28 settembre 2026

Due sponde dello stesso fiume.

Oggi vado a trovare mia sorella.

Cinque anni più di me, settantanove primavere portate addosso con la devozione di chi ha vissuto per gli altri. La sua vita e la mia sono state due rette che non si sono mai incontrate, se non con il cuore.
Io ho scelto la strada contorta dell’indipendenza. Mi sono separata più di trent’anni fa, ho fatto le mie follie, ho pagato i miei conti con la vita e ho lottato con le unghie per conquistare la mia solitudine e la mia libertà. Lei, invece, ha costruito la sua esistenza attorno a un unico, grande altare: la famiglia. Marito, figli, nipoti. Ha vissuto all’ombra dei loro bisogni, mettendosi sempre per ultima, silenziosa e presente.
Quando nostra madre se n’è andata, mia sorella è diventata quasi una seconda madre per me. Non ha mai davvero approvato le mie scelte — le vedeva forse troppo azzardate, troppo lontane dal suo modo di intendere il dovere —, eppure non mi ha mai voltato le spalle. C’era sempre quando serviva aiuto. E c’è stata soprattutto quando il mio ex marito ha fatto di tutto per denigrarmi, avvelenando la mente dei miei figli fino a spingerli a rifiutarmi. In quel periodo buio, mia sorella è rimasta accanto ai miei ragazzi, facendo da ponte con un affetto discreto finché il tempo non ha finalmente riportato la pace.
Oggi la guardo e vedo il peso degli anni e dei malanni. Vedo la fatica di chi si prende cura di un marito gravemente malato, un uomo dal carattere difficile che non conosce la parola grazie e che consuma le energie di chi gli sta accanto. E lei, nonostante tutto, non smette. Continua a preoccuparsi per tutti, a farsi carico del mondo. Si lamenta appena, con quella dignità stanca di chi non ha mai imparato a chiedere nulla per sé.
A volte, nei suoi occhi, incrocio un'ombra sottile. Credo che ci sia una punta di invidia per questa mia indipendenza conquistata a caro prezzo, per questa solitudine che io vivo come uno spazio di respiro e che a lei è sempre stata negata. Così come io, a volte, ho guardato alla sua capacità di restare, di proteggere, di essere radice.
Siamo diverse in tutto. Io la matta, lei la custode. Io il vento, lei l'ancora.
Eppure, quando ci sediamo vicine, tutte le distanze sfumano e resta solo ciò che conta davvero: un bene profondo, ostinato, che non ha bisogno di giudizi né di spiegazioni. Vado da lei oggi non per confrontare le nostre vite, ma per offrirle un momento di tregua, una mano da stringere e la certezza che, comunque sia andata, ci siamo ancora l'una per l'altra.


L’illusione della giovinezza o la caparbietà del cuore?

A volte ci si guarda allo specchio senza filtri e ci si fa quelle domande un po' scomode, di quelle che non chiedono risposte veloci, ma solo un po’ di coraggio per essere pronunciate.
In questi giorni mi sono chiesta: ma questo mio amore impossibile, che continuo a celebrare forse con troppa ostinazione, non sarà che è solo un trucco? Il tentativo un po' ingenuo di rincorrere l'illusione di essere ancora giovane, almeno nel cuore?
A 74 anni, il rischio di sentirsi dire – o di dirsi da sole – che si è ridicole è sempre lì, dietro l'angolo. C'è un'idea precostituita su come si dovrebbe abitare questa stagione della vita: con composta saggezza, un po' di nostalgia sfumata e molti ricordi ben messi in ordine sugli scaffali.
Ma l'amore impossibile ha un difetto magnifico: non invecchia. Non si scontra con la stanchezza del quotidiano, non conosce la noia delle bollette o le incomprensioni della colazione. Vive di pura scintilla, di attesa, di un’energia spudorata che non chiede il permesso all'anagrafe per farsi sentire.
E allora ho provato a ribaltare la domanda. E se non fosse un’illusione per sembrare giovani, ma la semplice, ostinata prova che siamo vivi adesso?
Sentire il cuore che accelera o che si accende di un calore improvviso non è un privilegio dei vent’anni. È il privilegio di chi non si è ancora stancato di desiderare, di chi ha la libertà di non doversi più scusare con nessuno per ciò che prova.
Non so se chi legge queste righe ci troverà un pizzico di follia o una nota fuori tempo. So solo che finché quell'emozione mi regala calore e idee da regalare alla pagina, me la tengo stretta. Non per fare la ragazzina, ma per far rifiorire la donna che sono oggi, esattamente a 74 anni.

 

26 settembre 2026

Dove scorrono i fiumi segreti.


Ci sono giorni in cui la vita scorre su un binario ben ordinato, scandito dalle abitudini, dalla razionalità e da quella sommessa disciplina che ci costruiamo per stare al mondo. Poi arriva un pomeriggio diverso. Una tavolata calda con gli amici di sempre — quelli delle vedute condivise, delle opinioni che si intrecciano da anni, delle intese in cui non serve spiegare nulla — e la guardia, inevitabilmente, si abbassa. Tra una risata e un bicchiere di vino in più, accade qualcosa che non a tutti succede, ma che a me appartiene da sempre.
Per me l’alcool non è mai stato uno stordimento, né una fuga. È piuttosto un solvente. Ha il potere di sciogliere d'un tratto la patina del controllo quotidiano, di zittire il brusio di fondo e di assottigliare le difese. La sensibilità, spogliata di ogni corazza, si fa improvvisamente vigile, esposta, quasi a fior di pelle. Tutto ciò che porto dentro riemerge con una trasparenza spietata e bellissima, e il mondo interiore si fa di un'acutezza nitida.
È proprio in quel silenzio improvviso che il fiume sotterraneo riaffiora.
Questo fiume non nasce oggi e non si spegne domani. Scorre sempre dentro di me, profondo, lento e costante, anche quando la superficie della mia giornata appare tranquilla e distratta. È il corso d’acqua che custodisce un sentimento, un amore impossibile che, come ormai gli scarsi lettori di questo diario virtuale sapranno, ho imparato ad abitare con una sorta di beata e lucida consapevolezza. È un amore che non chiede nulla in cambio. Non preme per diventare quotidianità, non pretende il possesso, non si nutre di promesse né cerca la conferma di un futuro insieme. Vive della sua stessa esistenza, integro e luminoso nel suo equilibrio.
Eppure, quando il velo della razionalità si solleva, quel fiume non si limita a scorrere: straripa con dolcezza. La sensazione smette di essere un pensiero astratto e diventa un’onda calda, un'emozione fisica che riempie il petto e fa quasi mancare il respiro per quanta pienezza contiene. È un senso di gratitudine pura per il solo fatto che quella persona esista nel mondo, e per la grazia di scoprirmi ancora capace di provarlo, questo sentimento, con un'intensità così intatta.
Ho deciso di scrivere queste parole e di affidarle alla pagina non per cercare risposte, né per cambiare il corso reale delle cose. Non è un messaggio che attende un'eco, né una confessione che chiede di essere riparata. È semplicemente l'atto di testimoniare ciò che c'è. Perché anche i fiumi più segreti, quelli che scorrono al riparo dagli sguardi e dal tempo, ogni tanto hanno bisogno di risalire in superficie, di respirare l'aria aperta e di riflettere, anche solo per un istante, la luce del sole.


