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28 settembre 2026

L’illusione della giovinezza o la caparbietà del cuore?

A volte ci si guarda allo specchio senza filtri e ci si fa quelle domande un po' scomode, di quelle che non chiedono risposte veloci, ma solo un po’ di coraggio per essere pronunciate.
In questi giorni mi sono chiesta: ma questo mio amore impossibile, che continuo a celebrare forse con troppa ostinazione, non sarà che è solo un trucco? Il tentativo un po' ingenuo di rincorrere l'illusione di essere ancora giovane, almeno nel cuore?
A 74 anni, il rischio di sentirsi dire – o di dirsi da sole – che si è ridicole è sempre lì, dietro l'angolo. C'è un'idea precostituita su come si dovrebbe abitare questa stagione della vita: con composta saggezza, un po' di nostalgia sfumata e molti ricordi ben messi in ordine sugli scaffali.
Ma l'amore impossibile ha un difetto magnifico: non invecchia. Non si scontra con la stanchezza del quotidiano, non conosce la noia delle bollette o le incomprensioni della colazione. Vive di pura scintilla, di attesa, di un’energia spudorata che non chiede il permesso all'anagrafe per farsi sentire.
E allora ho provato a ribaltare la domanda. E se non fosse un’illusione per sembrare giovani, ma la semplice, ostinata prova che siamo vivi adesso?
Sentire il cuore che accelera o che si accende di un calore improvviso non è un privilegio dei vent’anni. È il privilegio di chi non si è ancora stancato di desiderare, di chi ha la libertà di non doversi più scusare con nessuno per ciò che prova.
Non so se chi legge queste righe ci troverà un pizzico di follia o una nota fuori tempo. So solo che finché quell'emozione mi regala calore e idee da regalare alla pagina, me la tengo stretta. Non per fare la ragazzina, ma per far rifiorire la donna che sono oggi, esattamente a 74 anni.

 

22 settembre 2026

Il mondo è fatto a scale...


A volte ascolti mille volte dei versi di una canzone senza che succeda mai nulla. Poi, una mattina qualunque, mentre la solita musica scorre nell’aria, una frase si stacca dalla canzone e fa da chiave in una serratura che credevi arrugginita: "Lo sai come si dice, che il mondo è fatto a scale..."
È bastato questo. Un attimo prima ero qui, nel mio presente, e un attimo dopo mi sono ritrovata bambina, piccolissima, forse ancora incapace di misurare il mondo con le parole. È affiorato un ricordo nitido e improvviso: una casa antica, una scala di legno che scendeva verso il piano terra. E la paura. Una paura antica, di quelle che si provano prima ancora di imparare a dare un nome alle cose. Ero sicuramente in braccio a qualcuno, avvolta da un abbraccio sicuro, eppure quella pendenza, quel legno scuro, quell'abisso verso il basso mi facevano tremare il cuore.

Poi, come per un effetto domino dell’anima, quel ricordo ne ha svegliato un altro, un sogno ricorrente che mi ha inseguito per tutti gli anni delle scuole elementari. Ricordo la strada che percorrevo ogni mattina per andare a scuola: nel mio sogno non era d'asfalto o di sassi, ma un percorso punteggiato da buchi enormi, voragini spalancate nelle quali rischiavo continuamente di scivolare.

Mi sono chiesta cosa legasse questi tre frammenti dispersi nel tempo: una canzone, una scala di legno e una strada bucata dalla fantasia.

Credo che la risposta stia tutta nello scorrere del nostro cammino. La scala di legno era la mia prima vertigine, il primo incontro con il vuoto quando il mondo era ancora troppo grande per me. Ma allora c’era qualcuno a tenermi stretta. Qualche anno dopo, quando è arrivato il tempo della scuola — cioè il tempo di cominciare a camminare con le proprie gambe nel mondo — la mente ha ripreso quell’antica paura e l’ha trasformata in un sogno. Le voragini sulla strada per scuola non erano altro che il timore di fare un passo falso ora che non c'erano più le braccia degli adulti a fare da paracadute.

È curioso come lavora la memoria. Non usa la logica, ma la suggestione. Aspetta il momento giusto per restituirci i pezzi di chi siamo stati, magari usando la voce di un cantautore e il ricordo di un legno scricchiolante.

