Da vari decenni i desaparecidos argentini chiamano Jorge Bergoglio (Provinciale dell'ordine dei Gesuiti al momento della loro morte), ma lui continua a non rispondere. E ora, anche da papa, Francesco non sembra intenzionato a chiedere perdono per il comportamento suo e dell'alta gerarchia cattolica negli anni di maggior ferocia dei militari al potere (1976-79, nel quadro di una dittatura durata dal 1976 al 1983). Quelli furono anche gli anni più propizi per la sua carriera ecclesiastica: fu infatti Provinciale - la massima autorità nazionale dei gesuiti - proprio dal 1973 al 1979, l'anno in cui al vertice della Celam a Puebla si batté in prima linea nella condanna della teologia della liberazione. A partire da quell'anno fatidico, la sua carriera fu tutta in salita, fino ad arrivare dove sappiamo.
In questi giorni è in uscita un film - Chiamatemi Francesco, diretto da Daniele Luchetti e prodotto da Taodue, di proprietà del gruppo berlusconiano Mediaset - che torna su quelle tragiche vicende, col preciso impegno di assolvere papa Francesco proprio in relazione a ciò che fece (e soprattutto non fece) negli anni peggiori della dittatura. Non trascura nemmeno le accuse specifiche riguardo al sequestro di due suoi confratelli (Jalics e Yorio) che furono subito rivolte contro di lui dai diretti interessati e poi riprese agli inizi di questo millennio in due libri del celebre giornalista Horacio Verbitsky (entrambi tradotti in italiano dalla Fandango, anche se ben pochi lo sanno, visto che su questi due libri vige la più ferrea congiura del silenzio).
Si tratta di un'operazione cinematografica un po' maldestra di camuffamento delle responsabilità di Bergoglio, anche se il film non esita a mostrare una parte della colpa che ebbe la gerarchia cattolica per i massacri di quegli anni terribili. Il film, infatti, compie un'operazione politica molto precisa: mentre abbandona l'alta gerarchia cattolica argentina al giudizio della Storia (visto che le sue colpe sono indifendibili e comunque appartenenti a un sempre più lontano passato), allo stesso tempo tenta disperatamente di salvare il soldato Bergoglio (in fondo era pur sempre un subordinato, un gesuita sottoposto a disciplina quasi militare nei confronti del suo Superiore, Pedro Arrupe, Preposito Generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983).
Va però detto che anche la denuncia delle responsabilità della Chiesa nel film è tendenziosamente insufficiente, visto che non compare mai il nome del numero uno della gerarchia cattolica che fu il maggior complice dei militari: Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina dal 1974 al 1980. Per avere un'idea del suo ruolo (oggetto di polemiche anche in ambienti cattolici), basti dire che con il generale piduista Massera giocava a tennis, mentre nel Paese scomparivano ad opera dei militari circa 30.000 persone, molte dopo indicibili torture e trattamenti disumani d'ogni genere.
È certamente un'ironia della società dello spettacolo che il compito di assolvere il Papa argentino-astigiano sia affidato a un regista laico, dotato alle spalle di una robusta cinematografia di denuncia (Il portaborse, Mio fratello è figlio unico, La scuola) della quale io rimango personalmente grande ammiratore, nonostante la caduta verticale e abissale di questo film. Uno di quegli autori, per giunta, che non hanno mai capito bene cosa sia stato lo stalinismo e quindi si dichiarano ancora «nostalgici del vecchio Pci» e si vantano di aver fatto parte della Fgci (intervista a Vittorio Zincone sul suppl. Sette del 4/12/15, p. 42). E proprio questo serviva al Vaticano: un regista laico, fin qui onesto e attendibile, non accusabile di clientelismo o clericalismo, che fosse disposto a farsi carico della triste bisogna. Operazione andata «miracolosamente» in porto, sia pure attraverso un canale berlusconiano - cosa che farà storcere il naso a qualcuno, ma non al sottoscritto.
Non si pensi che il film abbia perlomeno il merito di denunciare le malefatte dei militari argentini, svolgendo una funzione di risveglio delle coscienze su tale tema fuori del Paese. Perché il tema invece è mondialmente conosciuto, arcipubblicizzato e dibattuto non solo tramite le centinaia e centinaia di inchieste giornalistiche (che non sembrano finire mai, anche grazie al lavoro delle Madres e delle Abuelas de la Plaza de Mayo), ma anche con i libri, i processi nei tribunali di vari Paesi (Europa e Italia inclusa), le rappresentazioni teatrali, i documentari e i molti film che cominciarono a uscire appena finita la dittatura. Ecco un elenco dei soli lungometraggi, escludendo quindi i documentari: La storia ufficiale, di Luis Puenzo (1985); La notte delle matite spezzate, di Héctor Olivera (1986); La morte e la fanciulla, di Roman Polanski (1994); Garage Olimpo, di Marco Bechis (1999); Figli - Hijos, di Marco Bechis (2001); Immagini, di Christopher Hampton (2002); Cronaca di una fuga - Buenos Aires 1977, di Adrián Caetano (2006); Complici del silenzio, di Stefano Incerti (2009).
L'operato di Luchetti non può quindi giustificarsi nemmeno all'insegna orrida del fine che giustifica i mezzi, e cioè che egli avrebbe scelto di fornire una copertura a Bergoglio allo scopo di far risaltare meglio la denuncia delle mostruosità dei militari argentini. No. Il compito era chiaramente e programmaticamente stabilito: salvare il soldato Bergoglio, come già detto, anche a costo di lasciare indifesa la gerarchia argentina. E Paola Casella - che nella sua recensione in mymovies.it si sbilancia fino ad affermare che Luchetti e il produttore Valsecchi non hanno chiesto la collaborazione del Vaticano - non deve aver visto il film sino alla fine. Perché proprio nell'ultima scena (di repertorio) compare il Papa neoeletto, quello vero, mentre pronuncia la storica frase di saluto al pubblico in piazza S. Pietro. E il diritto (copyright) di utilizzare una simile storica scena non sarebbe mai stato concesso alla produzione, senza un accordo preliminare e un'attenta analisi della sceneggiatura da parte vaticana. Di questo si dà conto nei titoli di coda che, peraltro, scorrono troppo rapidi per poter vedere chi ha effettivamente aiutato per la realizzazione del film. Io ho fatto appena in tempo a individuare 3 o 4 istituzioni militari argentine; ma sarebbe interessante stabilire quali, esattamente - cosa che potrò fare solo quando sarà disponibile il DVD.
E in effetti, l'altro grande assente - oltre al Vaticano (Paolo VI fino al 1978, poi Giovanni Paolo II, la Curia romana sempre) e alle personalità dell'alta gerarchia cattolica argentina - è proprio il potere, quello vero, quello che utilizzava i militari assassini per porre termine a un periodo di grande insubordinazione sociale, cominciato all'epoca del Cordobazo (1969) e proseguito col ritorno di Perón nel 1973. Jorge Rafael Videla compare in un'intervista televisiva, ma non viene tirato in ballo nessun partito politico, nessun alto comando o arma militare, nessun'azienda o gruppo di potere finanziario: nemmeno quell'ala destra della burocrazia sindacale (coi suoi criminali matones) che trasse enormi vantaggi dall'assassinio sistematico delle avanguardie operaie.
Nel coro prevedibile di recensioni entusiaste o comunque favorevoli al film, abbiamo trovato ben poche voci critiche. Va quindi citata in modo particolare quella che ci è parsa più precisa e coraggiosa (Valerio Caprara su Il Mattino).
Le critiche riguardano ovviamente la mistificazione operata dal film. Ma la mistificazione non va intesa solo in senso storiografico: in ultima analisi, non sarebbe infatti compito del cinema stabilire l'esatta sequenza degli avvenimenti e le modalità del loro svolgimento. Questa è opera dello storico. Il linguaggio del cinema opera diversamente, avendo a disposizione molteplici e quasi infinite possibilità tecnico-artistiche.
Per es. in questo caso Luchetti basa gran parte del film sulla rappresentazione filmica di cosa Bergoglio potrebbe aver pensato in occasione di determinati assassini, di arresti, di incontri con tanta povera gente ecc. Ebbene, questo procedimento del film è in primo luogo monotono e ripetitivo. Ricorrono situazioni molto uguali fra loro (per lo più drammatiche) che si riflettono senza grandi variazioni nelle espressioni un po' statiche del volto del povero Rodrigo de la Serna (qui impegnato a rendere vero l'impossibile), che invece era parso magnifico nella parte di Alberto Granado nei Diari della motocicletta (a differenza del collega Gael García Bernal nei panni del giovane Ernesto).
In secondo luogo è arbitrario: la sofferenza interiore di Bergoglio viene data come fatto certo, gli si mettono in bocca parole e riflessioni tutte uguali, incontrovertibili, senza sconnessioni, cambiamenti di opinione o momenti di eroismo (mentale) od opportunismo (anch'esso mentale). Un fatto che certamente contribuisce a costruire l'immagine del santino (indubbio l'intento agiografico anche nel tipo di inquadrature, i primi piani accattivanti, la modestia nel vestire, l'essenzialità dei movimenti) che qualcuno ha già timidamente riconosciuto nella figura attoriale del futuro Papa.
Del resto, diciamocelo una volta per tutte: questa indagine retrospettiva di cosa può aver provato Bergoglio davanti allo sterminio dei suoi connazionali e, concediamolo pure, magari davanti alla propria impotenza nel porvi termine, avviene oggigiorno, a tanti anni di distanza e solo perché Bergoglio è diventato papa. Altrimenti la sua storia personale, il suo tormento interiore e gli accomodamenti che deve aver trovato con la propria coscienza per non essere travolto dai complessi di colpa, sarebbero scomparsi nell'anonimato come tanti altri. La sua vicenda interiore si sarebbe dissolta nel nulla, alla pari dei molti altri prelati responsabili come lui, alcuni certamente complici, che rifiutarono di fare alcunché per fermare i militari e impedire lo sterminio di un'intera generazione intellettuale e militante, la «meglio gioventù argentina».
Il film opera una mistificazione cinematografica ancor più grossolana, ma che purtroppo avrà presa sulla fantasia degli spettatori, facendo vedere per gran parte del tempo Bergoglio impegnatissimo a nascondere persone (in genere seminaristi), a far uscire ricercati dalla cintura di Buenos Aires, insomma a fare cose di nascosto per salvare vite umane.
E su questo aspetto fondato su leggende postume e testimonianze di comodo - che ho denunciato in alcune mie lettere a un sacerdote amico, dotato di spirito critico e onestà intellettuale - emerge la vera truffa del film: a) di queste attività segrete non vi è alcuna traccia documentaria (né potrebbe esservi - quindi mistificazione storiografica), ma solo resoconti verbali registrati a decine di anni di distanza e soprattutto dopo l'elezione di Francesco; b) non sono questi gli interventi che ci si attende da un Provinciale che voglia impedire lo sterminio: un alto esponente della gerarchia deve procedere per via gerarchica, deve far pesare la propria carica, deve utilizzare l'arma della denuncia pubblica e se non basta anche quella dello scandalo pubblico, per salvare vite umane. In tal modo non ne salverebbe una dozzina o due (come viene fatto vedere nel film, ipocritamente e forse anche falsamente), ma ne salverebbe centinaia, addirittura migliaia se il suo esempio diventasse contagioso e si estendesse ad altri prelati, ad altri membri della gerarchia. Certo, rischierebbe di essere ucciso, ma in assenza di questo suo impegno sono altre migliaia di persone che vengono uccise al suo posto, e tra queste anche dei sacerdoti di base.
Non mi stancherò mai di estendere questo ragionamento a tutti coloro che detengono incarichi di potere pubblico e mirano ad accreditare un proprio presunto interessamento per le vittime fondato su iniziative private, personali, clandestine e misteriose. Ne è un triste e massimo esempio Pio XII, che dopo aver lasciato inerme il popolo ebraico in mano alla furia nazista ha incaricato la propaganda vaticana di inventare suoi personali interventi a favore di questo o quell'ebreo, di questo o quel ricercato dai nazisti. Truffa di basso livello, che però ha presa su chi vuole crederci. Come Papa aveva a disposizione il prestigio di un presunto vicario di Dio sulla terra e il potere dell'apparato vaticano mondiale. A quel livello si sarebbe dovuto muovere, ma di quel livello non esiste la benché minima traccia scritta o documentaria che possa attestare una sua opposizione alle persecuzioni naziste. Lo stesso vale, sia pure in scala minore, per l'indifferenza di Bergoglio nei confronti dell'eccidio perpetrato dalla dittatura militare durante il suo Provincialato.
La regia del film è monocorde, ha la forma di un documentario privo di agganci storici reali, di un documentario senza documentazione, per giunta di un documentario che vuole presentarsi come una fiction storicamente fondata. Le riprese in esterni battono ripetitivamente sul tema della miseria, dando così un'immagine terzomondistica dell'Argentina, il che è ridicolo soprattutto per una delle più moderne città «europee», come Buenos Aires. La sceneggiatura è fatta di dialoghi improbabili, irrealistici, retorici e ovviamente reticenti. Ma la cosa peggiore del film è che non c'è mai un guizzo di fantasia, un qualcosa che non appartenga al mondo interiore di un Bergoglio presuntamente sofferente e ci riservi qualche sorpresa, qualche contrappunto filmico. Insomma, manca l'arte cinematografica. Quella che invece c'era, tanto per fare un esempio, in un film per molti aspetti analogo - La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo - che senza allontanarsi troppo dalla realtà politica riusciva veramente ad appassionare lo spettatore, facendolo sbandare, cadere e riprendersi, parteggiando e allo stesso tempo provando sgomento nell'identificazione coi personaggi sullo schermo. Ma quella era arte, anche se di parte, e non importa che stesse dalla parte «giusta», a differenza del film di Luchetti, schierato in una presunta terza posizione neutra mentre si compie un massacro epocale sotto i suoi occhi. Quella di Pontecorvo era un'opera d'arte che faceva anche propaganda a favore di certe idee anticoloniali e antimperialistiche. Questo è un film servile, di mera propaganda, studiato a tavolino, commissionato dal Vaticano o da chi intendeva fare un regalo a Francesco (magari per difenderlo dalle congiure di palazzo interne alla Curia, delle quali si mormora da un po' di tempo in qua), e comunque utile nel presente e nel futuro per dare una copertura al passato di questo Papa testimone diretto e attivo/passivo di una delle più grandi e più crudeli tragedie del dopoguerra.
