Dunque domenica la città di Bologna ospiterà la tournée della soubrette televisiva Matteo Salvini, accompagnata dalle coreografie dei signori della guerra tribali Berlusconi, Meloni, Storace.
Il copione, molto curato nei particolari, prevede l’intervento di alcune contromanifestazioni, opportunamente fronteggiate da poliziotti e carabinieri in assetto di guerra. Si auspica la conclusione ideale, cioè scontri, cariche, vetrine rotte e, possibilmente, dei feriti, anche se sarebbe troppo sperare in almeno un morto. Forse i tempi dei grandi coreografi, come il leggendario Francesco Kossiga, sono finiti per sempre. Ora gli organizzatori devono accontentarsi di quello che passa il convento. Si prevede che il pubblico pagante sarà numeroso, e quindi l’evento potrà considerarsi un successo. Come sempre, la soubrette, pagata coi soldi dello Stato, protetta dagli uomini in divisa pagati dallo Stato, in posa su un palcoscenico pagato dal Comune, si lancerà in una delle sue performances all’insegna della denuncia degli sprechi di denaro pubblico.
Si spera che i contestatori della tournée recitino la loro parte, senza rendersi conto, oppure senza volerlo ammettere, che è stata loro assegnata da altri.
Se faranno quanto loro richiesto, ossia spaccheranno cose, arredi, e permetteranno ai poliziotti di caricare, segneranno un’uscita dal reale. L’atto uscirà per forza dall’atto, e il pensiero cesserà di pensare, perché l’evento sarà solo un racconto, già scritto, già programmato, già metafisico, già prigioniero dei presupposti, già ordinario e controllato. Quello che vogliono i coreografi è esattamente questo: la selezione di un agire apparente, che si renda conforme all’immaginario cosiddetto esperienziale e proto-intuitivo dei media e della paura popolare. La soubrette vive di questo: la “mossa”, il can-can, il caos pianificato e previsto con epilogo possibilmente violento.
Se i contestatori vorranno riprendersi il tempo e lo spazio dovranno invece evitare la non-contestazione travestita da contestazione. Dovranno contrapporre alla necrofilia della coreografia dominante, al suo empirismo, il loro entusiasmo e il loro coraggio. Potrebbero riflettere su questa dedica di Gilles Deluze al suo maestro Jean Paul Sartre, del 1964: “Nel momento in cui diventiamo adulti, i nostri maestri sono quelli che ci colpiscono per una radicale novità, quelli che sanno inventare una tecnica artistica o letteraria, e trovare i modi di pensare che corrispondano alla nostra modernità, ovvero alle nostre difficoltà e ai nostri entusiasmi diffusi”.
I nostri entusiasmi diffusi. Alla fisiognomica lugubre della soubrette e dei suoi capi tribali potrebbero contrapporre una nuova azione, all’insegna del contro-intuito che può ribaltare il racconto empirico con un inizio e una fine già scritti. Potrebbero fare festa, suonare trombe e tromboni; ballare, cantare e gridare, per coprire le voci aggressive dei padroni della piazza; potrebbero sfilare nudi, come fanno spesso i loro fratelli e sorelle a Londra, opponendo una gioia e una libertà alla minaccia e alla maledizione dei fabbricanti di morte e di paura. Potrebbero esibire fantocci e ritratti alla Grosz dei padroni mediatici, gonfi di boria, di malattia mentale e di escrementi.
Potrebbero cioè avere fede nel reale, e liberarsi, forse per sempre, dalla metafisica.
Mauro Baldrati
http://www.carmillaonline.com/2015/11/07/i-nostri-entusiasmi-diffusi-per-un-contro-palco-alla-soubrette-matteo-salvini/
05 novembre 2015
Il luogo del pensiero.
Eppure continuando la nostra vita normale si potrebbe capire quello che ci serve, che ci è davvero essenziale. Si potrebbe guardare con un certo distacco, quasi sorridendo, tutto quello che accade nel delirio del mondo. Si potrebbe sognare un luogo immaginario e un po' inconsueto, un angelo inventato o forse vero. Il luogo del pensiero, un rifugio dove mettersi al riparo dall'affanno del presente e del futuro, uno spazio abitato dalle cose più vere come un piccolo mondo che io possa contenere. E allora superando le nostre ansie quotidiane noi potremmo ascoltare soltanto chi ci fa star bene. Noi potremmo più che altro occuparci di noi, cominciando da adesso prima che l'uomo muoia nel grande vuoto del suo successo. E potremmo costruire su un terreno precario e disastrato un individuo compiuto cosciente e intero.
Il luogo del pensiero per cercare al di là delle parole qualche cosa che assomigli a una morale dove un bimbo cresciuto senza neanche un modello possa già frequentare con rigore il giusto e il bello. Un luogo per trovare un barlume di coscienza dai problemi del sociale, alla sopravvivenza. Dove il gusto della vita pur concreto che sia, non diventa mai volgare perché ha dentro l'utopia. Che è il vero luogo del pensiero dove l'uomo del futuro sta crescendo con l'idea di sé ma con l'idea del mondo. Dove l'uomo più solo non è mai in un deserto se non chiude il proprio cuore ma ogni giorno sa tenere il cuore aperto. Coltivando quel tesoro che è racchiuso dentro al luogo del pensiero.
Giorgio Gaber
estratto da "Un'idiozia conquistata a fatica" (1997)
03 novembre 2015
Curvature
Il neo-commissario del Comune di Roma Tronca si è appena insediato.
Il suo primo gesto nel suo nuovo ruolo è stato andare a chiedere la legittimazione al Re del Vaticano.
Tronca sicuramente è visto di buon occhio dal Re, molto più di quanto non fosse il sindaco Marino.
Nella foto vediamo Bergoglio mentre sostanzialmente conferisce al neo-commissario il permesso di governare Roma dal Campidoglio.
01 novembre 2015
Per non dimenticare.....Pier Paolo Pasolini, ammazzato nella notte tra il 1º e il 2 novembre 1975.
Alla mia nazione
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
28 ottobre 2015
La miseria. Da "Il tramonto del diritto penale". (Luigi Molinari 1909)
La più grande creatrice di delitti è la miseria. Vi è la
miseria assoluta del morente di fame e la miseria relativa, ma non meno
terribile nelle sue letali conseguenze, dello spostato maschio o
femmina, che non trova né modo né possibilità di soddisfare a bisogni
fisici e psichici altrettanto necessari quanto il pane quotidiano. La
miseria oltre che essere causa diretta di delitti lo è anche
indirettamente. Tutte le ribellioni, individuali o collettive, trovano il
loro movente nella miseria.
Vi è una categoria di persone che soffrono delle sofferenze altrui. Costoro da alcuni chiamati martiri, da altri delinquenti volgari, derivano pure i loro atti dalla miseria. La deficenza o la mancanza assoluta del sentimento di solidarietà umana genera la miseria. L'incoscienza dei popoli, dominati da sentimenti religiosi di rassegnazione ad uno stato economico che non è naturale, la mantiene, come in determinate pasture gelatinose si mantengono i microbi. La coscienza del diritto alla esistenza nei miserabili è latente ma compressa prima di tutto dalle religioni (tutte uguali) e poi dalla forza brutale. Qualche scatto collettivo, qualche scoppio di folgore individuale, poi la rassegnazione, il dolore, la morte.
Se veramente la parola delitto avesse un significato scientifico-positivo, nessun delitto sarebbe maggiore di quello che la società compie col lasciare sussistere la miseria.
Ma anche la società è vittima inconscia dei fattori che la costituiscono. Il sole dell'avvenire non è ancora spuntato sull'orizzonte dove solamente qualche tenuissimo barlume d'aurora appare, e noi non possiamo pretendere che i suoi raggi benefici già riscaldino il cuore dell'umanità.
Quando l'umanità avrà imparato dalla scienza che l'individuo è intimamente connesso con la collettività umana e che la sventura di un essere trova la sua eco in tutti gli altri esseri e si propaga come le onde sonore nell'aria, fino agli estremi limiti della società, allora troverà modo di riparare alla miseria dei suoi singoli. Ma bisogna distruggere le religioni! Ecco il grido di guerra della nuova umanità, ecco l'uscita, che non ha intravveduto il grande umanitario Leone Tolstoj, ma anche Emilio Zola ha presentito. Solamente sulle rovine di tutte le religioni s'innalzerà la statua della "verità".
Le religioni ingannano ricchi e poveri.
I ricchi, in nome della religione, compiono il loro dovere con la carità. Con la carità essi in buona fede credono di rispondere al sentimento di solidarietà umana che germoglia nel loro cuore, e non comprendono di battere strada falsa. La carità si perde fra una miriade di parassiti e non giunge al bisogno se non per avvilirlo.
I poveri, fiduciosi in una vita futura che è menzogna, accettano l'elemosina e protraggono la loro miserabile condizione fino alla morte.
Intanto gli intermediari della carità vivono agiatamente alle spalle dei ricchi e dei poveri e non lavorano.
Il misero, cui non arriva l'elemosina del ricco, che estenuato di forze, sente grado a grado avvicinarsi la morte morale e la morte fisica, talvolta trova il coraggio di allungare la mano per afferrare la salute.