Quei buchi nella strada mi spaventavano a morte, eppure a scuola ci sono sempre arrivata. La scala mi sembrava un baratro, eppure sono scesa. Forse questi ricordi riaffiorano solo per ricordarci una cosa semplice: che di cose ripide e di strade dissestate ne abbiamo incontrate tante, ma alla fine abbiamo imparato a camminare, a saltare i buchi e a non aver più paura del vuoto...anche se io con le altezze continuo ad avere qualche problema...😁

12 settembre 2026

Il rifugio della memoria: quando la malinconia ci salva dal rumore di oggi

 

Vivere il presente, a volte, richiede una gran fatica. Ci troviamo immersi in un mondo rumoroso, spesso spigoloso, attraversato da conflitti, odio e una complessità che tende a sopraffarci. Guardare i telegiornali o anche solo osservare la frenesia delle nostre giornate può lasciare un senso di smarrimento, come se la bellezza facesse sempre più fatica a trovare spazio tra le pieghe della quotidianità.

È proprio in questi momenti, quando il presente pesa troppo, che sento il bisogno di cercare un punto d'ancoraggio. E lo trovo in una forma particolare di malinconia: non una tristezza che paralizza o che si strugge nel rimpianto, ma una forma di custodia interiore. L'arte di tirare fuori dal cassetto della memoria qualcosa di bello, per ricordarci che la serenità è esistita ed è ancora possibile.

È allora che mi ritrovo a sfogliare vecchie fotografie. Sono immagini in bianco e nero dei lontani primi anni ’50, con i bordi consumati dal tempo. Ritraggono la mia infanzia immersa nella vastità e nel silenzio della campagna.

Era un'altra epoca, un mondo fatto di pochissime cose materiali ma di una sconfinata libertà. La campagna non era solo uno sfondo, ma una presenza viva. Aveva odori, sapori, colori, essenze antiche che oggi non sentiamo più, sommersi come siamo dall'asfalto o distratti dalla fretta. Era l'armonia di giornate semplici, in cui bastava davvero poco per sorridere e sentirsi parte di tutto quello che ci circondava.

Riaprire la scatola di quei ricordi non significa voler fuggire dalla realtà di oggi o far finta che le brutture del presente non esistano. Significa, piuttosto, fare un respiro profondo. Significa rispolverare quella luce antica, scaldarsi al calore di un passato felice e poi tornare al presente con il cuore un po' più leggero e fortificato.

La malinconia buona è questo: una riserva di bellezza a cui attingere quando fuori fa troppo freddo. Ci ricorda chi siamo stati, da dove veniamo e che la semplicità, anche quando sembra perduta, resta una bussola preziosa per orientarci nel caos di oggi. 

P.S. Mi rendo conto che ultimamente scrivo con una vena di ottimismo che sembra quasi stridere con la realtà che ci circonda. Perdonatemi: sarà che sto diventando vecchia, che il mio spirito ribelle si sta un po' affievolendo, o semplicemente che i ricordi ormai sono diventati il mio pane quotidiano. Ma, in questo tempo così duro, ho solo un grande, immenso bisogno di cose belle.


05 marzo 2026

Dimenticanze.

Ci si dimentica di molte persone nel cammino della vita.
Certe lentamente, senza accorgersene: telefonate sempre più rare, messaggi dimenticati. A volte si sceglie, a volte no.

Poi ci sono quelle che rimangono addosso anche se sembra di non ricordarle. Basta una canzone, una foto, una frase letta da qualche parte ed ecco che si sorride. E ci si chiede cosa stanno facendo, se sono felici o se stanno combattendo e come affrontano le loro battaglie. Ci si commuove pensando a come si sono affrontate insieme certe battaglie. 

 

Poi si spegne la radio, si mette via la foto e si chiude la pagina. Si continua la giornata cercando di scrollarsi di dosso quella sensazione di aver perso insieme a loro qualcosa di sè stessi. 

09 maggio 2020

Il potere evocativo.


