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06 aprile 2017

Un mondo sordo.

Il gas, subdolo e vile come chi lo usa. Fu creato, guarda un po', dai nazisti e usato da chi quei metodi ripercorre. Ma non è da adesso che inorridiamo di fronte a queste stragi, sono anni che si continua ad uccidere, per il potere, per il dominio o anche solo per lo sterminio. Perché il consiglio di sicurezza dell'ONU ha questa impennata di indignazione? Forse che le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute con altri metodi? 
Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire: "puoi uccidere ma non con le armi chimiche!"
A me viene da pensare principalmente a due cose: a quel cinismo di ritorno che ammanta le nostre vite, quelle impotenti di cittadini comuni che si rendono conto di non poter far nulla se non gridare una frustrante indignazione per la morte, i gas, le stragi, per tutte le guerre indistintamente, e a quel cinismo opportunista ben rodato dei grandi e piccoli professionisti della geopolitica, che potrebbero fermare i massacri ma decidono in base a convenienze, alleanze, circostanze e situazioni.
E’ un quadro cupo, apparentemente senza vie d’uscita. 
Come l’attuale realtà dove tutti gli attori interni ed esterni dovrebbero tornare sui propri passi, accettare censure, praticare ritiri, restituire sogni a quei bambini a cui rubano la vita. 
Ma non lo fanno.





29 ottobre 2016

L'Italia dice no.

Non al referendum, che è l'argomento del giorno, anzi dei mesi, e pare non esista altro, ma ad un Trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017.
All'Onu 123 Paesi per un Trattato di messa al bando delle armi nucleari, l'Italia vota no.
L'Italia, ufficialmente paese non-nucleare, ospita 59 basi militari americane. È il primo avamposto statunitense in Europa per numero di bombe nucleari schierate, e il quinto al mondo per numero di installazioni militari. Sono 70 in tutto, ed è un arsenale custodito in sole due basi: 50 ad Aviano in provincia di Pordenone, 20 a Ghedi in provincia di Brescia. Con l'intensificarsi della crisi tra Occidente e Oriente l'Italia rischia molto, perché da avamposto dell'impegno statunitense per la difesa dell'Europa l'impatto sta lentamente diventando militare. L'opera di ammodernamento delle strutture militari in Italia attualmente in corso, porterà ad avere bombe nucleari teleguidate con una migliore precisione e aumenterà la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi.
http://nena-news.it/nuove-bombe-nucleari-per-litalia/
E dice no, per non deludere l'ipocrita America che, dopo aver varato un potenziamento nucleare da 1000 miliardi di dollari, dichiara di voler "realizzare la visione di un mondo senza armi nucleari". Grazie Italia prona.

