Volete rimanere presenti nell'etere con i vostri cinguettii anche quando sarete passati a miglior vita? Siete così convinti di essere indispensabili ai vostri followers che non potete pensare di lasciarli senza i vostri 140 caratteri quotidiani? Non vi sono bastati quelli "dal vivo"? Bene, non preoccupatevi, a tutto c'è rimedio, anche alla morte! Il vostro trapasso non sarà nemmeno percepito perchè i vostri tweet continueranno a deliziare la rete. Basterà iscriversi a _LIVESON, un'applicazione in grado di registrare e analizzare i dati dei vostri tweet passati per crearne di nuovi dopo la vostra scomparsa! Da quel che ho capito funziona più o meno così: registra i
messaggi degli utenti mentre sono ancora in vita, un programma ne
ricava dei dati e compone messaggi automaticamente rispondendo ai
visitatori con lo stesso stile dell’utente...deceduto.
Dicono che serve per lasciare una traccia di sé.....
E non sono nemmeno i primi a tirare fuori quest'ideona! Ad esempio DeadSocial, offre un servizio che permette di programmare post nel futuro remoto.
Insomma, se decido di iscrivermi non vi libererete mai di me!.....pensate che incubo!!!
Messaggio registrato di Gianna.
Vi saluto tutti, cari ragazzi, ma sono morta di risate quand'ho letto
sta stronzata dei messaggi post mortem e dei post post mortem...che io
dico...ma una come me, che ha rotto le palle a tutti da viva, deve
per forza continuare nei secoli dei secoli anche dopo la dipartita?
Ma
anche noooooo!
Insomma, a parte gli scherzi, non trovate un pò inquietante l'idea di lasciare i
messaggi e ricevere una risposta da uno che in realtà è morto?
22 febbraio 2013
Il vero curriculum di Oscar Giannino.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il vero curriculum di Oscar
Giannino che gentilmente ci ha dato l'esclusiva per la pubblicazione.
Oscar Fulvio Giannino nasce a Babilonia nell'anno 3298 a.C; dopo
aver conseguito una laurea in Astronomia e Geometria contribuisce a
scrivere il Codice di Hammurabi con il sovrano babilonese.
Circa due millenni più tardi si trasferisce ad Atene dove istruisce uno stato democratico e crea l'Accademia di Platone. Qui consegue una laurea in scienze politiche, una in filosofia ed un Master in "Esportazione della democrazia in assenza di armi di lunga gittata".
Fino al 475 d.C. è consulente di tutti gli imperatori romani. Non è un caso che, abbandonata Roma per raggiungere Costantinopoli e scrivere il Codice di Giustiniano, l'impero d'occidente cada esattamente l'anno successivo.
Intorno all'800 d.C. troviamo Giannino presso Aquisgrana come insegnante di Carlo Magno. Rifiuta la corona di Imperatore del Sacro Romano Impero per cederla al suo pupillo. Quattro secoli più tardi fonda la Scuola Poetica siciliana e, trasferitosi a Firenze, corregge le bozze della Commedia di Dante. Sempre a Firenze, ma sotto il falso nome di Lorenzo, avvia una serie di riforme in campo legislativo e di migliorie architetturali e artistiche. Gli storici avrebbero chiamato quel momento: Rinascimento.
Nel 1492 inscena la sua morte e si imbarca clandestinamente sulle navi di Colombo. In gran segreto corregge le rotte del navigatore. Raggiunte le Americhe fonda Chicago, presso la cui università frequenta più di un Master.
Tra il 1600 ed il 1800 si dedica alla filosofia politica e vive tra Francia e Inghilterra. Scrive alcune importanti opere sotto lo pseudonimo di T. Hobbes, J. Locke e J. Rousseau.
Il secolo XIX lo vede impegnato in uno studio "matto e disperatissimo" che lo porta a conseguire sei lauree in discipline varie nel settore dell' economia gestionale e dell' economia aziendale.
Nella prima metà del 1900 è attivo a vario titolo negli Stati Uniti. Qui viene assunto dai genitori di Ford e di Keynes, presso cui lavora come insegnante privato.
Dagli anni '80 ad oggi vive e lavora in Italia cercando di fare maggiore esperienza.
Il suo motto è: io so di non sapere. Il suo piatto preferito è la pizza. Ma ciò che più adora è vestirsi strano.
Circa due millenni più tardi si trasferisce ad Atene dove istruisce uno stato democratico e crea l'Accademia di Platone. Qui consegue una laurea in scienze politiche, una in filosofia ed un Master in "Esportazione della democrazia in assenza di armi di lunga gittata".
Fino al 475 d.C. è consulente di tutti gli imperatori romani. Non è un caso che, abbandonata Roma per raggiungere Costantinopoli e scrivere il Codice di Giustiniano, l'impero d'occidente cada esattamente l'anno successivo.
Intorno all'800 d.C. troviamo Giannino presso Aquisgrana come insegnante di Carlo Magno. Rifiuta la corona di Imperatore del Sacro Romano Impero per cederla al suo pupillo. Quattro secoli più tardi fonda la Scuola Poetica siciliana e, trasferitosi a Firenze, corregge le bozze della Commedia di Dante. Sempre a Firenze, ma sotto il falso nome di Lorenzo, avvia una serie di riforme in campo legislativo e di migliorie architetturali e artistiche. Gli storici avrebbero chiamato quel momento: Rinascimento.
Nel 1492 inscena la sua morte e si imbarca clandestinamente sulle navi di Colombo. In gran segreto corregge le rotte del navigatore. Raggiunte le Americhe fonda Chicago, presso la cui università frequenta più di un Master.
Tra il 1600 ed il 1800 si dedica alla filosofia politica e vive tra Francia e Inghilterra. Scrive alcune importanti opere sotto lo pseudonimo di T. Hobbes, J. Locke e J. Rousseau.
Il secolo XIX lo vede impegnato in uno studio "matto e disperatissimo" che lo porta a conseguire sei lauree in discipline varie nel settore dell' economia gestionale e dell' economia aziendale.
Nella prima metà del 1900 è attivo a vario titolo negli Stati Uniti. Qui viene assunto dai genitori di Ford e di Keynes, presso cui lavora come insegnante privato.
Dagli anni '80 ad oggi vive e lavora in Italia cercando di fare maggiore esperienza.
Il suo motto è: io so di non sapere. Il suo piatto preferito è la pizza. Ma ciò che più adora è vestirsi strano.
21 febbraio 2013
21 Febbraio 1965: l'assassinio di Malcom X.
Sono passati quarantotto anni dalla morte di Malcolm X.
Quarantotto anni dall’assassinio di un uomo che fu e resta il simbolo delle
rivendicazioni avanzate dai neri americani contro l’oppressione
statunitense. Non è il caso di aggiungere altro: la sua biografia e il
suo pensiero li trovate in rete. Io ho trovato questo libro e ne propongo un estratto a chi interessa sapere o ricordare
qualcosa di quest’uomo. È chiaro che Malcolm X dice cose che possono suonare
assai sgradevoli alle orecchie delicate e cloroformizzate di tanti
onesti euroccidentalisti: pertanto, se in voi la curiosità è più forte
dell’abitudine....buona lettura!