Pio Laghi, Jorge Videla e Leopoldo Galtieri
E poiché la società dello spettacolo nel suo insieme - della quale Francesco mi sembra un ottimo esponente manipolatore - sta accreditando un'immagine simpatica, umana e gradevole di questo Papa, per le masse cattoliche e non (in un momento tra l'altro in cui tende a crescere la contrapposizione cattolica all'islamismo), la mistificazione di questo film avrà certamente facile presa anche sui non credenti, e anche gli spettatori laici gli perdoneranno facilmente il fatto d'essere monotono, retorico, agiografico e cinematograficamente poco gradevole.
Ecco, se potessi io farei invece un film al limite del surreale sugli incubi notturni di quest'uomo che, a differenza di Luchetti, sa bene di quali colpe si è macchiato nell'ambito della Chiesa argentina, ma non intende chiedere perdono. E quindi è giocoforza pensare che ai desaparecidos toccherà ancora per molto tempo, forse per sempre, continuare a chiamarlo per nome dal buio vortice del loro martirio: Jorge Bergoglio.
PER COMPLETARE LA RECENSIONE DEL FILM SOPRA ESPOSTA E PER FORNIRE AL LETTORE QUALCHE ARGOMENTAZIONE SULLE RESPONSABILITÀ DI BERGOGLIO ALL'EPOCA DELLA DITTATURA, SIA IN GENERALE, SIA IN PARTICOLARE PER LA VICENDA DEI DUE GESUITI SEQUESTRATI DOPO CHE LUI AVEVA TOLTO LORO LA COPERTURA DELLA VESTE SACERDOTALE, ALLEGHIAMO LE LETTERE SCRITTE DA MASSARI NEL 2013 A UN SACERDOTE CHE AVEVA SOLLECITATO UNA SUA OPINIONE. SONO LETTERE INEDITE, UTILI COME ANTIDOTO ALLE MISTIFICAZIONI DEL FILM DI LUCHETTI. [la Redazione]
Caro don F.,
questa mattina ho finito di leggere il libro di Horacio Verbitsky [L'isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, Fandango, 2006] e dire che sono sconvolto è dire poco. Il fatto è che uno le cose per grandi linee le sa, ma finché non entra nei dettagli non si rende conto veramente di cosa può essere accaduto. Credo che dopo il Gulag staliniano, l'Olocausto nazista e il genocidio degli Armeni, il crimine dei militari argentini degli anni '70 possa rientrare al quarto posto nella graduatoria dei grandi crimini dell'umanità e contro di essa nel Novecento. Lascio da parte l'Inquisizione perché la sua azione si è svolta nei secoli passati e non si è conclusa nel giro di pochi decenni o pochi anni. E quindi la si può collocare fuori graduatoria.
Detto questo, le responsabilità dei vertici della Chiesa argentina (ma indirettamente anche di quella di Roma) sono gravissime. Tutti i principali dirigenti dell'epoca sono stati coinvolti moralmente, psicologicamente, sul piano informativo e nella consegna del tacere. Nessuno di loro si è differenziato, nessuno di loro ha denunciato nulla, nessuno di loro ha rinunciato alla carica che ricopriva pur di non assistere a quel mostruoso massacro, fatto anche di torture, menzogne, depistaggi e richieste di benedizioni cristiane. Queste non sono mai mancate. Così come non sono mancati rapporti amichevoli tra i carnefici militari, gli alti prelati e addirittura il nostro Licio Gelli della P2.
Pazzesco. Pio Laghi (capo della Nunziatura apostolica argentina) giocava a tennis col sanguinario Massera (a sua volta membro della P2). C'è chi dice «spesso»; lui dice «solo» 4 volte…
Non si può ovviamente condannare la Chiesa argentina in blocco, perché molti sacerdoti hanno cercato di opporsi, alcuni sono stati uccisi, apertamente come Mugica o desaparecidos come vari altri. Anche delle suore sono state uccise. Il tutto sempre senza alcuna protesta ufficiale da parte della gerarchia cattolica. I cognomi più celebri di questa gerarchia sono Laghi, Grasselli, Bergoglio, Aramburu, più o meno nell'ordine in cui li ho citati. Il silenzio della gerarchia sui sacerdoti torturati e uccisi ricorda quello di Pio XII sulle rappresaglie naziste e il suo legame stretto col Terzo Reich.
Per quanto riguarda Bergoglio, nella questione dei due poveri sacerdoti, Yorio e Jalics, diventa secondario stabilire fino a che punto egli sia stato coinvolto. Sulla base della documentazione si ha certezza fino al punto seguente: Bergoglio squalificò i due sacerdoti impegnati nel sociale tra i poveri, tolse loro la copertura della Chiesa ufficiale e quindi li lasciò inermi nelle mani dei torturatori. Se li abbia anche denunciati come delatore non si saprà forse mai e in fondo è secondario: quanto sopra già basta. Inoltre non fece nulla per salvarli per almeno cinque lunghissimi mesi. Se poi sia veramente interceduto al momento del loro rilascio, non si saprà forse mai. Tutte le attuali testimonianze a favore suo sono ridicolmente false e create post hoc. Così come lo sono i passi indietro compiuti da Jalics sul terreno della denuncia delle responsabilità di Bergoglio.
Ma a me il crimine nei confronti dei due sacerdoti (e almeno di altri due, stando a vecchie testimonianze) sembra niente rispetto alla complicità - più o meno attiva, più o meno silenziosa - con tutta l'operazione repressiva dei militari contro il popolo argentino e contro la sua parte più progressista. Capisco che per il sensazionalismo giornalistico è più importante cogliere il Papa con le mani nel sacco rispetto al sequestro dei due sacerdoti. Ma per la mia coscienza morale è molto ma molto più grave il coinvolgimento morale, sia pure passivo, sia pure indiretto in quel folle massacro ai danni della parte migliore del popolo argentino.
Riguardo a Verbitsky. Il suo primo articolo sui desaparecidos è di settembre del 1990. Da allora si è trasformato nella massima autorità sul tragico tema. Il suo primo libro El vuelo (Il volo, Fandango, 2006) uscì nel 1995. L'attuale libro [El silencio (L'isola del silenzio, Fandango, 2006)] uscì nel 2005, prima della morte del precedente Papa e quindi non in tempo per sapere che vi sarebbe stato un ballottaggio tra Ratzinger e Bergoglio. [Vai a capire perché già allora la stella di Bergoglio fosse ascesa così in alto… Una spiegazione viene quasi automatica, ma di ciò si può parlare in altro momento, rientrando essa nel campo della politica e non di denuncia della ferocia e della vigliaccheria umana.]
Il libro di Verbitsky contiene un capitolo supplementare, un epilogo per l'ed. italiana, in cui Verbitsky scrive:
«Una siffatta concomitanza [il ballottaggio tra Ratzinger e Bergoglio] ha conferito a questa inchiesta storica su fatti avvenuti tre decenni addietro nella ESMA un'attualità che non ho mai cercato e che non potevo prevedere, ma che non posso eludere ora che Benedetto XVI si avvicina agli ottant'anni e non è da escludersi che in un futuro conclave si prenda nuovamente in considerazione il nome di Bergoglio, che ha avviato un'aperta campagna di proselitismo».
Parole preveggenti che hanno precorso la scelta del conclave. E ancora: possibile che i cardinali lì riuniti ignorassero i trascorsi di Bergoglio? possibile che non avessero un'altra carta da giocare, magari sempre latinoamericana e ugualmente utile per contrastare lo spostamento politico a sinistra delle società latinoamericane e quindi, inevitabilmente, anche del loro clero?
Francamente non riesco a darmi una risposta a questi ultimi interrogativi.
L'epilogo quindi è stato scritto nel 2006, in tempi ancora insospettabili, mentre la documentazione fornita è tutta o quasi tutta degli anni '70. Questi dati cronologici rendono il libro serio, attendibile e inconfutabile (se non con la «scoperta» successiva di testimonianze e carte a discapito, sulle quali si chiederà un atto di fede, quasi come sulle stimmate di Padre Pio…).
Horacio Verbitsky
Resterebbe anche da chiedersi perché della traduzione del libro di Verbitsky in italiano nel 2006 si è parlato pochissimo nei giorni della nuova elezione. A parte il caso tragicomico mio (che il libro non sapevo di averlo in casa e ignoravo addirittura che esistesse in lingua italiana), rimane il fatto che è stato messo a tacere tutto subito. Il nome di Verbitsky non è affiorato seriamente da nessuna parte. E ovviamente nessuna televisione si è premurata di andarlo a intervistare (che io sappia, ma visto che non ho la televisione sono fonte poco attendibile…)
Non ti scrivo questo per aggiungere turbamento o per fare propaganda anticlericale. E non desidero nemmeno avviare una discussione sul tema (con la documentazione fornita da Verbitsky c'è poco da discutere: è un capitolo chiuso in termini storiografici). Lo faccio perché non ritengo giusto tacere su queste responsabilità della Chiesa argentina (e quindi su quelle di Bergoglio come Provinciale, capo supremo dei Gesuiti, al suo interno). Ciò non significa misconoscere o minimizzare ciò che di buono potrà fare papa Francesco. Lo dissi subito e lo confermo: ben venga ogni atto di progresso che questo Papa vorrà fare o stimolare. Significa semplicemente che devo dire ciò che è vero, storicamente vero e inoppugnabile - tacere (se interpellato) farebbe di me un complice postero o postumo della tragedia intercorsa.
Dopodiché i Cristiani possono anche perdonarlo, come è loro richiesto dalla dottrina evangelica (beh, non tutta - Zarcone docet…). Non vorrei però trovarmi nella posizione del cattolico o della cattolica argentina che abbiano perso dei parenti in quel periodo (in quel modo disumano) e che siano allo stesso tempo consapevoli della complicità delle alte gerarchie cattoliche. La dottrina chiederebbe anche a loro di perdonare. Ma sarebbe umano attendersi che essi possano riuscire a farlo?
E come corollario mi chiedo: esistono argentini parenti delle vittime dei militari che si sono sentiti violentati una seconda volta per l'elezione di Bergoglio al soglio pontificio, nonostante si conoscessero le sue responsabilità, pubblicamente perlomeno dal 2005?
E se esistono, è giusto che tacciano, in omaggio al principio del fine che giustifica i mezzi? Dixi et salvavi (parzialmente) animam meam.
Saluti,
Roberto
(4 dicembre 2013)
Caro don F.,
ho riletto l'articoletto che mi hai mandato (che non è l'articolo della Frankfurter, bensì un riassuntino fatto da uno dei più inattendibili grandi quotidiani italiani, cioè Repubblica). Tenendo conto che leggiamo solo frasi tratte dalle lettere di Bergoglio e niente di ciò che gli devono aver scritto i parenti implorando probabilmente il suo intervento [per i due sacerdoti gesuiti: Jalics e Yorio], ne ricavo alcune conclusioni logiche:
1) Il Neopapa (all'epoca Provinciale dei Gesuiti) non aveva fatto nulla o quasi nulla per liberare i confratelli, altrimenti avrebbe riferito qualcosa al fratello di uno dei due sacerdoti o ai parenti, magari senza nomi e cognomi, ma certamente riferendosi ad atti concreti. Foss'altro che per alleviare la pena dei parenti. (Aggiungo che se si fosse mosso, avrebbe sicuramente ottenuto dei risultati. In fondo i militari si erano permessi il sopruso solo perché lui aveva tolto la copertura ecclesiale a quei due poveri disgraziati. Poteva sempre rimettercela.)
2) Dice di aver sempre saputo che erano vivi, ma lo dice all'indomani della loro liberazione. Quindi o mentiva in quel momento (in realtà non ne sapeva più nulla) o non aveva fatto alcun passo concreto in precedenza, perché in tal caso avrebbe saputo che erano vivi e lo avrebbe comunicato ai parenti.
3) La pubblicazione di queste lettere risparmia allo studioso la fatica di andare a cercarne altre. Se esistessero, le avrebbero prodotte «loro». Pur di arrampicarsi sugli specchi, hanno deciso di gonfiare riferimenti insignificanti e ipocriti (dai quali però si arguisce che Bergoglio non aveva mosso un dito per i confratelli).
4) Fanno bene i giornali argentini che ricordano che il problema in quegli anni non era solo Bergoglio, ma l'insieme della gerarchia ecclesiastica connivente in un modo o nell'altro con i militari assassini. Bergoglio non era l'eccezione, ma la regola.
5) Ridicola l'accusa a Horacio Verbitsky di utilizzare vecchi materiali. E che deve fare un giornalista coscienzioso che si è già occupato nel passato di queste cose: deve inventarne di nuovi? Casomai dovrebbero giustificarsi i cardinali del Conclave che, pur esistendo da tempo questi materiali, hanno ritenuto ugualmente di poter nominare Bergoglio. (Domanda ingenua e maliziosa allo stesso tempo: ma veramente non potevano trovarne un altro, diciamo «incensurato», da eleggere?)
