01 maggio 2019

Mauro Macario: Lettera a Léo Ferré.

Maestro,
ti scrivo da un’epoca non epica come avevi predetto a gola aperta, dove la vergogna globalizzata è vissuta come orgoglio e l’orgoglio autentico viene bonificato con i lanciafiamme mediatici, in campagne di guerra subliminali ad opera di squadre istituzionali di disinfestazione che allargano a tutta la collettività il compito di sradicare il talento ovunque si trovi, un lavoro sporco per desfogliare la pelle ustionata da questo napalm oscurantista e da altre sottili innovative forme di sterminio cerebrale di stampo tecno-omologante che abilmente mimetizzate non sono riconoscibili, ma forse, per estremo paradosso, sono più feroci delle camere a gas perché ci lasciano vivi dopo aver asportato a crudo la nostra parte migliore, censurata e disattivata, esponendola al museo criminale degli irriducibili. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Un disegno planetario perverso che mira in modo sistematico a recidere la memoria morale e culturale del più recente passato umanistico e dei loro protagonisti di riferimento. Le generazioni del nuovo ordine saranno così riformattate e il back up non salvato assicurerà l’archiviazione del sogno. Una società di decapitati non pensa più, agisce meccanicamente secondo le coordinate dettate da poteri unificati che concertano in sabba segreti la modificazione genetica, in senso interpersonale, di un’intera civiltà. Una tecnica dell’oblio, della cancellazione, per destituire il reattivo e pianificarlo all’asservimento acritico. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Lo strumento che misura la temperatura dell’uomo degno è un termometro freddo e, malgrado il riscaldamento del pianeta, registra una febbre da obitorio, un’epidemia senza antidoto da laboratorio americano, una lapide sferica di cristallo attraverso la quale si vede il futuro dove veramente andremo su e giù per gli argini imparando a memoria i libri da tramandare, e fonderemo anche scuole clandestine per l’emozione appresa o rappresa. L’anatomo patologo di regime non dividerà più il cuore dal cervello, si troverà davanti a un organo mai visto: l’immaginario. Un organo carico di rivolta che segnala il soggetto ormai collassato e la sua sostituzione con l’oggetto: un modo come un altro per conquistare l’eternità spirituale della merce inanimata. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Nel mio tempo di revisionismo antropologico, antro-ideologico, e di andropausa, ristabilisco termini ritenuti obsoleti: imperialismo, sopraffazione, sfruttamento. Gli artisti, ogni mattina, preparano i documenti d’espatrio, e ogni notte lasciano in silenzio il paese reale per andare nell’altrove, quella terra promessa, onirica e visionaria, parallela alla nostra, che tu cantavi con accesi toni salvifici attraverso la poesia in musica, tra struggimenti e requisitorie. Verranno a cercarci anche lì per farci a pezzi, ma li aspetteremo a Little Big Horn. Gli artisti che “da ventimila anni cantano nel deserto”, oggi nel deserto sono sepolti. Ti scrivo dunque da un’epoca non epica dove il senso del mito si confronta e si scontra con la logica derisoria del pragmatico; e perde. Lo si studia come un reperto paleontologico. La “tensione verso” che animava le stagioni luminose delle utopie, rimane così, moncata nella conclusione, incompleta nella frase, sbigottita nel gesto amputato, come un fotogramma che blocca a mezz’aria un tuffatore mentre sta per saltare dal trampolino e d’improvviso non sa più dove andare. Decidere in volo è difficile, volare con le ali recise ancora di più. La definizione di genio, in sede contemporanea, suscita l’ottusa ironia di certa casta intellettuale che la adotta solo per quei casi storicamente conclamati, privi di rischio, e mai come voce fuori dal coro. In definitiva è il senso del sogno, la perdita emorragica del nostro tempo, e gli investigatori privati del verso poetico che ostinatamente ancora lo cercano, vengono contrastati dai servizi segreti delle multinazionali. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Quando mi chiedono in che cosa consiste il senso (residuo) del poeta oggi, faccio un attimo di silenzio e con gli occhi rivolti nel chissà dove, penso a te, maestro mio, perché la tua assenza pesa sul mondo e il mondo l’ignora, perché sono il guerrigliero di una battaglia solipsistica che ha come finalità di insediarti con i tuoi versi acustici in una terra apolide, in una dimensione atemporale. E ‘ la fraternità a distanza del poeta longitudinale e latitudinale. Io ti ricordo in una polvere d’oro nelle estati toscane, quando nella tua folle saggezza mi istigavi all’insurrezione entroflessa dicendomi: bisogna disimparare tutto. Così contagiato di vaiolo poetico attraversavo l’Eldorado del tuo verso cantato per arrivare al lazzaretto del mio e non più morirne. Io ti ricordo con la tenerezza del lupo che angelicava il tuo sguardo di muta adozione una sera a Parigi brindando alla mia rinascita dopo aver pianto per la tua capacità di eviscerarmi l’anima ad ogni brano, in scena, e trapiantarmi nell’altrove da cui non sono più tornato. Su quel palco ho visto il Novecento cantare i secoli precedenti in una reincarnazione sinfonica di tutti i poeti e di tutti i musicisti ricongiunti in una voce sola, allo scoperto, sotto i riflettori, fuori dalle loro tombe dove i becchini accademici li avevano sotterrati. Non c’è arte maggiore o minore. O canzone magica, commovente, miracolosa, corpo sonoro che da me si stacca e mi rappresenta in dimensioni sconosciute! La poesia morirà in un dormitorio pubblico. Mangiamo pane e merda e abbiamo sempre fame. E’ il menù neoliberista à la carte. La maggioranza, allineata e servile, ha tradito se stessa decretando così tante condanne a morte in tempo di pace, da fregare la rivoluzione francese. Involucri transgenici si riversano nelle strade come ologrammi darwiniani non ancora eretti. Il paese del sole gelido s’è trasformato, ha perso la sua identità, e gli antenati inceneriti tacciono nei loculi mnemonici. Squallidi dilettanti senza diritto di cittadinanza prevaricano gli artisti ortodossi relegandoli negli spazi amatoriali. Il nanismo nazionale cresce a dismisura grazie agli anabolizzanti di una dirigenza subeditoriale. Digiti uno, digiti due, digiti tre. Noi veniamo da un tempo lontano di bistrot e barricate, di nudi corpi in amore, e canti vigorosi di rivolta, noi siamo gli sciamani del sogno selvatico e della libertà estrema, gli angeli neri della A cerchiata, ma il cerchio si chiude intorno al collo come un cappio, l’assedio ci annienta; e quando cadrà l’ultima strofa, l’ultimo alessandrino, il sonetto limpido, quando cadrà l’ultimo verso belligerante, sul campo delle rovine tra i fumi della sera, il grande cadavere del mondo giacerà imploso. E sarà un bene per tutti.