La scheda o il fucile
«[...] No, io non sono americano. Sono uno
dei ventidue milioni di uomini dalla pelle nera che sono vittime
dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di vittime della democrazia
che non è altro che un’ipocrisia travestita. Non vengo qui a parlarvi da
americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la
tira fuori ad ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima del sistema
americano; vedo l’America con gli occhi della vittima e non riesco a
vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano.
[...] la scelta è oggi tra la scheda e il fucile. La scheda o il fucile,
vi ripeto. Se avete paura di servirvi di questa espressione, ebbene
tornatevene in campagna, nel campo di cotone, oppure in qualche vicolo
buio dei bassifondi. [...] è proprio il governo, il governo degli Stati
Uniti, il responsabile dell’oppressione, dello sfruttamento e della
degradazione del popolo nero in questo paese. [...] c’è un nuovo modo di
affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di
pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie Molotov,
il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. Ci
saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte. L’unica
differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. [...]
normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone
comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone
comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non
hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare e te lo dicono subito che
per ballare il tango bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche
l’altro è costretto a muoversi. [...] È giusto cercare di assicurarsi
diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi
non cerchiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri
investimenti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo
paese il loro sudore e il loro sangue [...] Questo è il nostro
investimento, il nostro contributo, il nostro sangue perché non soltanto
noi abbiamo dato loro gratuitamente la nostra fatica, ma anche il
nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il paese alla
guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su
tutti i campi di battaglia. Il nostro sacrificio è stato più grande di
quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in
America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo
ricevuto meno di tutti. [...] Cercate di capire che quando volete
ottenere ciò che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un
criminale. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno
diritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è
un criminale. Questo principio fu indicato chiaramente nella sentenza
della Corte Suprema che dichiarava illegale la segregazione. Ciò vuol
dire che si tratta di un comportamento contrario alla legge, che il
segregazionista viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro
modo per definirlo e quando voi dimostrate contro la segregazione, siete
dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi. Ora, chi è che si
oppone a voi quando volete far applicare la legge? La polizia, con i
suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi dimostrate contro la
segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o
di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che
vi si oppongono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi
non sono più suoi rappresentanti. [...] Se non sarete capaci di agire
con fermezza, i vostri figli cresceranno «vergognandosi» di voi: se non
assumete un atteggiamento deciso. Con ciò non voglio dire che dovete
essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai essere non
violenti a meno che non incontriate chi si comporta pacificamente. Io
sono non violento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa
la violenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono
più responsabile delle mie azioni. [...] Quando sapete di non infrangere
la legge, di battervi per i vostri diritti legali e morali, secondo
giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. Ma non
morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che
s’intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente. [...] Il
mondo deve sapere che le mani di questa società grondano sangue. Il
mondo deve sapere quanto è grande la sua ipocrisia. La scelta sia dunque
tra la scheda e il fucile. L’America sappia dunque che l’unica
alternativa è quella fra la scheda e il fucile.»
19 febbraio 2013
Le bugie hanno le gambe corte e non possono mettersi le protesi.
Da un po’ di tempo seguo questo blog che, coerentemente,
si chiama “bollettino di guerra” perché sembra una vera e propria guerra
questo stillicidio di delitti contro le donne. Nella lunga e continua lista che
ogni giorno viene postata non ho trovato quello di cui si sta parlando in
questi giorni: Oscar Pistorius.
Giusto e coerente! Se ne parla già a sufficienza nei media
tradizionali, state certi che sapremo fin nei minimi particolari quello che è
successo, al contrario di tanti altri delitti che non hanno nomi famosi ma che
sono pur sempre delitti contro le donne e meriterebbero uguale attenzione.
Comunque voglio dire la mia anche su questo senza ripetermi
circa la brutalità di certi comportamenti su cui già ho espresso la mia
opinione diverse volte. Voglio solo esprimermi sul personaggio.
Oscar Pistorius è accusato, e date le prove direi che non ha
molte vie d'uscita, di aver ucciso la sua compagna per gelosia.
Posto che per me la gelosia, il tradimento e simili
dovrebbero essere considerate aggravanti come i futili motivi, vedo nella
patetica messinscena e nelle menzogne dette alla polizia le prove di come non
si possa vivere più normalmente quando si tratta il proprio corpo come se fosse
una macchina da corsa per dimostrare agli altri la propria superiorità. Già trovo
assurdo che si possa spingere all’estremo un fisico normale per ottenere certi
risultati che non hanno comunque ragione d’essere perché a niente servono se
non, appunto, a dimostrarne la superiorità in nome di nonsocosa, figurarsi se
trovo normale che uno pretenda di essere superiore quando ha una deficienza. Tanto
di cappello ai tentativi di non soccombere e di adeguarsi, è quello che
dovrebbero fare tutti (società permettendo), ma la pretesa di ricavare da uno
scompenso un motivo per dare dimostrazioni di “diversità superiori” è fuori
dalla mia logica. Mi viene da pensare che, seguendo il suo esempio, dovremmo
tutti farci tagliare le gambe per essere al suo livello! Cosa a cui non
arriveremo mai perché non abbiamo i suoi soldi per farci impiantare degli arti
bionici!
È piuttosto evidente che se ne possano ricavare contraccolpi.
Non è normale che uno pretenda di essere superiore quando ha una deficienza,
sarebbe già un miracolo se riuscisse ad essere più o meno uguale!
A parte tutto questo, rimane il fatto che lui ha ucciso la
sua compagna e su questo non si possono comunque trovare attenuanti, gambe
bioniche o meno: chi uccide il partner, ancor più se spinto dalla gelosia, è un
pericolo da cui la società deve proteggersi.
E con questo comportamento ha dimostrato solo la sua
paranoia, la sua incapacità di essere “normale” e la sua inferiore “superiorità”.
Io mi astengo!
Politica estera, politica industriale, immigrazione, sanità, istruzione,
cultura, ricerca, innovazione, Europa, laicità, giustizia, carceri,
libertà di informazione, libertà di Internet, diritti umani e diritti
civili, ruolo dello Stato nell’economia, ruolo della finanza
nell’economia, semplificazione, federalismo, legge elettorale,
bicameralismo, presidenzialismo, disoccupazione giovanile e non,
esodati, minoranze, integrazione. Di tutto questo, in campagna
elettorale, non si è parlato. In compenso abbiamo avuto Mussolini,
Balotelli, Empy, i cani di Silvio, il nuovo contratto con gli italiani,
la restituzione dell’Imu, il referendum sull’Europa, la democrazia
digitale, la partecipazione dal basso sui social media, il confronto tv,
il non confronto tv, gli scandali, gli impresentabili, il significato
politico dell’abdicazione del Papa, la rabbia dell’uomo qualunque, chi
non salta comunista è, i sondaggi fantasma, gli appelli degli
intellettuali, il non-partito che rifiuta le domande e i partiti che non
le ricevono, il master inventato di Giannino, la foto riciclata della
piazza Pd, Bersani che vuole stare con Monti e Vendola, Vendola che non
vuole Monti, Monti che non vuole Vendola, il rischio ingovernabilità, la
Grecia, il voto tra un anno e mezzo, la rivoluzione che non cambia
nulla, le elezioni che non servono a niente. Buon voto, io mi astengo.