08 dicembre 2012

Atene, la barbarie del rigore: in Parlamento con la pistola

Massacra un popolo, affamalo, gettalo nella disperazione e poi goditi lo spettacolo: come minimo salterà fuori un fanatico neonazista, pronto a ricorrere al terrorismo di massa. E’ quello che sta accadendo in Grecia, l’area-test degli esperimenti su esseri umani condotti dall’Europa di Angela Merkel e Mario Draghi. Le cavie sono i greci, costretti a frugare nella spazzatura per via di un debito esploso dietro incoraggiamento delle stesse oligarchie finanziarie che ora salgono in cattedra a impartire lezioni di economia. Dettaglio atroce: il popolo-cavia è quello che, 2500 anni fa, fondò la democrazia nutrita di filosofia da cui ebbe origine la stessa civiltà occidentale, quella che oggi in Europa precipita nella barbarie miserabile dei debiti sovrani, scambiando la moneta per il tesoro privato di qualcuno. Risultato: “Alba Dorata” spaventa la Grecia, minaccia gli immigrati, spedisce in Parlamento deputati armati di pistola.
Razzismo, xenofobia e violenza: è il capolavoro ottenuto in pochi mesi dagli apprendisti stregoni di Bruxelles, Berlino e Francoforte. Terzo mondo: bambini denutriti, ospedali senza medicine, stipendi tagliati, scarsità di cibo, panico sociale generalizzato. E tutto questo avviene sotto la minaccia quotidiana dei neonazisti: due deputati, racconta Francesco De Paolo sul “Fatto Quotidiano”, si sono presentati ai portoni del Parlamento armati di pistola. Sono stati fermati dal metal detector. Il portavoce del partito, Ilias Kasidiaris, si era rivolto in rete ai suoi militanti, per spiegare che era giunto il momento di “approfittare” dei diritti concessi dallo status di deputati: «Ora potremo portare pistole legalmente e non saremo arrestati sul luogo dei fatti se c’è un incidente. Questo ci permette di sentirci più tranquilli rispetto alle nostre azioni». Lo stesso Kasiriadis, aggiunge De Palo, era stato al centro pochi giorni prima di un voto del Parlamento proprio per spogliarlo dell’immunità, perché indagato per un furto a mano armata nel 2007.
E questa è solo la vetta dell’iceberg: «Il partito – continua il “Fatto” – ha deciso di creare un’associazione di medici solo per cittadini greci, chiamandola “Medici con frontiere”, in aperta polemica con le ben più nota “Medici senza frontiere” che da anni opera in tutto il mondo per curare ammalati, senza distinzioni di sesso, razza o religione», come invece “Alba Dorata” intende fare, distribuendo intanto aiuti materiali ai soli cittadini ellenici. Per questo, il ministro della salute Andreas Lykourentzos ha sottolineato che l’assistenza sanitaria delle associazioni di volontariato sono offerte a tutti, «al popolo greco, così come ai cittadini di paesi terzi che sono nel bisogno e nella sofferenza». Nell’ultimo trimestre, i membri di “Alba Dorata” sono anche arrivati a minacciare controlli negli ospedali pubblici per «buttare fuori gli stranieri a dare il loro posto ai cittadini greci».
Della condotta del partito, aggiunge De Palo, ha fatto le spese un’insegnante dell’isola di Cefalonia, che in occasione della festa nazionale greca dello sorso 28 ottobre, aveva “osato” far scrivere agli alunni alcune preghiere in lingua greca ma anche in lingua albanese, al fine di favorire l’integrazione della folta comunità albanese che vive da anni in Grecia. Risultato: l’insegnante è stata trasferita, nell’incredulità generale. Ora, insieme all’Onu, anche la Commissione Europea – prima responsabile della catastrofe sociale greca – ha aperto un “dossier” sul caso, per «valutare quali e quanti provvedimenti intraprendere contro queste forme di razzismo perpetrate dall’interno delle istituzioni», dal momento che il partito filonazista è presente da maggio nel Parlamento ellenico: vi entrò con oltre il 7% dei voti, ma ora – stando ai sondaggi – i consensi sarebbero almeno raddoppiati. Ma non c’è da preoccuparsi: per fortuna, ora Bruxelles “provvederà”.

LIbre

21 novembre 2012

67 anni fa nascevano le Nazioni Unite, ma il mondo è ancora in guerra.



“Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e alle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà, a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato, ad unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune, ad impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli, abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini…”
Questo è un passo di un documento storico: la Carta delle Nazioni Unite redatta il 24 ottobre del 1945 (qui il testo completo).
A distanza di 67 anni da quel giorno, la pace, la sicurezza e il rispetto dei diritti umani sono obiettivi ancora lontani e il mondo è ancora in guerra. Mai, dalla fine della seconda guerra mondiale, lo è stato come oggi.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione tra Paesi Occidentali capitalisti e Paesi ad economia socialista, alcuni dei più autorevoli esperti e strateghi della politica internazionale avevano preannunciato un mondo finalmente pacificato, privo di guerre, una fase storica in cui gli uomini e le donne del pianeta, grazie ad una cocktail di democrazia e libero scambio, si sarebbero trasformati da nemici - amici in concorrenti. Passati ormai parecchi anni da quell’ evento abbiamo ormai capito quanto questa ipotesi di pace globale fosse basata su presupposti farraginosi. Basta dare un occhiata ad alcune cifre per rendersi conto quanto le previsioni di un mondo pacifico siano errate.
Dal 1988 al 1992, l’ONU ha gestito tante operazioni militari quante ne aveva intraprese nei precedenti quattro decenni. Attualmente le guerre in corso nel Mondo sono almeno 28. Oggi si spara e si muore, in Palestina, Israele, Libano, Iraq, Afghanistan, Kurdistan, Cecenia, Georgia, Algeria, Ciad, Darfur, Costa d’Avorio, Nigeria, Somalia, Uganda, Burundi, Congo (R.D.), Angola, Pakistan, Kashmir, India, Sri Lanka, Nepal, Birmania, Indonesia, Filippine, Haiti, Colombia. Si calcola che questi conflitti abbiano già causato la morte di più di 5 milioni e mezzo di persone. Telegiornali e carta stampata, ormai da qualche anno, ci parlano tutti i giorni di guerre, di bombardamenti, di eserciti, di milizie, di morti civili, di attacchi e di terrorismo. Parole come queste che sembravano relegate solo ai video games e alle partite di Risiko sono tristemente tornate a far parte del nostro lessico quotidiano. Nel corso di questa estate la guerra ha fatto sentire ripetutamente la sua presenza con l’escalation del conflitto mediorientale tra Israele e Palestina che si è esteso al Libano. Mentre le altre due guerre “famose” quella in Afghanistan e quella in Iraq sono ancora in corso e nessuno riesce ormai a prevedere quando finiranno.
Gizmodo propone una mappa mondiale 