Emilio Massera
6) Oggi i giornali parlano di un comunicato della Corte suprema (giudiziaria?) argentina che scagiona Bergoglio da qualsiasi accusa di complicità con i militari assassini. Insomma, il vicario di Dio in terra esce assolto per insufficienza di prove da una sentenza dell'apparato giudiziario argentino. Fossi Dio mi arrabbierei un po'. Ma poi, al pensiero di quante ne ho dovute vedere nella storia della Chiesa degli ultimi duemila anni, ben peggiori di queste, mi calmerei e procederei al perdono, come ha generosamente fatto padre Jalics. Io (in quanto Roberto M. e non Dio) non ne sarei stato capace. Lo ammetto. Il perdono è una grande invenzione del Nuovo Testamento assente per lo più dall'Antico che non ha mai fatto breccia in me. Il perdono io posso intenderlo solo come un recupero, uno scambio alla pari: hai fatto tot male e la società ti perdona solo se ripaghi con tot bene. È un principio che in parte rientra nella moderna giurisprudenza volta al recupero del peccatore (criminale) piuttosto che al castigo.
7) Rimane il fatto che la macchia sul passato di papa Francesco esiste, è documentata, è pubblica, è conosciuta e si tramanderà nel tempo, passando di bocca in bocca, come del resto sta già accadendo sulla stampa e in Internet.
8) Vedo due conseguenze politiche, una cattiva e una buona: a) la cattiva è che papa Francesco dovrà essere grato al governo di Cristina Kirchner (o chi dopo di lei) per non aver voluto approfondire la vicenda e comunque per non aver voluto approfittare. Quindi Papa condizionabile da parte del governo argentino. b) La buona è che il nuovo Papa dovrà stare attento non solo a non benedire altri dittatori e feroci aguzzini (come hanno sempre fatto i suoi predecessori, da Paolo VI in poi), ma dovrà anche dimostrare con le azioni che quelli sono «errori di gioventù» e che oggi è diventato molto più buono, sia verso i poveri che verso gli oppressi. Chissà che alla fine non ci guadagnino qualcosa anche i gay e i malati terminali. Per l'atteggiamento verso le donne, invece, continuo a vederla brutta.
La parola all'Avvocato del diavolo (che in questo caso dovrebbe dimostrarsi favorevole alla santificazione di papa Francesco, al contrario di quanto accade nei processi di canonizzazione).
Saluti,
Roberto
(9 dicembre 2013)
Caro don F.,
sei libero di utilizzare il mio testo come meglio ti sembra. L'ho scritto in forma affrettata, ma avevo veramente chiuso le ultime pagine del libro di Verbitsky, quindi avevo tutto il contenuto fresco e presente alla memoria. Cosa che non si ripeterebbe tra una settimana o due. Se don Strazzari [autore di In Argentina per conoscere papa Bergoglio, Ed. Dehoniane, 2013] vuole farla circolare ulteriormente ha da subito il mio consenso.
Per Adolfo Pérez Esquivel vale il discorso che faccio da molti anni sulla nomenklatura filocastrista (che include un paio di decine di latinoamericani e rari europei). Sono persone arrivate alla gloria in momenti diversi (quando c'era l'Urss anche grazie alla diplomazia sovietica), ma per lo più grazie ai cubani (il Premio Casa de las Américas è stato il trampolino di lancio di quasi tutti - di grandi scrittori, ma anche di nullità). Tieni conto che una certa ripartizione delle onorificenze esisteva all'epoca della guerra fredda e influenzava anche i premi Nobel. Quelli per la pace, poi… Basti pensare che un anno premiarono Arafat e Begin insieme.
Della nomenklatura filocastrista (poi anche filochavista) più o meno filosovietica hanno sempre fatto parte l'argentino Pérez Esquivel e Rigoberta Menchú, tra i Nobel. Gli altri sono scrittori, poeti, cineasti che ai cubani (e fino a un certo punto ai sovietici) devono molto o tutto. E quindi si sdebitano restando a disposizione di Cuba e del Venezuela (con parentele secondarie a seconda dei paesi e degli eventi, in Bolivia, Brasile ecc.). Li riconosci facilmente perché sono sempre pronti a firmare tutto: che si tratti di dire che a Cuba non ci sono prigionieri politici o che gli Usa sono imbecilli (cosa verissima), le loro firme vengono raccolte nel giro di poche ore. E la firma di Pérez Esquivel non manca mai, ma proprio mai - come ho potuto verificare negli anni.
Quindi se costui si è rimangiato le cattiverie che aveva detto su Bergoglio qualche tempo prima con tanta celerità vuol dire che da Cuba gli è arrivato l'invito a farlo. Ed io capisco che Cuba, già spalancatissima ai due Papi precedenti che l'hanno visitata, non avesse nessuna intenzione di inimicarsi l'attuale Papa, che per giunta è latinoamericano. Ti dirò in più che Fidel Castro deve ancora farsi perdonare l'aiuto politico che diede in extremis alla Giunta assassina argentina quando questa cercò di salvarsi inventandosi la guerra delle Malvinas. Fu una cosa atroce che la sinistra finse di non vedere, ma che certamente ha lasciato degli strascichi in Argentina. Insomma, Pérez Esquivel è un tipico rappresentante della nomenklatura filocastrista (un tempo filosovietica), come lo è Frei Betto, per restare in campo religioso. Betto lo è in maniera più smaccata, Adolfo Pérez ecc. lo è in maniera più ufficiale.
Tu stesso, poi, adombri la possibilità che egli ricavi anche «adeguamenti redditizi». Adombra, adombra… perché c'è probabilmente anche questo, nel contesto però dell'autopromozione ormai pluridecennale di questa nomenklatura latinoamericana.
A risentirci,
Roberto
(9 dicembre 2013)
Caro don F.,
ho letto l'articolo di Chierici. Non ne capisco il senso. L'articolo mira addirittura a fare di Bergoglio un salvatore di vittime della dittatura, che è ciò che il Vaticano sta cercando di accreditare, ma guarda caso a decenni di distanza e solo per rispondere a Verbitsky. E mi stupisce che uno come Chierici si presti al gioco. Resta il fatto che l'articolo è pessimo, sembra scritto da un focolarino. Non cita alcun fatto documentabile (le testimonianze retrospettive a decenni di distanza non hanno valore «probatorio») e s'inventa che Verbitsky (di cui sbaglia addirittura a scrivere il nome) abbia riconosciuto di essersi sbagliato. Un giornalista come Chierici avrebbe il dovere di mettere una breve parentesi sul come e il quando ciò sarebbe accaduto. A me che seguo attentamente la vicenda, non risulta. Ma ovviamente posso sbagliarmi: di qui la necessità di indicarmi data e luogo. Altrimenti è puro menar fumo.
Divertente (ma in realtà macabro) il suo tentativo di mostrare la gerarchia cattolica divisa tra il vescovo militare Tortolo e Pio Laghi. In Argentina gli riderebbero dietro, perché il nome di Pio Laghi è ormai storicamente associato alla dittatura militare. È meglio che cerchi di salvare il nome di Bergoglio, perché quello di Laghi è insalvabile (davanti alla Storia e, se per caso esiste, anche davanti a Dio). Chierici sembrerebbe non aver letto il libro di Verbitsky, ma solo quello di Nello Scavo [La lista di Bergoglio, Ed. Missionaria Italiana, 2013] - un libro prevedibile e giustificativo. E già so che se mi capiterà di chiedergli come sia arrivato a scrivere un simile articolo, mi dirà che lui in fondo si è limitato a riportare la sostanza di Scavo, senza necessariamente condividerla. I giornalisti hanno sempre questa scappatoia, e anche per questo io mi offendo quando capita che nelle conferenze mi presentino come giornalista. Ciò che Grillo sta dicendo pubblicamente su questa ignobile casta oscurantista italiana è del tutto vero.
Papa Pio XII
Insisto, però, perché non ci si perda nel dettaglio, ma si abbia un quadro d'insieme di come si comportarono le massime autorità cattoliche nel periodo della guerra sucia argentina. Chi vuole intendere intenderà e chi vuole giustificare Bergoglio (che al momento debito dovrà anche essere fatto santo, come si tenta con Pio XII) lo giustificherà. Anzi, lo trasformerà in un salvatore di vittime, come Pio XII fu un salvatore di ebrei, al punto che, per meglio aiutarli, consentì che si desse rifugio ai gerarchi nazisti nei conventi e che di lì fossero aiutati a emigrare in America latina, soprattutto… toh, guarda caso… soprattutto in Argentina.
Buon inizio di settimana,
Roberto
(15 dicembre 2013)
Caro don F.,
mentre apprezzo il tono fraterno delle critiche che mi rivolge Carlos María Galli (che, pur dandomi completamente torto, mi riconosce una «alta valoración de la verdad histórica y del amor evangélico»), devo dire che non le condivido nella sostanza. L'argomento del non aver vissuto in Argentina è trito e ritrito. Nessuno di noi ha vissuto nei lager nazisti o nel Gulag staliniano, eppure parliamo di questi orrori, leggiamo libri e formuliamo giudizi non necessariamente giusti o uguali tra loro. Ci sono anche russi che hanno vissuto quel periodo, perso dei parenti e sono però convinti che il Gulag sia stato tutto sommato un bene. Idem per i nativi d'America, gli zingari o il povero popolo ceceno e così via.
L'argomento è fallace, perché potrei presentargli centinaia se non migliaia di argentini che hanno vissuto quel periodo e che gli darebbero torto. Per la cronaca, anch'io ho perso dei compagni tra i desaparecidos, ma questo non mi dà nessun vantaggio teorico.
Ciò che scrive Verbitsky (qui ridotto a un pennivendolo da strapazzo al servizio dei Kirchner) mi stimola ad approfondire la conoscenza del personaggio. Evidentemente si dev'essere scatenata contro di lui una campagna diffamatoria senza precedenti. Eppure il tono del suo libro era sereno e rispettoso nei confronti di Bergoglio.
Infine ho conferma di ciò che avevo anticipato fin dai primi giorni, e cioè che si sarebbe lanciata una campagna per dimostrare che Bergoglio si è impegnato seriamente per salvare le vittime del terrore negli anni della dittatura, anni in cui effettivamente avrebbe avuto la possibilità di fare qualcosa. E a questo riguardo la volontà agiografica fa perdere di vista i più semplici dettami della logica; ci si affanna a descrivere sotterfugi, appostamenti portuali o nascondigli nel cofano della macchina da parte sua - stiamo parlando del Provinciale dei gesuiti argentini, figura numero due o numero tre dell'apparato cattolico in quel Paese - e così facendo si devia l'attenzione dalla sua veste ufficiale, quella che gli avrebbe consentito di salvare apertamente, dall'«alto», non due, tre, quattro o cinque persone, ma centinaia e centinaia, se non migliaia.
E se ciò facendo fosse caduto vittima a sua volta del terrore, avrebbe lasciato un esempio imperituro, come l'arcivescovo Romero. Oggi la Chiesa cattolica avrebbe una bandierina in più (autentica) di cui esser fiera, invece di dover stare a mettere insieme i pezzi di un puzzle artificiale (totalmente postdatato) che consenta di beatificare Bergoglio, trasformandolo da complice morale della dittatura in un gesuitico Schindler. (Altra storia in gran parte falsa, pure quella di Schindler…)
In Italia abbiamo già assistito alla stessa procedura con Pio XII e le sue connivenze col nazismo. E se non ci fosse la comunità ebraica che continua a opporsi alla sua santificazione, anche questa vergogna passerebbe impunita.
Mi rendo conto, però, che in questa campagna contro la verità che cerco di difendere (con strumenti non miei, ma presi a prestito) - come in tante altre della mia vita (basti pensare a quella sulle vittime dello stalinismo, la denuncia delle complicità assassine di Togliatti ecc. che mi hanno visto pagare dei prezzi molto cari in un Paese come l'Italia) - alla fine sono costretto ad arrendermi. La potenza dell'apparato mediatico che si è mosso in difesa di Bergoglio è tale da triturare anche giornalisti celebri e robusti (sto ripensando anche all'articolo di Maurizio Chierici che mi hai mandato…). Fu lo stesso con l'apparato propagandistico del vecchio Pci (Pcus e Pc cubano inclusi).
Figuriamoci se posso contrastarla io una simile campagna. La questione è già diventata oggetto di fede: chi vorrà credere che l'alta gerarchia cattolica argentina in quegli anni non fu complice morale dello sterminio, continuerà a crederlo, pur non avendo la benché minima pezza d'appoggio: un telegramma, un comunicato, una protesta scritta, un gesto in televisione, un'intervista mirata, una via crucis espiatoria, un'intimazione di tono biblico, un libro pubblicato all'estero, una parola detta nel luogo giusto al momento giusto - niente, niente di niente di niente.
In fondo si torna sempre all'imperituro conflitto tra fede e ragione, rendendo sempre più lontano e utopico il motto di Anselmo d'Aosta (già espresso in parte da Agostino): non quaero intellegere ut credam, sed credo ut intellegam. Che anche in questo caso diventa un quaero credere ne intellegam.
Non mi riferisco a te e alla tua corretta posizione interrogativa - che apprezzo e rinsalda la nostra amicizia - ma ai libri che stanno pubblicando senza la benché minima documentazione che risalga a quegli anni e che sia quindi scevra da sospetti.
Roberto
(16 dicembre 2013)
09 dicembre 2015
Desaparecidos, chiamatemi Bergoglio.
Non volevo parlare nè del Papa, nè dell'operazione vergognosamente mediatica che in questi giorni si sta facendo con l'uscita del film a lui dedicato e con il Giubileo, perché mi ero riproposta di non occuparmi di ciò che non mi interessa. Però mi sembra giusto ora riprendere il discorso perché vedo con raccapriccio quanto tutto questo influenzi chiunque e quanto questo ottimo esponente manipolatore stia accreditando un'immagine simpatica, umana e gradevole alle masse credenti e non (in un momento tra l'altro in cui tende a crescere la contrapposizione cattolica all'islamismo). A questo proposito, mi sembra ottimo questo lungo ma esauriente articolo di Roberto Massari che ho trovato su www.utopiarossa.blogspot.com, dove, oltre alla recensione del film, vengono prodotte alcune documentazioni interessanti sulle responsabilità di Bergoglio all'epoca della dittatura argentina. Sono informazioni inedite, utili come antidoto alla mistificazione del film stesso.
