere nella casa dove sono nata, nella mia amata campagna. Ma è un sogno che resterà tale. Non c'è più quella casa, non c'è più il tepore del latte appena munto, le querce da scalare e i compagni di merenda. Si perdono tante cose nella vita, è inevitabile, e a volte certe mancanze fanno male. Però i ricordi, quelli belli, rimangono e rasserenano. Anche oggi, in questo grigiume novembrino del mio sessantaseiesimo compleanno.

In braccio a mamma a 6 mesi.
P.S. Mi scuso per l'immagine molto sfocata, ho fatto il possibile...d'altronde il tempo sfoca tutto...

25 dicembre 2015

E' Natale, la festa esprime ciò che la vita soffoca.

Bernard Charbonneau

Noi pagani chiediamo alle feste di salvarci dalla vita di tutti i giorni, e Natale è la più importante. Ridurla nei termini del linguaggio quotidiano parrebbe quasi un sacrilegio, se il figlio di Dio quel giorno non avesse scelto come tempio una stalla abbandonata. Nel più buio dell'inverno ogni anno ritroviamo l'ultima delle festività: in fondo alla notte dei tempi brilla ancora il sangue aguzzo degli agrifogli. Scende la sera, ma il bagliore delle braci penetra, intatto, l'oblio delle ceneri e il cuore tiepido del focolare batte al respiro regolare dei suoi figli addormentati. La casa nel gelo è una nave ancorata in cui il silenzio si tende e freme d’un tratto nel corso del tempo. L'ora risuona ed annuncia una presenza. Ci perdiamo nella luce del sole, ed eccoci a ripercorrere quest'altra strada che penetra nelle nostre tenebre. E che si dirige insondabilmente verso quella stella che ci fissa nella più azzurra oscurità. Sempre più profonda, verso questo giorno il cui grido esplode nel parossismo della notte: Natale!
Il tempo passa; guerra e pace, ed imperi. Ma il Natale ritorna. Il suo simbolo è un vegliardo antico come il mondo che distribuisce i suoi doni ai bambini. Va verso le case che l'inverno chiude in se stesse, ma sorge dalla natura più ostica, come il verde abete dalla neve. E i suoi doni non sono ricchezze, sono giocattoli, variopinti coi freschi colori del mattino. Il vecchio Natale ritorna, carico di giocattoli per i nostri bambini e, per noi, di doni dell'infanzia. Nel momento più grigio dell'anno, apre la porta e un soffio di aria pura e gelata ci svela tutta la distesa di neve e di foreste vergini. Ma soprattutto, in un mondo in cui la natura è vinta, ci fa intravedere l'impenetrabile bosco vivente dove fremono ancora bestie e spiriti. E nelle profondità del suo mistero, un albero dell'Eden brilla di mille fuochi. In questo giorno di Natale ritorniamo all'innocenza, ma dopo Adamo la nostra innocenza è troppo spesso quella del bruto.
Il ritorno del Natale sembra affermare l'invincibile infanzia degli uomini e le società più razionalizzate gli devono un culto tanto più fervente; perché la festa esprime ciò che la vita quotidiana soffoca. San Nicola infesta la metropolitana di Londra e gli edifici di New York; e lo stesso mondo totalitario non riesce ad esorcizzare il vecchio fantasma. In quel giorno il fuoco sulle trincee si fa meno fitto; e il Terzo Reich rende a Natale un culto in cui cerca di eliminare ogni elemento cristiano. Natale resiste anche alla rivoluzione sovietica. Il comunismo puritano degli inizi aveva cercato di respingere la superstizione nelle ultime chiese; il realismo staliniano non poteva accettare che il popolo, nonostante le promesse della propaganda, continuasse a rifornirsi di sogni al mercato nero. E Babbo Natale è diventato un funzionario del piano.