Mauro Macario

Sarzana, 9 ottobre 2006


16 aprile 2019

Notre Dame de Paris.

Può sembrare esagerato sentirsi un po' morire dentro di fronte a Notre Dame che brucia, in un momento così drammatico per il mondo e l'umanità. Ma non lo è. Soprattutto per noi umani del terzo millennio che non lasceremo nulla agli umani del 3000 e degli anni a venire, a testimonianza del tempo che abbiamo vissuto. Soprattutto per noi umani contemporanei che viviamo senza storia, senza simboli, senza memoria, inariditi e deprivati della cultura. Notre Dame brucia e non ci sarà più lo skyline lungo la Senna di quella Parigi che amo e che è una delle case del mio cuore da sempre. La potenza simbolica di questo capolavoro della cultura di ogni tempo si sente in questo stringersi del mondo intero intorno a Parigi, come schiaffeggiato dalla storia. Quelle fiamme ricordano a questo mondo, distratto e immiserito dentro, quanto la cultura sia dentro di noi e quale bene prezioso da proteggere sia. E ora più che mai è importante tenerla sempre al primo posto: nella politica, nella vita, nel confronto con gli altri. E oggi amo quelle migliaia di parigini che in coro hanno cantato una preghiera per la salvezza di Notre Dame de Paris e ancora una volta ho capito perché amo così tanto la Francia.



Notre Dame de Paris è stato il primo romanzo di successo di Victor Hugo scritto in un periodo storico in cui i monumenti gotici erano mal visti e già molti erano stati abbattuti.
Hugo temeva che anche la Cattedrale stesse per essere demolita e decise di battersi a favore di essa con degli editoriali contro quelli che egli definiva i "demolitori". Il romanzo ebbe un successo straordinario e migliaia furono i visitatori che andarono ad ammirare la cattedrale.
Purtroppo oggi invece dobbiamo assistere attoniti a questa spaventosa scena. Speriamo che i danni non siano troppi e che la struttura non sia compromessa
Per chi volesse qui c'è un riassunto dell'opera.

12 aprile 2019

A proposito di Ratzinger e delle sue esternazioni su pedofilia e '68, è bene non dimenticare che il clero, da sempre, ha predicato bene e razzolato male (è evidente che qualche eccezione c'è ma non è la regola).
Il problema non è rappresentato dalle affermazioni di Ratzinger ma da chi concede loro spazio e modo di parlare di questioni sociali, politiche ed economiche, fuori dai luoghi di culto.
Quello è il loro pulpito, e lì devono restare.

10 aprile 2019

Rughe.

Ho tanti specchi in casa ma non mi ci guardo spesso, giusto la mattina quando mi vesto, così, tanto per essere sicura di piacermi almeno un po'. Però a volte mi soffermo sul mio viso. Lo vedo ora con le rughe, la piega della bocca e quell'ombra negli occhi. E scopro di non ricordare com'era prima, senza i segni del tempo. Certamente è cambiato, come sono cambiata io. Non c'è storia senza riflessi e quei riflessi si traducono in un'insolita mappa dove si vede il percorso fatto ma non quello che sarà: semplicemente non si torna indietro. Confesso di non aver fatto molto per ritardare questa evoluzione perché non la considero una disfatta ma piuttosto un adeguamento ai mutamenti delle situazioni e delle consapevolezze. L'ho ribadito diverse volte: non penso alla vecchiaia come ad una resa al destino crudele, anzi, ritengo che sia una buona occasione per liberarsi dagli stereotipi e di conseguenza considero i suoi effetti uno specchio del vissuto del quale non posso certo liberarmi. E siccome non ho possibilità né tanto meno ragioni per rinnegare ciò che ho vissuto, guardo con affetto quelle espressioni mature, quei simboli di gioie, dolori, vizi e virtù che hanno attraversato il mio corpo e la mia mente. Ecco dove sono i ricordi, in quello specchio che riflette un viso a volte stanco, a volte leggero, a volte deciso e coraggioso anche se non può. Un viso che mi dà la consapevolezza dell'insieme dei miei giorni. Rinnegarlo sarebbe un controsenso. Non so come mi vedono gli altri, se quell'immagine riflessa nello specchio vale anche per loro. Spero di sì, è solo così che mi racconto senza paure.