08 dicembre 2015
Mai come quest’anno, trentacinquesimo anniversario, la morte violenta di John Lennon si riempie di significati e forti collegamenti con l’attualità.
-Armi: è stato ucciso con cinque colpi sparati da una Charter Arms calibro 38, acquistata liberamente alle Havaii, che nessun metal detector fermò quando il suo assassino volò a New York per attuare l’omicidio. Tra le tante cause pacifiste che John aveva abbracciato, c’era anche quella contro il commercio delle armi. Una campagna che ora prosegue la vedova Yoko Ono che ha postato su Facebook e Twitter la foto degli occhiali insanguinati di John Lennon, per una legge più restrittiva sul possesso di armi da fuoco, con queste parole: “Più di 1.057.000 persone sono state uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti da quando John fu ucciso”. Pochi giorni dopo, la strage di San Bernardino.
-Terrorismo: contro la violenza politica Lennon non ha risparmiato critiche e condanne senza appello. Il suo messaggio ai giovani era inequivocabile: “A cosa serve mettere le bombe a Wall Street? Se vuoi cambiare il sistema, cambia il sistema, non serve a niente ammazzare la gente. Se vuoi la pace non la otterrai mai con la violenza. Ditemi quale rivoluzione violenta ha funzionato. L’hanno fatto gli irlandesi, i russi, i francesi, i cinesi, e questo dove li ha portati? Da nessuna parte. E’ sempre lo stesso vecchio gioco. Chi guiderà il crollo? Chi prenderà il potere? I peggiori distruttori. Sono sempre loro ad arrivare primi. Quello che ho detto in molte mie canzoni è: cambiate la vostra testa. L’unico sistema per assicurare una pace durevole è cambiare la nostra mentalità: non c’è altro metodo”.
-ISIS: il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi vuole espandere con il terrore della jihad globale una nuova realtà statuale: confini, conquiste, leggi, potere. Esattamente il contrario della visione di Lennon che il primo aprile del 1973 annunciava la nascita di Nutopia. In una conferenza stampa si dichiara ufficialmente ambasciatore di Nutopia, un “paese concettuale” senza confini, senza muri, senza passaporti. La bandiera di Nutopia è un fazzoletto bianco e l’inno internazionale è inciso nell’album Mind Games: una traccia muta con 5 secondi di silenzio. Per diventare cittadini di Nutopia basta aderire alla sua Costituzione, che è il testo della canzone Imagine (Immagina che non esistano frontiere, niente per cui uccidere o morire). Tutti i cittadini di Nutopia sono suoi ambasciatori nel mondo. Lennon chiese all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di riconoscere il paese di Nutopia. Non fu preso sul serio, ma se oggi all’Onu ci fosse un seggio per Nutopia, forse avremmo una possibilità in più contro il Califfato.
-Guerra: tutto ciò che era in suo potere di fare contro la guerra, l’ha tentato. In primis contro la guerra del Viet-nam (1960-1975), restituendo l’onorificenza MBE da Baronetto per protestare contro il coinvolgimento della Gran Bretagna nell’industria bellica mondiale, organizzando il famosissimo concerto Live Peace in Toronto (13 settembre 1969); si coinvolge in manifestazioni, iniziative pubbliche, finanzia i movimenti pacifisti come la CND (Campaign for Nuclear Disarmament). Per il Natale del 1969 fa riempire le città americane e le principali capitali del mondo con giganteschi manifesti con la scritta “War is over” (“la guerra è finita – se tu lo vuoi”, firmati “con amore, John e Yoko, da NY”). Durante la campagna elettorale presidenziale del 1973, in ogni angolo d’America dove c’è un’iniziativa elettorale con Nixon, lì John organizza un concerto rock di protesta contro la guerra che attira migliaia di giovani invitati a disertare la manifestazione del partito repubblicano.
-Pace: il viaggio di nozze con Yoko (20 marzo 1969) diventa un’occasione per promuovere la pace nel mondo, inventando il “bed in”: una settimana in una camera da letto d’albergo, la numero 702 dell’Hilton di Amsterdam, lui e Yoko, a rilasciare interviste a giornali di tutto il mondo sul tema della pace. L’evento ha un successo enorme, e viene ripetuto nella suite 1742 del Fairmont Queen Elizabeth Hotel di Montréal, dove viene composta la canzone Give Peace a Chance, che è ora l’inno del movimento pacifista mondiale. Insieme a Yoko compra intere pagine dei giornali americani per pubblicare i loro pensieri di pace. E’ nell’ambito di quella campagna pacifista che John invia ad una cinquantina di leader mondiali e capi di Stato due ghiande ciascuno, dicendo loro di sotterrarle e guardare la crescita della quercia, così l’idea della pace gli sarebbe entrata in testa (un bel connubio di pace ed ecologia, che ci richiama alla conferenza COP21 di Parigi).
-Curiosità: il maresciallo Tito, allora capo della Jugoslavia, fu entusiasta dell’iniziativa e piantò le due ghiande nel cortile della residenza presidenziale di Belgrado. Le due ghiande sono cresciute e diventate due alte querce che oggi hanno 45 anni e costituiscono una sorta di monumento vivente alla pace in Serbia.
-Nonviolenza: John Lennon non è solo nostalgia. Era un artista completo, le sue opere ci parlano ancora oggi. Era un visionario, con uno sguardo proiettato nel futuro. Per questo i giovani di Parigi dopo la strage del Bataclan cantavano Imagine, che è un inno alla speranza.
La sua visione nonviolenta era molto chiara: “I fini non giustificano i mezzi. Dobbiamo imparare dai metodi utilizzati da Gandhi e da Martin Luther King. La gente ha già il potere; tutto quello che noi dobbiamo fare è prenderne coscienza. Alla fine accadrà, deve accadere. Potrebbe essere adesso o fra cento anni, ma accadrà. Credo che gli anni sessanta siano stati un grande decennio. Sono stati la gioventù che si è riunita e ha detto: crediamo in Dio, crediamo nella speranza e nella verità, ed eccoci tutti insieme in pace. I giovani hanno speranze perché sperano nel futuro e se sono depressi per il loro futuro allora siamo nei guai. Noi dobbiamo tenere viva la speranza tenendola viva fra i giovani. Io ho grandi speranze per il futuro”.
-Natale: infine, una risposta John Lennon la dà anche a coloro che brandiscono statuine del presepio e canti natalizi come un’arma contro il nemico, il diverso. E’ contenuta nel testo della sua canzone/manifesto Happy Christmas (War is over) – Buon Natale (la guerra è finita).
E così questo è il Natale (la guerra è finita)
per i deboli e per i forti (se lo vuoi)
per i ricchi e per i poveri (la guerra è finita)
il mondo è così sbagliato (se lo vuoi)
e così buon Natale (la guerra è finita)
per i neri e per i bianchi (se lo vuoi)
per i gialli e per i neri (la guerra è finita)
fermiamo tutte le guerre (adesso)
Fonte"Ci hanno fatto credere in una formula chiamata “due in uno”: due persone che pensano uguale, agiscono uguale, che solamente questo poteva funzionare. Non ci hanno detto che questo ha un nome: annullamento. Che solamente essere individui con propria personalità ci permette di avere un rapporto sano.John Lennon, Londra 1965
Ci hanno fatto credere che il matrimonio è d’obbligo e che i desideri fuori tempo devono essere repressi.
Ci hanno fatto credere che i belli e magri sono quelli più amati, che quelli che fanno poco sesso sono all’antica, e quelli che invece ne fanno troppo non sono affidabili, e che ci sarà sempre un scarpa vecchia per un piede storto! Solo non ci hanno detto che esistono molte più menti “storte” che piedi.
Ci hanno fatto credere che esiste un’unica formula per la felicità, la stessa per tutti, e quelli che cercano di svincolarsene sono condannati all’emarginazione. Non ci hanno detto che queste formule non funzionano, frustrano le persone, sono alienanti, e che ci sono altre alternative.
Ah, non ci hanno nemmeno detto che nessuno mai ci dirà tutto ciò. Ognuno di noi lo scoprirà da sé.
E così, quando sarai molto innamorato di te stesso, potrai essere altrettanto felice, e finalmente potrai amare qualcuno.”
Africa docet.
John Pombe Joseph Magufuli è un politico tanzaniano, eletto
Presidente della Tanzania in occasione delle elezioni presidenziali del
25 ottobre 2015 e in carica dal 5 novembre successivo. In un
mese ha già fatto capire di che pasta è fatto. Ha donato parte del suo
stipendio per curare alcuni malati che
erano ricoverati nelle corsie dell'ospedale maggiore. Erano stati
stanziati 250 milioni di scellini (pari a circa centodiecimila euro) per
la festa in onore della sua elezione. Ha detto che dieci milioni erano
sufficienti e con gli altri duecento quaranta bisogna comprare i letti
per l'ospedale maggiore. Ha annullato tutti i viaggi all'estero dei
dipendenti governativi. Solo lui può autorizzare questi viaggi. Ha
annullato tutti i convegni o riunioni per motivi politici, nei grandi
alberghi. Si devono utilizzare le aule comunali. Ha confermato che la
scuola sarà gratis e ha vietato a tutti i presidi di ricevere soldi per
le rette scolastiche. E' un grande! A quando qualcuno di simile anche da noi?
05 dicembre 2015
Musica, poesia, pittura.
Pare che Johann Wolfgang von Goethe abbia detto che si dovrebbe, almeno
ogni giorno, ascoltare qualche canzone, vedere un bel quadro, leggere una bella poesia e, se
possibile, dire qualche parole ragionevole. Se l'ultima cosa non sempre è
possibile fare, questa canzone mi pare la perfetta fusione fra musica e poesia: l'incontro spirituale fra due grandi artisti: Leo Ferrè (musica) e
Cesare Pavese (testo). Una stupenda poesia che racconta i semplici
desideri di un carcerato, che sogna di uscire e provare ancora le gioie
della vita. Ma quando uscirà, l'uomo solo si accorgerà che purtroppo la
vita ormai l'ha persa, che tutto gli è stato rubato.
Per quanto riguarda il quadro, fra tanti che mi piacciono, scelgo Giovanni Fattori, in particolar modo questo suo dipinto, che tanto mi ricorda la mia infanzia in campagna. Grazie a Furio che me l'ha ricordato.
L'uomo solo - che è stato in prigione - ritorna in prigione
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale.
Nella nebbia d'inverno
l'uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.
Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l'inverno
con l'odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene.
Uno crede,fin che è dentro uno crede.
Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri.
Bisogna guardali dai vetri.
L'uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino :
Il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla.
E anche il vino non sa che di nebbia.
L'uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati.
Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare.
Rivede lungo l'argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde.
Dà un fischio alla cagna.
e compare la lepre e non hanno più freddo.
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale.
Nella nebbia d'inverno
l'uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.
Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l'inverno
con l'odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene.
Uno crede,fin che è dentro uno crede.
Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri.
Bisogna guardali dai vetri.
L'uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino :
Il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
né di nulla.
E anche il vino non sa che di nebbia.
L'uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati.
Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare.
Rivede lungo l'argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde.
Dà un fischio alla cagna.
e compare la lepre e non hanno più freddo.
Per quanto riguarda il quadro, fra tanti che mi piacciono, scelgo Giovanni Fattori, in particolar modo questo suo dipinto, che tanto mi ricorda la mia infanzia in campagna. Grazie a Furio che me l'ha ricordato.
![]() |
| Giovanni Fattori (Livorno, 6 settembre 1825 – Firenze, 30 agosto 1908) Raccolta del fieno in Maremma - Collezione privata |
02 dicembre 2015
Tempismo.
Beh, devo dirlo, a volte mi scappa da ridere, forse perché sono stanca di sorprendermi di quanta poca logica siano dotate certe persone che, guardacaso e poveri noi, occupano posti di responsabilità.
Siamo in piena emergenza ambientale, lo sappiamo, ogni giorno la cronaca ci fa sapere di disastri ecologici. E' in corso a Parigi la conferenza sul clima (non che mi aspetti granchè, ma se ne parla molto, nel bene e nel male). Tutti, o perlomeno le persone più sensibili a questo problema, cercano di tenere comportamenti atti a contenere il degrado: raccolta differenziata, energie alternative, uso dei mezzi di trasporto ecc. ecc. Tutti, insomma, siamo più o meno consapevoli che se andiamo avanti così il nostro bel pianeta ci sputerà addosso le sue ire. Eppure c'è qualcuno che se ne viene fuori con un'idea fantastica:
targa e bollo per le biciclette e anche assicurazione, suppongo.
Ora, capisco che ci sia bisogno di fare cassa, ma quante persone sarebbero disposte a sottostare alle trafile burocratiche e a pagare anche per questo mezzo? Non è che preferiranno lasciarla in garage e utilizzare l'auto per la quale già pagano a sufficienza? E non è che così facendo si disincentiva l'uso di tale mezzo per spostarsi anche per brevi tragitti e aumentare di conseguenza l'inquinamento causato dagli scarichi? Senza contare che magari qualcuno usa la bicicletta perché non può permettersi la macchina.
Dice che sarebbe solo per le attività commerciali....ma non è la stessa cosa?
Dopo un acceso dibattito, Filippi ha poi affermato che l’emendamento presentato rappresenta una “norma contro abusivismo per disciplina settore commerciale”, ma il testo, così come è presentato, non fa menzione di attività commerciali e sembra estendere l’obbligo di targa e bollo a tutti i veicoli a pedali. Ma anche qualora l’emendamento dovesse essere modificato prevedendo l’applicazione solamente ad attività di natura commerciale, ci dovremo aspettare che la polizia fermi qualunque ciclista sprovvisto di targa che porti delle banalissime buste della spesa che penzolano dal manubrio perché sospettato di fare consegne a domicilio per il panettiere di quartiere.