Quest'atto eminentemente sociale perché toglie alla disperazione un essere che è pur parte della società umana, è dalle leggi penali considerato un delitto. La reclusione accoglie il disgraziato per restituirlo più tardi ancor più povero e forse ancor più ribelle alla ingiustizia che lo opprime.
Ed è da codesti esseri che la macchina del diritto penale è specialmente alimentata, è sopra codeste vittime infelici che cala, nel silenzio della notte, la ferrea e pesante porta della reclusione.
Ma l'opinione pubblica è stanca di simili infamie sociali. Un fatto solo luminosamente lo dimostra.
Un giudice francese, il Magnaud, ha qualche volta violato la legge per rendere veramente giustizia all'infelice. Ebbene, quell'uomo si ebbe il plauso di tutti! Che significa questo plauso unanime ad un giudice che viola la legge?
Ma l'uomo non vive di solo pane. Il soddisfacimento di altri bisogni spinge talora il fragile essere al delitto.
L'opinione pubblica vuole che determinate persone, appartenenti a determinate funzioni abbiano a vivere con un certo decoro, in una certa agiatezza.Il pane non manca, ma la veste nera è sdruscita, i bimbi crescono, hanno bisogno di maggior nutrimento, di vestiti, di libri; la moglie fa il broncio se è costretta a mostrarsi alle amiche con l'abito non più di moda, senza il più modesto ornamento...La tentazione lancia i viscidi tentacoli ed avvinghia il povero impiegatuccio...Dalli al ladro! Gridano poi i vittoriosi, ed il vinto seduto sul banco degli imputati, col capo chino fra le mani, fiancheggiato da due gendarmi, pensa alla famiglia piombata nella disperazione, ed inerte, istupidito, ascolta ma non comprende le chiacchiere dell'accusatore e del difensore. Non è più un uomo, mille volte meglio per lui la morte.
Spesso il vinto è un uomo d'ingegno e di studio. Un mio conoscente, giovane distinto, appassionato per lo studio delle matematiche, dovette, dopo aver frequentato per un anno l'università, troncare gli studi per assoluta mancanza di mezzi di sussistenza. Si accorò talmente il povero giovane che morì di dolore. Il vinto in questo caso fu fortunato!
Tanti altri al suo posto, esacerbati, avviliti, imbestialiti, si danno al vizio nel modo più abbietto. Cercano consolazione e distrazione nell'alcool, nel gioco, nel bordello e finiscono in prigione. Così la società umana prima crea i delinquenti poi li condanna!
Tutte le ribellioni individuali o collettive, tutte trovano il loro movente nella miseria, oppure nelle ingiustizie che la collettività compie contro i singoli individui! La riabilitazione, ho già detto, non esiste, ed allora il fuoriuscito, l'uomo che non è più e non può più essere l'associato della collettività, il colpito dalle leggi o si rassegna alla vita del delinquente e dal miserabile o si erge come epico monumento a vendicatore.
Un giorno mi trovai col procuratore del re e con un magistrato al capezzale di un testimone in una corsia dell'ospedale di Mantova.
In un letto vicino stava coricata una bambina pietosamente assistita da due suore. Curiosità mi spinse a domandare.”Che ha quella piccina?” “E' una povera pellagrosa” mi rispose una suora, e con lo sguardo mi accennò alle braccia scoperte dell'ammalata. Erano tumefatte e gonfie, e le manine nerastre e squamose...
Un sentimento di profondo dolore sconvolse in quel momento l'animo mio, e rivolgendomi al procuratore del re: ”Ecco", gli dissi, "dove si ispirano coloro che voi chiamate assassini”. Che uno spettacolo simile od anche e non di rado, più doloroso e costante, si presenti a qualche individuo dotato di esuberante sentimento altruista, e la dolcezza e la bontà e l'altruismo per un fenomeno psichico evidentissimo si trasformerà in odio, in furore contro coloro che egli crede esser causa principale di tanta vergogna. E la società vorrà dessa punire questi infelici che per un sentimento di esagerato altruismo trasportati dalla passione si erigono a giustizieri e vendicatori della miseria? O non vorrà piuttosto prima provvedere acché alle già tante cause d'infelicità umana altre non se n'aggiungano volute e create dalla malvagità della costituzione sociale?
E' o non è la pellagra una malattia che nasce dalla miseria? E' o non è la miseria una piaga sociale voluta dagli uomini d'ordine che lottano per conservare lo stato attuale basato sull'ingiustizia e sul privilegio?
http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/molinari/il_tramonto_del_diritto_penale/pdf/molinari_il_tramonto_del_diritto_penale.pdf
Vi è una categoria di persone che soffrono delle sofferenze altrui. Costoro da alcuni chiamati martiri, da altri delinquenti volgari, derivano pure i loro atti dalla miseria. La deficenza o la mancanza assoluta del sentimento di solidarietà umana genera la miseria. L'incoscienza dei popoli, dominati da sentimenti religiosi di rassegnazione ad uno stato economico che non è naturale, la mantiene, come in determinate pasture gelatinose si mantengono i microbi. La coscienza del diritto alla esistenza nei miserabili è latente ma compressa prima di tutto dalle religioni (tutte uguali) e poi dalla forza brutale. Qualche scatto collettivo, qualche scoppio di folgore individuale, poi la rassegnazione, il dolore, la morte.
Se veramente la parola delitto avesse un significato scientifico-positivo, nessun delitto sarebbe maggiore di quello che la società compie col lasciare sussistere la miseria.
Ma anche la società è vittima inconscia dei fattori che la costituiscono. Il sole dell'avvenire non è ancora spuntato sull'orizzonte dove solamente qualche tenuissimo barlume d'aurora appare, e noi non possiamo pretendere che i suoi raggi benefici già riscaldino il cuore dell'umanità.
Quando l'umanità avrà imparato dalla scienza che l'individuo è intimamente connesso con la collettività umana e che la sventura di un essere trova la sua eco in tutti gli altri esseri e si propaga come le onde sonore nell'aria, fino agli estremi limiti della società, allora troverà modo di riparare alla miseria dei suoi singoli. Ma bisogna distruggere le religioni! Ecco il grido di guerra della nuova umanità, ecco l'uscita, che non ha intravveduto il grande umanitario Leone Tolstoj, ma anche Emilio Zola ha presentito. Solamente sulle rovine di tutte le religioni s'innalzerà la statua della "verità".
Le religioni ingannano ricchi e poveri.
I ricchi, in nome della religione, compiono il loro dovere con la carità. Con la carità essi in buona fede credono di rispondere al sentimento di solidarietà umana che germoglia nel loro cuore, e non comprendono di battere strada falsa. La carità si perde fra una miriade di parassiti e non giunge al bisogno se non per avvilirlo.
I poveri, fiduciosi in una vita futura che è menzogna, accettano l'elemosina e protraggono la loro miserabile condizione fino alla morte.
Intanto gli intermediari della carità vivono agiatamente alle spalle dei ricchi e dei poveri e non lavorano.
Il misero, cui non arriva l'elemosina del ricco, che estenuato di forze, sente grado a grado avvicinarsi la morte morale e la morte fisica, talvolta trova il coraggio di allungare la mano per afferrare la salute.
Quest'atto eminentemente sociale perché toglie alla disperazione un essere che è pur parte della società umana, è dalle leggi penali considerato un delitto. La reclusione accoglie il disgraziato per restituirlo più tardi ancor più povero e forse ancor più ribelle alla ingiustizia che lo opprime.
Ed è da codesti esseri che la macchina del diritto penale è specialmente alimentata, è sopra codeste vittime infelici che cala, nel silenzio della notte, la ferrea e pesante porta della reclusione.
Ma l'opinione pubblica è stanca di simili infamie sociali. Un fatto solo luminosamente lo dimostra.
Un giudice francese, il Magnaud, ha qualche volta violato la legge per rendere veramente giustizia all'infelice. Ebbene, quell'uomo si ebbe il plauso di tutti! Che significa questo plauso unanime ad un giudice che viola la legge?
Ma l'uomo non vive di solo pane. Il soddisfacimento di altri bisogni spinge talora il fragile essere al delitto.
L'opinione pubblica vuole che determinate persone, appartenenti a determinate funzioni abbiano a vivere con un certo decoro, in una certa agiatezza.Il pane non manca, ma la veste nera è sdruscita, i bimbi crescono, hanno bisogno di maggior nutrimento, di vestiti, di libri; la moglie fa il broncio se è costretta a mostrarsi alle amiche con l'abito non più di moda, senza il più modesto ornamento...La tentazione lancia i viscidi tentacoli ed avvinghia il povero impiegatuccio...Dalli al ladro! Gridano poi i vittoriosi, ed il vinto seduto sul banco degli imputati, col capo chino fra le mani, fiancheggiato da due gendarmi, pensa alla famiglia piombata nella disperazione, ed inerte, istupidito, ascolta ma non comprende le chiacchiere dell'accusatore e del difensore. Non è più un uomo, mille volte meglio per lui la morte.
Spesso il vinto è un uomo d'ingegno e di studio. Un mio conoscente, giovane distinto, appassionato per lo studio delle matematiche, dovette, dopo aver frequentato per un anno l'università, troncare gli studi per assoluta mancanza di mezzi di sussistenza. Si accorò talmente il povero giovane che morì di dolore. Il vinto in questo caso fu fortunato!