Il nichilista
Il nichilista
Saper "vedere" per essere noi stessi.
di Gianni Tirelli.
A chi sa vedere, o meglio, chi ancora miracolosamente conserva intatta una tale capacità, tutto appare chiaro e inopinabile. Chi sa vedere, non ha bisogno di parole, spiegazioni, promesse o prove, per capire chi ha di fronte a sè! Chi sa vedere, riesce a leggere nei gesti, nei tratti, nelle espressioni, sa decifrare l’indole di ogni uomo da una semplice smorfia, dal tono della sua voce, dal suo silenzio e, da un breve sorriso, capire il suo animo e le intenzioni. Chi sa vedere, riesce a interpretare i segnali del presente che provengono dal mondo, per comprenderne gli effetti sul futuro, confortando così le sue speranze o, al contrario, prevenendone il peggio, modificando i suoi comportamenti e scelte. E tutto questo non rientra nella sfera della profezia o della veggenza, ma di una speciale competenza che l’uomo aveva ricevuto in dote al momento della sua venuta al mondo, e in virtù della quale accreditava la sua sopravvivenza.
Questa tecnica primitiva, primordiale, connaturata all’origine (oggi estinta per sempre tranne le retoriche eccezioni del caso), permetteva all’individuo di avere un quadro esauriente e chiaro dell’altro, delle sue intenzioni e, di conseguenza, aggiornare i suoi comportamenti e scelte, per accordarli a suo vantaggio e alla sopravvivenza della comunità, forte di uno spirito congenito di autoconservazione.
Oggi (diversamente da un passato remoto), l’affidabilità del singolo, si estrare da un ragionamento logico e razionale, da una particolare forza e strategia di convincimento, da una garanzia, dalle credenziali, in virtù di un testimone, di un giuramento, di una fedina penale; presentarsi e farsi riconoscere, dunque, sulla base di un curriculum, di un’informazione tecnica e professionale, che sia a garanzia delle nostre competenze e presunte potenzialità.
Tutto ciò che fa di noi, una persona, che sia il soma, l’aspetto morfologico, la gestualità, l’odore, il tono di voce, ecc, ecc, altro non è che l’espressione più evidente dei veri noi stessi; la somatizzazione del nostro io più nascosto, perché non c’è nulla di più profondo di ciò che appare in superfice.
Dall’alba della rivoluzione industriale a oggi, quell’arco di tempo dentro il quale si è consumata quella metamorfosi degenerativa che ha tradotto l’uomo intuitivo in supporto omologato e funzionale alle logiche del Sistema, si sono perse, fino ad estinguersi, tutte quelle funzioni sensoriali abilitate al discernimento e alla percezione, atrofizzandone così i loro processi vitali.
La vista, l’udito, l’olfatto, Il gusto, Il tatto, strutture fisiche presenti nei corpi degli esseri viventi e del regno animale, hanno subito, nel corso di questo secolo, un rattrappimento radicale degli scopi a cui erano destinate all’origine, essendo venute meno le condizioni naturali, deputate a ricevere informazioni dal mondo circostante. Un Sistema Mondo, che si è alimentato ed e cresciuto, in forza di quell’opera nefasta di contraffazione, manipolazione e profanazione, volta ad uniformare le scelte individuali dentro un’unica ragione, omologando le coscienze e annullando così ogni personalismo, stimolo, e giudizio critico.
“Saper vedere”, significa essere liberi da ogni giudizio esterno e pregiudizio, dogma e ideologia, ingerenza e interferenza che si frapponga ad una valutazione imparziale delle varie circostanze temporali.
Esistono individui che trascendono ogni simpatia, ogni sentimento di fiducia e di rassicurazione, causa di un sudiciume morale e spirituale che inevitabilmente, vuoi o non vuoi, ha modellato i loro tratti in un ghigno perverso, in una gestualità goffa e maligna, in un tono di voce senza anima, senza passione, monocorde come una campana a lutto.
La capacità di riconoscerli ed evitarli, sta proprio in quel “SAPER VEDERE” (diverso dal guardare), che è la risultante, il prolungamento, della conoscenza che noi abbiamo di noi stessi.
Spesso, quel tormento esistenziale che si esprime nelle più varie forme e patologie, è il risultato della frustrazione derivante dall’incapacità di individuare se stessi; il proprio Io e le nostre autentiche necessità. Il condizionamento delle società moderne sugli individui, che si attua dentro quell’opera di appiattimento dei bisogni, e sulla mercificazione dell’effimero, è schiacciante, e altera la nostra capacità di un giudizio critico e volontà decisionale.
Nella sua essenza, la vita, così com’è concepita dalla cultura attuale, è standardizzata, svuotata di ogni significato autentico, causa di ciò l’indottrinamento liberista. Tornare alle origini, significa conoscere se stessi, avere uno scopo ben preciso, essere tutt’uno con la natura, coltivare i propri talenti, liberarci finalmente dal superfluo, seguire il proprio istinto e l’intuizione. Questa è la chiave, se volgiamo tornare a essere liberi e vedenti.
I veri “Noi Stessi”, sono di un’altra sostanza, invisibile a qualsiasi microscopio atomico, ma ben visibile al cuore cosciente di che sa vedere oltre l’apparente e il razionale.
Come potremo dunque essere “noi stessi”, quando tutto ciò che ci circonda è lo stesso per tutti? Cosa c’è di veramente nostro in questa società, in questo mondo? Come possiamo definirci liberi, autentici, quando ogni nostra scelta è sistematicamente filtrata dal tarlo del dubbio e della paura? E come sapremo vedere, quando l’oscurità avvolge il nostro cuore?
Grazie a Simone.
Fonte
A chi sa vedere, o meglio, chi ancora miracolosamente conserva intatta una tale capacità, tutto appare chiaro e inopinabile. Chi sa vedere, non ha bisogno di parole, spiegazioni, promesse o prove, per capire chi ha di fronte a sè! Chi sa vedere, riesce a leggere nei gesti, nei tratti, nelle espressioni, sa decifrare l’indole di ogni uomo da una semplice smorfia, dal tono della sua voce, dal suo silenzio e, da un breve sorriso, capire il suo animo e le intenzioni. Chi sa vedere, riesce a interpretare i segnali del presente che provengono dal mondo, per comprenderne gli effetti sul futuro, confortando così le sue speranze o, al contrario, prevenendone il peggio, modificando i suoi comportamenti e scelte. E tutto questo non rientra nella sfera della profezia o della veggenza, ma di una speciale competenza che l’uomo aveva ricevuto in dote al momento della sua venuta al mondo, e in virtù della quale accreditava la sua sopravvivenza.