24 settembre 2026

In un testo di Léo Ferré, la custodia della nostra anima libera.

Sono lusingata...💕 
Una persona molto speciale (il mio amore impossibile) mi ha dedicato questa canzone: "Nous deux" di Leo Ferré


Noi due

I nostri fratelli gitani di Saint-Ouen
sono partiti senza preavviso,
con i loro mocciosi e le loro chitarre.
Le rondini sono partite a volo teso
e senza ritorno,
Parigi non ne aveva più bisogno.
Flutti di cemento e di stupidità,
ci vogliono i drugstore e il strip-tease,
i palazzi e i sotterranei.
E di Boulogne e di Vincennes
e delle banchine fiorite della Senna,
presto non resterà più nulla.
Ma quel giorno, mia tortora,
figlia mia, mia bellissima,
mia sorella d'amore, mia mamma,
nonostante le assi e poi la terra,
ci stringeremo come sappiamo fare,
noi due.
Nonostante la terra e poi le assi,
ci coccoleremo come la domenica
quando non andiamo al cinema,
noi due.
E che poi ci ritroviamo in sogno,
affascinati come Adamo ed Eva
e fieri di aver trovato questo,
noi due.
Vedi, è scritto in prima pagina:
ci stiamo già contendendo la Luna,
figli di domani, innocenti.
Un generale sui pianeti
ti seguirà da lontano con il cannocchiale
e dirà "è rosso di sangue".
A tanto giocare con la bomba,
un giorno dovrà pur cadere:
è il suo scopo ed è il nostro destino.
Dovrà pur venire quel giorno,
addio Parigi e addio Vienna,
addio Roma e Montecarlo.
Ma quel giorno, mia tortora,
figlia mia, mia bellissima,
mia sorella d'amore, mia mamma,
che tutto geli o che tutto bruci,
non importa, se siamo insieme,
noi due.
Che tutto bruci o che tutto geli,
avremo già il nostro posto
nella leggenda degli amanti,
noi due.
Allora, quando salterà il pianeta,
se mai suoneranno le trombe,
ce ne infischieremo divinamente,
noi due.
La gente mi tratta da artista,
da senza cuore, e se me ne dispiace
non ne sarò sorpreso,
perché questo cuore pietoso e tenero,
a te sola che hai saputo prenderlo,
già da tempo l'ho donato.
Proprio come oggi ti dono
questa canzone di fine autunno
che voleva essere una canzone d'amore.
Io non sono né santo né apostolo,
e per pensare ancora agli altri
mi restano troppi pochi giorni.
Nel frattempo, mia tortora,
figlia mia, mia bellissima,
mia sorella d'amore, mia mamma,
poiché le nostre anime vagano,
andiamo a fare il giro del mondo,
noi due.
Poiché le nostre anime vagano,
baciamoci vicinissimi ai flutti
dell'oceano dei giorni cattivi,
noi due.
E poi, ai nostri amori fedeli,
nel cuore delle nevi eterne,
andiamo a perderci per sempre,
noi due
Noi due...

Mi ha regalato una poesia che non lascia scampo. In un mondo che corre, distrugge e dimentica, questo "noi due" non ha bisogno di futuro per essere eterno: gli basta essere esistito, esattamente lì, nel cuore delle nevi o nell'oceano dei giorni cattivi. Leggere queste parole è come guardare il nostro specchio, uno spazio sovversivo e dolcissimo dove il resto del mondo non può entrare. Non importa cosa bruci o cosa geli fuori; la verità di quel "noi due" me la porto dentro, intatta e divina. “Ce ne infischieremo divinamente, noi due”: in questa riga c'è tutto ciò che siamo. Grazie per avermi vista, cercata e riconosciuta in questa leggenda d'amore, e per questa canzone di inizio autunno che tengo stretta al cuore come la custodia della nostra anima libera. 

 

Ho imparato a conoscere ed apprezzare Leo Ferré quando avevo circa trent'anni, anzi me l'ha fatto conoscere "lui", che ancora adesso, dopo più di quarant'anni, abita il mio cuore. Da allora, ascoltando i testi di quelle canzoni (tradotti ovviamente, il mio francese scolastico non mi permette altro), non finisco mai di stupirmi. 