Tanti altri al suo posto, esacerbati, avviliti, imbestialiti, si danno al vizio nel modo più abbietto. Cercano consolazione e distrazione nell'alcool, nel gioco, nel bordello e finiscono in prigione. Così la società umana prima crea i delinquenti poi li condanna!
Tutte le ribellioni individuali o collettive, tutte trovano il loro movente nella miseria, oppure nelle ingiustizie che la collettività compie contro i singoli individui! La riabilitazione, ho già detto, non esiste, ed allora il fuoriuscito, l'uomo che non è più e non può più essere l'associato della collettività, il colpito dalle leggi o si rassegna alla vita del delinquente e dal miserabile o si erge come epico monumento a vendicatore.
Un giorno mi trovai col procuratore del re e con un magistrato al capezzale di un testimone in una corsia dell'ospedale di Mantova.
In un letto vicino stava coricata una bambina pietosamente assistita da due suore. Curiosità mi spinse a domandare.”Che ha quella piccina?” “E' una povera pellagrosa” mi rispose una suora, e con lo sguardo mi accennò alle braccia scoperte dell'ammalata. Erano tumefatte e gonfie, e le manine nerastre e squamose...
Un sentimento di profondo dolore sconvolse in quel momento l'animo mio, e rivolgendomi al procuratore del re: ”Ecco", gli dissi, "dove si ispirano coloro che voi chiamate assassini”. Che uno spettacolo simile od anche e non di rado, più doloroso e costante, si presenti a qualche individuo dotato di esuberante sentimento altruista, e la dolcezza e la bontà e l'altruismo per un fenomeno psichico evidentissimo si trasformerà in odio, in furore contro coloro che egli crede esser causa principale di tanta vergogna. E la società vorrà dessa punire questi infelici che per un sentimento di esagerato altruismo trasportati dalla passione si erigono a giustizieri e vendicatori della miseria? O non vorrà piuttosto prima provvedere acché alle già tante cause d'infelicità umana altre non se n'aggiungano volute e create dalla malvagità della costituzione sociale?
E' o non è la pellagra una malattia che nasce dalla miseria? E' o non è la miseria una piaga sociale voluta dagli uomini d'ordine che lottano per conservare lo stato attuale basato sull'ingiustizia e sul privilegio?
http://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/molinari/il_tramonto_del_diritto_penale/pdf/molinari_il_tramonto_del_diritto_penale.pdf
25 ottobre 2015
Janis (little girl blue)
Fa un certo effetto pensarla lì, nella camera di un motel di Los Angeles, morta di overdose a 27 anni, il 4 ottobre 1970. Janis Joplin: una delle più grandi voci della storia del rock. Fa un certo effetto perché in "Janis", film di montaggio realizzato con materiali d’archivio, a colpire sono proprio la solitudine e la fragilità di una little girl blue, di una ragazzina triste. Janis era di Port Arthur, Texas, e l’odio per le radici (ma non per la famiglia) e la rivalsa verso chi a scuola la maltrattava perché bruttina, o perché dalla parte dei neri, non se li è mai scordati. Nemmeno quando divenne una star a San Francisco, quando si esibì a Woodstock e Monterrey. Janis era furiosa verso chi l’aveva ferita, ed era capace di mollare tutto per una rimpatriata di compagni del liceo, giusto per far vedere chi era diventata. Nel film di Amy Berg c’è ovviamente molto altro: le radici soul, il rock anni 60, il Chelsea Hotel, gli amori tristi e pure un’esibizione in treno di “Me and Bobby McGee” con i Grateful Dead. Emergono dolore e spinta all’autodistruzione, la voglia di sballarsi e divertirsi come sola via di fuga da un paese che Janis non seppe mai abbandonare. Imperdibile.
16 ottobre 2015
16 Ottobre 1968: il giorno del pugno chiuso a Città del Messico.
Il Black Power dentro il recinto sacro dello sport.
Loro sono quelli che col pugno chiuso contro il cielo svegliarono il mondo dai gradini di un podio olimpico. 16 ottobre 1968, i giochi di Città del Messico, un pomeriggio caldo e nuvoloso. Tommie Smith e John Carlos, primo e terzo nella finale maschile dei 200 metri, sollevano il pugno guantato di nero e portano il Black Power dentro il recinto sacro dello sport. Ascoltano l'inno senza scarpe, calzini neri, testa bassa. Alfieri di una razza povera e discriminata cui l'America concedeva dignità solo in cambio di successi sportivi. Con quel gesto entrarono nella storia, nella memoria e nei poster di una generazione. Icone di un'epoca di grandi cambiamenti che due atleti infiammarono pacificamente nel momento più alto della loro carriera, pagando quell'atto di coraggio civile con l'isolamento e l'ostracismo per tutta la vita.
Tommie Smith era nato a Clarksville, in Texas, il giorno dello sbarco in Normandia. Cresciuto riempiendo ceste in una piantagione di cotone, si era iscritto all'università vendendo macchine e studiando la Costituzione e i discorsi di Thomas Jefferson. Correva veloce in pista, lo chiamavano Tommie Jet e lo paragonavano a Jesse Owens, il campione afro-americano che nel '36 aveva tolto il sorriso a Hitler dominando le Olimpiadi di Berlino nonostante la pelle scura. Lui però non voleva essere come il grande Jesse, cittadino emerito quando vinceva e negro il resto dell'anno. Quando tagliò il traguardo davanti a tutti in Messico, Tommie Smith aveva 24 anni e decise di dedicare la sua medaglia d'oro ai fratelli e alle sorelle che venivano linciati, umiliati, esclusi nella terra delle pari opportunità.
John Carlos invece era nato a Harlem, il ghetto nero di New York dove lavorava nel negozio di scarpe del padre e apriva le portiere dei taxi davanti ai locali jazz che rilanciavano le note di Duke Ellington. Grazie alle sue doti atletiche, aveva vinto una borsa di studio al college e si era poi trasferito in California dove si allenavano i velocisti più forti del paese. Lì, alla San Josè State University, aveva conosciuto Tommie Smith e insieme avevano aderito al Progetto olimpico per i diritti umani, una petizione degli atleti afro-americani contro le discriminazioni razziali promossa da Harry Edwards, sociologo e attivista con un passato da lanciatore del disco, il 'Professor Protesta' di uno dei tanti campus in fermento contro la guerra del Vietnam che la tv portava nelle case americane nella seconda metà degli anni Sessanta. Quando conquistò la medaglia di bronzo a Città del Messico, John Carlos aveva 23 anni e pensò che la giustizia sociale fosse più importante di un pezzo di metallo.
Sei mesi prima a Memphis era stato assassinato Martin Luther King. Subito dopo a Los Angeles, era toccato a Robert Kennedy. Il sogno americano listato a lutto. Gli atleti riuniti attorno al Progetto olimpico per i diritti umani avevano discusso tra loro la possibilità di boicottare l'appuntamento dei giochi: non volevano essere i cavalli da corsa dei bianchi, chiedevano allenatori neri da aggregare alla squadra americana, contestavano la riammissione del Sud Africa razzista nella famiglia dei cinque cerchi. Nella primavera del '67 Muhammad Ali aveva rifiutato l'arruolamento nell'esercito per motivi di coscienza, vedendosi strappare la corona dei pesi massimi. Kareem Abdul Jabbar, che all'epoca era ancora un cestista universitario chiamato Lew Alcindor, rinunciò a un posto nella nazionale olimpica ma alla fine la proposta di boicottaggio non passò. Si decise per un gesto simbolico e rispettoso che richiamasse l'attenzione su una giusta causa e ognuno fu lasciato libero di decidere come comportarsi.
L'apertura dell'Olimpiade messicana fu preceduta di pochi giorni dalla strage degli studenti a piazza delle Tre Culture, un corteo represso nel sangue davanti ad atleti e giornalisti internazionali. Smith e Carlos non furono gli unici a sentire il vento del cambiamento soffiare alle loro spalle. Dopo di loro, i quattrocentisti Usa Lee Evans, Ron Freeman e Larry James salirono sul podio col basco nero in testa, salutando col pugno chiuso. Con un volo infinito, Bob Beamon riscrisse il libro dei record nel salto in lungo e andò a ritirare la medaglia d'oro con i calzettoni neri tirati su per protesta. La ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska vinse quattro ori e due argenti e quando fu suonato l'inno sovietico dell'avversaria Natalia Kuchinskaya abbassò la testa in silenzio contro i carri armati che avevano invaso il suo paese un mese prima. A cambiare la storia dell'olimpismo e l'iconografia del '68 fu però il podio nero dei 200 metri sul quale, accanto a Smith e Carlos, salì anche un terzo uomo. Bianco. L'australiano Peter Norman, che a 26 anni finì secondo e capì anche di esser finito nel bel mezzo della Storia. Negli spogliatoi dopo la gara, sfinito e sudato, si avvicinò ai due rivali che confabulavano tra loro con un paio di guanti in mano, comprati dalla moglie di Smith. Fu informato da Carlos di quello che si apprestavano a fare e chiese se per caso avessero una spilletta col simbolo del loro Progetto olimpico per i diritti umani. Norman era membro dell'Esercito della salvezza, un'organizzazione della Chiesa cristiana mondiale, e a Melbourne dove era nato e cresciuto aveva visto con i propri occhi la discriminazione razziale nei confronti degli aborigeni. Fu lui a suggerire agli altri due di dividersi i guanti, uno per uno. E si appuntò la loro spilla sul petto, rendendo ancora più dirompente la protesta in mondovisione. "Quel giorno diventammo fratelli", disse 25 anni dopo Carlos quando i tre si rincontrarono per la prima volta. Norman fu duramente ripreso dai dirigenti australiani e ai giochi successivi di Montreal non fu neanche convocato nonostante avesse i tempi richiesti. A Smith e Carlos andò molto peggio.