Questa tecnica primitiva, primordiale, connaturata all’origine (oggi estinta per sempre tranne le retoriche eccezioni del caso), permetteva all’individuo di avere un quadro esauriente e chiaro dell’altro, delle sue intenzioni e, di conseguenza, aggiornare i suoi comportamenti e scelte, per accordarli a suo vantaggio e alla sopravvivenza della comunità, forte di uno spirito congenito di autoconservazione.
Oggi (diversamente da un passato remoto), l’affidabilità del singolo, si estrare da un ragionamento logico e razionale, da una particolare forza e strategia di convincimento, da una garanzia, dalle credenziali, in virtù di un testimone, di un giuramento, di una fedina penale; presentarsi e farsi riconoscere, dunque, sulla base di un curriculum, di un’informazione tecnica e professionale, che sia a garanzia delle nostre competenze e presunte potenzialità.
Tutto ciò che fa di noi, una persona, che sia il soma, l’aspetto morfologico, la gestualità, l’odore, il tono di voce, ecc, ecc, altro non è che l’espressione più evidente dei veri noi stessi; la somatizzazione del nostro io più nascosto, perché non c’è nulla di più profondo di ciò che appare in superfice.
Dall’alba della rivoluzione industriale a oggi, quell’arco di tempo dentro il quale si è consumata quella metamorfosi degenerativa che ha tradotto l’uomo intuitivo in supporto omologato e funzionale alle logiche del Sistema, si sono perse, fino ad estinguersi, tutte quelle funzioni sensoriali abilitate al discernimento e alla percezione, atrofizzandone così i loro processi vitali.
La vista, l’udito, l’olfatto, Il gusto, Il tatto, strutture fisiche presenti nei corpi degli esseri viventi e del regno animale, hanno subito, nel corso di questo secolo, un rattrappimento radicale degli scopi a cui erano destinate all’origine, essendo venute meno le condizioni naturali, deputate a ricevere informazioni dal mondo circostante. Un Sistema Mondo, che si è alimentato ed e cresciuto, in forza di quell’opera nefasta di contraffazione, manipolazione e profanazione, volta ad uniformare le scelte individuali dentro un’unica ragione, omologando le coscienze e annullando così ogni personalismo, stimolo, e giudizio critico.
“Saper vedere”, significa essere liberi da ogni giudizio esterno e pregiudizio, dogma e ideologia, ingerenza e interferenza che si frapponga ad una valutazione imparziale delle varie circostanze temporali.
Esistono individui che trascendono ogni simpatia, ogni sentimento di fiducia e di rassicurazione, causa di un sudiciume morale e spirituale che inevitabilmente, vuoi o non vuoi, ha modellato i loro tratti in un ghigno perverso, in una gestualità goffa e maligna, in un tono di voce senza anima, senza passione, monocorde come una campana a lutto.
La capacità di riconoscerli ed evitarli, sta proprio in quel “SAPER VEDERE” (diverso dal guardare), che è la risultante, il prolungamento, della conoscenza che noi abbiamo di noi stessi.
Spesso, quel tormento esistenziale che si esprime nelle più varie forme e patologie, è il risultato della frustrazione derivante dall’incapacità di individuare se stessi; il proprio Io e le nostre autentiche necessità. Il condizionamento delle società moderne sugli individui, che si attua dentro quell’opera di appiattimento dei bisogni, e sulla mercificazione dell’effimero, è schiacciante, e altera la nostra capacità di un giudizio critico e volontà decisionale.
Nella sua essenza, la vita, così com’è concepita dalla cultura attuale, è standardizzata, svuotata di ogni significato autentico, causa di ciò l’indottrinamento liberista. Tornare alle origini, significa conoscere se stessi, avere uno scopo ben preciso, essere tutt’uno con la natura, coltivare i propri talenti, liberarci finalmente dal superfluo, seguire il proprio istinto e l’intuizione. Questa è la chiave, se volgiamo tornare a essere liberi e vedenti.
I veri “Noi Stessi”, sono di un’altra sostanza, invisibile a qualsiasi microscopio atomico, ma ben visibile al cuore cosciente di che sa vedere oltre l’apparente e il razionale.
Come potremo dunque essere “noi stessi”, quando tutto ciò che ci circonda è lo stesso per tutti? Cosa c’è di veramente nostro in questa società, in questo mondo? Come possiamo definirci liberi, autentici, quando ogni nostra scelta è sistematicamente filtrata dal tarlo del dubbio e della paura? E come sapremo vedere, quando l’oscurità avvolge il nostro cuore?
Grazie a Simone.
Fonte
18 febbraio 2013
Che la paura cambi di campo!
Lo constatiamo tutti i giorni: la situazione economica si inasprisce.
I licenziamenti di massa si susseguono, le chiusure di fabbriche e
negozi si contano a decine, i sussidi sociali previsti per comprare la
pace dei più poveri si assottigliano. In altri paesi come Grecia,
Portogallo e Spagna, la situazione è diventata drammatica, a tal punto
che sempre più persone iniziano ormai a provare i morsi della fame.
Di fronte a ciò, il potere non si affievolisce. Al contrario, gli
stanziamenti per la repressione e la sicurezza aumentano. Più sbirri,
più prigioni, più uniformi, più misure repressive: il potere non è cieco
e si prepara all'eventualità di una forte tempesta ora che lo specchio
della pace sociale si incrina. Gli scontri che hanno luogo a Bruxelles e a Namur nel corso delle manifestazioni dopo l'annuncio della chiusura di gran parte del complesso siderurgico di Arcelor forse non sono che
segnali premonitori.
Ciò detto... il vero e proprio bastione del potere, del sistema
sociale di oppressione e sfruttamento, forse non è tanto la sua polizia e
la sua capacità di acquisire il consenso di coloro che lo subiscono,
quanto la paura, che sembra essere un'alleata temibile del potere,
un'alleata difficile da abbattere. Paura di perdere la scarna sicurezza
dei mezzi di sussistenza che restano; paura di perdere perfino la triste
prospettiva di una vita trascorsa a faticare; paura di perdere quel che
c'è, per quanto miserabile sia. Se il coraggio può spostare montagne,
la paura ne costituisce di sicuro le principali fondamenta.
Ma queste fondamenta non sono immutabili... possono essere
d'argilla. Per poco che uno slancio prenda il via, che la dignità si
drizzi in piedi, che il desiderio di avventura e di libertà sgorghi
finalmente dal profondo della nostra anima mutilata da questo mondo
tecnologico, la paura comincia a dissiparsi. Essa può allora cedere il
posto a ciò che l'individuo ha di migliore in sé: la lotta e la
solidarietà contro tutto ciò che ci opprime.
Ma la paura si manifesta anche come un poliziotto nelle nostre
teste. Non superare i limiti: manifestare, ma saggiamente, senza
eccessi; scioperare, ma senza danneggiare le macchine; attaccare i
ranghi degli assassini in uniforme, ma non spaccare le vetrine e le
merci che cercano di proteggere; contestare e protestare, ma non pensare
ad una rivoluzione.