Escher: Goccia di rugiada 1948

22 marzo 2019

Oscurantismo.

World Congress of Families XIII

Le linee guida del convegno in sintesi:
-La donna esaltata come strumento di procreazione, che per il governo pentafascioleghista deve appartenere alla razza bianca, da contrapporre a quella africana e asiatica, colpevoli entrambe di voler rendere meticcia la italica società ariana.
-I figli ridotti ad oggetti di contesa.
-La violenza domestica come inevitabile sfogo del maschio.
-L’omosessualità come malattia da curare e, per taluni relatori, come delitto da punire ma non con la pena di morte (lo hanno pure puntualizzato!!).
-L’aborto, compreso quello terapeutico, inteso come omicidio, nella incapacità di distinguere un embrione da un bambino, e auspicando tutela medica e giuridica solo per un ovulo accidentalmente incrociato con uno spermatozoo, giammai per la donna che lo ospita.
Questa è l’ideologia che attraversa questa esperienza di imbecillità alla tredicesima edizione.
Ma questi, a ben vedere, sono i fondamenti del cattolicesimo e chi non li condivide è accusato di satanismo.
I partiti che si rivolgono al cattolicesimo con deferenza sono politicamente responsabili della deriva antiumanitaria alla quale stiamo assistendo. La Presidenza del Consiglio alla fine non ha ritirato il patrocinio, quindi, formalmente, anche il M5S resta politicamente responsabile di questa ignobile kermesse, e la presa di distanza di Di Maio, a questo punto, è interpretabile come semplice opinione personale e come tale vale quanto un rotolo di carta igienica usato.
E’ il XIII congresso sulla famiglia, e questo significa che sono già alla tredicesima occasione sprecata per dare un contributo all'umanità.
Ovviamente questi figuri hanno avuto anche la benedizione del Papa, il quale, nel suo impianto ideologico, ha la necessità di tarpare ogni forma di emancipazione e libertà perché è funzionale alla sottomissione delle masse. Per gli affari del Vaticano un simile congresso costituisce la quadratura del cerchio: le imbecillità teologiche che si trasformano in finalità politiche.
Se la storia del pensiero filosofico insegna come le elaborazioni concettuali tendano ad un piano progressivo, con una finalità generalmente superiore, queste persone vogliono invece certificare come l’umanità possa avere momenti di autentica regressione, di incapacità di concepire l’evoluzione del pensiero proteso ad un salto qualitativo. 
Vogliono infognare l’umanità nell'oscurantismo di cui loro si cibano.

04 marzo 2019

Nel nome di Dio.

Quante nefandezze si sono fatte e si stanno facendo in quel nome! Tralasciando i trascorsi, un passato che ha visto massacri e violenze da parte di coloro che si ergevano a paladini della giustizia divina, pare che anche oggi riusciamo a non farci mancare niente. Se in passato era caccia alle streghe, ora è caccia al diverso, inteso come minaccia ad una normalità che presunte legittimazioni bibliche sanciscono.
Alcuni giorni fa avevo letto di una giornalista che ha indetto addirittura un convegno per rivelare pubblicamente come si è liberata dall'inganno di Satana che l'aveva obbligata per più di 40 anni ad amare persone del suo stesso sesso. 
"Una mattina ero a casa e dissi al Signore che volevo studiare la parola. Lui mi parlò con voce udibile, mi disse che Lui era maschio e femmina e che aveva creato l’uomo e la donna: tutto ciò che era al di fuori della sua creazione è un inganno della menzogna, Satana. L’omosessualità è un abominio agli occhi di Dio. E purtroppo si parla troppo poco nelle chiese di come sia un abominio. Il Signore mi ha parlato e mi ha liberato all'istante".
Pare però che quel convegno sia saltato grazie alle polemiche che ha suscitato. Ma la signora in questione aveva già rilasciato interviste a destra e a manca parlando di "confusione" nelle persone e nel Paese. L'ha fatto nelle tv private, sedicenti cristiane, diffondendo un messaggio tanto più offensivo quanto più si tiene in considerazione il suo ruolo professionale pubblico.
Tutto questo mentre autorità di governo si preparano a patrocinare un congresso internazionale sulla famiglia, nel quale probabilmente si metteranno a punto le linee guida per le politiche contro le rappresentanze sociali a tutela dei diritti degli omosessuali.

Stiamo vivendo l'ennesima insidia portata a compimento da orde di fondamentalisti e integralisti sedicenti "cristiani" che nel nome di un dio ripropongono una vera e propria caccia alle streghe, siano esse omosessuali o abortiste, contro ogni abominio che minaccia la famiglia.

Chi sono quelli confusi in questo Paese?

19 gennaio 2019

Chi è desiderato vince, chi desidera perde.