Il pugno destro di Smith era la forza dell'America nera. Quello sinistro di Carlos la sua unità. I piedi nudi avvolti nei calzini neri lo stato di povertà in cui il loro popolo versava da sempre. La testa piegata durante l'esecuzione dell'inno un omaggio a tutti quelli che avevano perso la vita per la libertà. Il pubblico fischiò, applaudì, gridò: in pochi si resero conto sul momento di quello che stava succedendo. La reazione del Comitato olimpico internazionale fu immediata. I due atleti furono sospesi dalla squadra americana ed espulsi dal villaggio olimpico, accusati di aver ricevuto soldi sottobanco. Rispediti in patria, ricevettero pacchi di sterco e minacce di morte dal Ku Klux Klan, persero il lavoro, si disse che gli avevano ritirato pure le medaglie. Bisognava dimostrare che quel gesto li aveva distrutti affinché nessun altro ci riprovasse più. L'esercito cacciò Smith per 'attività anti-americane': volevano punirlo, lo salvarono dal Vietnam. Carlos, dopo una breve esperienza nel football americano, si ridusse a fare il buttafuori nei locali.
Quaranta anni dopo Tommie Smith è un professore di sociologia che insegna ginnastica in un piccolo college a Santa Monica. Non si è mai pentito e i suoi studenti sono soliti chiedergli 'coach ma se sei così famoso, perché stai qui con noi?'. John Carlos fa l'allenatore di atletica in un liceo di Palm Springs, si occupa di servizi sociali, è un cristiano rinato. Dopo decenni di oblio, c'è sempre qualcuno che li cerca per un'intervista sul loro indimenticabile '68. Norman invece non c'è più, se n'è andato nel 2006 per un attacco di cuore e a reggere la bara a Melbourne c'erano Tommie e John. Gli sprinter che fecero la rivoluzione con un pugno, senza far male a nessuno. Dopo di loro lo sport non sarebbe più stato così politicamente sfrontato. Ma nemmeno, più, così innocente.
Fonte
Avviso.
Mi piace questa poesia, l'idea di infilarsi in testa un cappello rosso, fregarsene delle regole e godersi la vita....
"Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello rosso che non si intona e non mi dona.
E spenderò la mia pensione in brandy e guanti estivi
E in sandali di raso, e poi dirò che non abbiamo soldi per il burro.
Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca
E arrafferò assaggi di cibo nei negozi, suonerò tutti i campanelli
Farò scorrere il mio bastone sulle ringhiere
E mi rifarò della sobrietà della mia giovinezza.
Uscirò in pantofole sotto la pioggia
E raccoglierò fiori nei giardini degli altri
E imparerò a sputare.
Quando sei vecchia puoi indossare assurde camicie e ingrassare
E mangiare tre libbre di salsicce in un colpo solo
O solo pane e sottaceti per una settimana,
E accumulare penne e matite e tappi di bottiglia e cianfrusaglie nelle scatole.
Ma ora dobbiamo indossare vestiti che ci tengano asciutti,
E pagare l’affitto e non dire parolacce per strada
E dare il buon esempio ai bambini.
Dobbiamo invitare amici a cena e leggere il giornale.
Ma forse dovrei cominciare a fare un po’ di pratica adesso?
Così chi mi conosce non rimarrà troppo scioccato e sorpreso
Quando improvvisamente sarò vecchia, e comincerò a vestirmi di viola."
(Jenny Joseph)
Da questo buffo piccolo poema, è nata una vera e propria Red Hat Society, di ironiche signore decisamente over 50, che si ritrovano indossando un cappello rosso. L’autrice è Jenny Joseph, è un’inglese nata nel 1932, e prima di diventare la lady con il cappello porpora si è guadagnata da vivere scrivendo libri per bambini.
Il bello del web è anche questo: le poesie possono avere una seconda vita, una vita segreta, forse anche all’insaputa dei poeti. Passano di sito in sito, vengono usate e soffocate di emozioni diverse. Finiscono in una e-mail o in uno degli innumerevoli blog che popolano la rete come questo. Insomma, viaggiano e vengono lette, anche solo di sfuggita, ma danno il loro contributo di bellezza ad un mondo che di poesia ha tanto bisogno.
"Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello rosso che non si intona e non mi dona.
E spenderò la mia pensione in brandy e guanti estivi
E in sandali di raso, e poi dirò che non abbiamo soldi per il burro.
Mi siederò sul marciapiede quando sarò stanca
E arrafferò assaggi di cibo nei negozi, suonerò tutti i campanelli
Farò scorrere il mio bastone sulle ringhiere
E mi rifarò della sobrietà della mia giovinezza.
Uscirò in pantofole sotto la pioggia
E raccoglierò fiori nei giardini degli altri
E imparerò a sputare.
Quando sei vecchia puoi indossare assurde camicie e ingrassare
E mangiare tre libbre di salsicce in un colpo solo
O solo pane e sottaceti per una settimana,
E accumulare penne e matite e tappi di bottiglia e cianfrusaglie nelle scatole.
Ma ora dobbiamo indossare vestiti che ci tengano asciutti,
E pagare l’affitto e non dire parolacce per strada
E dare il buon esempio ai bambini.
Dobbiamo invitare amici a cena e leggere il giornale.
Ma forse dovrei cominciare a fare un po’ di pratica adesso?
Così chi mi conosce non rimarrà troppo scioccato e sorpreso
Quando improvvisamente sarò vecchia, e comincerò a vestirmi di viola."
(Jenny Joseph)
Da questo buffo piccolo poema, è nata una vera e propria Red Hat Society, di ironiche signore decisamente over 50, che si ritrovano indossando un cappello rosso. L’autrice è Jenny Joseph, è un’inglese nata nel 1932, e prima di diventare la lady con il cappello porpora si è guadagnata da vivere scrivendo libri per bambini.
Il bello del web è anche questo: le poesie possono avere una seconda vita, una vita segreta, forse anche all’insaputa dei poeti. Passano di sito in sito, vengono usate e soffocate di emozioni diverse. Finiscono in una e-mail o in uno degli innumerevoli blog che popolano la rete come questo. Insomma, viaggiano e vengono lette, anche solo di sfuggita, ma danno il loro contributo di bellezza ad un mondo che di poesia ha tanto bisogno.
14 ottobre 2015
Tensione evolutiva.
Capita nella vita di dover fare delle scelte. Scelte che mettono davanti ad un bivio sconosciuto, senza navigatore ad indicare quale strada prendere.
Capita che in quel momento crollino le certezze e tornare indietro possa sembrare la più saggia delle decisioni perché ciò che si para davanti è imprevedibile.
Ma se si è arrivati a quel bivio non vuol forse dire che c'è stato un cammino che si è percorso fino ad arrivare lì?
E allora, invece di avere paura dell'imprevisto e tornare sui propri passi, non è più stimolante cogliere l'opportunità di soddisfare la curiosità e risvegliarsi dal sonno della stagnazione?
Credo che scegliere una strada incerta significhi credere in ciò che si fa.
Credo che rischiando ci si metta alla prova e si testino le capacità.
Credo che preferire la tensione emotiva della ricerca e della scoperta sia più esaltante della paranoia della routine.
Scelgo la mia strada, altrimenti non vado in nessun luogo.
"Ci sono sempre due scelte nella vita:
accettare le condizioni in cui viviamo
o assumersi la responsabilità di cambiarle".
(Denis Waitley)
11 ottobre 2015
Una piccola storia, una fantasia...o forse no.
Vento e acqua bussano alle finestre ora. Da poco siamo tornati facendoci sorprendere dal temporale. Non abbiamo voluto dar retta a quei nuvoloni profetici che volevano impedirci di camminare come sempre in mezzo ai boschi. Siamo bagnati, il cane ci rivolge uno sguardo di rimprovero e va ad arrotolarsi corrucciato nel suo angolino morbido. Per fortuna in casa c'è ancora una buona scorta di legna e basta poco per riaccendere il fuoco, un soffio e le braci sotto la cenere tornano ad occhieggiare, pronte a contagiare il loro calore. Un calore che si confonde e unisce con quello delle note lente e strascicate di un sax. Il nome no, quello non lo ricordo mai, ma tu sì e lo declami, evocandone la magia, mentre ti togli i vestiti bagnati di là, in camera. Anch'io mi spoglio, ma davanti al fuoco, perché la mia pelle ne assapori immediatamente la carezza. Ecco, la sensazione di benessere si allarga a tutto il corpo, mentre faccio spazio al piumone e qualche cuscino davanti al camino. Ti chiamo ma non rispondi perso a fare o a pensare chissà cosa. Ho voglia di abbracciarti e di consumare con te quelle lingue di fuoco sempre più alte che si insinuano predatrici. Il sax continua a illanguidire i pensieri, viene voglia di lasciarsi andare, seguire quelle note ovunque portino, senza resistenza, senza pudore. Eccoti finalmente. Sì, hai indovinato i miei pensieri: quei due calici di nettare rosso sono quello che mancava per annullare qualsiasi confine con la fantasia. Potrebbe succedere di tutto là fuori e non ce ne accorgeremmo, si sta troppo bene qui per preoccuparsi di altro.