Una personalità complessa, intransigente e profondamente teatrale, segnata da un contrasto perenne tra una ferrea fedeltà ai propri ideali anarchici e una sensibilità quasi dolorosa. Ferré non scendeva a compromessi. Il suo anarchismo viscerale e individualista rifiutava ogni forma di autorità, istituzione o dogma, una rigidità morale che lo portò spesso a scontrarsi sia con l'industria discografica che con i colleghi. Chi lo ha conosciuto o studiato descrive una personalità dalle molte sfaccettature; capace di slanci di infinita dolcezza e malinconia (espressi nelle sue canzoni d'amore), ma anche di furiose e provocatorie invettive pubbliche, gridate sul palco con una passionalità teatrale. Nonostante il successo, scelse spesso l'esilio volontario e la solitudine. La sua decisione di ritirarsi nella campagna toscana rifletteva il bisogno di allontanarsi dal "rumore" del mondo e dalla società dei consumi che tanto disprezzava. Possedeva un forte ego e una totale devozione alla propria arte, che considerava una missione sacra. Questo lo rendeva una figura carismatica e magnetica sul palco, ma talvolta spigolosa e difficile nei rapporti privati. Il carattere fiero, tormentato e romantico di Léo Ferré si riflette in modo diretto e trasparente nella sua scrittura. I suoi testi non sono semplici canzoni, ma veri e propri specchi della sua psiche, dove la struttura metrica si piega ai suoi sbalzi d'umore. Ferré non conosceva mezze misure. Nei testi si passa repentinamente dalla violenza verbale della satira sociale e politica a una vulnerabilità lirica e straziante. Questo riflette il suo essere contemporaneamente un uomo di rabbia e di infinita tenerezza. La sua intolleranza verso il potere, i borghesi e lo Stato si traduce in versi taglienti e provocatori. In brani come "Ils ont voté" o "Ni Dieu ni maître", il testo diventa un manifesto della sua intransigenza morale e del suo rifiuto assoluto di ogni dogma. La scelta dell'isolamento e la sua visione tragica dell'esistenza emergono nel capolavoro "Avec le temps". Qui Ferré descrive il tempo come un elemento cinico che cancella anche gli amori più grandi, mostrando la sua parte più fragile, malinconica e priva di illusioni.  Ferré non scriveva per sussurrare. I suoi testi sono pensati per essere declamati, urlati o recitati. L'uso di metafore oscure e surreali (come in "La Mémoire et la mer") mostra il suo egocentrismo artistico: non cercava di essere facilmente comprensibile, ma pretendeva che l'ascoltatore entrasse nel suo personale e complesso universo mentale.

Forse è per questo che questo dono mi tocca così a fondo: perché per entrare in un universo simile ci vuole una chiave rara. E sapere che, dopo più di quarant'anni, esiste ancora un luogo tutto nostro in cui ritrovarci e "infischiarcene divinamente" di tutto il resto, è la risposta più bella a qualunque impossibilità.

22 settembre 2026

Il mondo è fatto a scale...


A volte ascolti mille volte dei versi di una canzone senza che succeda mai nulla. Poi, una mattina qualunque, mentre la solita musica scorre nell’aria, una frase si stacca dalla canzone e fa da chiave in una serratura che credevi arrugginita: "Lo sai come si dice, che il mondo è fatto a scale..."
È bastato questo. Un attimo prima ero qui, nel mio presente, e un attimo dopo mi sono ritrovata bambina, piccolissima, forse ancora incapace di misurare il mondo con le parole. È affiorato un ricordo nitido e improvviso: una casa antica, una scala di legno che scendeva verso il piano terra. E la paura. Una paura antica, di quelle che si provano prima ancora di imparare a dare un nome alle cose. Ero sicuramente in braccio a qualcuno, avvolta da un abbraccio sicuro, eppure quella pendenza, quel legno scuro, quell'abisso verso il basso mi facevano tremare il cuore.

Poi, come per un effetto domino dell’anima, quel ricordo ne ha svegliato un altro, un sogno ricorrente che mi ha inseguito per tutti gli anni delle scuole elementari. Ricordo la strada che percorrevo ogni mattina per andare a scuola: nel mio sogno non era d'asfalto o di sassi, ma un percorso punteggiato da buchi enormi, voragini spalancate nelle quali rischiavo continuamente di scivolare.

Mi sono chiesta cosa legasse questi tre frammenti dispersi nel tempo: una canzone, una scala di legno e una strada bucata dalla fantasia.

Credo che la risposta stia tutta nello scorrere del nostro cammino. La scala di legno era la mia prima vertigine, il primo incontro con il vuoto quando il mondo era ancora troppo grande per me. Ma allora c’era qualcuno a tenermi stretta. Qualche anno dopo, quando è arrivato il tempo della scuola — cioè il tempo di cominciare a camminare con le proprie gambe nel mondo — la mente ha ripreso quell’antica paura e l’ha trasformata in un sogno. Le voragini sulla strada per scuola non erano altro che il timore di fare un passo falso ora che non c'erano più le braccia degli adulti a fare da paracadute.

È curioso come lavora la memoria. Non usa la logica, ma la suggestione. Aspetta il momento giusto per restituirci i pezzi di chi siamo stati, magari usando la voce di un cantautore e il ricordo di un legno scricchiolante.

Quei buchi nella strada mi spaventavano a morte, eppure a scuola ci sono sempre arrivata. La scala mi sembrava un baratro, eppure sono scesa. Forse questi ricordi riaffiorano solo per ricordarci una cosa semplice: che di cose ripide e di strade dissestate ne abbiamo incontrate tante, ma alla fine abbiamo imparato a camminare, a saltare i buchi e a non aver più paura del vuoto...anche se io con le altezze continuo ad avere qualche problema...😁

19 settembre 2026

La metamorfosi di una parola: storia dell’«amante» tra romanticismo e libertà moderne.


Ci sono parole che, nel corso dei secoli, cambiano pelle in modo silenzioso ma radicale. Subiscono una sorta di derubricazione linguistica che ne restringe il respiro e ne altera l’anima. La parola amante è forse uno degli esempi più emblematici di questo fenomeno. 

Oggi, se diciamo "amante", l’immaginario comune corre subito all’ombra: a una relazione clandestina, a un segreto da custodire, a un triangolo consumato lontano dagli sguardi ufficiali. Il vocabolario moderno ha confinato questo termine nell’ambito del nascondimento o della contrapposizione al matrimonio e alla stabilità.

Ma se torniamo indietro di due secoli, al cuore del Romanticismo, la parola suonava in modo infinitamente diverso.
Nel linguaggio e nella letteratura romantica, amante conservava la forza pura della sua radice etimologica: il participio presente del verbo amare. L’amante era, semplicemente e grandiosamente, colui o colei che ama.
Non c’era alcuno stigma di furtività squallida o di ripiego. L’amante romantico era la figura di chi viveva una passione assoluta, spirituale ed etica, spesso tragica proprio perché incapace di piegarsi alle convenzioni sociali, ai matrimoni d’interesse o alle logiche di convenienza del proprio tempo. Essere «amanti» significava riconoscere una profonda affinità elettiva e rivendicare la verità dei propri sentimenti contro il resto del mondo. Era un titolo di nobiltà d’animo, un’attestazione di devozione e purezza sentimentale.