I guardiani di questi limiti non sono solo i politici che mostrano
la loro compassione o i media che condannano «qualsiasi atto di
violenza», di fatto spesso sono, soprattutto, coloro che pretendono di
dirigere i movimenti di lotta, come i capi sindacali, gli specialisti
inviati dalla sede centrale per far sì che il loro ruolo di
rappresentanti dei lavoratori e di negoziatori col potere capitalista
non venga messo in discussione.
Per vincere la paura, bisogna attaccare. E attaccare lo Stato e il
capitale significa sabotarne le piccole strutture disseminate
dappertutto, dai supermercati agli uffici, dalle banche ai ripetitori
telefonici, dalle agenzie interinali alle auto di lusso. Distruggere il
potere e disfarsi dell'abitudine millenaria di obbedire significa
autorganizzarsi, senza gerarchie né capi, per estendere la lotta su
tutti i fronti. Erodere la concorrenza e la competizione significa
trasformare la solidarietà in arma, riconoscersi nella lotta di un
altro, gettare ponti tra i differenti conflitti che mettono in
discussione il potere. La tempesta è fatta di ogni goccia di pioggia che
cade, è il tuono, è il lampo che illumina il cielo, è il vento che
soffia da ogni lato, sono tutti gli elementi della natura che diventano
incontrollabili...
Affinché la paura cambi di campo, occorre osare spezzare la routine
che scandisce la nostra sottomissione. Non è possibile lottare senza
mettersi in gioco. Fare un salto nell'ignoto è sempre rischioso, ma la
certezza di morire schiavi e sottomessi è semplicemente insopportabile
per coloro il cui cuore palpita ancora. Esploriamo perciò le forze che
abbiamo in noi, non per salvaguardare quello che c'è, ma per distruggere
ciò che ci distrugge.
Prima o poi qualcuno chiederà lo ius primae noctis per non pignorare la casa.
Non c’è niente da fare, più invecchio e più sono convinta
delle mie idee. Date il potere in mano a una persona, una qualsiasi, anche una
che fino al giorno prima si pensava onesta e incorruttibile, e ne approfitterà.
Anche un semplice funzionario, un impiegato di un qualsiasi ufficio che si
trovi davanti l’occasione di esercitare quel briciolo di potere che gli dà l’essere
seduto a una scrivania con una richiesta davanti su cui ha la possibilità di
decidere, lo farà senza pensarci troppo, perché così fan tutti, perché si
sentirebbe un coglione se non ne approfittasse. Va bene che ormai la corruzione
e l’approfittamento sono diventati un modus vivendi, quindi non posso più
nemmeno meravigliarmi se da ogni buco spuntano emulatori più o meno
qualificati. E non posso nemmeno più meravigliarmi se a farne le spese sono
sempre i soliti, quelli che si fidano, quelli che non possono fare altro che
fidarsi, quelli che per andare avanti in qualche modo devono per forza assoggettarsi
a questo potere, perché altrimenti perdono anche quella minima e faticosa possibilità
di sopravvivere, di riuscire ad andare avanti alla meno peggio.
Esempio: una cartella esattoriale di un certo spessore. Un incubo
per molti, perché non è raro che vengano spedite così, a casaccio, tanto per
vedere se qualcuno ci casca. Ma ammettiamo pure che sia legittimata da un
debito esistente e che il debitore sia doverosamente intenzionato a pagare ma
che non disponga della cifra. Che fa? Va dall’esattore, in questo caso
Equitalia, e cerca di arrivare ad un accordo sperando nell’umanità e nella
capacità di comprensione di chi sta dietro a quello sportello, di una persona
che lavora come lui, che lavora per vivere e sa quanto costi vivere. E si trova
davanti uno che gli promette generosamente che il debito si potrebbe cancellare
con il pagamento immediato del solo 20% del totale. Che fa, non accetta? Certo che
accetta!! Se c’è la possibilità di sborsare 4000€ invece di 20000 ed ottenere
lo stesso risultato, chi non lo farebbe? Da qualche parte si trovano! E il
debitore paga convinto di aver risolto i suoi problemi…
e invece….
Ma quante ne abbiamo sentite e quante ne sentiremo di queste
notizie?
È prevedibile, più
che prevedibile. Affidate a impiegati qualsiasi la gestione di cifre
consistenti, concedete loro il potere discrezionale di aumentarle o cancellarle,
e le mele marce salteranno fuori dal cesto per brindare a champagne.
Esattori, gabellieri, prepotenti e mascalzoni che
contribuiscono ancora di più a vessare il popolo seminando il terrore e la
disperazione. I gabellieri coi superpoteri si comportano così, è perfettamente
prevedibile, esattamente come si comportano tutti coloro che hanno in mano un
potere, di qualsiasi tipo.
Prima o poi qualcuno chiederà lo ius primae noctis per non
pignorare la casa. E sarà tutto lecito perché, come
diceva quello, per stare in questo mondo moderno bisogna smetterla con
assurdi moralismi.
Chi controlla i controllori?
Massimo Mazzucco, in vista delle elezioni, si è posto una domanda che dovrebbe
interessare tutti coloro che andranno a votare: chi conta i voti degli
elettori?
Non sto parlando del conteggio nelle singole sedi elettorali. A quanto pare, per prevenire i brogli all'interno di ciascun seggio è stato messo in piedi un sistema di controlli incrociati abbastanza efficiente, con timbri e firme dei vari scrutatori, che dovrebbe ridurre al minimo le possibilità di un broglio. Naturalmente, è possibile che qualche pasticcio avvenga comunque, specialmente se diversi scrutatori si mettono d'accordo, ma si tratterebbe in ogni caso di manipolazioni minime, che non arrivano probabilmente ad influenzare l'esito complessivo delle elezioni.
La vera domanda invece è un'altra: che cosa succede dopo che lo scrutinio di ciascun seggio è stato completato, verificato, timbrato e sigillato "a norma di legge"?
Da Wikipedia leggiamo: "Al termine dello scrutinio le schede valide e i verbali sono riconsegnati alla forza pubblica o al messo comunale; il presidente e il segretario di seggio riconsegnano un estratto dei verbali e il materiale elettorale alla prefettura, ...
... e la seconda copia dei registri elettorali e le schede residuate per le elezioni comunali, distinte in due pacchetti, tra quelle autenticate e quelle non autenticate, al tribunale competente. Ai sensi del DPR [...] le persone incaricate del trasporto degli atti e documenti sono personalmente responsabili del recapito di essi, è loro vietato ogni stazionamento o tramite non previsti dalle disposizioni di legge, devono essere scelte fra le persone e mezzi più affidabili. I mezzi di trasporto impiegati dovranno essere convenientemente scortati. Stesse considerazioni valgono per il successivo trasporto delle schede valide dall'Ufficio Centrale del comune alla Prefettura."