Se l’emendamento è un tentativo per contrastare le attività della criminalità organizzata ormai immischiata anche nelle attività dei risciò per turisti nelle grandi città, probabilmente la dicitura dell’articolo di legge andrebbe rivista.
In ogni caso, a noi non resta che rilevare come di fronte all’ennesimo problema, il legislatore non trovi nulla di meglio da fare che iperburocratizzare qualunque attività.
Rimane la vocazione a tassare qualsiasi cosa coerentemente con l'abnorme pressione fiscale e rimane ben evidente il rifiuto sistematico a tagliare la spesa pubblica per mantenere strapuntini e prebende. Ed è pure evidente che dei problemi ambientali non gliene frega niente a nessuno, alla faccia dei disastri ecologici, delle guerre in ogni dove e della conferenza sul clima!
Parlando di biciclette,consiglio questa ricerca:
http://www.left.it/2015/12/01/in-bicicletta-per-ridurre-le-emissioni/
L’impressione che si ricava è che in molte città sia bici boom e che l’uso delle due ruote nei giorni feriali stia raggiungendo livelli davvero interessanti. Almeno un quinto degli abitanti di Ravenna, Rimini, Piacenza, Sondrio e Venezia-Mestre ormai stabilmente preferiscono questo stile di mobilità e anche a Pordenone, Biella, Pavia, Reggio Emilia, Novara, Padova, Pisa, Cremona la percentuale di domanda di mobilità soddisfatta dalle bici è estremamente positiva. A giovarne sicuramente saranno il clima e la salute, e anche noi potremmo dire di aver fatto la nostra parte e di non aver lasciato a faticare solo i grandi della terra chiusi a Parigi a discutere.
E se siete costretti a leggere un solo articolo a proposito del vertice di Parigi scegliete questo di Silvia Ribeiro:
http://comune-info.net/2015/12/guerra-e-clima-cop21/
Le forze armate e le guerre sono tra i maggiori responsabili di emissioni di gas serra e quindi del cambiamento climatico. Guerre per il petrolio, petrolio che causa il cambiamento climatico, caos climatico che rende ancora più esasperate e sanguinose le guerre che pertanto necessitano di maggiori quantità di petrolio: un mostro che si morde la coda. Malgrado questo, nel testo dei negoziati di Cop21, la parola “militare” non viene mai menzionata. E di sicuro, a Parigi, non se ne discute.
Siamo in piena emergenza ambientale, lo sappiamo, ogni giorno la cronaca ci fa sapere di disastri ecologici. E' in corso a Parigi la conferenza sul clima (non che mi aspetti granchè, ma se ne parla molto, nel bene e nel male). Tutti, o perlomeno le persone più sensibili a questo problema, cercano di tenere comportamenti atti a contenere il degrado: raccolta differenziata, energie alternative, uso dei mezzi di trasporto ecc. ecc. Tutti, insomma, siamo più o meno consapevoli che se andiamo avanti così il nostro bel pianeta ci sputerà addosso le sue ire. Eppure c'è qualcuno che se ne viene fuori con un'idea fantastica:
targa e bollo per le biciclette e anche assicurazione, suppongo.
Ora, capisco che ci sia bisogno di fare cassa, ma quante persone sarebbero disposte a sottostare alle trafile burocratiche e a pagare anche per questo mezzo? Non è che preferiranno lasciarla in garage e utilizzare l'auto per la quale già pagano a sufficienza? E non è che così facendo si disincentiva l'uso di tale mezzo per spostarsi anche per brevi tragitti e aumentare di conseguenza l'inquinamento causato dagli scarichi? Senza contare che magari qualcuno usa la bicicletta perché non può permettersi la macchina.
Dice che sarebbe solo per le attività commerciali....ma non è la stessa cosa?
Dopo un acceso dibattito, Filippi ha poi affermato che l’emendamento presentato rappresenta una “norma contro abusivismo per disciplina settore commerciale”, ma il testo, così come è presentato, non fa menzione di attività commerciali e sembra estendere l’obbligo di targa e bollo a tutti i veicoli a pedali. Ma anche qualora l’emendamento dovesse essere modificato prevedendo l’applicazione solamente ad attività di natura commerciale, ci dovremo aspettare che la polizia fermi qualunque ciclista sprovvisto di targa che porti delle banalissime buste della spesa che penzolano dal manubrio perché sospettato di fare consegne a domicilio per il panettiere di quartiere.
Se l’emendamento è un tentativo per contrastare le attività della criminalità organizzata ormai immischiata anche nelle attività dei risciò per turisti nelle grandi città, probabilmente la dicitura dell’articolo di legge andrebbe rivista.
In ogni caso, a noi non resta che rilevare come di fronte all’ennesimo problema, il legislatore non trovi nulla di meglio da fare che iperburocratizzare qualunque attività.
Rimane la vocazione a tassare qualsiasi cosa coerentemente con l'abnorme pressione fiscale e rimane ben evidente il rifiuto sistematico a tagliare la spesa pubblica per mantenere strapuntini e prebende. Ed è pure evidente che dei problemi ambientali non gliene frega niente a nessuno, alla faccia dei disastri ecologici, delle guerre in ogni dove e della conferenza sul clima!
Parlando di biciclette,consiglio questa ricerca:
http://www.left.it/2015/12/01/in-bicicletta-per-ridurre-le-emissioni/
L’impressione che si ricava è che in molte città sia bici boom e che l’uso delle due ruote nei giorni feriali stia raggiungendo livelli davvero interessanti. Almeno un quinto degli abitanti di Ravenna, Rimini, Piacenza, Sondrio e Venezia-Mestre ormai stabilmente preferiscono questo stile di mobilità e anche a Pordenone, Biella, Pavia, Reggio Emilia, Novara, Padova, Pisa, Cremona la percentuale di domanda di mobilità soddisfatta dalle bici è estremamente positiva. A giovarne sicuramente saranno il clima e la salute, e anche noi potremmo dire di aver fatto la nostra parte e di non aver lasciato a faticare solo i grandi della terra chiusi a Parigi a discutere.
E se siete costretti a leggere un solo articolo a proposito del vertice di Parigi scegliete questo di Silvia Ribeiro:
http://comune-info.net/2015/12/guerra-e-clima-cop21/
Le forze armate e le guerre sono tra i maggiori responsabili di emissioni di gas serra e quindi del cambiamento climatico. Guerre per il petrolio, petrolio che causa il cambiamento climatico, caos climatico che rende ancora più esasperate e sanguinose le guerre che pertanto necessitano di maggiori quantità di petrolio: un mostro che si morde la coda. Malgrado questo, nel testo dei negoziati di Cop21, la parola “militare” non viene mai menzionata. E di sicuro, a Parigi, non se ne discute.
01 dicembre 2015
Nobel alternativo a Gino Strada.
"La maggiore sfida dei prossimi decenni consisterà nell'immaginare, progettare e attuare le condizioni che permettano di ridurre il ricorso alla forza e alla violenza di massa fino al completo abbandono di questi metodi. La guerra, come le malattie mortali, deve essere prevenuta e curata. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, uccide il paziente.
L'abolizione della guerra è il primo e indispensabile passo in questa direzione.
Possiamo chiamarla "utopia", visto che non è mai accaduto prima. Tuttavia, il termine utopia non indica qualcosa di assurdo, ma piuttosto una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento".Gino Strada durante la cerimonia in cui ha ricevuto il Right Livelihood Award: The 'Alternative Nobel Prize', il Nobel “alternativo”
http://rightlivelihood.org/index.html
30 novembre 2015
Cos'è scandaloso?
Hollande ha dichiarato che gli incidenti scoppiati dopo che le manifestazioni contro il cambiamento climatico erano state proibite con la scusa del terrorismo, sono "scandalosi". Scandaloso è che il suo governo, come quasi tutti i governi occidentali e buona parte degli altri, abbia dato carta bianca alle multinazionali autorizzandole a consumare tutte le risorse naturali e a inquinare l'ambiente come se fossero loro e non dell'umanità presente e futura; scandaloso è che niente venga fatto per rallentare il cambiamento climatico malgrado l'allarme lanciato dagli scienziati; scandaloso è che quando qualcuno alla fine protesta contro gli sporchi interessi della finanza, venga intimidito e picchiato dalla polizia ("figli di poveri" i poliziotti lo erano negli anni sessanta, forse; oggi sono pretoriani ben pagati o fascistoidi); scandaloso è che uno degli artefici della destabilizzazione del Medio Oriente e dunque oggettivamente responsabile delle stragi che ne sono derivate utilizzi la scusa della sicurezza nazionale per stroncare ogni opposizione al regime liberista; scandaloso è che la sinistra francese sia così priva di idee e ideali da riuscire soltanto, nel disperato tentativo di conservare il potere (che perderà comunque), a fare e dire quello che farebbe o direbbe Marine Le Pen.
Non ci sarà alcuna speranza di riscatto e di salvezza finché i governi staranno al servizio del neocapitalismo globalista.
Non ci sarà alcuna speranza di riscatto e di salvezza finché i governi staranno al servizio del neocapitalismo globalista.
Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.
Il massacro di Sand Creek (chiamato anche massacro di Chivington o
battaglia di Sand Creek) si verificò il 29 novembre 1864, nell'ambito
dei più vasti eventi della guerra del Colorado e delle guerre indiane
negli Stati Uniti d'America.
Un accampamento di circa 600 nativi americani membri delle tribù Cheyenne meridionali e Arapaho, situato in un'ansa del fiume Big Sandy Creek (oggi nella Contea di Kiowa nella parte orientale dello Stato del Colorado), fu attaccato da 700 soldati della milizia statale comandati dal colonnello John Chivington, a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il governo statunitense. Visto lo scarso numero di guerrieri armati e capaci di difendersi presenti nel campo, l'attacco dei soldati si tradusse in un massacro indiscriminato di donne e bambini, con un numero di morti tra i nativi stimato tra le 125 e le 175 vittime (oltre ad altri 24 morti e 52 feriti tra gli stessi militari attaccanti); come riferito da molti testimoni oculari, i corpi dei nativi uccisi furono scalpati e in molti casi ripetutamente mutilati da parte dei soldati.
Un accampamento di circa 600 nativi americani membri delle tribù Cheyenne meridionali e Arapaho, situato in un'ansa del fiume Big Sandy Creek (oggi nella Contea di Kiowa nella parte orientale dello Stato del Colorado), fu attaccato da 700 soldati della milizia statale comandati dal colonnello John Chivington, a dispetto dei vari trattati di pace firmati dai capi tribù locali con il governo statunitense. Visto lo scarso numero di guerrieri armati e capaci di difendersi presenti nel campo, l'attacco dei soldati si tradusse in un massacro indiscriminato di donne e bambini, con un numero di morti tra i nativi stimato tra le 125 e le 175 vittime (oltre ad altri 24 morti e 52 feriti tra gli stessi militari attaccanti); come riferito da molti testimoni oculari, i corpi dei nativi uccisi furono scalpati e in molti casi ripetutamente mutilati da parte dei soldati.
Inizialmente dipinti come una "vittoriosa battaglia" contro nativi
ribelli, i fatti di Sand Creek furono poi oggetto di varie
investigazioni da parte dell'Esercito statunitense e del Congresso, le
quali espressero un severo giudizio sull'operato di Chivington e dei
suoi uomini; a dispetto di ciò, tuttavia, nessuna misura punitiva fu
presa nei confronti di alcuno dei partecipanti al massacro. I fatti di
Sand Creek provocarono attacchi di rappresaglia da parte dei nativi
contro gli insediamenti degli invasori europei, nonché un esodo di massa
delle tribù native dal Colorado orientale.
Episodio controverso della storia del Colorado e delle guerre contro i nativi dell'America del Nord, il massacro di Sand Creek ispirò poi svariate opere della cultura di massa; l'area teatro dei fatti è oggi protetta dal National Park Service come Sand Creek Massacre National Historic Site.
Episodio controverso della storia del Colorado e delle guerre contro i nativi dell'America del Nord, il massacro di Sand Creek ispirò poi svariate opere della cultura di massa; l'area teatro dei fatti è oggi protetta dal National Park Service come Sand Creek Massacre National Historic Site.
Emergenza di stato.
Mentre la Francia entrava in Stato d’Emergenza permanente, anche la capitale amministrativa e politica dell’Unione Europea è stata militarizzata e messa in totale stato d’assedio.
Uffici e scuole chiuse, strade deserte, metropolitana bloccata, pattuglie armate e mezzi blindati ovunque, rastrellamenti, perquisizioni, retate.
Ai cittadini è stato prescritto di non affacciarsi alle finestre, e se l’avessero fatto, di non comunicare a nessuno ciò che avrebbero visto.
Non è la trama d’un episodio di Black Mirror, né del prequel di The Walking Dead, è successo a Bruxelles, sta in gran parte ancora succedendo, ed è stato giustificato con la caccia a un singolo presunto terrorista, del quale non si sa bene neanche se sia ancora affiliato o già dissociato e in fuga anche dall’ISIS, e che comunque non è stato trovato.
Nessuno ha protestato più di tanto per la clamorosa sospensione della democrazia e dello stato di diritto, seguita ai roboanti proclami sull’imperativo categorico di difendere a ogni costo le conquiste della Civiltà Occidentale come la democrazia e lo stato di diritto.
Le prove tecniche di golpe sono perfettamente riuscite.
Non che le classi dirigenti abbiano davvero urgente bisogno d’un golpe militare vecchio stile, ormai la democrazia in Europa è appena un sipario, e neanche di velluto pesante, è una tendina della doccia di plastica trasparente.