Alcuni giorni fa c'era un'accesa discussione sulla dichiarazione di Yann Moix, un cinquantenne scrittore francese che asseriva di non provare alcun desiderio erotico verso le coetanee vecchie ed invisibili preferendo la freschezza delle venticinquenni. 
Sui vari social numerose signore, suppongo cinquantenni, come reazione piccata, esibivano scatti in pose più o meno scosciate come a dire: guarda qui cosa ti perdi. Una delle commentatrici però ironizzava su questo comportamento e, allo stesso tempo, non risparmiava parole graffianti per lo scrittore che definiva un ometto gerontofobo in evidente crisi pre-senile che le venticinquenni, a breve, se non di già, se le doveva pagare.
Non voglio entrare nel merito (lungi da me!!), voglio solo sottolineare quanto emerge da tutto questo bailamme. Ci sono tre soggetti distinti: Moix che non vuole le cinquantenni, le cinquantenni desnude che non vogliono Moix e ribaltano la prospettiva (siamo noi a non volere te) e la signora che critica entrambi. Tre soggetti che sembrano in contrasto fra loro ma che, dal mio punto di vista, parlano la stessa lingua, quella del potere di chi vince. 
Chi è desiderato vince, chi desidera perde
Mi spiego: le donne cinquantenni che esibiscono forme avvenenti reclamano il potere che Moix  nega loro preferendo le giovincelle. E' come se dicessero: se non mi desideri mi stai togliendo potere e, per reazione uguale e contraria, io lo tolgo a te. Ma anche la signora in disaccordo con entrambi afferma un suo potere ponendosi ad un livello superiore da cui giudica le coetanee ingenue e scomposte e Moix un ometto in crisi pre-senile revocandogli lo stesso potere: ottenere gli oggetti del suo desiderio solo comprandoli, che è un'altra forma di potere. Ragiona insomma secondo presupposti analoghi alle donne che critica.
La gaffe di Moix e le relative discussioni rivelano come uomini e donne spesso parlino la stessa lingua, quella del potere. Un potere che per gli uomini continua ad essere economico e sociale (il successo, la fama, la risonanza pubblica), e per le donne estetico e anagrafico. 
Però...c'è un però. La goffaggine machista di Moix rivela una falla: il desiderio. Lui non dice di essere giovane e bello o ricco e famoso. Lui dice di desiderare le donne giovani e belle. E in questo modo ha già perso in partenza.
Peccato che le donne di tutte le età che lo hanno attaccato non se ne siano accorte perché, alla fine, sono sempre loro a decidere se andare o meno a letto con lui..come sempre è stato e sempre sarà...

31 dicembre 2018

Gli anni finiscono, gli anni iniziano.

Ognuno di noi, nell'imperitura chimera che quell'ultimo foglietto staccato dal calendario segni una spallata al passato, spera in qualcosa che possa somigliare a quella felicità su cui tanto si fantastica reclamando per sé quella giustizia del destino a cui si pensa di avere diritto. 
In quel brevissimo intervallo di tempo che separa il vecchio dal nuovo, il passato dal futuro che verrà, il pensiero tende a liberarsi della sua razionalità permettendosi l’illusione che si possa mettere un punto fermo sul passato per andare a capo e ricominciare. 
Ma non è il tempo che si ferma o ricomincia, quello è solo un continuo scorrere e divenire tra eventi e memorie. Siamo noi che possiamo dare un senso ai momenti, alle circostanze e a questo tempo così indifferente alle sorti di ciascuno di noi non smettendo mai di inseguire i nostri obiettivi. Ogni giorno che passa è un prestito a termine e non resta che attendere il successivo tenendoci stretti i sogni della notte perché non svaniscano alla luce del mattino.
Abbiamo bisogno di sogni e speranze, di amore e bontà. Pensare ad ogni nuovo anno come ad un futuro in cui faremo succedere qualcosa di buono dà sicuramente un senso allo scorrere del tempo. E se anche nell'anno che verrà non dovessimo farcela, ci sarà un altro nuovo anno e un altro ancora e ancora… l’importante è insistere, con tanta umiltà e molto coraggio, senza mai tradire sé stessi, perché non è il tempo o il destino che ci darà una mano...


25 novembre 2018

Quell'amore di dire: io mi amo, io ci sono, io cambio.

Giornata speciale oggi, come lo sono tutti quei giorni in cui qualcuno, per un motivo o per un altro, si trova in condizioni di subire o soccombere ad un qualsiasi potere prevaricatore. 
Ma parliamo di donne in questo giorno dedicato. Parliamo di un aspetto marginale ma importante che coinvolge la nostra natura femminile: quello delle donne che non riescono a sottrarsi alla violenza, o se lo fanno poi tornano indietro perché si sentono in colpa, convinte nel loro ruolo salvifico e determinante.
Parliamo della stima che abbiamo di noi stesse, perché, per affrontare la vita, questa vita che si pone così oscura a livello globale, penso che sia necessario riconoscersi, sapere cosa abbiamo dato e cosa diamo, quanto valiamo ma soprattutto quanto questo nostro valore è importante per noi al di là di qualsiasi riscontro esterno.
Non c’è dubbio che culturalmente siamo condizionate a dare, anche al di sopra delle nostre capacità e oltre le esigenze. Spesso ci mettiamo in secondo piano in modo che i rapporti funzionino, risolviamo problemi, riusciamo anche a vivere serenamente situazioni che non lo sono completamente, ci sacrifichiamo per i figli, per il lavoro, per la sopravvivenza e amiamo intensamente chiunque sentiamo bisognoso anche della nostra sola presenza. Condizionamenti che abbiamo subito inconsciamente e che ci hanno convinte di dover accudire prima di emergere, soddisfare prima di essere soddisfatte. Gli stessi condizionamenti che ci hanno dato la certezza di dover diventare indispensabili per qualcuno pur di poterci esprimere, ma che non ci garantiscono un’autostima consapevole perché, per qualche oscuro motivo, questa poliedricità, questa innata generosità tende a diventare un obbligo o cade nello scontato, perde di validità e viene sfruttata e abusata. Non sto qui ad elencarne i modi perché tutti conosciamo le dinamiche dei rapporti, la loro valenza e influenza psicologica e dove possono portare certi meccanismi.
E vorrei che tutte quelle donne che si sentono ignorate, quelle abusate, vittime consapevoli o meno, incastrate e prigioniere di sentimenti ricattatori, si mettessero davanti ad uno specchio e si focalizzassero su quella sofferenza che hanno causato certi gesti, o anche solo certe parole, quella risposta immeritata a quello che nello specchio vedono di essere. Vorrei che si chiedessero se ne vale la pena, se sopportare le prevaricazioni e la crudeltà di chi dice di amarle o di chi afferma di favorirle può portare a qualcosa che non sia l’annientamento di sé stesse. La risposta è ovviamente no. Niente, assolutamente niente, può giustificare una costrizione, una violenza, un’offesa, un atto denigratorio. 
Quindi non resta che reagire, salvarsi in tempo riconoscendosi e valorizzandosi. Abbandonando con risolutezza e amore per sé stesse qualsiasi progetto che non includa il rispetto. Anche se poi ci si sentirà sole e sfinite, poco amate, disilluse e sembrerà di aver perso tutti i sogni, resterà la dignità, che vale più di ogni altra cosa, di non aver ceduto ai compromessi, ai ricatti, alla violenza profittatrice. E’ importante reagire, fare un primo passo deciso verso di noi, che magari non ci porterà dove vogliamo andare, ma sicuramente ci porterà via da dove siamo.
Si perdono tante battaglie nella vita e non è detto che vincere sia l’unica possibilità. A volte la sconfitta apre orizzonti impensati, altri sogni possono essere sognati senza lividi nel corpo e nell'anima. 
Uno dei tanti nemici che invece dobbiamo sconfiggere, oltre al silenzio, è la ricerca spasmodica di noi stesse in qualcun altro. Non ne abbiamo bisogno. Noi ci siamo. 