Con il passare del tempo e l’affermarsi della morale borghese, il termine si è progressivamente ristretto, finendo per designare quasi esclusivamente la figura dell’altro o dell’altra all’interno di un legame extraconiugale. La dimensione ideale ha ceduto il passo a quella relazionale e sociale, portandosi dietro una pesante eredità di giudizi e ipocrisie. 

Ed è qui che la riflessione si fa più viva: che cosa accade quando una donna, oggi, sceglie e vive questo ruolo con piena consapevolezza, chiarezza e persino felicità?
La risposta della società non è quasi mai univoca. Da un lato sopravvive lo sguardo rigido della morale tradizionale, pronto a bollare la scelta come un atto di egoismo o una minaccia per l’equilibrio familiare. È un giudizio che spesso scarica sulla donna il peso morale dell’intera dinamica relazionale.

Dall’altro lato, tuttavia, emerge una lettura diversa, legata all’autonomia e alla libertà individuale. In una prospettiva più aperta e disincantata, una donna che accetta felicemente questo tipo di legame può essere vista come una persona che rifiuta i compromessi della quotidianità e le etichette sociali. È la scelta di chi decide di vivere la passione, la complicità e la qualità del tempo condiviso, senza chiedere alla relazione di trasformarsi in un’architettura burocratica o in una promessa di stabilità futura. 

Scollegarsi dalle aspettative altrui richiede una notevole maturità emotiva. Significa saper stare nel presente, godere di ciò che c’è senza pretendere la proprietà dell’altro o la convalida del mondo esterno.
Forse, in fondo, la vera metamorfosi non riguarda solo la parola, ma il modo in cui guardiamo all’amore e alle sue forme. Tra l’assoluto tragico dei romantici e la pragmatica libertà contemporanea, la parola amante continua a interrogarci sul confine, sempre sottile, tra ciò che la società prescrive e ciò che il cuore — in totale autonomia — sceglie di vivere.

Resta infine un’ultima, inevitabile contraddizione con cui fare i conti: il diverso metro di giudizio che la società continua ad applicare a seconda del genere. Se una donna che vive felicemente il ruolo di amante viene ancora troppo spesso osservata con sospetto, giudicata per la sua presunta spregiudicatezza o caricata della colpa di una rottura, all’uomo nella medesima posizione viene storicamente riservato uno sguardo ben più indulgente. Per l’uomo, la condizione di "amante" o il collezionare relazioni esterne è stato a lungo letto come un segno di vitalità, di conquista o persino di comprensibile fuga dalla routine. E' una disparità antica, un doppio standard che fatica a morire. 

E forse la vera sfida culturale di oggi sta proprio qui: nel superare queste asimmetrie di giudizio per restituire a tutti — donne e uomini — la stessa responsabilità e la stessa dignità nelle proprie scelte affettive, libere da ipocrisie e da vecchi retaggi patriarcali.


18 settembre 2026

Ma insomma, perché non esci mai? Ti stai isolando!

È la frase che mi sento ripetere spesso dagli amici, con quel tono tra il rimprovero affettuoso e la sincera preoccupazione. Sorrido sempre, perché so che per loro stare a casa sembra una punizione, mentre per me è semplicemente il posto migliore del mondo.

Non si arriva alla propria solitudine da un giorno all'altro; la si conquista a piccoli passi, spesso smantellando le aspettative altrui e superando la paura del silenzio. C'è stato un momento preciso in cui ho smesso di cercare conferme fuori e ho capito che l'unico punto fermo di cui avevo davvero bisogno ero me stessa. Scegliere di stare da sola non è stata una rinuncia o una resa al tempo che passa, ma l'atto d'indipendenza più autentico della mia vita: la decisione di abitare la mia storia senza dover chiedere il permesso a nessuno. 

Io ho cominciato così, cercando un luogo che non fosse fuga ma presenza, nel momento in cui ho capito che la solitudine non è un’assenza da subire, ma uno spazio pieno da costruire.

Oggi la mia solitudine è fatta di gesti calmi e precisi, di rituali che scandiscono giornate ricche di senso. È il valore del mio tempo ritrovato: la gioia di potermi immergere nelle pagine di un buon libro, di lasciar scorrere i pensieri sulla carta quando scrivo, di ascoltare la pioggia o il primo soffio di vento senza il bisogno di riempire quel vuoto con un rumore di fondo. È la bellezza di guardare il mondo con i miei occhi, senza fretta, godendo della semplicità della casa e del contatto con la natura. In questi momenti non c'è solitudine che pesa, ma solo una profonda sensazione di pienezza.

C'è una differenza fondamentale tra l'isolarsi e l'abitare consapevolmente la propria solitudine. La mia non è chiusura verso il mondo né rifiuto degli altri. Anzi: è proprio perché basto a me stessa che posso permettermi di scegliere con cura le relazioni, coltivando solo gli affetti autentici, i legami sinceri e la solidarietà spontanea con chi mi circonda. Non ho bisogno di stare in mezzo alla folla per sentirmi viva, né di un rumore di fondo per scacciare i pensieri.

Questa solitudine, oggi, la custodisco come si fa con le cose più preziose. Non è un muro alzato contro il mondo, ma una finestra aperta sulla mia libertà. È il mio centro, la mia casa interiore: il luogo dove ho imparato a bastarmi e dove, finalmente, mi sento a casa.

13 settembre 2026

13 Settembre 1970

Ci sono date che restano impresse nel calendario come vecchi chiodi a cui non c'è più nulla da appendere. Il 13 settembre del 1970 era una domenica, proprio come oggi. A fare i calcoli con la logica dei numeri e delle convenzioni, a distanza di cinquantasei anni si potrebbe parlare di un anniversario di matrimonio; a guardarli con la lucidità di chi ha voltato pagina alla fine degli anni novanta, si potrebbe al massimo festeggiare quasi un trentennio di divorzio.

Ma gli anniversari, in fondo, lasciano il tempo che trovano. Non c'è molto da festeggiare e meno che mai c'è bisogno di infierire o denigrare ciò che è stato. Anche i percorsi che s'interrompono si lasciano dietro qualcosa di vivo e duraturo: dei figli, per esempio.