Le aree colorate di viola sono quelle interessate da guerre, mentre quelle grigie rappresentano le zone geografiche "tranquille". Dei simboli poi "illustrano" la tipologia del conflitto in corso (traffico di droga, pirateria nei mari, incursioni aeree, battaglie via terra, terrorismo, ecc. ecc.) e la stessa intensità del colore indica la gravità del conflitto stesso.
Non voglio qui sviluppare un discorso sulle colpe e le ragioni, sull’analisi di chi sia la vittima e chi il carnefice, tanto meno voglio perdermi in sterili disquisizioni terminologiche sulle definizioni fantasiose ed ardite con cui giornalisti e politici amano oltremodo riempirci le orecchie, a mio avviso, solo per confondere ed intorpidire le acque. Voglio  solo evidenziare quei conflitti che affliggono milioni di uomini e donne nel mondo ma che per varie e molteplici ragioni non trovano risonanza tra le notizie che i mas media scandiscono ogni giorno. Dei 28 conflitti in corso, infatti, ne conosciamo al massimo 4 o 5, i più “famosi”, quelli dove sono coinvolti militari italiani. Quali sono le ragioni di questa mancanza di notizie sulle restanti guerre? Dimenticanza? Disinteresse? Ignoranza o calcolata rimozione? Perché la comunità internazionale o i singoli stati democratici si coalizzano per liberare alcuni popoli dalla tirannia di regimi dittatoriali mentre lasciano vivere, commerciano e a volte proteggono altri regimi altrettanto sanguinari e cruenti? Certo non è facile rispondere a tutte queste domande, sarebbe però sbagliato non farle e non provare a farsi un idea al riguardo.
La cosa che salta agli occhi è sicuramente una: lo stretto legame che c’è tra la “dimenticanza” da parte dei mass media e le ragioni strategiche, economico-politiche, che ogni guerra porta con sé. La maggior parte dei conflitti vengono combattuti nel Sud del Mondo in paesi poveri mentre le armi necessarie vengono prodotte da pochissime grandi potenze industriali che controllano la produzione ed il commercio del 90–95% degli armamenti.
Rimanendo sul piano generale, si potrebbero ridurre in tre categorie le modalità di gestione dei conflitti da parte della Comunità Internazionale e dei singoli stati.
La prima è quella dell’intervento armato contro uno dei belligeranti. Questo metodo ha come scopo quello di liberare e portare conforto umanitario alla popolazione civile martoriata dalla guerra o da un regime dittatoriale.
La seconda modalità è quella del coinvolgimento attraverso l’intervento umanitario, in questo caso a differenza del primo, l’intervento viene calibrato in modo da non danneggiare gli interessi delle nazioni più potenti presenti nell’area del conflitto.
Il terzo caso è quello dell’astensione da qualsiasi presa di posizione, ovvero la regola della non interferenza nel conflitto.
A quest’ultima categoria appartengono la maggior parte delle “guerre del silenzio”. I diversi paesi democratici, seguendo la logica del “ciò che non si vede non esiste”, preferiscono disinteressarsi e fare in modo che le informazione riguardanti tali conflitti non arrivino ai cittadini del “mondo libero” attraverso i maggiori mezzi di informazione.
In alcuni stati dell’Africa, dell’America Latina o dell’Estremo Oriente la popolazione civile viene lasciata in balia delle violenze e dei massacri commessi da eserciti e da milizie private in lotta. Altrettanto si fa con le rispettive multinazionali occidentali lasciate libere di sfruttare, grazie alle guerre, le ricchezze del sottosuolo di cui tali paesi sono ricchi.
Perché questo atteggiamento? Non sarà che ci sono di mezzo interessi economici? Non è più un segreto che molte guerre vengano sostenute e finanziate da potenti lobby economiche e finanziarie occidentali che guadagnano sia dal commercio delle armi che dalle vantaggiose condizioni di sfruttamento delle ricchezze dei paesi in guerra. Non è più un segreto che in molti conflitti una o più parti in causa siano finanziate dai soldi di alcune multinazionali in cambio di condizioni vantaggiose di sfruttamento di giacimenti di petrolio, oro, diamanti, uranio, coltan, cobalto ed altri indispensabili e rare materie prime necessarie alle industrie dell’Hi-Tech.
È triste vedere quanti sono i posti dove le persone combattono, soffrono e muoiono. E scoprire purtroppo quante di queste guerre siano poco interessanti per i principali media internazionali, impegnati a spostare i propri riflettori su quei conflitti che per ragioni economiche, politiche ed ideologiche rispondono meglio ai propri interessi. 
È triste assistere quotidianamente all’arroganza e alla crudeltà del potere.