D'accordo, scortiamole pure, queste persone affidabili, e stiamo bene attenti che non si fermino nemmeno a fare la pipì. Ma dopo che le schede sono arrivate in prefettura, che cosa succede? Secondo quali modalità, e sotto quali controlli, i dati raccolti da ciascuna prefettura vengono trasmessi al Viminale? E poi, a sua volta, come avviene il conteggio dei "totali" dei risultati che arrivano al Viminale da tutte le prefetture d'Italia?
Ho fatto un po' di ricerche in rete, ma non ho trovato granché. Da quel che sembra di capire, dei risultati che pubblica il Viminale ci dobbiamo semplicemente fidare. Naturalmente, esisterà una prassi per chiedere un riconteggio manuale delle schede di un certo seggio, nel caso di dubbio. Ma come fa un certo partito a sapere di quale seggio in particolare vuole verificare le schede, se il sospetto è che i totali vengano manipolati in modo trasversale, su scala nazionale?
Se ad esempio da una certa provincia arriva un totale di 1.000 voti per un certo partito, come facciamo a sapere che nella tabulazione finale questi voti non saranno diventati 1.100, oppure 990?
Ogni presidente di seggio potrà anche ricordarsi a memoria il numero esatto di voti che ha scrutinato per ciascun partito, ma non può sapere quanti ne hanno scrutinato tutti gli altri seggi del suo comune, nè tantomeno quelli della sua provincia o della sua regione.
In altre parole, sembra che il sistema si sia ampiamente preoccupato di offrire al cittadino una certa dose di sicurezza alla base della piramide, implementando le misure di controllo incrociato nei seggi elettorali. Ma chi controlla i passaggi successivi, man mano che si sale verso l'alto, ed i risultati di ogni singolo seggio vengono accorpati a livello comunale, poi provinciale ed infine regionale? Inoltre, chi sta seduto all'altro estremo di questo complesso meccanismo elettorale - cioè al Ministero degli Interni - e come facciamo sapere che almeno lui sia veramente bravo a fare le addizioni?
Non sto parlando del conteggio nelle singole sedi elettorali. A quanto pare, per prevenire i brogli all'interno di ciascun seggio è stato messo in piedi un sistema di controlli incrociati abbastanza efficiente, con timbri e firme dei vari scrutatori, che dovrebbe ridurre al minimo le possibilità di un broglio. Naturalmente, è possibile che qualche pasticcio avvenga comunque, specialmente se diversi scrutatori si mettono d'accordo, ma si tratterebbe in ogni caso di manipolazioni minime, che non arrivano probabilmente ad influenzare l'esito complessivo delle elezioni.
La vera domanda invece è un'altra: che cosa succede dopo che lo scrutinio di ciascun seggio è stato completato, verificato, timbrato e sigillato "a norma di legge"?
Da Wikipedia leggiamo: "Al termine dello scrutinio le schede valide e i verbali sono riconsegnati alla forza pubblica o al messo comunale; il presidente e il segretario di seggio riconsegnano un estratto dei verbali e il materiale elettorale alla prefettura, ...
... e la seconda copia dei registri elettorali e le schede residuate per le elezioni comunali, distinte in due pacchetti, tra quelle autenticate e quelle non autenticate, al tribunale competente. Ai sensi del DPR [...] le persone incaricate del trasporto degli atti e documenti sono personalmente responsabili del recapito di essi, è loro vietato ogni stazionamento o tramite non previsti dalle disposizioni di legge, devono essere scelte fra le persone e mezzi più affidabili. I mezzi di trasporto impiegati dovranno essere convenientemente scortati. Stesse considerazioni valgono per il successivo trasporto delle schede valide dall'Ufficio Centrale del comune alla Prefettura."
D'accordo, scortiamole pure, queste persone affidabili, e stiamo bene attenti che non si fermino nemmeno a fare la pipì. Ma dopo che le schede sono arrivate in prefettura, che cosa succede? Secondo quali modalità, e sotto quali controlli, i dati raccolti da ciascuna prefettura vengono trasmessi al Viminale? E poi, a sua volta, come avviene il conteggio dei "totali" dei risultati che arrivano al Viminale da tutte le prefetture d'Italia?
Ho fatto un po' di ricerche in rete, ma non ho trovato granché. Da quel che sembra di capire, dei risultati che pubblica il Viminale ci dobbiamo semplicemente fidare. Naturalmente, esisterà una prassi per chiedere un riconteggio manuale delle schede di un certo seggio, nel caso di dubbio. Ma come fa un certo partito a sapere di quale seggio in particolare vuole verificare le schede, se il sospetto è che i totali vengano manipolati in modo trasversale, su scala nazionale?
Se ad esempio da una certa provincia arriva un totale di 1.000 voti per un certo partito, come facciamo a sapere che nella tabulazione finale questi voti non saranno diventati 1.100, oppure 990?
Ogni presidente di seggio potrà anche ricordarsi a memoria il numero esatto di voti che ha scrutinato per ciascun partito, ma non può sapere quanti ne hanno scrutinato tutti gli altri seggi del suo comune, nè tantomeno quelli della sua provincia o della sua regione.
In altre parole, sembra che il sistema si sia ampiamente preoccupato di offrire al cittadino una certa dose di sicurezza alla base della piramide, implementando le misure di controllo incrociato nei seggi elettorali. Ma chi controlla i passaggi successivi, man mano che si sale verso l'alto, ed i risultati di ogni singolo seggio vengono accorpati a livello comunale, poi provinciale ed infine regionale? Inoltre, chi sta seduto all'altro estremo di questo complesso meccanismo elettorale - cioè al Ministero degli Interni - e come facciamo sapere che almeno lui sia veramente bravo a fare le addizioni?
17 febbraio 2013
Non c’è futuro democratico e civile se non si mette fine al dominio del capitalismo globalizzato.
di Giorgio Cremaschi.
La notizia ha fatto un certo scalpore anche nel mondo abituato a giustificare sempre la globalizzazione.
In Germania negli stabilimenti Amazon dove si smistano le merci per la vendita on line, migliaia di lavoratrici e lavoratori migranti, costretti a vergognose condizioni di sfruttamento, venivano sorvegliati da guardie giurate di una associazione neonazista.
È proprio questo aspetto che ha sollevato lo scandalo: sorveglianti neonazisti in Germania! Via, è sembrato un po’ troppo! Qualche manager desideroso di strafare è stato un po’ troppo precipitoso. Sarebbe bastato che si fosse rivolto a qualche più neutra agenzia di sorveglianza e lo scandalo non ci sarebbe stato.
Perché nel mondo del capitalismo globalizzato si lavora così in tanti posti e, questa semmai è la novità, anche nell' Europa più ricca.
Ovunque si sono diffuse imprese dove le condizioni di chi lavora sono di sostanziale schiavitù.
Naomi Klein già più di dieci anni fa descriveva le condizioni carcerarie di grandi centri manufatturieri dell’Asia, ove si produce anonimamente quasi tutto ciò a cui le multinazionali possono poi aggiungere i propri marchi, rastrellando così i propri ingenti profitti.