06 novembre 2018

Ho domandato al tempo: "Qual'è la soluzione?" Mi ha risposto: "Lasciami passare".

D'altronde, non ci sono alternative. E così, passando passando, il tempo mi ha portato fino qui, a ricordare che 66 anni fa nascevo io, da genitori contadini, in un piccolissimo paese di campagna.
Ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia che sicuramente mi hanno dato l'imprinting delle cose semplici e del rispetto per ciò che mi circonda. Ricordi legati soprattutto alla libertà di scorrazzare in ogni dove senza paure, alla complicità con gli animali che ci aiutavano nel faticoso vivere quotidiano, alla facilità e felicità di stare con gli altri, all'entrare e uscire da porte senza chiavi, al condividere ogni cosa comprese fatiche, gioie e dolori.
Non sto a raccontare il mio dopo. La crescita e il susseguirsi della mia vita non hanno niente di particolarmente interessante. A volte è stato bello, a volte no. Ma se non rimpiango niente è perché quello che ho vissuto mi ha portato fino qui, ad essere quella che sono, quasi contenta, e sottolineo quasi, della situazione, ad oscillare in questo equilibrio precario che può sembrare saggezza ma in realtà non lo è affatto e alla strana e positiva accettazione del tempo che trascorre cambiandomi dentro e fuori, sorprendendomi anche con obiettivi nuovi nonostante tutto.
Non mi sento vecchia come mi sarei immaginata, ho ancora energia anche se ne ho persa tanta per strada, non sono più fisicamente al top ma chissenefrega, l'anno prossimo andrò in pensione con buona pace della Fornero, cosa voglio di più?
Beh, in realtà, ce ne sono tante di cose che vorrei, ma preferisco esimermi dall'elencarle. Una cosa sola mi accontenterebbe: tornare a vivere nella casa dove sono nata, nella mia amata campagna. Ma è un sogno che resterà tale. Non c'è più quella casa, non c'è più il tepore del latte appena munto, le querce da scalare e i compagni di merenda. Si perdono tante cose nella vita, è inevitabile, e a volte certe mancanze fanno male. Però i ricordi, quelli belli, rimangono e rasserenano. Anche oggi, in questo grigiume novembrino del mio sessantaseiesimo compleanno.

In braccio a mamma a 6 mesi.
P.S. Mi scuso per l'immagine molto sfocata, ho fatto il possibile...d'altronde il tempo sfoca tutto...

27 ottobre 2018

Pomeriggio lento...


Sabato pomeriggio pigro, un po' piove e un po' no, senza decisione. L'autunno si fa vedere in faccia con i suoi lenti movimenti di colore. Però non è male questa sensazione, una calma strana, dolce e malinconica per qualcosa che si lascia andare senza rimpianti, in attesa di quello che succederà. Strano anche questo illanguidirsi delle ore mentre i giorni si fanno sempre più corti. Volto le spalle alle cose, guardo fuori e mi rimbalza negli occhi un luccichio, gocce di pioggia sulle foglie che catturano un insinuante raggio di sole. Piccole folate di vento scompongono le chiome degli alberi che lasciano cadere a terra le sue carezze. Uno stormo in volo accompagna il mio caffè, proprio mentre un sax parla sommessamente d'amore, quasi un'addio a chi se ne va tenendosi stretta l'intensità del vissuto. C'è luce nel volo di quegli uccelli, c'è speranza, come se il viaggio riprendesse dall'inizio, a cercare di nuovo quel che si lascia. 

24 ottobre 2018

Disgusto.