Parliamo. Di noi, di emozioni. Ridiamo. Del presente e del passato. Del futuro no, incerta previsione che non sarà fruibile fino a che non diventerà anch'esso passato.
Poi le parole tacciono, non servono ora. Ora parliamo con gli occhi, con le mani, ipnotizzati dal calore dentro e fuori. Occhi socchiusi, mani lente e curiose, bocche solo morbide di baci.
I bicchieri sono ancora quasi colmi là, in un angolo, testimoni di un inizio appena accennato. Dopo, quando gli abbracci si scioglieranno e il velluto delle parole busserà al silenzio dei baci, dopo, forse, li vuoteremo…….se non ci addormenteremo, cullati dal calore delle tenerezze.
08 ottobre 2015
Vorrei.
Vorrei ancora sentirmi innocente, con gli occhi puliti di chi fa solo bei sogni e crede che si avverino.
Chiedere tutti i miei perché a qualcuno che riesca a rispondermi senza mentire.
Avere la possibilità di ignorare tutto ciò che è brutto perché troppa bellezza occupa la mia mente.
Stupirmi di ciò che non conosco senza pensare che è sconosciuto.
Avere la spontaneità di chi ancora non conosce.
Avere l'istinto di allargare le braccia senza pensare a difendermi.
Sentire sapori autentici, annusare il vento e ascoltare la musica che porta con sè.
Guardarmi intorno e scoprire che le lacrime sono semplice rugiada.
E poi ridere, ridere ancora, a bocca aperta,
perché nessuno può più piangere, nessuno può più soffrire.
Poter fare ciò che amo, perché tutti fanno ciò che amano senza togliere nulla a nessuno.
Vorrei...ma non posso.
25 settembre 2015
Cambiando l'ordine degli addendi, il risultato non cambia.
Andiamo con ordine:
-Qualche mese fa i Greci concedevano la preferenza a Tsipras e a Syriza sposando lo slogan "fuori la Troika dalla Grecia".
-Ma la Troika ha puntato i piedi: "O così o pomì".
-Tsipras ha indetto un referendum per far scegliere ai cittadini cosa fare.
-I cittadini hanno ribadito con fermezza: "fuori la Troika!!!"
-Tsipras cerca di scendere a patti con la Troika in barba al referendum.
-La Troika non accetta di scendere a patti.
-Tsipras indice nuove elezioni.
-I Greci, o almeno una buona parte di essi, tornano a votare lo stesso partito che però ha presentato un programma in direzione diametralmente opposta alla prima affermazione elettorale.
Come dire: o l’elettore tipo aveva sbagliato prima, oppure adesso o, ancora, il programma con il quale si presenta un partito alle elezioni alla fine del conti è del tutto irrilevante.
Il riepilogo è d'obbligo, a questo punto, visto che a tentare di capire (ciò di cui in realtà non c'è molto poi da capire) si rischia seriamente di finire nella più classica delle malattie di dissociazione mentale.
E allora: stesso premier, stesso partito, ma programma opposto a quello originario. E ovviamente stesso elettore. Non solo cambia l’ordine degli addendi, ma anche la loro natura, eppure il risultato è sempre lo stesso.
A cambiare sono solo le alleanze per formare il governo, nel più classico dei bizantinismi di palazzo che conosciamo così bene anche noi. A rimanere invariati, invece, tutti i dati di fondo della situazione in Grecia, peraltro in ulteriore peggioramento e la sedicente democrazia che prosegue imperterrita e perpetua la sua irrilevanza ai fini del governo.
Perché il governo, in Grecia come altrove in Europa, è nelle mani della Troika.
Ma la conclusione più amara è che, malgrado l'evidenza, neanche il popolo più martoriato d'Europa ha ancora compreso la reale natura della situazione in atto e l'irrilevanza della sua azione elettorale. Il voto di domenica scorsa lo dimostra.
E l’amarezza, ovviamente, riguarda anche gli altri popoli del nostro continente, incluso il nostro, che sono presumibilmente ancora più distanti di quello greco, dal capire la situazione.
Come dire: chi si ostina a credere a queste democrazie per sperare di cambiare la realtà, dovrebbe essere ormai consapevole che, visti i risultati, prima di tutto andrebbero cambiati i metodi.
"Chiedere al potere di riformare il potere, che ingenuità!" (Giordano Bruno)
-Qualche mese fa i Greci concedevano la preferenza a Tsipras e a Syriza sposando lo slogan "fuori la Troika dalla Grecia".
-Ma la Troika ha puntato i piedi: "O così o pomì".
-Tsipras ha indetto un referendum per far scegliere ai cittadini cosa fare.
-I cittadini hanno ribadito con fermezza: "fuori la Troika!!!"
-Tsipras cerca di scendere a patti con la Troika in barba al referendum.
-La Troika non accetta di scendere a patti.
-Tsipras indice nuove elezioni.
-I Greci, o almeno una buona parte di essi, tornano a votare lo stesso partito che però ha presentato un programma in direzione diametralmente opposta alla prima affermazione elettorale.
Come dire: o l’elettore tipo aveva sbagliato prima, oppure adesso o, ancora, il programma con il quale si presenta un partito alle elezioni alla fine del conti è del tutto irrilevante.
Il riepilogo è d'obbligo, a questo punto, visto che a tentare di capire (ciò di cui in realtà non c'è molto poi da capire) si rischia seriamente di finire nella più classica delle malattie di dissociazione mentale.
E allora: stesso premier, stesso partito, ma programma opposto a quello originario. E ovviamente stesso elettore. Non solo cambia l’ordine degli addendi, ma anche la loro natura, eppure il risultato è sempre lo stesso.
A cambiare sono solo le alleanze per formare il governo, nel più classico dei bizantinismi di palazzo che conosciamo così bene anche noi. A rimanere invariati, invece, tutti i dati di fondo della situazione in Grecia, peraltro in ulteriore peggioramento e la sedicente democrazia che prosegue imperterrita e perpetua la sua irrilevanza ai fini del governo.
Perché il governo, in Grecia come altrove in Europa, è nelle mani della Troika.
Ma la conclusione più amara è che, malgrado l'evidenza, neanche il popolo più martoriato d'Europa ha ancora compreso la reale natura della situazione in atto e l'irrilevanza della sua azione elettorale. Il voto di domenica scorsa lo dimostra.
E l’amarezza, ovviamente, riguarda anche gli altri popoli del nostro continente, incluso il nostro, che sono presumibilmente ancora più distanti di quello greco, dal capire la situazione.
Come dire: chi si ostina a credere a queste democrazie per sperare di cambiare la realtà, dovrebbe essere ormai consapevole che, visti i risultati, prima di tutto andrebbero cambiati i metodi.
"Chiedere al potere di riformare il potere, che ingenuità!" (Giordano Bruno)
24 settembre 2015
Riflessione spontanea (forse avrei fatto meglio a fare qualcos'altro)
Leggo che l'ex tesoriere della Lega Nord,
nell'Aula del tribunale dove è in corso il processo a suo carico in
quanto accusato di aver fatto sparire "qualche milioncino di euro" dai
fondi destinati alle attività politiche del partito, ha dichiarato
quanto segue:
"Non ho fatto altro che proseguire il lavoro già portato avanti dai miei predecessori, quindi ho solo attuato quanto mi è stato insegnato dalla Lega. Il mio comportamento è stato corretto".
Mi chiedo: corretto verso chi? Verso Bossi e i suo scalzacani forse! In parole povere gli hanno insegnato come si fa a rubare, se ancora ce ne fosse stato bisogno, e lui ha diligentemente imparato la lezione! Inoltre, questo zelante ragioniere ha più volte asserito che la dirigenza del movimento sapeva tutto perché i soldi all'estero sono serviti per finanziare attività e acquisti.
Cari militanti e attivisti della Lega, davvero gradite questo comportamento delinquenziale della vostra ex dirigenza e del vostro staff tecnico-amministrativo?
Poi vorrei ricordare a coloro che sostengono la Lega e le sue politiche a favore del popolo Italiano, che il fondatore del movimento leghista è stato appena condannato a un anno e mezzo di reclusione per vilipendio all'ex capo dello Stato e che un movimento politico che dice di essere per la giustizia e il progresso a beneficio degli Italiani, dovrebbe cacciare a pedate nel culo tutti, sottolineo tutti, coloro i quali si sono imbrattate le mani di merda e ancora si presentano ai raduni fascisti, razzisti e xenofobi sotto le bandiere verdi.
Però questo non accade nella Lega, e non accade nemmeno in altri movimenti o partiti politici.