I figli crescono e imparano, quasi sempre a proprie spese, una delle lezioni più amare della vita: che gli adulti, compresi i genitori, raramente sono ciò che appaiono. Scoprono che chi dovrebbe guidarli sa predicare bene e razzolare male, che l'egoismo, l'opportunismo, l'ipocrisia e la manipolazione non sono difetti estranei alle pareti domestiche. E così prendono le distanze da chi, secondo loro, ha sbagliato, lasciando un vuoto emotivo che non sono preparati a colmare.

Non si tratta di stilare classifiche sulle colpe o su chi sia stato più o meno imperfetto. Ciò che conta è che, se dopo anni di distanza e di contumacia quelle braccia tornano ad aprirsi, un significato deve pur esserci. C'è l'amore filiale, certo, ma da solo non basta: i figli sanno essere giudici inflessibili e intransigenti, poco inclini a rimettere in discussione le proprie sentenze se non c'è qualcosa di autentico a fare da peso sulla bilancia.

Ma cosa accade quando il tempo passa e quei giudici inflessibili smettoni di indossare la toga?

Quando un figlio è giovane, l'errore di un genitore non è solo una ferita: è un tradimento dell'ordine naturale delle cose. I ragazzi chiedono coerenza perché ne hanno bisogno per costruire il proprio baricentro. Poi, lentamente, accade qualcosa di inaspettato. Gli anni passano anche per loro, la vita reale presenta i suoi conti, le sue complessità, le sue inevitabili incongruenze.

La contumacia dei figli, in fondo, non è sempre solo rabbia. Spesso è il tempo necessario per rielaborare le macerie delle illusioni cadute. È la distanza indispensabile per smettere di guardare i genitori come divinità infallibili o carnefici onnipotenti, e iniziare finalmente a vederli per quello che sono sempre stati: esseri umani fallibili, imperfetti, che hanno fatto quello che potevano con gli strumenti che avevano a disposizione in quel momento.

Quel riavvicinamento non è quasi mai un ritorno al passato, perché indietro non si torna. È la nascita di un patto nuovo. È la scoperta che oltre la delusione esiste uno spazio di maturità in cui l'affetto non chiede più perfezione, ma autenticità.

Alla fine, forse, festeggiare un anniversario di matrimonio o un divorzio ha poca importanza. Ciò che conta davvero è constatare che la vita, pur nella sua disordinata complessità, lascia sempre uno spiraglio aperto per chi ha il coraggio di attraversare il silenzio e attendere che il tempo compia il suo lavoro.

P.S.Ci si chiede spesso se il tempo sia davvero un galantuomo o solo un testimone silenzioso. La verità è che il tempo non consola e non sistema le cose da solo, ma possiede un talento ostinato: smantella le sovrastrutture, scrosta le narrazioni di comodo e lascia emergere i fatti nella loro nuda essenza.

A distanza di anni, le ragioni ostentate perdono peso, le colpe sbandierate sbiadiscono e resta solo ciò che era reale. La verità che il tempo regala non è mai una vittoria di parte né una resa al passato: è semplicemente la presa d'atto che le persone cambiano, che le illusioni finiscono e che l'unica cosa che conta davvero è ciò che siamo riusciti a salvare lungo la strada.

12 settembre 2026

Il rifugio della memoria: quando la malinconia ci salva dal rumore di oggi

 

Vivere il presente, a volte, richiede una gran fatica. Ci troviamo immersi in un mondo rumoroso, spesso spigoloso, attraversato da conflitti, odio e una complessità che tende a sopraffarci. Guardare i telegiornali o anche solo osservare la frenesia delle nostre giornate può lasciare un senso di smarrimento, come se la bellezza facesse sempre più fatica a trovare spazio tra le pieghe della quotidianità.

È proprio in questi momenti, quando il presente pesa troppo, che sento il bisogno di cercare un punto d'ancoraggio. E lo trovo in una forma particolare di malinconia: non una tristezza che paralizza o che si strugge nel rimpianto, ma una forma di custodia interiore. L'arte di tirare fuori dal cassetto della memoria qualcosa di bello, per ricordarci che la serenità è esistita ed è ancora possibile.

È allora che mi ritrovo a sfogliare vecchie fotografie. Sono immagini in bianco e nero dei lontani primi anni ’50, con i bordi consumati dal tempo. Ritraggono la mia infanzia immersa nella vastità e nel silenzio della campagna.

Era un'altra epoca, un mondo fatto di pochissime cose materiali ma di una sconfinata libertà. La campagna non era solo uno sfondo, ma una presenza viva. Aveva odori, sapori, colori, essenze antiche che oggi non sentiamo più, sommersi come siamo dall'asfalto o distratti dalla fretta. Era l'armonia di giornate semplici, in cui bastava davvero poco per sorridere e sentirsi parte di tutto quello che ci circondava.

Riaprire la scatola di quei ricordi non significa voler fuggire dalla realtà di oggi o far finta che le brutture del presente non esistano. Significa, piuttosto, fare un respiro profondo. Significa rispolverare quella luce antica, scaldarsi al calore di un passato felice e poi tornare al presente con il cuore un po' più leggero e fortificato.

La malinconia buona è questo: una riserva di bellezza a cui attingere quando fuori fa troppo freddo. Ci ricorda chi siamo stati, da dove veniamo e che la semplicità, anche quando sembra perduta, resta una bussola preziosa per orientarci nel caos di oggi. 

P.S. Mi rendo conto che ultimamente scrivo con una vena di ottimismo che sembra quasi stridere con la realtà che ci circonda. Perdonatemi: sarà che sto diventando vecchia, che il mio spirito ribelle si sta un po' affievolendo, o semplicemente che i ricordi ormai sono diventati il mio pane quotidiano. Ma, in questo tempo così duro, ho solo un grande, immenso bisogno di cose belle.


09 settembre 2026

La cura


Capita a tutti di guardare la realtà attorno a noi, con le sue complessità e le sue contraddizioni, e avvertire una sottile stanchezza. La rassegnazione è una tentazione comoda: ci suggerisce che le cose stanno così, che le singole persone non possono fare molto e che la scelta più saggia sia ritirarsi nel proprio spazio protetto. Ma esiste un’alternativa al cinismo che non richiede di chiudere gli occhi o di fingere che vada tutto bene. Questa alternativa si chiama cura.