Comunque adesso sappiamo per certo che in nome d’una sicurezza impossibile gli europei sono prontissimi a buttare nel cesso anche questa tendina, e consegnarsi a una dittatura militare che, nel loro interesse, gli vieta anche di affacciarsi alle finestre.
Intanto in Italia, Renzi promette di controbilanciare il giro di vite poliziesco con qualche elemosina alla “Cultura”.
“Per ogni telecamera nuova che viene installata vogliamo un nuovo regista teatrale che sperimenti” ha detto testualmente il nostro Cazzaro in Capo. Magari un nuovo regista che metta in scena una versione sperimentale di “1984” durante la quale tutti gli spettatori vengano schedati.
Non ci resta che aspettare che le telecamere di controllo riprendano uno scambio di bustarelle, perché le classi dirigenti italiche riscoprano la sacralità del garantismo, e l’inviolabilità della privacy. La loro.
Dopo il teatro sperimentale, quale altro baluardo della nostra Cultura il governo s’impegnerà a sostenere in funzione antiterrorismo? In questi giorni Salvini e Sallusti hanno molto insistito nel dire che il crollo della Civiltà Occidentale cominci nelle scuole che non fanno il presepe. “Uno dei principali Valori dell’Occidente” l’ha testualmente definito Sallusti di fronte a un’accigliata Gruber in giubbotto di pelle steampunk. Renzi potrebbe quindi decretare il presepe obbligatorio in tutti gli edifici pubblici e privati. Il decreto Cupiello.
A sostenere il vero principale Valore dell’Occidente, lo shopping più o meno natalizio, ci penserà l’indotto del giro d’affari bellico.
Alessandra Daniele.
Uffici e scuole chiuse, strade deserte, metropolitana bloccata, pattuglie armate e mezzi blindati ovunque, rastrellamenti, perquisizioni, retate.
Ai cittadini è stato prescritto di non affacciarsi alle finestre, e se l’avessero fatto, di non comunicare a nessuno ciò che avrebbero visto.
Non è la trama d’un episodio di Black Mirror, né del prequel di The Walking Dead, è successo a Bruxelles, sta in gran parte ancora succedendo, ed è stato giustificato con la caccia a un singolo presunto terrorista, del quale non si sa bene neanche se sia ancora affiliato o già dissociato e in fuga anche dall’ISIS, e che comunque non è stato trovato.
Nessuno ha protestato più di tanto per la clamorosa sospensione della democrazia e dello stato di diritto, seguita ai roboanti proclami sull’imperativo categorico di difendere a ogni costo le conquiste della Civiltà Occidentale come la democrazia e lo stato di diritto.
Le prove tecniche di golpe sono perfettamente riuscite.
Non che le classi dirigenti abbiano davvero urgente bisogno d’un golpe militare vecchio stile, ormai la democrazia in Europa è appena un sipario, e neanche di velluto pesante, è una tendina della doccia di plastica trasparente.
Comunque adesso sappiamo per certo che in nome d’una sicurezza impossibile gli europei sono prontissimi a buttare nel cesso anche questa tendina, e consegnarsi a una dittatura militare che, nel loro interesse, gli vieta anche di affacciarsi alle finestre.
Intanto in Italia, Renzi promette di controbilanciare il giro di vite poliziesco con qualche elemosina alla “Cultura”.
“Per ogni telecamera nuova che viene installata vogliamo un nuovo regista teatrale che sperimenti” ha detto testualmente il nostro Cazzaro in Capo. Magari un nuovo regista che metta in scena una versione sperimentale di “1984” durante la quale tutti gli spettatori vengano schedati.
Non ci resta che aspettare che le telecamere di controllo riprendano uno scambio di bustarelle, perché le classi dirigenti italiche riscoprano la sacralità del garantismo, e l’inviolabilità della privacy. La loro.
Dopo il teatro sperimentale, quale altro baluardo della nostra Cultura il governo s’impegnerà a sostenere in funzione antiterrorismo? In questi giorni Salvini e Sallusti hanno molto insistito nel dire che il crollo della Civiltà Occidentale cominci nelle scuole che non fanno il presepe. “Uno dei principali Valori dell’Occidente” l’ha testualmente definito Sallusti di fronte a un’accigliata Gruber in giubbotto di pelle steampunk. Renzi potrebbe quindi decretare il presepe obbligatorio in tutti gli edifici pubblici e privati. Il decreto Cupiello.
A sostenere il vero principale Valore dell’Occidente, lo shopping più o meno natalizio, ci penserà l’indotto del giro d’affari bellico.
Alessandra Daniele.
29 novembre 2015
A proposito della “promozione neo-comportamentista della sudditanza".
Spiega Renato Curcio in “L’impero virtuale. Colonizzazione dell’immaginario e controllo sociale”:
L’insieme dei dispositivi digitali di controllo istituisce sempre nuove condizioni di oggettiva sudditanza. Il loro accoglimento da parte degli utilizzatori tuttavia presenta anch’esso aspetti sorprendenti. Primo dei quali è la disposizione piuttosto indifferente, quando non decisamente collaborativa, della gran parte dei controllati alla sottomissione e all’obbedienza.
Disposizione costruita, certo, e tuttavia confusamente accolta senza opporre significative resistenze, forse perchè simmetrica ai dispositivi disciplinari intrinseci alle istituzioni d’impostazione capitalistica. Comunque sia, questa educazione alla sudditanza si attiene a un’impostazione pedagogica che, in sostanza, consiste nel premiare chi accoglie gli inviti all’auto-disciplinamento subalterno e punire in qualche modo chi vi si sottrae…
Con “sudditanza” intendo dunque questa acquiescenza passiva e a-problematica, questa abitudine inerte ad assumere su di sé la meta-narrazione delle imprese capitalistiche e a farsene attore e riproduttore obbediente nelle proprie pratiche quotidiane…
La promozione neo-comportamentista alla sudditanza svolge una funzione importante nella colonizzazione dell’immaginario. Per suo tramite infatti passa una normalizzazione diffusa della disponibilità a cedere per qualche briciola di consumo spazi di autonomia e di libertà personale. E ogni spazio ceduto accresce di un anello la catena invisibile della schiavitù mentale e della soggezione all’impero, così come ogni briciola ricevuta alimenta la propria complicità nella dipendenza…
Vale la pena di citare la riflessione già fatta a suo tempo da Marx: ‘La sicurezza è il più alto concetto sociale della società civile, concetto della polizia, secondo cui l’intera società esiste unicamente per garantire a ciascuno dei suoi membri la conservazione della sua persona, dei suoi diritti, della sua proprietà’…
È il dilemma che Vint Cerf, uno dei Padri fondatori di Internet, ha espresso con parole molto chiare: "Uno stato in cui la privacy è totalmente rispettata è uno Stato insicuro. Uno Stato in cui al contrario chi governa sa tutto dei propri cittadini è il massimo della sicurezza…"
Che va cerando Poletti, la scoperta del lavoro a cottimo?
Il ministro Poletti propone la fine del contratto in base alle ore di
lavoro, dice che è roba vecchia e che lo stipendio dovrebbe essere
erogato in base alle prestazioni raggiunte. Dice che c'è la tecnologia
che faciliterebbe il lavoro e che quindi non avrebbero più senso gli
stipendi percepiti in questo modo. Ma nemmeno Berlusconi (e lui lo
sa bene, visto che è un vero imprenditore ) è arrivato a dire questo!
Poletti, come tante altre persone comuni che nella vita non
si sono spaccati la schiena, non ha una minima idea del mondo del
lavoro: la maggior parte dei lavoratori hanno delle occupazioni
pesanti. Penso alla catena di montaggio, penso ai lavori negli ospedali,
RSA o case di riposo dove gli operatori si fanno un "mazzo tanto" e
provoca problemi fisici a medio termine. Penso ai braccianti, ai
manovali, alle commesse, ai magazzinieri. A tutti quei lavori dove si
richiede uno sforzo fisico non indifferente. Se si
dovesse prendere sulla parola il ministro, i datori di lavoro nei
confronti di questi lavoratori avrebbero l'autorità per dire: "Finchè
non hai finito, non vai a casa. Devi raggiungere l'obiettivo!". Già
siamo ritornati indietro ai tempi dell'800 quando il rapporto tra
lavoratore e imprenditore era individuale per contrattare, figuriamoci
con questo sistema.
Ma
andando più a fondo, questo è un sistema che già esiste, però in nero.
Poletti lo vorrebbe, in pratica, legalizzare. Quante persone,
magari costretti ad aprire la partita iva, fanno un lavoro subordinato
superando di gran lunga le otto ore per concludere al più presto delle
scadenze e senza lo straordinario pagato? Invece di combattere tutto
ciò, cosa si fa? Lo si legalizza. Il lavoro già è qualcosa di aberrante
in sé e molti di noi fanno un lavoro che non avrebbero mai voluto fare
nella vita. E questo è già di per sè frustrante. Non peggioriamo la
situazione.
Ma faranno sempre tutto ciò che vogliono perché quello che manca è la coscienza di classe e ognuno pensa per sé, senza combattere tutti insieme. Alla fine si riduce tutto ad un rapporto individuale con i datori di lavoro.
Hanno vinto loro.
Damiano Aliprandi
Ma faranno sempre tutto ciò che vogliono perché quello che manca è la coscienza di classe e ognuno pensa per sé, senza combattere tutti insieme. Alla fine si riduce tutto ad un rapporto individuale con i datori di lavoro.
Hanno vinto loro.
Damiano Aliprandi
25 novembre 2015
Gli imperialismi buoni non esistono.
Allora, vediamo se ho capito qualcosa:
i ribelli che, a quanto si dice, hanno ucciso i piloti russi sono i turcomanni in Siria che però non hanno nulla a che vedere con l'isis. E perchè avrebbero ucciso i piloti russi? Perchè la Russia non sta solamente bombardando l'Isis, ma sta bombardando soprattutto i ribelli anti Assad che non hanno nulla a che vedere con i fondamentalisti che vogliono creare lo stato islamico. Bombardano atrocemente usando perfino le famigerate bombe al fosforo, oltre che colpire luoghi civili . E perchè l'aereo russo è stato abbattuto dalla Turchia che sta decimando i curdi che combattono contro l'isis? I curdi, per quanto ne so, per combattere l'isis vengono aiutati anche dagli Usa, questi ultimi alleati nello stesso tempo della Turchia che fa finta di combatterla l'Isis e attacca i curdi; Usa alleati a loro volta anche con la Russia (nemica della Turchia ) per fare fronte comune al terrorismo internazionale. Curdi che però vengono decimati anche da Assad, alleato della Russia e Cina, proprio quelli che fanno il fronte comune assieme all'Europa e Usa contro il "terrorismo islamico globale". Curdi che poi sono sempre quelli della formazione politica del PKK che ancora viene definita terrorista sia dagli Usa che dalla Russia e dalla Siria, Turchia, Iran e Iraq.
Questo è quello che ho capito, ma mi sembra tutto un'assurdità.
Comunque la Turchia ha abbattuto l'aereo semplicemente perchè ha violato lo spazio aereo nonostante fosse stato avvisato più volte. E perchè tutto ciò? Sono strategie imperialiste che sono sfuggite di mano a tutti i protagonisti e probabilmente non ci stanno capendo nemmeno loro visto che gli scenari cambiano alla velocità della luce.
La conclusione è che non ci sono buoni o cattivi, qualsiasi guerra è un esercizio inutile e completamente sbagliato. Guerre che generano guerre, un terrorismo contro l'altro, e a pagare sono sempre e solo civili inermi.
La polvere il sangue le mosche e l'odore
per strada fra i campi la gente che muore
e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos'è
e tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi il perché
L'autunno negli occhi l'estate nel cuore
L'autunno negli occhi l'estate nel cuore
la voglia di dare l'istinto di avere
e tu, tu lo chiami amore e non sai che cos'è
e tu, tu lo chiami amore e non ti spieghi il perché
24 novembre 2015
Sensi di colpa.
Non ci ho mai creduto più di tanto, ma adesso mi viene davvero voglia di chiudere le orecchie alle parole che escono dalla bocca della classe dirigente di questo paese e non solo. Ma nemmeno sulla carta stampata si può più fare affidamento. Tutte le mattine seguo questo rituale mentre prendo la prima tazza di caffè: mi informo, leggo ascolto...e alla fine mi rendo conto di essere al punto di partenza. Ovvero: la somma delle cose ascoltate e lette, prescindendo dal tono usato dai protagonisti, dalla palese manipolazione del linguaggio e dei dati, dalla reiterazione delle parole fino alla perdita del significato, dall'enfasi strumentale al tema sul quale è opportuno tener desta l'attenzione per tenerlo lontano da altri temi, ecc..ecc.., ha come risultato un asse piallato. Non ne so più di prima, o meglio, sono informata di quello che succede, ma se voglio farmene un'idea devo prendere i dati essenziali, pulirli dagli orpelli della retorica opportunista e cercare di arrivare a quelle verità che non vengono mai dette e che si cerca di tenere nascoste in ogni modo. E' un lavoraccio! E spesso non ho gli strumenti, le mie analisi possono seguire la logica, l'istinto, l'esperienza, ma anche di queste non posso essere sicura fino in fondo.
E allora? E allora sempre più spesso spengo la porta del cervello dedicata all'ingresso delle informazioni e nell'attesa vana che i vacui protagonisti di questa oscura epoca storica si autoinfliggano pene corporali e spirituali di immane portata, baciati da chissà quale dio sulla fronte, mi dedico un po' ad altro. Leggo, ascolto musica (quando posso perchè, tra l'altro, devo anche lavorare), faccio cene con gli amici e passeggiate col cane.
Ed è a questo punto che mi sento in colpa. Sì, perchè rinchiudermi nel mio mondo mi sembra una mancanza di partecipazione, un lasciarmi andare ad un'indifferenza che odio e che ho sempre contestato. Poi, come se non bastasse, mi viene il dubbio che anche questo faccia parte di quella famosa manipolazione: spingere a non pensare, a sentirsi sicuri solo nel proprio bozzolo, ad occuparsi di nient'altro che di sè stessi e dei propri interessi.