Le recenti vicende della Foxconn in Cina, ove la prima reazione degli operai alle condizioni di lavoro imposte per produrre per conto della Apple sono stati i suicidi, sono solo un tenue squarcio in un velo globale.
Le maquilladoras sono insediamenti industriali nel Messico a ridosso degli Stati Uniti, dove imprese nord americane possono operare a condizioni di sfruttamento più libere che oltre confine. D’altra parte più di venti anni fa il sindacato AFL CIO denunciava già il diffondersi a New York di quelle che venivano chiamate “sweat shops”, officine del sudore.
Si sa gli Usa anticipano.
Si crede davvero che questo sistema di sfruttamento mondiale si regga solo sul consenso o magari anche solo sulla pura passività di chi lo subisce?
Davvero si pensa che gli operai assunti dalla Fiat in Serbia per 12 ore al giorno di catena di montaggio a meno di 400 euro al mese, passino il poco tempo rimasto a ringraziare Marchionne?
E che la raccolta degli agrumi da noi veda i migranti stanchi ma rassegnati?
E se qualcuno, come ai magazzini della Ikea a Piacenza non ci sta?
Perché ogni persona oppressa, anche la più rassegnata, prima o poi pensa alla ribellione.
Così la prevenzione e la repressione dei comportamenti ribelli diventano anche un business, un'attività secondaria delle mafie che mettono a disposizione i loro caporali, un modo per dare uno sbocco al mercenariato neonazista, un' impresa raffinata quando la sorveglianza dei lavoratori viene affidata alle agenzie di investigazione e magari anche alle indagini di psicologi preparati ad hoc.
Esagerazioni? Ma se dilaga la pubblicità di imprese che vantano di poter fornire tutto ciò che serve per controllare le assenze del lavoratore e quanto altro sia necessario conoscere! E i colloqui per le assunzioni spesso diventano sottili interrogatori con domande preparate da strutture specializzate. Domande che servono a far capire se il nuovo assunto sarà fedele o ribelle.
Ovunque nei luoghi della produzione si diffonde un sistema autoritario e oppressivo. Può essere più sottile o più brutale a seconda delle mansioni o della nazionalità dei lavoratori. Non ci sono ovunque sorveglianti neonazisti, ma il fascismo aziendale dilaga, perché questo reclama il capitalismo globalizzato per la condizione di lavoro.
Anche qui esagerazioni? Ma proprio ieri la commissione economica dell’ OCSE ha raccomandato all’Italia di rendere ancor più facile il licenziamento per riprendere a crescere.
E le politiche di austerità e rigore non stanno forse cancellando ciò che resta di contratti e di diritti del lavoro qui da noi e in tutta Europa? E nel paese cavia di esse, la Grecia, chi si è salvato dalla disoccupazione di massa non produce ora a condizioni che tempo fa avremmo definito da terzo mondo? E la Grecia, come l’Italia sta aumentando le esportazioni mentre l’economia complessiva regredisce. Si lavora negli spazi e alle condizioni che i poteri del mercato globale hanno deciso di assegnare.
Non si piangano lacrime da coccodrillo, ci si risparmi la solita dose di ipocrisia. Questo capitalismo globale vuole la schiavitù del lavoro e, come ci ricorda Quentin Tarantino nel suo bel film Django, non c’è schiavitù senza negrieri. Qualche capetto della Amazon in Germania deve aver pensato che in fondo quelli neonazisti sono più motivati di altri.
Non c’è futuro democratico e civile se non si mette fine al dominio del capitalismo globalizzato.
La notizia ha fatto un certo scalpore anche nel mondo abituato a giustificare sempre la globalizzazione.
In Germania negli stabilimenti Amazon dove si smistano le merci per la vendita on line, migliaia di lavoratrici e lavoratori migranti, costretti a vergognose condizioni di sfruttamento, venivano sorvegliati da guardie giurate di una associazione neonazista.
È proprio questo aspetto che ha sollevato lo scandalo: sorveglianti neonazisti in Germania! Via, è sembrato un po’ troppo! Qualche manager desideroso di strafare è stato un po’ troppo precipitoso. Sarebbe bastato che si fosse rivolto a qualche più neutra agenzia di sorveglianza e lo scandalo non ci sarebbe stato.
Perché nel mondo del capitalismo globalizzato si lavora così in tanti posti e, questa semmai è la novità, anche nell' Europa più ricca.
Ovunque si sono diffuse imprese dove le condizioni di chi lavora sono di sostanziale schiavitù.
Naomi Klein già più di dieci anni fa descriveva le condizioni carcerarie di grandi centri manufatturieri dell’Asia, ove si produce anonimamente quasi tutto ciò a cui le multinazionali possono poi aggiungere i propri marchi, rastrellando così i propri ingenti profitti.
Le recenti vicende della Foxconn in Cina, ove la prima reazione degli operai alle condizioni di lavoro imposte per produrre per conto della Apple sono stati i suicidi, sono solo un tenue squarcio in un velo globale.
Le maquilladoras sono insediamenti industriali nel Messico a ridosso degli Stati Uniti, dove imprese nord americane possono operare a condizioni di sfruttamento più libere che oltre confine. D’altra parte più di venti anni fa il sindacato AFL CIO denunciava già il diffondersi a New York di quelle che venivano chiamate “sweat shops”, officine del sudore.
Si sa gli Usa anticipano.
Si crede davvero che questo sistema di sfruttamento mondiale si regga solo sul consenso o magari anche solo sulla pura passività di chi lo subisce?
Davvero si pensa che gli operai assunti dalla Fiat in Serbia per 12 ore al giorno di catena di montaggio a meno di 400 euro al mese, passino il poco tempo rimasto a ringraziare Marchionne?
E che la raccolta degli agrumi da noi veda i migranti stanchi ma rassegnati?
E se qualcuno, come ai magazzini della Ikea a Piacenza non ci sta?
Perché ogni persona oppressa, anche la più rassegnata, prima o poi pensa alla ribellione.
Così la prevenzione e la repressione dei comportamenti ribelli diventano anche un business, un'attività secondaria delle mafie che mettono a disposizione i loro caporali, un modo per dare uno sbocco al mercenariato neonazista, un' impresa raffinata quando la sorveglianza dei lavoratori viene affidata alle agenzie di investigazione e magari anche alle indagini di psicologi preparati ad hoc.
Esagerazioni? Ma se dilaga la pubblicità di imprese che vantano di poter fornire tutto ciò che serve per controllare le assenze del lavoratore e quanto altro sia necessario conoscere! E i colloqui per le assunzioni spesso diventano sottili interrogatori con domande preparate da strutture specializzate. Domande che servono a far capire se il nuovo assunto sarà fedele o ribelle.
Ovunque nei luoghi della produzione si diffonde un sistema autoritario e oppressivo. Può essere più sottile o più brutale a seconda delle mansioni o della nazionalità dei lavoratori. Non ci sono ovunque sorveglianti neonazisti, ma il fascismo aziendale dilaga, perché questo reclama il capitalismo globalizzato per la condizione di lavoro.