Nei giorni scorsi i miei vicini di casa, sapendo che non ho la macchina, che vivo sola e che non sono più tanto giovane, si sono offerti spontaneamente di aiutarmi per qualsiasi necessità o eventualità avessi bisogno. Un'attenzione semplice, una parola detta con naturalezza. Eppure, in una società che raccontiamo spesso come individualista e distaccata, quella mano tesa senza che l'avessi nemmeno chiesta mi ha colpita e confortata.

Ci chiediamo talvolta se la solidarietà sia diventata una merce rara. La verità è che quando siamo presi dalla corsa quotidiana o dalle nostre preoccupazioni tendiamo a chiuderci nelle nostre case, a guardare solo al nostro piccolo perimetro. Ma basta che qualcuno alzi lo sguardo oltre la soglia per ricordarci che non siamo soli. Quel gesto dei miei vicini è stato una forma limpida di cura verso l'altro: un modo silenzioso per dire "Ti vedo, so che sei qui, e puoi contare su di noi".

Rassegnarsi significa guardare le crepe attorno a noi e dire: "Oramai non c'è più niente da fare". Avere cura, invece, significa fare come quei vicini: sollevare lo sguardo, cogliere le esigenze di chi ci vive accanto e scegliere di esserci.

La cura è l'antidoto naturale all'impotenza. Quando decidiamo di prenderci cura di un legame, di una persona o della nostra comunità, smettiamo di essere spettatori passivi e diventiamo custodi di ciò che ha valore. I gesti di vicinanza e la gentilezza discreta non fanno rumore quanto l'indifferenza o la solitudine, ed è per questo che a volte ci sembrano rari, ma continuano a essere la rete invisibile e fortissima che tiene insieme le nostre vite.

Sperare che il domani sia migliore non è una fiducia cieca, ma la conseguenza diretta del nostro prenderci cura del presente. Il futuro non si costruisce con le grandi proclamazioni, ma con la continuità di queste attenzioni quotidiane e prossime.

Sapere che la realtà non è perfetta non deve essere la scusa per arrenderci, ma la premessa per desiderare di abitarla meglio. Finché ci sarà qualcuno disposto ad allungare la mano, a preoccuparsi dell'altro e a creare vicinanza, non ci sarà mai spazio per la vera rassegnazione.

03 settembre 2026

Piccolo mondo antico.


Dicono che con l’età si diventi più cinici, più disillusi, piegati dal peso della realtà. Eppure, io mi ritrovo ancora qui, con la stessa testarda vena utopica che mi accompagna da sempre, a sognare mondi possibili. Non per fuga, ma per il bisogno viscerale di ricordarmi che l'umanità può essere diversa da come ce la raccontano ogni giorno.

A volte questo bisogno prende la forma di una storia, di un luogo dell'anima che somiglia a un ricordo, anche se forse non è mai esistito...

Chiamatela pure ingenuità, o magari la testardaggine di chi rifiuta di rassegnarsi all'idea che il mondo debba per forza essere una corsa ad ostacoli fatta di competizione, solitudine e porte chiuse a chiave. Io continuo a coltivare la mia personalissima vena utopica, con la stessa ostinazione di chi pianta fiori nelle crepe dell'asfalto.

Ogni tanto mi piace chiudere gli occhi e incamminarmi in un luogo dove le cose vanno diversamente. Un posto come questo.

 

C’era una volta una terra adagiata tra colline morbide e boschi antichi, un luogo dove la parola "straniero" non aveva mai trovato cittadinanza. Lì, le giornate non venivano scandite dall’incedere frettoloso degli orologi o dal peso del dovere, ma dal ritmo calmo del respiro, dalla luce del sole che filtrava tra le chiome degli alberi e dalla lentezza dei passi lungo i sentieri di terra battuta.

In quel mondo ormai scomparso, la competizione era un concetto del tutto incomprensibile. Nessuno sognava di primeggiare, di superare il vicino o di accumulare più del necessario; la realizzazione di ciascuno non risiedeva nei traguardi individuali, ma nella serenità condivisa. Se un contadino raccoglieva un cesto di fichi dolci, la sua prima gioia era correre a dividerli con la comunità; se un artigiano creava qualcosa di bello, la sua soddisfazione era vederlo usato e amato dagli altri. Il successo del singolo non suscitava mai invidia o confronto, ma una festa sincera a cui tutti prendevano parte con il cuore leggero.

Le case non avevano chiavi né serrature. Le porte restavano socchiuse dall'alba al tramonto e le finestre svelavano tavole sempre apparecchiate, pronte ad accogliere chiunque passasse anche solo per condividere un pensiero, un ricordo o una tazza di infuso caldo. Le conversazioni non erano mai superficiali o affrettate: ci si guardava negli occhi, ci si ascoltava senza giudicare, custodendo la fragilità altrui come un bene prezioso.

La felicità non era un traguardo difficile da inseguire o una promessa lontana, ma una presenza costante e discreta. Si nascondeva nelle cose più piccole: nel profumo del pane appena sfornato, nel saluto caloroso di un passante, nella certezza incrollabile che nessuno sarebbe mai stato lasciato indietro. 

Era un piccolo mondo perfetto, dove la bontà non era un’eccezione o una virtù rara, ma l'unico modo possibile di stare al mondo.




30 agosto 2026

Il faro.

 

E’ così, non ci posso far niente: in questo periodo ho voglia di favole, di bellezza e di buoni sentimenti. Forse è un modo per esorcizzare tutta la crudeltà di questo mondo che sta andando in rovina. O forse perché da eterna illusa credo ancora nella bontà e non riesco a rassegnarmi a parlare della realtà che non mi dà modo di esprimere la bellezza che insisto a cercare nell’animo umano. Così mi invento delle storie che hanno il sapore delle favole perché ormai solo nelle favole si trova quella sensibilità che sembra perduta. È da questo contrasto dell'anima che stamattina mi è venuta voglia di scrivere questa storia pensando a una cosa che per me ha sempre avuto un fascino rassicurante e un significato preciso.