Certo l'originalità non manca: Fedez festeggia il compleanno in un supermercato mettendo a disposizione degli invitati l'intero assortimento di cibi, bevande e quant'altro. Lasciatemi dire però che è un'originalità pacchiana, tanto banale quanto il successo come influencer della sua mogliettina, che ancora devo capire che razza di mestiere sia e come sia possibile che uno possa diventare ricco e famoso facendosi dei selfie, ma lasciamo perdere.. Una festa dicevo, che partiva originale (almeno nella testa dei protagonisti) e che si è poi trasformata in una disgustosa ed assoluta mancanza di rispetto e di senso civile e in una vergognosa ostentazione di lusso sfrenato.
Cibo lanciato a terra, gente nei carrelli con le scarpe, bibite bevute e poi rimesse con nonchalance al proprio posto, verdure strusciate su seni e fondoschiena, panettoni presi a calci sono solo alcune delle scene raccapriccianti condivise sui social dagli invitati. 
Ma, al di là dello scempio incommentabile, sto pensando alle migliaia di persone, giovani soprattutto, che li osannano e prendono ispirazione da questi tamarri milionari. Cosa diventeranno? Cosa ne faranno della loro vita? Dove andranno a pescare gli ideali e i valori che necessitano per un vivere civile? 
D'accordo, ci sono cose peggiori al mondo, ma questi atteggiamenti sono uno dei tanti sintomi di una malattia e la malattia è un sistema economico che permette che metà mondo soffra la fame e la sete mentre l'1% ne detenga la ricchezza complessiva. 
E non c'è niente di più esplicativo per spiegare la sostanza del capitalismo: l'immagine di un lavoratore che si spezza la schiena sotto il sole che si infrange contro quella di una parassita milionaria in un carrello, con il cibo spalmato addosso. Mi basta guardare questa immagine per capire che non c'è niente di più convincente per capire e confermare che stiamo sbagliando tutto.



18 ottobre 2018

"Ho visto cose bellissime, grazie alla diversa prospettiva suggerita dalla mia perenne insoddisfazione, e quel che mi consola ancora, è che non smetto di osservare."

Edgar Degas



09 ottobre 2018

Cronaca.

Faccio sempre più fatica a seguire l'attualità, a farmi coinvolgere dalle vicende politiche, ormai ho perso ogni velleità di riscatto e ogni speranza che certi ideali si possano concretizzare anche solo in minima parte. C'è però una cosa che squarcia questa mia desolata rassegnazione ogni volta che sento certe notizie di cronaca, un elenco che si sta allungando sempre di più: l'elenco di bambini e ragazzi vittime innocenti della furia dei padri. Non più solo testimoni abusati psicologicamente dalle violenze domestiche tra padre e madre, non più solo testimoni della violenza subita da un genitore, non più solo costretti a subirla loro stessi e comunque a vivere nel terrore di improvvise esplosioni di rabbia, ma sempre più spesso scelti come bersaglio, vittime dirette di quella violenza.
Il sanguinoso fenomeno della violenza sulle donne sempre di più si allarga alla violenza sui figli, per colpire ancora di più la donna che si vuole punire. 
Non è solo l’annullamento della donna, è un azzeramento che diventa totale.
E i figli diventano sempre più vittime di tutto questo. Vittime ancora più indifese delle donne, già troppo spesso lasciate sole.
L’episodio di Taranto, con un ragazzo di 14 anni ferito in un primo momento e la sorellina di 6 anni gettata poi dal terzo piano, nei modi e nei tempi è l’ennesimo esempio di tutto ciò. Ma è solo l'ultimo in ordine di tempo, prima ce ne sono stati tanti, già troppi altri. Piccole vittime che vengono uccise dalla mano di chi, più di ogni altro, avrebbe dovuto proteggerle. Figli e figlie ammazzati perché considerati "di proprietà". E’ impossibile quindi non correlare questi omicidi con la stessa motivazione che porta gli uomini ad uccidere le proprie partner o ex partner: 
il possesso.
C'entrano poco la follia o il raptus. Quando un padre arriva ad uccidere i propri figli lo fa per rivendicare il suo potere rispetto ad una situazione che è sfuggita al suo controllo, per un sentimento di vendetta nei confronti della partner, che si sta sganciando dalla sua morsa.
La paura che questo si verifichi è uno tra i primi concreti ostacoli che le donne vittime di violenza incontrano quando pensano di lasciare o di denunciare i loro aguzzini. Sono terrorizzate che quell'uomo possa vendicarsi nel modo più atroce ed insostenibile: uccidendo ciò che di più caro hanno al mondo.
Questi uomini sono mariti e padri, incapaci di qualsiasi empatia, incapaci di pensare all'altro come una persona, con i propri diritti e quindi la possibilità di fare scelte autonome. Un figlio altro non è che un oggetto, rispetto al quale solo loro hanno potere decisionale.
Ecco allora che il pensiero assoluto "O mia o di nessuno" viene esteso anche ai figli, che non possono avere speranza di vita lontano da quel padre o dalle sue regole.
Quello che è successo a Taranto, altro non è che l’ennesimo caso in cui non siamo stati in grado di tutelare in maniera adeguata una madre ed i suoi figli. Perché ancora troppo frequentemente succede che le donne paghino con la vita il loro tentativo di riscatto dalla violenza. Questo vale purtroppo anche per i bambini e le bambine.
E purtroppo quanto accaduto ci porta tragicamente alla politica, a riflettere su quanto poco interesse ci sia intorno a questa deriva preferendo argomenti propagandistici che niente hanno a che fare con la tutela dei più deboli. Si parla di emigrazione, di denaro e di interessi sovranazionali, di regolamentazioni, di obbligatorietà. Si fanno chiudere i centri di assistenza e si liberalizza l'uso delle armi. Si discriminano ancora le donne sul lavoro privandole di ogni alternativa alla dipendenza dal partner. 
E si potrebbe continuare all'infinito, ma ormai questi argomenti sanno quasi di stantio tanto sono secolari. 
Non li vedrò risolti nel tempo che mi resta da vivere e morirò con l'insoddisfazione di non aver avuto la forza e il coraggio, la pazienza, la rabbia e l'amore per raccontare la luce e il buio di ogni vittima capitata in questo sistema inventato da qualcuno che odiava i sogni e la ragione. 
Ma per l'amore che porto a questa immensa umanità, così bella e brutta com'è, so che prima o poi qualcuno toccherà l'orizzonte e allora noi saremo là, donne, uomini e bambini senza la paura di sperare ma solo con il coraggio di continuare.