Qualche giorno fa, approfittando del fatto che sono finalmente libera dalla costrizione del lavoro, ho deciso di mettere un po' d'ordine nei cassetti. Non quelli dei sogni che in quelli c'è troppa muffa, ma in quelli delle cose che appoggi lì e dici poi le metto a posto. Un cassetto in particolare non vedeva la luce da decenni tanto che nemmeno ricordavo quello che c'era. L'ho aperto, l'ho svuotato completamente e in fondo c'era una giacca appartenuta a mia madre che avevo conservato ma mai usata. L'ho avvicinata al viso per sentirne la morbidezza e ho sentito, impolverato dal tempo, quel profumo di tenerezza, quel calore che mia madre emanava quando mi abbracciava. E all'improvviso una sensazione durata pochissimi secondi ma sufficienti per essere percepita distintamente. Ho rivisto me stessa bambina che mi rifugiavo fra le sue braccia piangendo per una sbucciatura al ginocchio. Ho risentito l'odore del suo abbraccio che mi avvolgeva con la morbidezza di quella giacca.
Non è la prima volta che mi succede ed è una sensazione bellissima, emozionante. L'odore che ho sentito ora è lo stesso che avevo sentito allora, da bambina, facendomi consolare. C'è stato un collegamento: ricordando quell'odore ho ricordato quel momento. Un momento che non ha la minima importanza...eppure l'ho ricordato. 
E allora ho pensato a quanti ricordi conserviamo inconsapevolmente, anche se non li percepiamo utili, non usati. Per esempio: ricordiamo dove abbiamo messo le chiavi di casa perché ci servono ma non ricordiamo dove eravamo il giorno del nostro decimo compleanno perché non ci serve. Però poi succede che, per un motivo o per un altro, salta fuori quel ricordo che non eravamo assolutamente coscienti di avere. Un odore, un sapore, un panorama o qualsiasi altra cosa e avviene una specie di corto circuito che fa collegare le due cose, anche lontanissime nel tempo. 
Non so se succede solo a chi ha una certa età come me però ho provato spesso a pensare ad un anno della mia adolescenza e cercare una canzone che allora era la prima in classifica, la più famosa insomma. Chiudo gli occhi, mi rilasso e ascolto. E arriva tutta una serie di situazioni, persone, umori, discorsi, che sembravano assolutamente sepolti dal tempo. Io lo chiamo potere evocativo ma rimango comunque sempre meravigliata di quante cose sembriamo dimenticare mentre invece sono sempre lì, in quello spazio ristretto e magicamente complicato che è il cervello, conservate per sempre e incancellabili. 

06 novembre 2018

Ho domandato al tempo: "Qual'è la soluzione?" Mi ha risposto: "Lasciami passare".

D'altronde, non ci sono alternative. E così, passando passando, il tempo mi ha portato fino qui, a ricordare che 66 anni fa nascevo io, da genitori contadini, in un piccolissimo paese di campagna.
Ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia che sicuramente mi hanno dato l'imprinting delle cose semplici e del rispetto per ciò che mi circonda. Ricordi legati soprattutto alla libertà di scorrazzare in ogni dove senza paure, alla complicità con gli animali che ci aiutavano nel faticoso vivere quotidiano, alla facilità e felicità di stare con gli altri, all'entrare e uscire da porte senza chiavi, al condividere ogni cosa comprese fatiche, gioie e dolori.
Non sto a raccontare il mio dopo. La crescita e il susseguirsi della mia vita non hanno niente di particolarmente interessante. A volte è stato bello, a volte no. Ma se non rimpiango niente è perché quello che ho vissuto mi ha portato fino qui, ad essere quella che sono, quasi contenta, e sottolineo quasi, della situazione, ad oscillare in questo equilibrio precario che può sembrare saggezza ma in realtà non lo è affatto e alla strana e positiva accettazione del tempo che trascorre cambiandomi dentro e fuori, sorprendendomi anche con obiettivi nuovi nonostante tutto.
Non mi sento vecchia come mi sarei immaginata, ho ancora energia anche se ne ho persa tanta per strada, non sono più fisicamente al top ma chissenefrega, l'anno prossimo andrò in pensione con buona pace della Fornero, cosa voglio di più?
Beh, in realtà, ce ne sono tante di cose che vorrei, ma preferisco esimermi dall'elencarle. Una cosa sola mi accontenterebbe: tornare a vivere nella casa dove sono nata, nella mia amata campagna. Ma è un sogno che resterà tale. Non c'è più quella casa, non c'è più il tepore del latte appena munto, le querce da scalare e i compagni di merenda. Si perdono tante cose nella vita, è inevitabile, e a volte certe mancanze fanno male. Però i ricordi, quelli belli, rimangono e rasserenano. Anche oggi, in questo grigiume novembrino del mio sessantaseiesimo compleanno.

In braccio a mamma a 6 mesi.
P.S. Mi scuso per l'immagine molto sfocata, ho fatto il possibile...d'altronde il tempo sfoca tutto...

12 novembre 2017

Quella mattina di Novembre...