Il principio della illegalità è quello su cui si fondano le scelte e le azioni politiche italiote.
"Non ho fatto altro che proseguire il lavoro già portato avanti dai miei predecessori, quindi ho solo attuato quanto mi è stato insegnato dalla Lega. Il mio comportamento è stato corretto".
Mi chiedo: corretto verso chi? Verso Bossi e i suo scalzacani forse! In parole povere gli hanno insegnato come si fa a rubare, se ancora ce ne fosse stato bisogno, e lui ha diligentemente imparato la lezione! Inoltre, questo zelante ragioniere ha più volte asserito che la dirigenza del movimento sapeva tutto perché i soldi all'estero sono serviti per finanziare attività e acquisti.
Cari militanti e attivisti della Lega, davvero gradite questo comportamento delinquenziale della vostra ex dirigenza e del vostro staff tecnico-amministrativo?
Poi vorrei ricordare a coloro che sostengono la Lega e le sue politiche a favore del popolo Italiano, che il fondatore del movimento leghista è stato appena condannato a un anno e mezzo di reclusione per vilipendio all'ex capo dello Stato e che un movimento politico che dice di essere per la giustizia e il progresso a beneficio degli Italiani, dovrebbe cacciare a pedate nel culo tutti, sottolineo tutti, coloro i quali si sono imbrattate le mani di merda e ancora si presentano ai raduni fascisti, razzisti e xenofobi sotto le bandiere verdi.
Però questo non accade nella Lega, e non accade nemmeno in altri movimenti o partiti politici.
Il principio della illegalità è quello su cui si fondano le scelte e le azioni politiche italiote.
Io non sono conforme.
19 settembre 2015
Roma, Colosseo chiuso per assemblea sindacale: Cdm approva decreto legge. Renzi: “Ostaggio di sindacalisti contro l’Italia”
Il governo limita per decreto il diritto di sciopero nei Beni culturali. Il pretesto un’assemblea sindacale di due ore dei custodi del Colosseo, annunciata da una settimana. Tutto il mondo politico applaude.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/18/roma-monumenti-chiusi-per-assemblea-sindacale-nessuno-sapeva-niente/2046071/
Vorrei tranquillizzare gli Italiani. La chiusura per sciopero del Colosseo non ha danneggiato l'immagine all'estero dell'Italia.
L'abolizione del diritto di sciopero sì.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/18/roma-monumenti-chiusi-per-assemblea-sindacale-nessuno-sapeva-niente/2046071/
Vorrei tranquillizzare gli Italiani. La chiusura per sciopero del Colosseo non ha danneggiato l'immagine all'estero dell'Italia.
L'abolizione del diritto di sciopero sì.
Come ascoltare.
"Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu cominci a darmi consigli,
non hai fatto ciò che ti ho chiesto.
Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu inizi a dirmi perché non dovrei sentirmi in quel modo,
stai calpestando i miei sentimenti.
Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu senti che devi fare qualcosa per risolvere il mio problema,
tu mi hai ingannato per quanto strano possa sembrare.
Quando tu fai qualcosa per me
che io posso e ho bisogno di fare per me stessa,
tu contribuisci alla mia paura e alla mia debolezza.
E allora ti prego di ascoltarmi
e di non fare altro che starmi a sentire.
E se vuoi parlare,
aspetta un minuto che giunga il tuo turno e io ti ascolto".
e tu cominci a darmi consigli,
non hai fatto ciò che ti ho chiesto.
Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu inizi a dirmi perché non dovrei sentirmi in quel modo,
stai calpestando i miei sentimenti.
Quando ti chiedo di ascoltarmi
e tu senti che devi fare qualcosa per risolvere il mio problema,
tu mi hai ingannato per quanto strano possa sembrare.
Quando tu fai qualcosa per me
che io posso e ho bisogno di fare per me stessa,
tu contribuisci alla mia paura e alla mia debolezza.
E allora ti prego di ascoltarmi
e di non fare altro che starmi a sentire.
E se vuoi parlare,
aspetta un minuto che giunga il tuo turno e io ti ascolto".
(Irene Whitehill)
12 settembre 2015
Confini mentali.
Da Contrasto.
Abbattere il pregiudizio per abbattere le Nazioni.
Già da tempo, all’unisono, storici, sociologi, antropologi, demografi, romanzieri e statistici abbracciano la consapevolezza del fatto che il nostro pianeta é stato, sin da tempi remoti, teatro di infiniti spostamenti di gruppi migranti. E’ stimato che la sedentarietà, nel panorama di un’evoluzione umana centemillenaria, sia un’attitudine giovanissima, una vera “novità”. Fino a diecimila anni fa, prima dell’introduzione dell’agricoltura, la nostra specie ha vissuto ere di nomadismo, permanenze precarie e temporanee, movimenti (talvolta addirittura intercontinentali) ed adattamenti a nuove collocazioni, ma anche contatti e scambi con culture altre, incontri/scontri con gruppi diversi. Il mondo contemporaneo, l’avvento della civiltà agricola prima, e industriale poi, lo sviluppo del progresso e la crescita delle massificazioni culturali hanno sicuramente coronato la fine di una consuetudine, ma non certo estirpato completamente un istinto che dura dalla notte dei tempi: le migrazioni sono fenomeno rilevante anche nella nostra epoca, seppur con modalità variabili, con portata più ridotta, con incrementi legati a particolari periodi (Colonialismo di fine ‘800, primi decenni del ‘900), magari correlate a ragioni più complesse, ma che hanno come finalità ultima, oggi come ieri, la ricerca di condizioni di vita migliori. Differenze in sostanza più quantitative che qualitative; nonostante attualmente a ragioni legate al raggiungimento del benessere se ne affianchino altre, quali la fuga da situazioni di guerra, di persecuzione politica, etica, o semplicemente l’insoddisfazione generata da un’esistenza con radici in un territorio; nonostante le necessità e le possibilità dei migranti siano in sostanza mutate, all’interno di una spirale senza ritorno tesa tra globalizzazione planetaria e localismi esasperati; e nonostante, infine, i contatti con le comunità di origine siano divenuti estremamente più saldi, grazie all’esplosione dagli anni ‘50 di tecnologie e mezzi di comunicazione di massa.
D’altro canto, di pari passo con il cambiamento della tendenza umana, con l’ansia del radicamento dei giorni nostri, con l’accentuazione del disorientamento e delle insicurezze personali dell’era del progresso, e la conseguente fobia dell’assenza di riferimenti esterni alla persona, un numero sempre maggiore di individui è giunto all’imprescindibilità dell’appartenenza ad un’entità con caratteristiche sentite proprie, ad un gruppo con il quale identificarsi, ad un territorio considerato in qualche modo “proprio” per diritto di nascita. La rivendicazione, insomma, di un’identità che ci si prospetta di vivere pienamente, e conseguentemente separatamente dall’altro, dal diverso, dall’estraneo, dal non appartenente. Il contatto interculturale spaventa, le differenze portano aria di cambiamento, ed il cambiamento, si sa, nel regno dello status-quò è doloroso; l’etnocentrismo dilaga, la tendenza a valutare i propri usi e costumi, i propri valori, le proprie norme, le proprie tecniche di produzione, al di sopra di quanto sia stato prodotto nel tempo e nello spazio diventa abitudine; e questo, sia chiaro, non solo nell’ Occidente, culla delle più alienanti discriminazioni, dell’annientamento di ogni alternativa all’omologazione sociale, dello sfruttamento incondizionato del sottosviluppato, dell’orgoglio ostentato della propria ricchezza economica e morale al cospetto del “Resto del Mondo”.
Il fenomeno è globale, riguarda ogni continente.
E così si formano gli Stati-Nazione, con il loro ossessivo legame al territorio, si rafforzano le identità nazionali di paesi “fabbricati” a tavolino per interessi politici e di dominio, si attuano mistificanti procedure pedagogiche per costruire popoli, basate su antiche Storie e Tradizioni regolarmente stravolte, quando non addirittura fortunosamente inventate. Tutto per rinvigorire quel sentimento tanto comodo ai poteri, quel focoso fardello che risponde al nome di “Patria”: il proprio essere parte di qualcosa di grande e degno di rispetto, l’eroica difesa di ciò che è accarezzato come proprio ideale.
Da qui nasce l’odio nella sua forma più inutile ed ignorante, interiorizzato, giustificato, decolpevolizzato; odio mascherato attraverso il positivo e benevolo rispetto per la tradizione: solo per la propria. E la propaganda nazionalista, gli integralismi, i mezzi di comunicazione di massa, le direttive politiche e le leggi sull’immigrazione supportano il già spontaneo processo di individuazione di un nemico, e il giudizio privato finisce con l’identificare nella persona con cui si trova a contatto non un essere umano, ma a seconda delle circostanze un musulmano, un albanese, uno zingaro, un curdo, una hutu, un sikh, un “terrone”…
E valori individuali al di fuori di un concetto di gruppo non contano più.
Ogni singolo soggetto coincide con il gruppo al quale appartiene.