Anche qui esagerazioni? Ma proprio ieri la commissione economica dell’ OCSE ha raccomandato all’Italia di rendere ancor più facile il licenziamento per riprendere a crescere.
E le politiche di austerità e rigore non stanno forse cancellando ciò che resta di contratti e di diritti del lavoro qui da noi e in tutta Europa? E nel paese cavia di esse, la Grecia, chi si è salvato dalla disoccupazione di massa non produce ora a condizioni che tempo fa avremmo definito da terzo mondo? E la Grecia, come l’Italia sta aumentando le esportazioni mentre l’economia complessiva regredisce. Si lavora negli spazi e alle condizioni che i poteri del mercato globale hanno deciso di assegnare.
Non si piangano lacrime da coccodrillo, ci si risparmi la solita dose di ipocrisia. Questo capitalismo globale vuole la schiavitù del lavoro e, come ci ricorda Quentin Tarantino nel suo bel film Django, non c’è schiavitù senza negrieri. Qualche capetto della Amazon in Germania deve aver pensato che in fondo quelli neonazisti sono più motivati di altri.
Non c’è futuro democratico e civile se non si mette fine al dominio del capitalismo globalizzato.
16 febbraio 2013
Dire no è sempre possibile, anche solo incrociando le braccia.
1936. Nel cantiere di Amburgo s’inaugura una nave scuola della marina
militare. La folla è esaltata dall’arrivo di Hitler e tutti alzano il
braccio destro, per omaggiare il loro “Führer”. Centinaia di operai
tendono il braccio per il saluto nazista, tranne uno. Quell’uomo si
chiamava August Landmesser e lo scatto che lo ritrae nella sua muta
protesta è uno dei gesti di dissidenza ideologica più forti della
storia. August Landmesser era un operaio della Blohm & Voss. Tra il 1931 e
il 1935 militò nel partito nazista, perché trovare lavoro senza la
tessera del partito era impossibile. Ma poi l’espulsero per aver sposato
Irma Eckler, una ragazza ebrea. Irma e August ebbero due figlie, Irene e
Ingrid.
Le due bambine non ricevettero il cognome del padre, mentre Landmesser fu incarcerato due volte, tra una nascita e l’altra, con l’accusa di aver “disonorato la razza”. Nel 1938, siccome la storia fra August e Irma continuava, l’operaio di Amburgo fu mandato nel campo di concentramento di Börgermoor, mentre Irma Eckler fu arrestata dalla Gestapo, per poi essere inviata a Oranienburg e, successivamente, a Ravensbrück.
Nel 1938, siccome la storia fra August e Irma continuava, l’operaio di Amburgo fu mandato nel campo di concentramento di Börgermoor, mentre Irma Eckler fu arrestata dalla Gestapo, per poi essere inviata a Oranienburg e, successivamente, a Ravensbrück.
Landmesser uscì dal carcere nel 1941, destinato ai lavori forzati. Fu inviato poi sul fronte russo e qui, se ne perdono le tracce: l’uomo è ufficialmente disperso e si pensa che sia caduto il 17 ottobre del 1944. Irma è probabilmente morta il 28 aprile del 1942, nell’istituto sanitario di Bernburg, dove i nazisti praticavano l’eutanasia sui malati di mente. Solo nel 1951 il municipio di Amburgo ha finalmente riconosciuto il matrimonio di August Landmesser e Irma Eckler.
La foto fu ritrovata nel 1991 e pubblicata dal quotidiano tedesco “Die Zeit”. Il giornale chiedeva se qualcuno fosse in grado di riconoscere quell’unico uomo rimasto a braccia conserte. Irene, la figlia più piccola di August e Irma credette di riconoscervi il padre. Ancora oggi non si è sicuri che quell’uomo con le braccia sul petto sia davvero August Landmesser, ma il cantiere, Amburgo, il gesto, coincidono coi ricordi della donna, che fu affidata a un orfanotrofio, mentre la sorella più grande era stata affidata ad alcuni parenti.
La foto è poi nuovamente scomparsa dalle scene, risucchiata dalla storia, salvo poi riprendere vita grazie alla rete. È il successo planetario: l’immagine in bianco e nero di quell’unico uomo che rifiuta di fare il saluto nazista e se ne rimane con le braccia conserte, nella sua muta protesta in bianco e nero, adesso fa il giro del mondo, rimbalzando sui social network, ricordando alle generazioni cibernetiche che dire di no è sempre possibile, anche solo incrociando le braccia.
Grazie a La fiaccola dell'anarchia
Le due bambine non ricevettero il cognome del padre, mentre Landmesser fu incarcerato due volte, tra una nascita e l’altra, con l’accusa di aver “disonorato la razza”. Nel 1938, siccome la storia fra August e Irma continuava, l’operaio di Amburgo fu mandato nel campo di concentramento di Börgermoor, mentre Irma Eckler fu arrestata dalla Gestapo, per poi essere inviata a Oranienburg e, successivamente, a Ravensbrück.
Nel 1938, siccome la storia fra August e Irma continuava, l’operaio di Amburgo fu mandato nel campo di concentramento di Börgermoor, mentre Irma Eckler fu arrestata dalla Gestapo, per poi essere inviata a Oranienburg e, successivamente, a Ravensbrück.
Landmesser uscì dal carcere nel 1941, destinato ai lavori forzati. Fu inviato poi sul fronte russo e qui, se ne perdono le tracce: l’uomo è ufficialmente disperso e si pensa che sia caduto il 17 ottobre del 1944. Irma è probabilmente morta il 28 aprile del 1942, nell’istituto sanitario di Bernburg, dove i nazisti praticavano l’eutanasia sui malati di mente. Solo nel 1951 il municipio di Amburgo ha finalmente riconosciuto il matrimonio di August Landmesser e Irma Eckler.
La foto fu ritrovata nel 1991 e pubblicata dal quotidiano tedesco “Die Zeit”. Il giornale chiedeva se qualcuno fosse in grado di riconoscere quell’unico uomo rimasto a braccia conserte. Irene, la figlia più piccola di August e Irma credette di riconoscervi il padre. Ancora oggi non si è sicuri che quell’uomo con le braccia sul petto sia davvero August Landmesser, ma il cantiere, Amburgo, il gesto, coincidono coi ricordi della donna, che fu affidata a un orfanotrofio, mentre la sorella più grande era stata affidata ad alcuni parenti.
La foto è poi nuovamente scomparsa dalle scene, risucchiata dalla storia, salvo poi riprendere vita grazie alla rete. È il successo planetario: l’immagine in bianco e nero di quell’unico uomo che rifiuta di fare il saluto nazista e se ne rimane con le braccia conserte, nella sua muta protesta in bianco e nero, adesso fa il giro del mondo, rimbalzando sui social network, ricordando alle generazioni cibernetiche che dire di no è sempre possibile, anche solo incrociando le braccia.
Grazie a La fiaccola dell'anarchia
Iscriviti a:
Post (Atom)