Ci sono luoghi che non appartengono soltanto alla geografia, ma alla parte più intima della nostra anima. Per me, il faro è sempre stato uno di questi: un fascino antico, una presenza magnetica capace di riassumere in sé due dei sentimenti più profondi della vita: la salvezza e l'isolamento. Muto e fiero in mezzo alla tempesta, il faro rappresenta l'àncora a cui aggrapparsi quando tutto attorno crolla, la luce che ti dice "sei in salvo, sei arrivato a casa". E allo stesso tempo racchiude una solitudine immensa, fatta di pietra e vento, un'esistenza spesa ad illuminare il cammino altrui restando però sempre fermo lì, al margine del mondo.

 

La tempesta sputava fulmini e schiuma nera, avvolgendo il mare in un abbraccio di pura furia. In mezzo a quell'abisso scatenato, una piccola barca di legno lottava per non farsi inghiottire, come una foglia smarrita dentro un vortice d'ombra. A bordo, il marinaio non combatteva più solo contro le onde, ma contro il gelo che gli si era insediato nel petto: la sensazione atroce che la notte non avrebbe mai più lasciato posto all'alba.

Poi, nel punto più profondo del buio, nacque il miracolo.

La Luce del faro non si limitò a fendere i flutti; si srotolò sulla superficie dell'acqua come un tappeto di sole fuso. Non era un semplice bagliore, ma un abbraccio di calore e di vita che arrivò a toccare il legno stremato dello scafo. Nel momento esatto in cui il raggio avvolse la barca, il tempo parve rallentare il suo corso furioso.

Il marinaio alzò lo sguardo e provò qualcosa che aveva dimenticato: una gratitudine così densa da far tremare le ginocchia. La Luce gli parlava senza parole, sussurrandogli che l'isola era lì, che la terraferma lo stava aspettando e che nessuna tempesta è grande abbastanza da spegnere la speranza di chi cerca la via di casa. Guidata da quella stella di pietra piantata tra le rocce, la barca scivolò tra i frangenti e trovò la quiete della baia, posandosi sulla sabbia come un'onda stanca.

Da quella notte, la Luce e la barca rimasero legate da un filo invisibile. Ogni sera, quando il cielo si tingeva di violetto, la Luce tornava a cercarla con il suo raggio più dolce, quasi a volerne accarezzare il legno per accertarsi che fosse ancora al sicuro. E la barca, dondolando piano al riparo del molo, le rispondeva con il cigolio sommesso dei suoi ormeggi, come un vecchio amico che sussurra il suo grazie prima di addormentarsi.

Tra di loro non servivano parole: la favola era tutta lì, nel coraggio di chi affronta il mare e nella generosità di chi resta acceso a fare da guardia ai sogni altrui.

 

24 agosto 2026

Un viaggio nell’utopia. Fantasie su un’umanità possibile.


Questo racconto nasce da un'ossessione: l'idea che uguaglianza, giustizia e pace non siano utopie ingenue, ma scelte economiche e strutturali applicabili al nostro mondo. Ho immaginato il futuro all'interno di una comunità che ha deciso di riorganizzare l'esistenza attorno alle necessità umane anziché al profitto.

 

 

 

Il cambiamento era iniziato cinquant'anni prima, dopo l'ultima grande crisi climatica e finanziaria. La città era ormai silenziosa, priva del traffico a cui erano abituati i nostri nonni, e integrata con la natura grazie a edifici in bio-mattone e pannelli solari di ultima generazione.

Al centro del quartiere sorgeva un grande emporio, una struttura automatizzata e luminosa, costruita in legno lamellare e ampie vetrate che la rendevano più simile a una piazza coperta che a un magazzino. Qui venivano stipati i prodotti agricoli locali e i beni di prima necessità. Non c'erano casse, né tornelli, né cartellini con i prezzi: in questa società il denaro era stato superato. L'accesso a questi prodotti fondamentali era universale e basato sul bisogno. Le porte erano sempre aperte e prive di serrature: il concetto di furto aveva perso significato nel momento in cui l'accesso ai beni era garantito. L'emporio non era soltanto un punto di distribuzione, ma un crocevia sociale dove ci si incontrava per scambiare due parole, lasciare messaggi sul tabellone delle attività di quartiere o semplicemente prendersi il tempo di scegliere ciò di cui si aveva davvero bisogno per la giornata.

Marco, un giovane analista, osservava con una smorfia di incredulità i vecchi dati del primo ventennio del duemila scorrere sul grande schermo olografico del suo tablet. Accanto a lui, con una tazza di infuso tra le mani, c'era Gianna, una storica e sociologa del cambiamento che quei decenni di transizione l’avevano vista muoversi a fatica tra le pieghe della storia.

I grafici mostravano curve vertiginose: indici di rendimento finanziario che salivano verso l'alto mentre, sulla stessa linea temporale, le curve del benessere sociale e dell'accesso alla casa precipitavano verso il basso.

«Gianna,» disse Marco rompendo il silenzio, senza distogliere lo sguardo dalle cifre redatte quasi mezzo secolo prima. «Non riesco davvero a capire. Come facevano le persone del passato a tollerare che la speculazione sui beni di prima necessità lasciasse migliaia di cittadini per strada? Com'era possibile che l'emergenza abitativa o il costo del cibo fossero considerati "normali oscillazioni di mercato"?»

Gianna posò lentamente la tazza sul tavolo di legno chiaro e sospirò, guardando il giovane collega con una punta di indulgenza.

«Era un errore di sistema, Marco,» rispose piano. «Oppure, se preferisci, una deviazione prospettica. Nella vecchia economia, il valore di un bene non dipendeva dalla sua utilità reale o dal suo significato per la vita umana, ma solo dalla sua scarsità relativa. Di conseguenza, il sistema stesso incentivava a creare artificialmente la scarsità: si razionava l'accesso, si accumulavano immobili vuoti e si speculava sui raccolti solo per generare profitto.»

Marco scosse la testa, sfiorando uno dei grafici che evidenziava il tasso di povertà di un anno a caso negli anni Venti. «Ma la gente non vedeva l'assurdità di tutto questo?»

«Quando sei dentro una gabbia culturale da generazioni, finisci per credere che le sbarre siano leggi della fisica,» spiegò Gianna. «L'ansia per la sopravvivenza era il vero motore di quel modello. Le persone accumulavano in modo compulsivo non necessariamente per avidità, ma per una viscerale paura della povertà. Quando le comunità locali hanno finalmente sottratto i beni primari alle borse valori, garantendone a tutti l'accesso tramite la gestione comune, l'architettura psicologica della società è cambiata. Venuta meno la paura del domani, la corsa all'accumulo ha semplicemente perso ogni senso.»