Ci sono momenti in cui la mia mente, annoiata dalla ripetitività dei gesti, si stacca dal presente, va a pescare nei suoi meandri di emozioni e, come bagliori improvvisi dell'inconscio, appaiono i ricordi, testimoni muti dell'incontrovertibile scorrere del tempo. 
Era la prima volta che facevo un gesto così eclatante. Scappavo da casa. Ma non era un'alzata di testa adolescenziale, ero già piuttosto grande e avevo anche una famiglia. Scappavo da una situazione insostenibile, esasperata da accuse, ritorsioni e rinfacci. I compromessi che fino ad allora, volente o nolente, avevo accettato erano diventati nodi scorsoi e andarmene era l'unico modo per non soffocare del tutto. Sì, lo so, scappare è da vigliacchi, i problemi si affrontano. Io c'avevo provato ripetutamente, facendo appello alla logica di comprensione di qualcuno che di logica ne seguiva solo una, la sua, che non si combinava per niente con la mia. Non so se avevo torto o ragione, so che non mi andava più bene e per me era vitale cambiare. E visto che il metodo indolore non era possibile, l'unica strada che sono riuscita a intravvedere era quella di buttarmi tutto alle spalle, rinunciando a tutto ciò che avevo, anche ai sentimenti verso quella famiglia che avevo contribuito a costruire e andarmene, sola, senza sapere cosa avrei potuto fare. E così quella mattina di Novembre di tanti anni fa, sul marciapiede di una stazione grigia di freddo foriero di neve, sono salita sul pullman della mia libertà, destinazione sconosciuta. Ero consapevole degli strascichi, delle difficoltà che avrei incontrato, dei sensi di colpa e perché no, anche dei ripensamenti che mi sarebbero saliti in gola, ma in quel momento stavo andando verso qualcosa che non mi si voleva concedere e che mi stavo prendendo da sola. Ce l'ho fatta quella volta. Ce l'ho fatta altre volte in cui sono ricaduta nella trappola dei compromessi. Ce la farò ora a tenermi quello per cui ho combattuto tutta la vita? Penso proprio di sì, perché questa autonomia che tanti mi hanno negato e che mi regala questa parvenza di equilibrio e serenità è una cosa a cui non potrò mai rinunciare.

13 novembre 2016

Stanotte ho sognato.

Cioè, mi ricordo il sogno che ho fatto distintamente, cosa che non mi succede quasi mai, forse perché era un sogno tranquillo, pacato, di quelli che fanno sperare che continui tanta è la beatitudine. Ho sognato che ero sola tra alberi immensi, le cui cime arrivavano quasi al cielo, di fronte al mare. Ricordo la sensazione di silenzio, la pace interiore che sentivo di fronte a quel tramonto che si stava riversando sull'acqua. Non succedeva niente, rimanevo lì, ad ascoltarmi, e forse pensavo, ma non ricordo cosa pensavo. Mi sono svegliata serena, con una serenità che supera la mia comprensione e che non è stata troppo costante negli ultimi giorni. Ora penso che questo sia dovuto a due cose. La prima, un ricordo appena prima di addormentarmi: mi rannicchio nel mio letto, tra tutti i miei cuscini, e butto l'occhio sulle foto che ho sulla cassettiera. Mio padre e mia madre nel cinquantesimo anniversario di matrimonio. Una bella foto, un bel giorno felice con tante persone care. 
Due lacrime silenziose e felici hanno offuscato la stanza e mi sono sentita di dire grazie a loro, per quello che mi hanno dato, per come mi hanno amato, sostenuto e aiutato, perché non credo di averglielo mai detto, persa com'ero nelle mie ribellioni, nella mia testardaggine e nei miei impulsi contraddittori. 
E ho capito che non perdiamo mai quello che abbiamo vissuto. 
L'altra, un piccolo pensiero che mi è venuto in mente proprio ieri sera: passiamo la vita a pensare a quello che non abbiamo e vogliamo avere, a quello che abbiamo avuto e abbiamo perso. Non ci concentriamo su quello che effettivamente abbiamo, e tra le cose più importanti e concrete ci sono i ricordi...un modo per incontrarsi...
Grazie a coloro che mi hanno coniato, mi hanno accompagnato, mi hanno voluto nei momenti di tempesta. 
Dove cerco la mia pace, riesco a trovarli.

29 gennaio 2016

E se...?