E allora mi riprendo, mi scrollo di dosso l'apatia, mi dedico un minuto di silenzio per le occasioni perse di pensare autonomamente e di mandare affanculo qualcuno e mi riprometto di non lasciare più che qualche altro neurone si spenga in attesa del caffè.
E allora? E allora sempre più spesso spengo la porta del cervello dedicata all'ingresso delle informazioni e nell'attesa vana che i vacui protagonisti di questa oscura epoca storica si autoinfliggano pene corporali e spirituali di immane portata, baciati da chissà quale dio sulla fronte, mi dedico un po' ad altro. Leggo, ascolto musica (quando posso perchè, tra l'altro, devo anche lavorare), faccio cene con gli amici e passeggiate col cane.
Ed è a questo punto che mi sento in colpa. Sì, perchè rinchiudermi nel mio mondo mi sembra una mancanza di partecipazione, un lasciarmi andare ad un'indifferenza che odio e che ho sempre contestato. Poi, come se non bastasse, mi viene il dubbio che anche questo faccia parte di quella famosa manipolazione: spingere a non pensare, a sentirsi sicuri solo nel proprio bozzolo, ad occuparsi di nient'altro che di sè stessi e dei propri interessi.
E allora mi riprendo, mi scrollo di dosso l'apatia, mi dedico un minuto di silenzio per le occasioni perse di pensare autonomamente e di mandare affanculo qualcuno e mi riprometto di non lasciare più che qualche altro neurone si spenga in attesa del caffè.
23 novembre 2015
Dedicato alle donne curde che combattono l'ISIS
Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l’uragano,
tutte le porte.
Io vado... madre...
Se non torno,
la mia anima sarà parola...
per tutti i poeti.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l’uragano,
tutte le porte.
Io vado... madre...
Se non torno,
la mia anima sarà parola...
per tutti i poeti.
Abdulla Goran (Poeta curdo 1904 -1962)
19 novembre 2015
Il petrolio ha un suo prezzo, ma evidentemente non è solo quello espresso in dollari al barile.
E dopo aver detto tutto e molto di più, evocata ogni figura retorica, rivelati retroscena presunti e verosimili, precisata ogni più tenue sfumatura, che cosa resta? La disperazione di chi ha perso un familiare o un parente, il rimpianto per degli amici perduti, la rassegnazione e il disgusto dinanzi a un gioco troppo grande e che misura la nostra impotenza e il loro spregiudicato cinismo. La voglia di prendere le distanze da questo mondo che non è solo crudele ma soprattutto meschino.
A che cosa serve ampliare i poteri dei governi e degli apparati di polizia e di spionaggio? Ciò che accade è anche conseguenza di questi poteri fin troppo ampi e senza alcun effettivo controllo. Chi controlla i traffici di armi di ogni tipo e i flussi finanziari? Non sono sufficientemente ampi i poteri di chi da quasi quindici anni comanda guerre ininterrotte contro le popolazioni in gran parte inermi in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen?
Il presidente francese Hollande e le sue controparti negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, ecc. dichiarano che gli attentati di Parigi (e quello all’aereo russo?) sono “un atto di guerra”. Con quale ipocrisia possono sostenere questa cosa dopo che le guerre imperialiste hanno ucciso milioni di persone, devastato interi paesi e trasformato decine di milioni di persone in rifugiati?
Sì, d’accordo, c’è anche la guerra tra sciiti e sunniti, quella turca contro i curdi, il ruolo dei regimi del Golfo, ma sono guerre che utilizzano le identità religiose ed etniche per scopi politici e di potere. E soprattutto non dimentichiamoci che questi stati nazionali sono stati costruiti a tavolino dalle potenze europee senza tener conto di ciò che contenevano. Non deve dunque meravigliare che infine – dopo la sconfitta dei movimenti nazionalisti arabi – la via per liberarsi dall’oppressione dei regimi e delle monarchie del petrolio – dove le moschee sono l’unico spazio di libertà – l’islam diventi la base della rivolta politica.
Ecco dunque perché dobbiamo interrogarci anzitutto sul ruolo degli Stati Uniti e delle potenze europee come causa principale del disastro in atto da decenni. Il petrolio ha un suo prezzo, ma evidentemente non è solo quello espresso in dollari al barile.
Olympe de Gouges
A che cosa serve ampliare i poteri dei governi e degli apparati di polizia e di spionaggio? Ciò che accade è anche conseguenza di questi poteri fin troppo ampi e senza alcun effettivo controllo. Chi controlla i traffici di armi di ogni tipo e i flussi finanziari? Non sono sufficientemente ampi i poteri di chi da quasi quindici anni comanda guerre ininterrotte contro le popolazioni in gran parte inermi in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen?
Il presidente francese Hollande e le sue controparti negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, ecc. dichiarano che gli attentati di Parigi (e quello all’aereo russo?) sono “un atto di guerra”. Con quale ipocrisia possono sostenere questa cosa dopo che le guerre imperialiste hanno ucciso milioni di persone, devastato interi paesi e trasformato decine di milioni di persone in rifugiati?
Sì, d’accordo, c’è anche la guerra tra sciiti e sunniti, quella turca contro i curdi, il ruolo dei regimi del Golfo, ma sono guerre che utilizzano le identità religiose ed etniche per scopi politici e di potere. E soprattutto non dimentichiamoci che questi stati nazionali sono stati costruiti a tavolino dalle potenze europee senza tener conto di ciò che contenevano. Non deve dunque meravigliare che infine – dopo la sconfitta dei movimenti nazionalisti arabi – la via per liberarsi dall’oppressione dei regimi e delle monarchie del petrolio – dove le moschee sono l’unico spazio di libertà – l’islam diventi la base della rivolta politica.
Ecco dunque perché dobbiamo interrogarci anzitutto sul ruolo degli Stati Uniti e delle potenze europee come causa principale del disastro in atto da decenni. Il petrolio ha un suo prezzo, ma evidentemente non è solo quello espresso in dollari al barile.
Olympe de Gouges
18 novembre 2015
Non è occidentale, l’argine più forte all’avanzata dell’isis è composto da Donne curde e musulmane.
Queste Donne rappresentano la resistenza curda che da anni ormai
combatte i terroristi dell’Isis e va sottolineato che la maggior parte
di loro sono musulmane. Chi oggi resiste e combatte il sedicente stato
islamico in larghissima parte è musulmano. Ricordiamolo quando
rivolgeremo un plauso a chi scrive “bastardi Islamici”. Ricordiamolo
quando per la testa ci passerà l’illusione che la lotta dura l’abbia
cominciata l’occidente solo da un pugno di mesi. Ricordiamolo quando
pretenderemo che un miliardo e mezzo di musulmani prendano pubblicamente
le distanze dallo Stato Islamico, da qualcosa che di fatto non esiste,
quando il loro tributo di sangue e lotta quotidiano passa in sordina
solo in occidente. Ricordiamolo quando penseremo alla Turchia di
Erdogan, che è il primo e più utile interlocutore dei pasi occidentali,
che queste combattenti Curde le sta letteralmente massacrando.
Ricordiamolo, perché ci sono domande che aspettano ancora delle risposte
che una buona parte dell’occidente prima o poi dovrà dare, perché
questo cerchio del male, di terrore e di morte si dovrà chiudere ed in
questo cerchio la supremazia occidentale ha sempre occupato un posto
d’onore.
L'articolo completo qui.
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14 novembre 2015
C'è un altro gioco da inventare: far sorridere il mondo.
Fatale è che si parli di guerra, volendo pensare e aspirare alla pace. Se non ci fossero le guerre, forse non ci sarebbe bisogno di sostenere la pace, perché sarebbe quella la condizione naturale della vita umana. Invece bisogna conquistare la pace come conseguenza delle guerre. E nel mondo, oggi come sempre, ci sono tante, troppe guerre. Forse solo la poesia riesce a commuovere i cuori. E i poeti forse sono i veri profeti della pace.
I bambini giocano alla guerra
I bambini giocano alla guerra.
È raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
È la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.
Bertolt Brecht
I bambini giocano alla guerra.
È raro che giochino alla pace
perché gli adulti
da sempre fanno la guerra,
tu fai “pum” e ridi;
il soldato spara
e un altro uomo
non ride più.
È la guerra.
C’è un altro gioco
da inventare:
far sorridere il mondo,
non farlo piangere.
Pace vuol dire
che non a tutti piace
lo stesso gioco,
che i tuoi giocattoli
piacciono anche
agli altri bimbi
che spesso non ne hanno,
perché ne hai troppi tu;
che i disegni degli altri bambini
non sono dei pasticci;
che la tua mamma
non è solo tutta tua;
che tutti i bambini
sono tuoi amici.
E pace è ancora
non avere fame
non avere freddo
non avere paura.
Bertolt Brecht
Io non prego per Parigi.
Da ieri continuo a vedere dappertutto questi post e immagini “prayforparis”.
Al momento, pregare è esattamente il CONTRARIO di quello che dovremmo fare.
Pregare significa accettare passivamente quello che succede e fare niente per cambiarlo, tranne chiedere a una qualche non identificata potenza superiore di fare qualcosa al posto nostro.
È un concetto legato alle favole religiose: sii passivo e obbedisci, sopporta le cose negative nella tua vita, e sarai ricompensato col paradiso.
Stronzate. Molta gente dimentica che la RELIGIONE È LA CAUSA di quello che sta succedendo, la religione è lo strumento usato dai potenti per manipolare le masse più povere e convincerle a fare qualsiasi cosa, terrorismo incluso.
E qual è la soluzione suggerita? Preghiera. Altra religione.
E certo, già che ci siamo, perchè non proviamo a risolvere il problema dell’inquinamento immettendo ancora più veleni dell’aria?
Checcazzo, CRESCETE, GENTE, non ci sono dei e non ci sono demoni.
Quello che accade nel mondo è nostra responsabilità, il bene o il male sono merito nostro e colpa nostra.
Io non prego. Non chiedo a qualche amico immaginario che vive in cielo di cambiare le cose al mio posto. Io agisco per cambiare le cose nel mio piccolo: col mio modo di pensare, il mio stile di vita, faccio la mia piccola parte per cambiare la società in una migliore, fatta di persone con la mente aperta da consapevolezza, istruzione, rispetto, tolleranza, non chiusa da oppressione religiosa, ignoranza e lavaggio del cervello.
Io non prego, io penso.
Antonio Fiocco
Al momento, pregare è esattamente il CONTRARIO di quello che dovremmo fare.
Pregare significa accettare passivamente quello che succede e fare niente per cambiarlo, tranne chiedere a una qualche non identificata potenza superiore di fare qualcosa al posto nostro.
È un concetto legato alle favole religiose: sii passivo e obbedisci, sopporta le cose negative nella tua vita, e sarai ricompensato col paradiso.
Stronzate. Molta gente dimentica che la RELIGIONE È LA CAUSA di quello che sta succedendo, la religione è lo strumento usato dai potenti per manipolare le masse più povere e convincerle a fare qualsiasi cosa, terrorismo incluso.
E qual è la soluzione suggerita? Preghiera. Altra religione.
E certo, già che ci siamo, perchè non proviamo a risolvere il problema dell’inquinamento immettendo ancora più veleni dell’aria?
Checcazzo, CRESCETE, GENTE, non ci sono dei e non ci sono demoni.
Quello che accade nel mondo è nostra responsabilità, il bene o il male sono merito nostro e colpa nostra.
Io non prego. Non chiedo a qualche amico immaginario che vive in cielo di cambiare le cose al mio posto. Io agisco per cambiare le cose nel mio piccolo: col mio modo di pensare, il mio stile di vita, faccio la mia piccola parte per cambiare la società in una migliore, fatta di persone con la mente aperta da consapevolezza, istruzione, rispetto, tolleranza, non chiusa da oppressione religiosa, ignoranza e lavaggio del cervello.
Io non prego, io penso.
Antonio Fiocco
Il male oscuro dell'umanità.
Non si puo’ morire a vent’anni mentre si mangia una pizza o si ascolta
un po’ di musica e tutto intorno luccicano annunci di Natale. E’
successo ieri sera a Parigi ed è folle, insensato, purtroppo umano. Si,
umano. Sono gli uomini la specie vivente che e’ stata capace di
inventare ogni orrore, dalla guerra alla tortura, dal terrorismo
all’oppressione sistematica dei propri simili. Sono gli uomini che non
sembrano voler rinunciare, metter fine, a questa loro orrenda capacita’.