Natale ritorna; e il numero di Natale. Ma perché il rito familiare pesa di colpo come una menzogna? Forse è colpa di questo bambin divino la cui nudità miserabile e viva è un insulto alle ricchezze accumulate dalla nostra goffa società. Il Natale dei pagani ritorna in eterno come il solstizio d'inverno, ma gli tocca nascere per sempre. E i suoi occhi si aprono sul mondo, come dovrebbero aprirsi i nostri.
Perché questo mondo non è più l’Eden innocente ed eterno delle origini. Due avvenimenti l'hanno cambiato, uno è stato voluto dall'uomo e l'altro da Dio: la Caduta e l'Incarnazione. E due segni si inseriscono ormai nel nostro cielo, uno dei quali è il sole urlante di guerra e di fiamme, se l'altro è sempre la chiara stella di mezzanotte. Il vecchio Natale pagano non è più di questo mondo; il bianco paese delle renne è lordato dagli pneumatici dei quadrimotori e noi abbattiamo le foreste del Nord per costruirci un finto Natale su nevi di carta. Per questa festa l'albero verde dell'infanzia può brillare di luci, la maturità dell'uomo ha innalzato anche il suo la cui ombra incombe ormai su ogni giorno.
A dispetto della nostra vita, nelle contrade che la polizia interdice in modo più sicuro dei ghiacci o dei demoni, ora sorge l'albero della morte il cui tronco è fiamma, le fronde di ceneri, la linfa, energia divorante. Ma il demone che lo rinchiude nell'inferno più nero della nostra incoscienza indossa la maschera della paura sul volto dell'angoscia. E noi ci rassicuriamo pensando che Natale è pur sempre Natale; perché se la vita è quotidiana, le feste sono tradizionali. Domani la vita continuerà, e ritroveremo le nostre abitudini! i piccoli interessi o i piaceri individuali. In mancanza, le grandi passioni ideologiche e politiche: due grandi esempi che innalzano, ad est e ad ovest del nostro mediocre orizzonte, le loro due colonne di fuliggine vomitate dalla terra e dal mare. Il nulla sarà russo o americano? A meno che non sia inglese o francese: è tutto qui, è la nostra ultima possibilità. Ma non illudiamoci, la nostra mediocrità non potrà accedere a tale onore.
Notte santa; il silenzio ti raccoglie, come il vasaio tiene la tazza di argilla fresca tra i palmi delle mani. Ma chi la contempla, ora sa che è rotta. Chi la ascolta, ne sente il fremito del rimbombo delle forze di cui ogni forma fu costituita: il tempo passa e il suo sangue sgorga a fiotti di fiamme dalle vene aperte della terra. Festa di Natale, donata ai bambini, i soli che possano ancora raccogliere i frutti dell'albero magico, il che significa per noi, che dobbiamo loro non solo dei giocattoli ma un avvenire? Sotto le sue ghirlande pacchiane e la sua neve chimica, rimane solo un albero secco destinato alla spazzatura. Festa ridicola, meno ridicola della scenografia di grandi uomini e di falsi problemi che nasconde il nostro vuoto quotidiano.
Ma perché turbare questo Natale evocando i segnali dell'Apocalisse? L'Apocalisse non è opera nostra. Anche quando l'inaudito è alla porta, dobbiamo inventarci un meraviglioso fittizio giunto da un altro pianeta; perché solo il prossimo è terribile. Perché, in questo giorno in cui ognuno di noi chiude la sua porta al mondo per voltarsi verso la sua famiglia, aprirla così sul vuoto? Nulla ci costringe, se non questa notte di Betlemme: perché se tutto finisce, tutto comincia. E il segno del nero prodigio può invadere il cielo, non è niente in confronto al prodigio di Natale: il minuscolo lampo di luce punta la sua spada nel cuore delle tenebre. Alla fine dei tempi, ancora più sorprendente, risponde la sua origine; alle tenebre della morte, il sole dell'amore. Ma si incarna qui nel sorriso di questa innocenza promessa alla croce, le cui mani stringono il serpente del fulmine.
Suona la mezzanotte. Buon Natale! Che qualcuno lanci qui questo grido, se osa farlo.
 

(La Réforme, 11 dicembre 1954)

Da Finimondo