20 settembre 2018

Tema.

Si fonda un partito politico e si deposita illecitamente all'estero, al tasso del 2%, un fondo di 49 milioni dell'erario pubblico che frutta 1 milione di interessi ogni 12 mesi.
Lo Stato condanna e viene concordata una restituzione di 600mila euro per 78 anni. 
I fondatori e gli eredi incassano, in tal modo, una rendita netta di 400mila euro l'anno (circa 30 milioni totali) che consente loro di sistemarsi per la vita mantenendo intatto il capitale iniziale. 
Quali sono le tue reazioni?

Svolgimento.

#Cistannofregandoperlennessimavolta, ma niente. Pigliamo le solite briciole giù dal tavolo. 
Pax vobiscum.


17 settembre 2018

Domande.

Ammettiamo che esista un grande libro su cui ognuno di noi può scrivere una domanda e ricevere una risposta, qualsiasi tipo di domanda ma una sola. Che domanda fareste? Può sembrare un po' sciocco, ma pensateci un attimo. Fareste una "grande" domanda o semplicemente qualcosa che stuzzica la fantasia in quel momento? 
Ok, è un gioco, ma credo sia importante fare e farsi domande. La maggior parte delle grandi scoperte e rivelazioni sono il risultato dell’aver posto domande, grandi o piccole che siano. Le domande sono il precursore, o la causa prima, in ogni ramo della conoscenza umana e quindi di noi stessi. Quelle cose che abbiamo studiato a scuola sono derivate da domande. Domande che ci aprono a quello che prima non conoscevamo. Un modo per dissipare lo sconosciuto ed esplorare nuovi territori, un catalizzatore per la trasformazione. Per crescere, sempre, per andare oltre.
Detto questo, faccio una domanda: non avete l'impressione che fare domande non venga incoraggiato? Che tutti ci crogioliamo in granitiche certezze di cui nessuno è certo? Nell'istante in cui ci si fa una domanda e si cerca una risposta, si apre la porta ad un campo di possibilità infinite che può condurre fuori dalla zona protetta che ci si è costruito e in cui ci si sente al sicuro. Paura delle risposte? La maggior parte della gente preferisce rimanere nella sicurezza del conosciuto piuttosto che andare in cerca di guai. Anche se vanno a sbattere direttamente contro una domanda, molto probabilmente se la danno a gambe, ficcano la testa nella sabbia o si mettono subito a fare qualcos'altro.
Il divertimento della vita (se ce n'è uno) è proprio quello di scoprire cose nuove e invece, nella nostra cultura, siamo stati condizionati a considerare il "non sapere" come qualcosa di inaccettabile e negativo, una sorta di fallimento. Per questo non ci facciamo domande? Per non far sapere che non sappiamo?
Una delle cose che rendono grande la scienza è la premessa che quello che si pensa di sapere oggi verrà probabilmente dimostrato falso domani. Le teorie del passato sono servite come piattaforma per salire più in alto. Ed è soltanto facendo domande, sfidando le presupposizioni e le "verità" date per scontate che la scienza progredisce. 
E se questo risultasse vero anche per quanto riguarda la nostra vita personale, la nostra crescita e il nostro progresso individuale?
"Io so di non sapere" diceva Socrate. Credo che in quest'era di overload comunicativo, nel quale ogni affermazione contiene in sé la presunzione di verità, si vada esattamente all'opposto di questa tesi. 
Dire "so di non sapere" significa che siamo padroni dei nostri ragionamenti e possiamo fare domande orientate e intelligenti per far progredire il nostro sapere, perché sono le domande ben poste che muovono lo sviluppo umano. E credo anche che questa capacità debba essere recuperata perché, in tempi di estrema vulnerabilità, per difenderci dall'invasione continua che riceviamo da mille canali, ci può permettere di ritrovare quella gentilezza e cura per noi stessi e per chi ci circonda che può fare di ogni cosa sconosciuta una possibile crescita reciproca.
Il non-sapere è la nostra più grande ricchezza e opportunità che smuove la creatività e ci rende capaci di cambiare, anzi di migliorare.

02 settembre 2018

L’Italia è molto meglio dell’odio che racconta Salvini.