“ Dio lo vuole” e’ uno slogan che attraversa i secoli ed, ancor oggi,
rappresentanti di dei, trasformati nei peggiori mostri sanguinari,
benedicono le truppe prima di ogni massacro, perche’ la guerra questo
e’, massacro e distruzione. Nel nome della prepotenza e degli interessi
di pochi. Nessun popolo e’ stato mai arricchito dall’orrore. Le sue
elites, sempre. In queste ore drammatiche si parla di attacco alla nostra
civilta’ e ai nostri valori. Si mente, spudoratamente, probabilmente
mentre si progettano nuovi orrori. Sara’ un gran bel giorno quello in
cui coraggiosamente ed onestamente riconosceremo la nostra vera natura e
proveremo finalmente a farci i conti, dicendo basta, scrivendo la
parola fine alla nostra possibilita’ di uccidere altri, alla nostra
volonta’ di potenza sulla vita altrui. Quelli che hanno colpito Parigi
vanno fermati, resi incapaci di nuove simili gesta. Farlo sul serio
pero’ significa partire da noi stessi, da quello che abbiamo in comune
con loro. Chi pensa che basti dichiarare nuove guerre fa un errore
madornale e non e’ in buona fede. Sappiamo tutti che questa stagione di
terrore che sembra non finire mai ha sue origini precise. Una delle piu’
importanti e’ stata la guerra “umanitaria” in Iraq. E’ stato allora che si e’ scoperchiato il vaso di Pandora degli attuali
terrorismi che covavano nelle ceneri mai spente di un medioriente
afflitto da politiche di dominio ad esso straniere, regimi corrotti
nostri amici e la ferita annosa della questione palestinese. Quella
guerra, il massacro iracheno, costato centinaia di migliaia di vite
umane, fu una guerra di aggressione per lerci propositi. Giorni fa Tony
Blair ha ammesso che si e’ commesso un errore. Che si, non era vero che
quella guerra fosse necessaria per evitare a Saddam di utilizzare le sue
armi di distruzione di massa. Non le aveva. In un mondo serio, i Tony
Blair dovrebbero essere trascinati in tribunale. La loro liberta’
offende e, soprattutto, muove all’odio piu’ insensato tanta parte della
gioventu’ mediorientale. Nessun giustificazionismo da parte mia, ci
mancherebbe altro. Ho da sempre avuto disprezzo per chi uccide,
immaginatevi poi cosa possa provare per chi spara nel mucchio uccidendo
innocenti. Cerco solo di ragionare su cosa possa provare un padre
iracheno cui sia stata intelligentemente colpita la casa che conteneva
l’intera sua famiglia. O quel ragazzo che stava sposandosi e ha visto
morire la sua donna ed i suoi amici perche’ un drone erroneamente li
aveva scambiati per terroristi. O quella ragazza palestinese che da
quando e’ nata conosce le sole parole dell’orrore. Quello prodotto dalla
nostra “ civilta’ ”. E’ facile divengano preda dei signori del terrore.
E’ possibile che si sentano martiri nel momento che facendosi esplodere
dilaniando vite intorno a se. E gli esempi sarebbero, purtroppo,
infiniti. E chi sono poi questi signori del terrore? Chi li ha addestrati
ed armati? Quanti oscuri interessi e intrighi ne hanno protetto
l’esistenza ed armato le mani? Quante volte ce ne siamo serviti? La
Siria, ridotta a macerie e sangue, e’ solo l’ultimo tristissimo
esempio. Il terrore va fermato e devono essere i popoli della terra a
farlo. Potranno fermarlo solo idee e politiche nuove, spirito di pace e
cooperazione. Giustizia, giustizia vera, quella che non guarda in faccia
a nessuno, sul cui banco degli imputati un qualunque Ahmed e’ uguale ai
Bush e ai Blair. Bisogna riaccendere le speranze ed agitare nuove
bandiere, vessili credibili, non minacciosi emblemi di terrore ed
ingiustizia che pretendono di essere il contrario. Nessun’altra guerra,
da sola, potra’ mai riuscire a salvare il mondo dal suo male oscuro piu’
antico. L’incapacita’ di vivere alla pari con i propri simili e
rispettarli.
Silvestro Montanaro
Silvestro Montanaro
Capita a volte, sfogliando i giornali, di soffermarsi su un titolo e di non essere certi di aver letto bene.
E’ il caso della notizia pubblicata ieri da molti quotidiani: Picchia la moglie per 24 anni. Il giudice: "Non c’è colpa". E fa ancor di più strabuzzare gli occhi il sottotitolo. "La donna di fatto ha tollerato la condotta del marito".
In estrema sintesi e massima semplificazione: è accaduto che una donna, per il solo fatto di aver tollerato, sopportato, subito in silenzio le violenze del marito per quasi un quarto di secolo, violenze riconosciute dai giudici del Tribunale di Genova, non abbia diritto ad un pizzico di giustizia. Anzi, da vittima questa donna si è trasformata quasi in colpevole: la sua colpa è quella di aver aspettato troppo a mettere fine all’incubo, è rimasta troppo in silenzio. Dunque, stando all’interpretazione del Tribunale, nei fatti ha assecondato il comportamento del gentil consorte, a cui dunque non verranno addebitate le colpe della separazione. Alla donna non resterà nulla: ricomincerà a cinquant’anni la sua nuova vita con un bagaglio di sofferenze sulle spalle, che nessuno potrà cancellare, un plico di referti del pronto soccorso accumulati negli anni e nemmeno un indennizzo per quanto subito per gran parte della sua vita. Se avesse parlato prima, se avesse deciso prima di mettere fine a quel matrimonio sbagliato, se avesse spezzato prima quella catena, allora sì, forse il marito avrebbe pagato qualcosa per la sua condotta. I giudici, in questo caso, non hanno minimamente pensato che forse la pressione sociale può alimentare "il senso del dovere" di una donna che ha provato a tenere in piedi la famiglia a tutti i costi. Forse ha avuto paura di lasciare comunque quello che rappresentava una sicurezza. Forse bisognava tener conto delle difficoltà psicologiche di chi deve ammettere di essersi sbagliata legando la sua vita a quella di un uomo non all’altezza.
Già, troppi forse per mettercisi a pensare.
Sempre di ieri l'altra notizia similare: Picchia la moglie e la costringe a 7 aborti, allontanato da casa.
Dalle indagini della procura di Trani è emerso che la donna, quasi 10 anni fa, aveva provato a denunciare le violenze subite. Il marito, però, l’aveva costretta a ritirare la denuncia, con la minaccia di darle fuoco, insieme alle figlie e all’abitazione. Nelle scorse settimane la donna, dopo l’ennesima aggressione da parte del marito, ha riportato fratture e gravi ferite, tali da costringerla a ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso. Per questi fatti l’uomo è indagato per maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate. Ma direi che può stare relativamente tranquillo, perché ora ha il precedente fornitogli dal Tribunale di Genova. Dieci anni sono un bel po’ di tempo, dopotutto. Se a questa tizia è bastata la minaccia del suo picchiatore abituale per ritirare la denuncia significa che la cosa le va bene, no?
Fatemi capire: un reato cessa di essere tale se la vittima lo subisce per lungo tempo? Picchiare un altro essere umano e procurargli lesioni è sbagliato ed è un crimine, che la vittima abbia sopportato o meno, che abbia urlato o no, che abbia denunciato o no. E’ vergognoso e assurdo che certe sentenze vengano emesse con tale leggerezza e con così tanto biasimo per le vittime.
Ci sono troppe cose che rivelano l’insopportabile condizione cui ancora oggi sono costrette le donne, oltre ad evidenziare come talvolta la legge rischi pericolosamente di perdere il cuore del problema.
Resta l’amarezza, lo stupore e soprattutto la rabbia. E resta l’urgenza italiana di dare alle vittime di violenza tutto il supporto necessario per trovare la forza di denunciare immediatamente ogni abuso.
In estrema sintesi e massima semplificazione: è accaduto che una donna, per il solo fatto di aver tollerato, sopportato, subito in silenzio le violenze del marito per quasi un quarto di secolo, violenze riconosciute dai giudici del Tribunale di Genova, non abbia diritto ad un pizzico di giustizia. Anzi, da vittima questa donna si è trasformata quasi in colpevole: la sua colpa è quella di aver aspettato troppo a mettere fine all’incubo, è rimasta troppo in silenzio. Dunque, stando all’interpretazione del Tribunale, nei fatti ha assecondato il comportamento del gentil consorte, a cui dunque non verranno addebitate le colpe della separazione. Alla donna non resterà nulla: ricomincerà a cinquant’anni la sua nuova vita con un bagaglio di sofferenze sulle spalle, che nessuno potrà cancellare, un plico di referti del pronto soccorso accumulati negli anni e nemmeno un indennizzo per quanto subito per gran parte della sua vita. Se avesse parlato prima, se avesse deciso prima di mettere fine a quel matrimonio sbagliato, se avesse spezzato prima quella catena, allora sì, forse il marito avrebbe pagato qualcosa per la sua condotta. I giudici, in questo caso, non hanno minimamente pensato che forse la pressione sociale può alimentare "il senso del dovere" di una donna che ha provato a tenere in piedi la famiglia a tutti i costi. Forse ha avuto paura di lasciare comunque quello che rappresentava una sicurezza. Forse bisognava tener conto delle difficoltà psicologiche di chi deve ammettere di essersi sbagliata legando la sua vita a quella di un uomo non all’altezza.
Già, troppi forse per mettercisi a pensare.
Sempre di ieri l'altra notizia similare: Picchia la moglie e la costringe a 7 aborti, allontanato da casa.
Dalle indagini della procura di Trani è emerso che la donna, quasi 10 anni fa, aveva provato a denunciare le violenze subite. Il marito, però, l’aveva costretta a ritirare la denuncia, con la minaccia di darle fuoco, insieme alle figlie e all’abitazione. Nelle scorse settimane la donna, dopo l’ennesima aggressione da parte del marito, ha riportato fratture e gravi ferite, tali da costringerla a ricorrere alle cure dei medici del pronto soccorso. Per questi fatti l’uomo è indagato per maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate. Ma direi che può stare relativamente tranquillo, perché ora ha il precedente fornitogli dal Tribunale di Genova. Dieci anni sono un bel po’ di tempo, dopotutto. Se a questa tizia è bastata la minaccia del suo picchiatore abituale per ritirare la denuncia significa che la cosa le va bene, no?
Fatemi capire: un reato cessa di essere tale se la vittima lo subisce per lungo tempo? Picchiare un altro essere umano e procurargli lesioni è sbagliato ed è un crimine, che la vittima abbia sopportato o meno, che abbia urlato o no, che abbia denunciato o no. E’ vergognoso e assurdo che certe sentenze vengano emesse con tale leggerezza e con così tanto biasimo per le vittime.
Ci sono troppe cose che rivelano l’insopportabile condizione cui ancora oggi sono costrette le donne, oltre ad evidenziare come talvolta la legge rischi pericolosamente di perdere il cuore del problema.
Resta l’amarezza, lo stupore e soprattutto la rabbia. E resta l’urgenza italiana di dare alle vittime di violenza tutto il supporto necessario per trovare la forza di denunciare immediatamente ogni abuso.
11 novembre 2015
Venti anni fa in Africa uccisero la poesia.
Lo accusarono di terrorismo e lo impiccarono, esattamente venti anni fa.
Il suo unico torto era affermare a voce alta, per giunta in versi, il
diritto della sua gente a non essere derubata, in un colpo solo, sia
delle proprie ricchezze che della bellezza della terra in cui vivevano.
La sua sentenza fu scritta dalle multinazionali petrolifere, Shell in
testa, nuovi padroni del Delta del Niger, cioè di quella parte di
Nigeria che è un autentico e immenso pozzo di petrolio. Un pozzo che
avvelena l'ambiente dei residenti e distribuisce ricchezza solo e sempre
altrove. A Port Arkut, capitale di questo bengodi, l'elettricità è
per pochi. La notte si illumina di povere candele.
Ken Saro Wiva era poeta e scrittore di grandissimo valore. Consiglio a tutti il suo Sozaboy, straordinario racconto di quella grande fucina di romanzo popolare che è la Nigeria. Era una delle tante facce di un'Africa a testa alta, quasi tutte eliminate dalla furia di interessi famelici che a quel continente guardano solo come ad una preda.
Recentemente Shell è stata condannata a rimborsare con una ottantina di milioni i danni provocati all'ambiente. Poca cosa visto che gli esperti affermano che ci vorranno 30 anni per rimettere a posto le cose e tantissimo denaro in più per risanare ciò che decenni di svernamenti tossici hanno imputridito. Ovviamente a partire da una vera decisione di farlo.
Quella decisione è di là da venire. La ricchezza viene estratta a mani basse e vola via. L'avvelenamento continua. Il colonnello che firmò la condanna a morte di Ken Saro Wiva è appena stato nominato direttore nazionale delle dogane. Il nuovo presidente nigeriano è un generale golpista già stato al potere in anni in cui alle compagnie petrolifere tutto venne concesso.
"Fate ballare insieme la vostra rabbia e la vostra voglia di vivere…
faranno tacere ogni fucile crudele…
Ballate, danzate….".
Ken Saro Wiva non perse mai la speranza. Sapeva che quella più vera non e' il povero sogno di un solo individuo. Quella vera marcia inesorabile sulle gambe dei tanti che hanno giusta rabbia e tanta legittima voglia di vivere. Contro di essa nessuna fune e nessuna arma potranno mai niente.
Ken Saro Wiva era poeta e scrittore di grandissimo valore. Consiglio a tutti il suo Sozaboy, straordinario racconto di quella grande fucina di romanzo popolare che è la Nigeria. Era una delle tante facce di un'Africa a testa alta, quasi tutte eliminate dalla furia di interessi famelici che a quel continente guardano solo come ad una preda.
Recentemente Shell è stata condannata a rimborsare con una ottantina di milioni i danni provocati all'ambiente. Poca cosa visto che gli esperti affermano che ci vorranno 30 anni per rimettere a posto le cose e tantissimo denaro in più per risanare ciò che decenni di svernamenti tossici hanno imputridito. Ovviamente a partire da una vera decisione di farlo.
Quella decisione è di là da venire. La ricchezza viene estratta a mani basse e vola via. L'avvelenamento continua. Il colonnello che firmò la condanna a morte di Ken Saro Wiva è appena stato nominato direttore nazionale delle dogane. Il nuovo presidente nigeriano è un generale golpista già stato al potere in anni in cui alle compagnie petrolifere tutto venne concesso.
"Fate ballare insieme la vostra rabbia e la vostra voglia di vivere…
faranno tacere ogni fucile crudele…
Ballate, danzate….".
Ken Saro Wiva non perse mai la speranza. Sapeva che quella più vera non e' il povero sogno di un solo individuo. Quella vera marcia inesorabile sulle gambe dei tanti che hanno giusta rabbia e tanta legittima voglia di vivere. Contro di essa nessuna fune e nessuna arma potranno mai niente.
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