18 agosto 2012

Thomas Sankara, il Che Guevara africano.


“Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema di onore. Signor presidente, abbiamo prima ascoltato e applaudito il primo ministro della Norvegia intervenuta qui. Ha detto, lei che è un'europea, che il debito non può essere rimborsato tutto. Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché se noi non paghiamo, i nostri finanziatori non moriranno, siamone sicuri. Invece se paghiamo, saremo noi a morire, ne siamo ugualmente sicuri. Quelli che ci hanno condotti all’indebitamento hanno giocato come al casinò. Finché guadagnavano non c’era nessun problema; ora che perdono al gioco esigono il rimborso. E si parla di crisi. No, Signor presidente. Hanno giocato, hanno perduto, è la regola del gioco. E la vita continua. Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non siamo responsabili del debito. Non possiamo pagare il debito perché, al contrario, gli altri ci devono ciò che le più grandi ricchezze non potranno mai ripagare: il debito del sangue.” 

Questa è solo una piccola parte del discorso, l’ultimo discorso, che Thomas Sankara fece all’ONU prima di essere ucciso insieme a 12 ufficiali, in un colpo di stato organizzato da un suo ex compagno d'armi con l'appoggio di Francia e Stati Uniti d'America.
Thomas Sankara: lo ammetto, non sapevo niente di lui e ringrazio Alessandro Raffa per avermelo fatto conoscere postando il video del suo discorso.
Thomas Sankara è stato un leader molto carismatico per tutta l'Africa Occidentale sub-sahariana che si è impegnato in favore di riforme radicali per eliminare la povertà. L'obiettivo di Sankara era la cancellazione del debito internazionale: cancellazione ottenibile soltanto se richiesta all'unisono da tutte le nazioni africane. Non ebbe successo. Gli riuscì invece l'obiettivo di dare due pasti e 10 litri di acqua al giorno a ciascun abitante. Nei tre anni del suo mandato presidenziale nel Burkina Faso, dopo una rivoluzione da lui stesso guidata, lottò contro la corruzione, promosse la riforestazione, l'accesso all'acqua potabile per tutti, e fece dell'educazione e della salute le priorità assolute.
Il suo governo incluse un grande numero di donne, condannò l'infibulazione e la poligamia, promosse la contraccezione. Fu il primo governo africano a dichiarare che l'AIDS era la più grande minaccia per l'Africa.
Fece costruire centri sanitari in ogni villaggio burkinabé (l’Unicef definì la campagna di vaccinazione effettuata sui bambini, la più grande registrata nel mondo) e cantieri per opere idrauliche, creando un Ministero dell’Acqua.
Sua madre e i suoi collaboratori viaggiavano sempre in classe economica e a ranghi ridotti nelle visite diplomatiche;
Vendette la maggior parte delle Mercedes in forza al governo e proclamò l'economica Renault 5, automobile ufficiale dei ministri.
Volle costruire la "ferrovia del Sahel", una linea che collega Ouagadougou al confine con il Niger, nonostante molti economisti non lo ritenessero un progetto redditizio. Tale opera, successivamente ampliata, costituisce tuttora la principale via di comunicazione del Paese.

Alla sua morte il Burkina Faso ripiombò nel dramma della povertà.

Questa è solo una dimostrazione, una delle tante, che i poteri forti non si muovono mai per arginare la povertà e rendere liberi i popoli. Si muovono invece, e molto velocemente, per annientare chi osa mettersi contro i loro piani di sfruttamento. Ma l’immagine di questo giovane rivoluzionario che osò sfidare i grandi del mondo, e che seppe incarnare le speranze di liberazione di un intero continente, insieme a quella di altri come lui che non si sono piegati alla volontà del potere, resta un esempio di integrità e di coraggio, giusto quelle cose di cui oggi abbiamo perso coscienza.


Fonte: Wikipedia