Vivo un paese di 17000 abitanti, quindi abbastanza importante anche perché è un centro di riferimento di tutti gli altri comuni e frazioni dell'Appennino, dotato dei necessari servizi, di strutture funzionanti e credo di poter dire anche con una buona capacità di integrazione dei migranti. Qualche giorno fa mi è capitato di dover accompagnare una persona al pronto soccorso del mio paese per un piccolo incidente domestico. Non era affollato, ma  comunque in sala d'attesa con noi c'erano diverse persone di diverse nazionalità. Ebbene, a dispetto della narrazione che piace tanto all'odiatore del Viminale che, a suo dire, avrebbe 60 milioni di affogatori alle spalle, ho visto solo scene di solidarietà. C'era un ragazzo molto giovane, del Burkina Faso credo, che aveva male alla pancia. Infermieri, medici, ma pure noi in attesa, ci siamo tutti prodigati per aiutarlo facendoci capire come meglio potevamo perché non parlava italiano. E nessuno all'accettazione gli ha chiesto lo status. Nessuno. Ha fatto la sua fila e quando è arrivato il suo turno ha ringraziato la sala d'attesa con un timido "merci". Idem per altri: un siriano che lavora in una pizzeria, un nero con una sospetta crisi epilettica. Accolti e curati in quanto semplicemente esseri umani. 
Non lo dico perché penso sia un evento eccezionale, credo che tutto questo succeda in tanti altri posti migliaia di volte al giorno. Lo dico per ribadire che siamo una nazione civile, migliore di quello che qualcuno, con scientifica protervia, si ostina a raccontare. Migliore dei forum, dei social, della melma dove galleggiano gli infami. Migliore dei balconi dove a qualcuno fa comodo si moltiplichino i cecchini. Migliori dei fascisti, degli omofobi, della folla degli intolleranti. 
Siamo migliori. 
Ce la faremo a ribadirlo che siamo migliori, che ci meritiamo un Paese migliore.

26 agosto 2018

Posso dirlo?

Mi voglio bene. Voglio bene alla donna che sono stata. A quell'adolescente spaesata che subiva le decisioni di altri ma che in cuor suo si prometteva il riscatto. A quella madre troppo giovane che è cresciuta insieme ai suoi figli cercando di proteggerli senza rinchiuderli in regole estranee. A quella moglie piena di illusioni che si chiedeva quando sarebbe arrivato il suo momento. A quell'amante licenziosa che scappava da sé stessa. A quella donna libera che, sbagliando, ha imparato a riconoscersi. A quella donna decisa e incompresa che ha scelto di vivere il suo momento senza intermediari.
E voglio bene alla donna che sono, consapevole delle sue potenzialità e soprattutto dei suoi limiti, che si cerca dentro e riesce ad uscirne. A quella donna che, se qualcosa si rompe, prova ad aggiustarlo, altrimenti si cambia e si va avanti. A quella donna che non riesce a chiedere e si dona totalmente, ma pochi riescono ad averla. A quella donna contraddittoria, orgogliosa, testarda e permalosa che ha scelto di coltivare e provare a controllare tutti questi suoi difetti nella solitudine e ha trovato il modo di non sentirsi sola. 





24 agosto 2018

Ogni tanto mi perdo un po'...

Sì, perché dovete sapere che la mia esistenza scorre da tempo su un unico binario: la sopravvivenza. E a volte non è così facile sottostimare le pur misere e banali ma concrete esigenze vitali. A volte si insinuano e si allargano prepotentemente tanto che i pensieri e la mente ne sono completamente avvolti, come una nebbia costante e impregnante. Nessun dubbio su come uscirne, ma il timone si fa meno maneggevole e non risulta semplice tenere la direzione. Fatto sta che mi perdo un po' in quei grigi meandri che chiamano quotidianità, meandri che assorbono gran parte delle mie energie e del mio tempo, prostrandomi e anche un po' frustrandomi in verità. Ma la frustrazione non mi si addice e anche se fisicamente posso "debaclare", sono ancora psicologicamente reattiva e attiva. E penso. Nonostante tutto penso ancora. E mentre mi dibatto nelle ceneri di un arco vitale personale non certo esaltante, penso che forse, in fondo in fondo, non faccio poi un peccato così mortale estraniandomi, per quanto possibile, da un contesto esterno che è tutto meno che accogliente e gratificante. Forse faccio bene a correggere la direzione, ad ascoltare e a coltivare certi interessi non inerenti ad una globalità ma ad una più personale ed intima soddisfazione. D'altronde di cosa dovrei occuparmi?
La politica fa schifo e merita tutto il mio disprezzo perché sono convinta che fa di tutto tranne che curare i mali sociali. Discuterne ed esporre opinioni è diventato praticamente impossibile, l'atmosfera è troppo avvelenata e surriscaldata per riuscire ad avere un confronto sano e spassionato.
I grandi problemi della terra, inquinamento, diseguaglianze sempre più evidenti, iperconsumismo, cementificazione selvaggia e disboscamento, li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, eppure riusciamo a non vederli o a fare finta di non vederli, fra indifferenza e distrazione.
Sì, bisognerebbe resistere, non smettere mai di opporsi e combattere in tutti i modi e in tutte le forme...ma io non ho più l'età per stare sulle barricate. Ho ancora nel cuore, ben saldi, i miei ideali di gioventù, ma ho anche la consapevolezza che il tempo non mi basterà. Troppo ne è passato per ottenere cosa? Poco o niente, anzi, forse solo un regredimento. Non mi arrendo, ci credo ancora e sono convinta che la direzione è unica e la sola efficace, ma lascio il testimone. Ho bisogno di occuparmi di me stessa per non morire dentro, per emozionarmi di cose belle, che mi aiutino, anche loro, a sopravvivere, che mi diano una mano a tenere il timone fra burrasche economiche e cavalloni lavorativi che rischiano di farmi naufragare. Ho bisogno di piaceri, di leggerezza e sensazioni positive che mi sollevino oltre la nebbia e li posso trovare solo dentro di me. 
Peccato che l'unica maniera per trovarli sia quella di estraniarmi, il mondo è diventato un posto troppo pericoloso e inibitorio.