Ogni interesse è rivolto al “proprio”, l’obiettività e l’autocritica svaniscono nel nulla: il disagio che l’immigrato crea in quanto corpo estraneo nell’ assoluto del “nostro” non è mai sottoposto al confronto con quello che lui stesso incontra, in un paese in cui cercando opportunità ha trovato freddezza, indifferenza, estraniamento; in cui è stato sfruttato, stuprato nelle sue potenzialità e reso con profitto consumatore di merci locali; in cui la sua vita è senza prospettive per gli stessi motivi per cui Harris, negli anni ’80, definisce gli USA un paese in guerra, riferendosi al destino riservato alle minoranze portoricane.
Pregiudizi, quindi: convinzioni e credenze finalizzate alla tenace difesa di condizioni e privilegi raggiunti attraverso secoli di intolleranze. E stereotipi: rigidi concetti classificatori di persone e gruppi, non fondati su basi critiche/comparative. Tutto questo è all’ordine del giorno, e pone ostacoli alla raccolta di informazioni veritiere sulle “alterità”, attraverso la semplicità del sostenimento di giudizi così ampiamente condivisi all’interno del gruppo di appartenenza.
Anche razzismo dunque; nonostante sia biologicamente provato che “parlare di razze umane è un errore: non esistono pochi gruppi distinti, ma tante piccole differenze” (G.Barbujani).
Alla base di tutto una bandiera, dei confini più o meno marcati da elementi geografici, una mentalità comune; una mentalità talvolta violenta nella sua mancanza di imparzialità, in altre occasioni invece paternalista e protesa a portare esempi di civiltà tutta propria, unica. In ogni caso comunque una mentalità che presume una propria superiorità; ma, soprattutto, che ancora non ha capito che l’incontro con la diversità non va subito, o tollerato, o respinto: semplicemente, va vissuto come ovvio ed indispensabile per il futuro della razza umana; che la trasversalità culturale è l’unica possibilità che all’uomo rimane per fuggire ad un domani di ignoranza, intolleranze, poteri incontrollabili, violenze, guerre, persecuzioni, deportazioni, pulizie etniche, olocausti.
E’ necessario opporre tutte le proprie forze anche al più innocente ed inoffensivo spirito patriottico, anche alla più scherzosa e banale generalizzazione fondata su principi etnici, anche al più insignificante gesto di superiorità. Perché niente di ciò che contrappone individui gli uni agli altri è realmente innocuo. Nemmeno l’inno nazionale cantato in occasione di una partita di calcio, nemmeno la cartolina del Vittoriano, nemmeno l’appello di Ciampi a tenere in casa almeno un tricolore. Le nazioni come le conosciamo ora sono invenzioni assai recenti, figlie del Risorgimento, sono proprio i piccoli ma irrinunciabili valori quotidiani a tenerle in vita.
Qualcuno le ha definite un “plebiscito di ogni giorno”.
Plebiscito che ha scelto la chiusura, il distacco, la disuguaglianza.
Plebiscito in cui l’astensionismo diviene l’unica, salvifica soluzione.
L’Alfiere
Abbattere il pregiudizio per abbattere le Nazioni.
Già da tempo, all’unisono, storici, sociologi, antropologi, demografi, romanzieri e statistici abbracciano la consapevolezza del fatto che il nostro pianeta é stato, sin da tempi remoti, teatro di infiniti spostamenti di gruppi migranti. E’ stimato che la sedentarietà, nel panorama di un’evoluzione umana centemillenaria, sia un’attitudine giovanissima, una vera “novità”. Fino a diecimila anni fa, prima dell’introduzione dell’agricoltura, la nostra specie ha vissuto ere di nomadismo, permanenze precarie e temporanee, movimenti (talvolta addirittura intercontinentali) ed adattamenti a nuove collocazioni, ma anche contatti e scambi con culture altre, incontri/scontri con gruppi diversi. Il mondo contemporaneo, l’avvento della civiltà agricola prima, e industriale poi, lo sviluppo del progresso e la crescita delle massificazioni culturali hanno sicuramente coronato la fine di una consuetudine, ma non certo estirpato completamente un istinto che dura dalla notte dei tempi: le migrazioni sono fenomeno rilevante anche nella nostra epoca, seppur con modalità variabili, con portata più ridotta, con incrementi legati a particolari periodi (Colonialismo di fine ‘800, primi decenni del ‘900), magari correlate a ragioni più complesse, ma che hanno come finalità ultima, oggi come ieri, la ricerca di condizioni di vita migliori. Differenze in sostanza più quantitative che qualitative; nonostante attualmente a ragioni legate al raggiungimento del benessere se ne affianchino altre, quali la fuga da situazioni di guerra, di persecuzione politica, etica, o semplicemente l’insoddisfazione generata da un’esistenza con radici in un territorio; nonostante le necessità e le possibilità dei migranti siano in sostanza mutate, all’interno di una spirale senza ritorno tesa tra globalizzazione planetaria e localismi esasperati; e nonostante, infine, i contatti con le comunità di origine siano divenuti estremamente più saldi, grazie all’esplosione dagli anni ‘50 di tecnologie e mezzi di comunicazione di massa.
D’altro canto, di pari passo con il cambiamento della tendenza umana, con l’ansia del radicamento dei giorni nostri, con l’accentuazione del disorientamento e delle insicurezze personali dell’era del progresso, e la conseguente fobia dell’assenza di riferimenti esterni alla persona, un numero sempre maggiore di individui è giunto all’imprescindibilità dell’appartenenza ad un’entità con caratteristiche sentite proprie, ad un gruppo con il quale identificarsi, ad un territorio considerato in qualche modo “proprio” per diritto di nascita. La rivendicazione, insomma, di un’identità che ci si prospetta di vivere pienamente, e conseguentemente separatamente dall’altro, dal diverso, dall’estraneo, dal non appartenente. Il contatto interculturale spaventa, le differenze portano aria di cambiamento, ed il cambiamento, si sa, nel regno dello status-quò è doloroso; l’etnocentrismo dilaga, la tendenza a valutare i propri usi e costumi, i propri valori, le proprie norme, le proprie tecniche di produzione, al di sopra di quanto sia stato prodotto nel tempo e nello spazio diventa abitudine; e questo, sia chiaro, non solo nell’ Occidente, culla delle più alienanti discriminazioni, dell’annientamento di ogni alternativa all’omologazione sociale, dello sfruttamento incondizionato del sottosviluppato, dell’orgoglio ostentato della propria ricchezza economica e morale al cospetto del “Resto del Mondo”.
Il fenomeno è globale, riguarda ogni continente.
E così si formano gli Stati-Nazione, con il loro ossessivo legame al territorio, si rafforzano le identità nazionali di paesi “fabbricati” a tavolino per interessi politici e di dominio, si attuano mistificanti procedure pedagogiche per costruire popoli, basate su antiche Storie e Tradizioni regolarmente stravolte, quando non addirittura fortunosamente inventate. Tutto per rinvigorire quel sentimento tanto comodo ai poteri, quel focoso fardello che risponde al nome di “Patria”: il proprio essere parte di qualcosa di grande e degno di rispetto, l’eroica difesa di ciò che è accarezzato come proprio ideale.
Da qui nasce l’odio nella sua forma più inutile ed ignorante, interiorizzato, giustificato, decolpevolizzato; odio mascherato attraverso il positivo e benevolo rispetto per la tradizione: solo per la propria. E la propaganda nazionalista, gli integralismi, i mezzi di comunicazione di massa, le direttive politiche e le leggi sull’immigrazione supportano il già spontaneo processo di individuazione di un nemico, e il giudizio privato finisce con l’identificare nella persona con cui si trova a contatto non un essere umano, ma a seconda delle circostanze un musulmano, un albanese, uno zingaro, un curdo, una hutu, un sikh, un “terrone”…
E valori individuali al di fuori di un concetto di gruppo non contano più.
Ogni singolo soggetto coincide con il gruppo al quale appartiene.
Ogni interesse è rivolto al “proprio”, l’obiettività e l’autocritica svaniscono nel nulla: il disagio che l’immigrato crea in quanto corpo estraneo nell’ assoluto del “nostro” non è mai sottoposto al confronto con quello che lui stesso incontra, in un paese in cui cercando opportunità ha trovato freddezza, indifferenza, estraniamento; in cui è stato sfruttato, stuprato nelle sue potenzialità e reso con profitto consumatore di merci locali; in cui la sua vita è senza prospettive per gli stessi motivi per cui Harris, negli anni ’80, definisce gli USA un paese in guerra, riferendosi al destino riservato alle minoranze portoricane.
Pregiudizi, quindi: convinzioni e credenze finalizzate alla tenace difesa di condizioni e privilegi raggiunti attraverso secoli di intolleranze. E stereotipi: rigidi concetti classificatori di persone e gruppi, non fondati su basi critiche/comparative. Tutto questo è all’ordine del giorno, e pone ostacoli alla raccolta di informazioni veritiere sulle “alterità”, attraverso la semplicità del sostenimento di giudizi così ampiamente condivisi all’interno del gruppo di appartenenza.
Anche razzismo dunque; nonostante sia biologicamente provato che “parlare di razze umane è un errore: non esistono pochi gruppi distinti, ma tante piccole differenze” (G.Barbujani).