 Il giorno seguente, i due si spostarono verso il villaggio tecnologico, un complesso luminoso perfettamente incastonato tra il verde della collina e le strutture a basso impatto ambientale. I laboratori e le officine erano alimentati a idrogeno verde e geotermia, con ampie vetrate che lasciavano entrare la luce naturale e tetti giardino che regolavano la temperatura degli ambienti. L'atmosfera era distesa, scandita da un ritmo umano: i turni di lavoro, gestiti in autonomia dai gruppi di ricerca, non superavano mai le quattro ore giornaliere.

Marco osservava un'ingegnera intenta a calibrare un braccio robotico per la stampa di moduli abitativi isolanti. Non c'erano supervisori a controllare i tempi, né schermate di monitoraggio della resa individuale.

«Lavorano senza la pressione di un badge aziendale o l'ansia del licenziamento,» osservò Marco, lasciando scorrere lo sguardo sulle postazioni luminose dove si alternavano volti sereni di ogni età. «Nel mondo del passato, gli economisti avrebbero detto che senza il ricatto del bisogno la gente smette di produrre. Perché invece qui la produttività non crolla?»

«Perché abbiamo finalmente capito che la tecnologia serve a liberare tempo, non a licenziare le persone per tagliare i costi,» spiegò Gianna, appoggiandosi alla balaustra che affacciava sul laboratorio principale. «Nel vecchio sistema, se un'innovazione permetteva a una macchina di sostituire dieci operai, la macchina rimaneva al proprietario e gli operai andavano in miseria. Era un assurdo logico: il progresso tecnico produceva disoccupazione e disperazione anziché benessere.»

Gianna fece un cenno verso l'ingegnera al lavoro. «Oggi, quando l'automazione riduce il carico di lavoro, quel margine si traduce immediatamente in tempo restituito alla vita. Quella lavoratrice guadagna ore preziose per studiare, stare con la famiglia, fare arte o dedicarsi alle proprie passioni. E il lavoro ha smesso di essere una condanna ed è diventato un atto spontaneo di responsabilità civica. Questa ingegnera produce con cura perché sa che i suoi componenti serviranno a costruire nuove case ecologiche per tutti, compresa la sua comunità, non per arricchire un consiglio di amministrazione o far salire le azioni in borsa.»

Il viaggio proseguì verso una struttura circolare in vetro e legno: il palazzo di giustizia. Ma non era il tribunale vecchio stile con libroni di codici e leggi che impartivano punizioni e non c’erano forze di polizia militarizzate. C’erano semplicemente dei tavoli intorno ai quali ci si sedeva e ci si parlava privi di aggressività. «Nessun giudice che emette una sentenza d'ufficio?» chiese Marco.

«La vecchia giustizia presupponeva che ci fosse un colpevole da isolare e una vittima da risarcire, senza risolvere il problema alla radice.» rispose Gianna. «Oggi ha smesso di essere un apparato punitivo ed è diventata un atto collettivo di cura e ripristino dell’equilibrio. Anche se, grazie al libero accesso alle forniture di beni essenziali, i reati legati alla miseria, all'avidità o alla disuguaglianza di classe non esistono più, i conflitti non scompaiono del tutto, perché restano le fragilità umane, i malintesi e i traumi. Cambia però radicalmente il modo di affrontarli. Ci si siede allo stesso tavolo finché i dati e la comprensione reciproca non generano una soluzione collettiva. E’ la comunità stessa che si interroga sempre su quale mancanza di supporto possa aver favorito il verificarsi di un danno, assumendosi una quota di responsabilità collettiva. La pace non è l'assenza di contrasti, Marco. È la capacità di risolverli senza l'uso della forza o del ricatto economico. In questo scenario la giustizia non è più uno strumento di controllo esercitato dall’alto, ma un patto di fiducia con cui una comunità libera sceglie di custodire la propria armonia.»

Il viaggio era concluso. Dalla terrazza della sede centrale, dove il vento portava il profumo dei boschi ripiantati lungo i vecchi assi stradali, Marco spaziava con lo sguardo sulla vallata. La città si stendeva sotto di loro completamente trasformata: un mosaico armonioso di tetti verdi, corsi d'acqua rinaturalizzati ed edifici integrati nell'ecosistema, privi del brusio metallico e dell'aria pesante che avevano caratterizzato il secolo precedente.

Eppure, nonostante la bellezza di quella vista, il suo pensiero rimaneva teso verso i dati che continuavano a scorrere sul suo tablet. Le mappe termiche mostravano ancora ampie zone del pianeta contrassegnate da sfumature critiche: regioni dove la transizione procedeva a fatica e vecchie strutture si ostinavano a resistere.

«Questo sistema funziona qui, Gianna,» disse Marco con una sfumatura di inquietudine nella voce. «I nostri indicatori di benessere, risorse e coesione sono stabili. Ma in altre parti del pianeta ci sono ancora milioni di persone intrappolate in contesti basati sui confini militarizzati, sullo sfruttamento delle risorse e su una disuguaglianza cronica. Come possiamo aiutarle davvero? Non rischiamo di rimanere un'isola felice indifferente al resto del mondo?»

«I sistemi tossici non si abbattono con la forza o con le armi, Marco,» rispose Gianna, rimanendo al suo fianco a fissare l'orizzonte. «Ogni volta che in passato si è cercato di esportare un modello con la coercizione, si sono riprodotti gli stessi meccanismi di sopraffazione che si pretendeva di combattere. I vecchi paradigmi si rendono obsoleti mostrando un'alternativa migliore, solida e riproducibile, che funziona nella realtà di ogni giorno.»

Gianna posò con delicatezza una mano sulla spalla del giovane analista. «Noi condividiamo questi dati in rete, liberamente, senza brevetti né segreti industriali. Rendiamo pubblici i codici di gestione, i progetti delle tecnologie pulite e le metriche di distribuzione. Dimostriamo al mondo intero che un'esistenza basata sulla cooperazione non è un sogno ingenuo, ma una scelta economicamente e strutturalmente possibile. Il resto dipende dalla consapevolezza di chi, al di là di quelle frontiere, decide di fare il primo passo per riprendersi il proprio futuro.»