Passa, il tempo passa e accumula i ricordi senza che me ne accorga. Poi arriva un momento, dettato da chissacchè, in cui mi ritrovo a scavare in quel cumulo e riappari tu. Tu che non sai che ti scrivo, che non leggerai mai queste righe e che non saprai mai dei miei pensieri. Eravamo giovani allora, non più abbastanza per ricominciare, non più soltanto impulsi e incoscienza, ma ancora sufficientemente pazzi da lasciarci alle spalle la realtà, almeno per qualche ora, per qualche giorno. Tremori e timori, speranze, fragilità, bisogni e...amore. Passioni, entusiasmi, sentimenti forti e tentativi disperati di trovare la via, quella giusta per noi, che giusti non eravamo. 

No, non rimpiango niente. Anche adesso, potessi rivivere quei momenti, lo farei, consapevole della loro fine ineluttabile, necessaria. 
Solo mi chiedo: e se...? Se un gesto diverso, una parola in più o in meno...chissà se avrebbe cambiato la nostra vita...
Ma il tempo passa, tra strani scarti e bonacce prolungate, ma passa, va solo avanti, non si ferma.
Ci fermiamo solo noi, o forse crediamo di farlo ricordando, mentre insieme al tempo scorre anche la vita.

13 ottobre 2013

Ricordi.

Ricordo il 12 ottobre di 42 anni fa. Mio figlio, il primo, e non avevo ancora 19 anni. 3 kg e 200 di strilli e tenerezza che hanno faticato più di 12 ore per uscire dal mio corpo, forse volevo tenermela quella pancia che mi aveva fatto diventare improvvisamente grande o forse avevo paura di quello che non conoscevo e che si presentava impellente. Ma era lì, tra le mie braccia, che già ricercava il contatto perso spaventandomi un po’ per quella dipendenza completa, per quel non capire come soddisfare. Però ce l’abbiamo fatta, siamo cresciuti insieme, giocando gli stessi giochi e passando attraverso pianti e sbucciature fino ad arrivare al momento in cui ha deciso qual era la sua strada e ha lasciato il nido, ancora quasi implume ma deciso ad affrontare il mondo. Non so quale sia il concetto di buona madre, io ho seguito molto l’istinto e forse posso aver sbagliato a non essere protettiva e severa, a lasciargli lo sguardo sui suoi orizzonti senza metterlo troppo in guardia dalla fatica di raggiungerli ma, guardandolo ora mi riconosco nel suo pensiero e nei suoi valori, e sinceramente non posso che sentirmi orgogliosa di quella testa che si è fatta da sola, anche faticosamente ma soprattutto liberamente. È bello ora ritrovarsi insieme, parlare anche del passato, dei grandi errori e delle piccole vittorie ma soprattutto è bello guardare avanti insieme, complici seppure con strade e obiettivi diversi.

Auguri Francesco.

13 maggio 2012

Per la mia mamma.


Qualche volta, quando i rumori tacciono
e il silenzio stende un mantello caldo di ricordi,
ascolto un tempo lontano, vivido di attese e di speranze.
Erano giochi della mente, lunghe corse di una fantasia vergine di mete.
Sento ancora la tua mano, un po' forte e un po' ansiosa,
che cercava di farmi entrare in un mondo che nemmeno tu conoscevi.
Sento il suono della tua voce, vedo i gesti stanchi, sempre quelli,
che non mi permettevi di ripetere, non era lì che dovevo stare.
Era là, dove i tuoi occhi si perdevano, che volevi portarmi.
Alzavi il velo dei tuoi segreti solo quando non vedevo,
per non aprirmi il tuo scrigno di lacrime.
Mi hai accompagnato, per un tratto, indicandomi l'orizzonte,
era il tuo respiro quel vento che mi sospingeva,
era il tuo amore che disegnava fiori sul mio cammino.
Non mi sono mai voltata indietro, pensavo fossi sempre lì,
pronta ad accarezzarmi la stanchezza.
Poi il vento ha smesso di soffiare
e la tempesta ha disperso le radici.
Perdonami mamma, ma non sono riuscita a vedere quell'orizzonte,
i tuoi occhi si sono chiusi troppo presto,
non ho più il coraggio dei tuoi desideri,
né il sorriso della tua forza.
Ho perso, come te, la battaglia della vita,
e il mantello si sta raffreddando.
Credo che riaccenderò i rumori,
comincio a sentirmi sola
senza le tue lacrime nello scrigno.

Gianna