Alla base di tutto una bandiera, dei confini più o meno marcati da elementi geografici, una mentalità comune; una mentalità talvolta violenta nella sua mancanza di imparzialità, in altre occasioni invece paternalista e protesa a portare esempi di civiltà tutta propria, unica. In ogni caso comunque una mentalità che presume una propria superiorità; ma, soprattutto, che ancora non ha capito che l’incontro con la diversità non va subito, o tollerato, o respinto: semplicemente, va vissuto come ovvio ed indispensabile per il futuro della razza umana; che la trasversalità culturale è l’unica possibilità che all’uomo rimane per fuggire ad un domani di ignoranza, intolleranze, poteri incontrollabili, violenze, guerre, persecuzioni, deportazioni, pulizie etniche, olocausti.
E’ necessario opporre tutte le proprie forze anche al più innocente ed inoffensivo spirito patriottico, anche alla più scherzosa e banale generalizzazione fondata su principi etnici, anche al più insignificante gesto di superiorità. Perché niente di ciò che contrappone individui gli uni agli altri è realmente innocuo. Nemmeno l’inno nazionale cantato in occasione di una partita di calcio, nemmeno la cartolina del Vittoriano, nemmeno l’appello di Ciampi a tenere in casa almeno un tricolore. Le nazioni come le conosciamo ora sono invenzioni assai recenti, figlie del Risorgimento, sono proprio i piccoli ma irrinunciabili valori quotidiani a tenerle in vita.
Qualcuno le ha definite un “plebiscito di ogni giorno”.
Plebiscito che ha scelto la chiusura, il distacco, la disuguaglianza.
Plebiscito in cui l’astensionismo diviene l’unica, salvifica soluzione.
L’Alfiere
11 settembre 2015
Informare o formare? Qual'è il ruolo dei media sull'informazione?
Questa mattina su radio 3 "Tutta la città ne parla" si è parlato di questo. Lascio l'ascolto della trasmissione a questo link e dico la mia.
A me basterebbe che le cose fossero chiare: una testata o un giornalista può dare una notizia, fare ricerche approfondite ed esprimere un'opinione. Può fare tutto ed è giusto che lo faccia, fa parte dell'esercizio dei media, ma deve dichiararlo senza mistificazioni. E se non si mistificasse molte notizie avrebbero la giusta dimensione e spessore.
Quello che secondo me non dovrebbe fare parte dell'esercizio dei media è la manipolazione.
Faccio un esempio che secondo me la dice lunga:
l' "affaire Salvini".
Ha scalato il suo partito che era ormai sotto il 10% fino a condizionare la politica grazie alla visibilità delle sua battute, che nei media pesano come se lui rappresentasse un partito di maggioranza, fino al punto di salire di parecchi punti in percentuale. Senza le coccole dei media questo non sarebbe accaduto e questa è stata ed è una responsabilità gravissima: un personaggetto da avanspettacolo trasformato nella voce dell'opposizione autorevole perché sempre presente ovunque.
Questo grazie all'attenzione dei giornalisti. È molto grave ed esula sia dall'informazione che dalla formazione.
Detto questo penso anche che sia difficile sottrarsi alla manipolazione che è sicuramente innegabile nei cosiddetti mezzi di informazione. La costante diminuzione di lettori di libri ma anche di giornali, rende gli italiani più "analfabeti". Tempo fa Tullio de Mauro rammentava che il 70% degli italiani non sa leggere e capire il significato di un testo semplice.
Messi così è ovvio dedurre che siamo potenziali vittime di condizionamenti.
Poi c'è la rete che con la sua velocità ha superato la percezione del reale attraverso i mezzi tradizionali bombardandoci di informazioni molte delle quali risultano bufale.
Questa marmellata ci rende conoscenti di una mole di notizie e competenti del nulla.
Credo anche che siano diminuiti i veri giornalisti o gli inviati e questo determina collages uniformi da una testata all'altra. Quello che può fare maggiori danni comunque è, secondo me, il giornalista televisivo e Vespa è uno dei più fulgidi esempi. Quando certi sottoprodotti televisivi non avranno più audience potremo essere certi che l'evoluzione culturale e mentale avrà fatto grandi passi.
Al momento sono pessimista, ma quello che possiamo fare è avere uno sguardo obiettivo e usare molto lo strumento della logica di pensiero......una bella sfida di sicuro!!
A me basterebbe che le cose fossero chiare: una testata o un giornalista può dare una notizia, fare ricerche approfondite ed esprimere un'opinione. Può fare tutto ed è giusto che lo faccia, fa parte dell'esercizio dei media, ma deve dichiararlo senza mistificazioni. E se non si mistificasse molte notizie avrebbero la giusta dimensione e spessore.
Quello che secondo me non dovrebbe fare parte dell'esercizio dei media è la manipolazione.
Faccio un esempio che secondo me la dice lunga:
l' "affaire Salvini".
Ha scalato il suo partito che era ormai sotto il 10% fino a condizionare la politica grazie alla visibilità delle sua battute, che nei media pesano come se lui rappresentasse un partito di maggioranza, fino al punto di salire di parecchi punti in percentuale. Senza le coccole dei media questo non sarebbe accaduto e questa è stata ed è una responsabilità gravissima: un personaggetto da avanspettacolo trasformato nella voce dell'opposizione autorevole perché sempre presente ovunque.
Questo grazie all'attenzione dei giornalisti. È molto grave ed esula sia dall'informazione che dalla formazione.
Detto questo penso anche che sia difficile sottrarsi alla manipolazione che è sicuramente innegabile nei cosiddetti mezzi di informazione. La costante diminuzione di lettori di libri ma anche di giornali, rende gli italiani più "analfabeti". Tempo fa Tullio de Mauro rammentava che il 70% degli italiani non sa leggere e capire il significato di un testo semplice.
Messi così è ovvio dedurre che siamo potenziali vittime di condizionamenti.
Poi c'è la rete che con la sua velocità ha superato la percezione del reale attraverso i mezzi tradizionali bombardandoci di informazioni molte delle quali risultano bufale.
Questa marmellata ci rende conoscenti di una mole di notizie e competenti del nulla.
Credo anche che siano diminuiti i veri giornalisti o gli inviati e questo determina collages uniformi da una testata all'altra. Quello che può fare maggiori danni comunque è, secondo me, il giornalista televisivo e Vespa è uno dei più fulgidi esempi. Quando certi sottoprodotti televisivi non avranno più audience potremo essere certi che l'evoluzione culturale e mentale avrà fatto grandi passi.
Al momento sono pessimista, ma quello che possiamo fare è avere uno sguardo obiettivo e usare molto lo strumento della logica di pensiero......una bella sfida di sicuro!!
"Chiamatemi strega"
Un bellissimo Monologo di Barbara Giorgi scritto per Franca Rame
Non importa chi sono. Non importa come mi chiamo. Potete chiamarmi Strega.
Perché tanto la mia natura è quella. Da sempre, dal primo vagito, dal primo respiro di vita, dal primo calcio che ho tirato al mondo.
Sono una di quelle donne che hanno il fuoco nell’anima, sono una di quelle donne che hanno la vista e l’udito di un gatto, sono una di quelle donne che parlano con gli alberi e le formiche, sono una di quelle donne che hanno il cervello di Ipazia, di Artemisia, di Madame Curie.
E sono bella! Ho la bellezza della luce, ho la bellezza dell’armonia, ho la bellezza del mare in tempesta, ho la bellezza di una tigre, ho la bellezza dei girasoli, della lavanda e pure dell’erba gramigna!
Per cui sono Strega.
Sono Strega perché sono diversa, sono unica, sono un’altra, sono me stessa, sono fuori dalle righe, sono fuori dagli schemi, sono a-normale… sono io!
Sono Strega perché sono fiera del mio essere animale-donna-zingara-artista e … folle ingegnere della mia vita.
Sono Strega perché so usare la testa, perché dico sempre ciò che penso, perché non ho paura della parola pericolosa e pruriginosa, della parola potente e possente.
Sono Strega perché spesso dò fastidio alle Sante Inquisizioni di questo strano millennio, di questo Medioevo di tribunali mediatici e apatici.
Sono Strega perché i roghi esistono ancora e io – prima o poi – potrei finirci dentro.
05 settembre 2015
"Nuvole"
di Fernando Pessoa
Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
Nuvole… Corrono dall'imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all'avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l'ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
Nuvole… Continuano a passare,alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell'aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l'ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l'universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.
Nuvole… Esse sono tutto,crolli dell'altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.
Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l'oscurità, finzioni dell'intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.
03 settembre 2015
Proposte indecenti.
Questo Calderoli d’oltre oceano si chiama Chris Christie e propone il codice a barre, cioè di mettere a punto un sistema per tracciare gli immigrati regolari, come uno delle migliaia di pacchi che trasportano ogni giorno. Del resto, pare che dalle parti dell’Ungheria per ora li segnino col pennarello…
Degrado della democrazia, segno di una crisi molto grave della nostra civiltà.
Degrado della democrazia, segno di una crisi molto grave della nostra civiltà.
"Lo straniero è qualcuno che ti arricchisce, latore di cultura nuova, che ti porta una visione in più. I Paesi più aperti verso l'integrazione dello straniero sono quelli che generalmente si avvantaggiano di nuovi talenti e culture. Tali successi non si conseguono scrivendo numeri sulle braccia degli stranieri."
Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace
Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace
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