28 febbraio 2013
Scherzi da Pa(p)pa.
“Papa dimesso a causa del bue e dell’asinello”: i due hanno vinto il ricorso per l’esclusione dal presepe.
Il Papa ha annunciato che darà le dimissioni il 28 febbraio, il tempo di impachettare l’argenteria.
Il Papa si vuole dimettere. Bersani, purtroppo, no.
Benedetto XVI si dimette da Papa. Non riusciva più a trovare il tempo di twittare.
Bossi ha dichiarato che prenderà anche lui esempio dal Papa e si dimetterà se la badante si ostinerà a non cambiargli i pannolini.
Per la successione a Benedetto XVI spunta da candidatura di Silvio Berlusconi. Da papi a Papa.
Commento degli esodati alle dimissioni del Papa:
“E’ dimostrato che, per andare in pensione, ci vogliono i classici santi in Paradiso, altro che i contributi in regola”
“E’ dimostrato che, per andare in pensione, ci vogliono i classici santi in Paradiso, altro che i contributi in regola”
Ripercussioni delle dimissioni del Papa:
Moody’s ha tolto la tripleA al Vaticano
Moody’s ha tolto la tripleA al Vaticano
Le prime parole del Papa dopo le dimissioni “per ragioni di salute”:“Ma perché mi prendete le misure?”
Si dice che il successore di Ratzinger sarà nero.
E’ proprio l’anno di Balotelli.
E’ proprio l’anno di Balotelli.
Ascoltando bella musica per addolcire il resto.
Mentre continua la solita farsa post elettorale con Bersani che fa la corte a Grillo e Grillo che gli chiude la porta in faccia (come se fossero poi così diversi ...), mentre si fa un papa prima ancora che sia morto l'altro, tiriamoci su il morale con un po' di musica immortale.
Per chi vuole invece approfondire ulteriormente la conoscenza di Grillo segnalo l'articolo
che mostra il legame tra Grillo-Casaleggio e il Nuovo Ordine Mondiale,
e l'articolo
che
svela alcuni retroscena poco noti ai più sui rapporti tra il
ricchissimo comico ed il potente Vaticano; in tale articolo viene
inoltre suggerito il nome di un possibile successore di Benedetto XVI.
Sullo stesso blog possiamo leggere dei rapporti tra il Vaticano, i gesuiti e la cosiddetta "sinistra" italiana (da Vendola a Rutelli, passando per Bertinotti e Fassino)
"La comune di Parigi egiziana"
Una
realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said:
una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta
l'autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo
momento – i lavoratori - stanno cercando di riprodurre anche in altre
città.
Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo.
All'entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco
della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli
abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi "polizia
popolare". La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani,
ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano.
Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un
completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque
cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico
governativo.
Per quanto riguarda il fattore "sicurezza", con
l'autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La
polizia - a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare
seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle
40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista
costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le
inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed
uccidere a sangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che
una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said
avrebbe richiesto l'intervento del governo per sedare le probabili
rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza
le "forze dell'ordine" è più sicura e vive meglio.
Vi è poi un
tacito accordo che permette all'esercito (maggiormente rispettato dal
popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla
polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di
presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di
intervento.
Dunque la realtà è questa: militari inermi a
presidiare luoghi come il tribunale e l'importantissimo porto (adesso in
sciopero) e la "polizia popolare" che si occupa della sicurezza nella
città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l'autorità si ritova
nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando
anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.
La chiusura del governo centrale e l'autorganizzazione di mezzi e modi
di produzione, rendono l'esperienza di Port Said una realtà senza
precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di
produrre, di esistere.
Le fabbriche sono chiuse, il traffico
marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo
i servizi necessari.
Si produce il pane, gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono
aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la
produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia,
prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la
produzione.
Una nuova forma di autorganizzazione si sta
sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse
famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole
del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno
cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale,
rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie
scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori
della rivoluzione egiziana.
Una realtà che può sembrare
impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato
raccontato l'esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la
condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova
coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato
molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21
giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va
ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un
contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene
dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti.
Questo Port Said l'ha capito e, appena le condanne a morte sono state
emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all'uccisione di
una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i
funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo
sciopero, la disobbedienza civile.
Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.
Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le
condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta
ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di
coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una
lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una
lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente
mettere il regime in ginocchio.
Adesso non si chiede più, come
era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per
colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia
per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la
caduta del regime.
Nella giornata di lunedì una grande
manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said:sindacato
indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in
molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare
solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha
invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in
tutto il paese.
Intanto altre città egiziane hanno in queste
ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez
gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per
settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per
invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le
università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i
lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però
riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come
avvenuto invece a Port Said.
Non si sa quanto quest'esperienza,
chiamata "la comune di Parigi egiziana", possa continuare. Sicuramente è
difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in
cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per
ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia.
Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è
fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si
riproduca anche in altre città.
Inizialmente gli abitanti di
Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9
prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte –
adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta
incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al
momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il
popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime,
l'autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle
prospettive positive a queste lotte.
La corrispondente di Infoaut dall'area mediorientale
http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/7001-egitto-lautogestione-di-port-said-e-le-lotte-operaie
https://www.facebook.com/AnarchiaSenzaAggettivi/posts/429955143758819
27 febbraio 2013
Trombati sì, ma se ne vanno col sacco pieno!
Le elezioni politiche del 2013 hanno decretato il successo del Movimento 5 Stelle e il ritorno di Silvio Berlusconi. Non ci sono solo vincitori o sconfitti, ma anche dei “trombati” ossia coloro che non ce l’hanno fatta ad entrare in Parlamento. Tra le vittime illustri c’è Gianfranco Fini. Contenti? Mica tanto. In alcuni casi i trombati ci costano più degli eletti.
L’ex presidente della Camera percepirà una pensione di 6.200 euro netti al mese. Non solo. Fini riscuoterà anche 260 mila euro dall’assegno di reinserimento all’attività lavorativa. Meno soldi arriveranno ad Antonio Di Pietro. L’ex magistrato prenderà una pensione di 4.300 euro al mese e una liquidazione di 60 mila euro. Ci sono però anche quelli che hanno deciso non partecipare alle elezioni. Uno di questi è Beppe Pisanu. Il “pidiellino” percepirà una pensione di 6.500 euro e un assegno 175 mila euro. Sfortunato Italo Bocchino. L’esponente di FLI è troppo giovane per la pensione e deve accontentarsi solo dell’assegno di reinserimento di 150 mila euro. Ecco la lista dei nuovi pensionati d’oro (trombati e non):
Politico Pensione(€) Liquidazione(€)
Beppe Pisanu 6.500 175.000
Mario Tassone 6.500 158.000
Emma Bonino 6.500 60.000
Walter Veltroni 6.500 44.000
Filippo Berselli 6.200 278.000
Gianfranco Fini 6.200 260.000
Livia Turco 6.100 241.000
Massimo D’Alema 6.000 64.000
Francesco Rutelli 5.600 111.000
Roberto Castelli 5.500 195.000
Franco Marini 5.300 188.000
Stefano Stefani 5.000 176.000
Pierluigi Castagnetti 5.000 111.000
Claudio Scajola 4.700 158.000
Fernando Adornato *4.500 112.000
Antonio Di Pietro 4.300 60.000
Enzo Carra 3.600 111.000
Sergio D’Antoni 3.600 111.000
Furio Colombo 3.600 64.000
Savino Pezzotta 2.200 44.000
* Dal 2014
Per ulteriori info: TGCom 24
L’ex presidente della Camera percepirà una pensione di 6.200 euro netti al mese. Non solo. Fini riscuoterà anche 260 mila euro dall’assegno di reinserimento all’attività lavorativa. Meno soldi arriveranno ad Antonio Di Pietro. L’ex magistrato prenderà una pensione di 4.300 euro al mese e una liquidazione di 60 mila euro. Ci sono però anche quelli che hanno deciso non partecipare alle elezioni. Uno di questi è Beppe Pisanu. Il “pidiellino” percepirà una pensione di 6.500 euro e un assegno 175 mila euro. Sfortunato Italo Bocchino. L’esponente di FLI è troppo giovane per la pensione e deve accontentarsi solo dell’assegno di reinserimento di 150 mila euro. Ecco la lista dei nuovi pensionati d’oro (trombati e non):
Politico Pensione(€) Liquidazione(€)
Beppe Pisanu 6.500 175.000
Mario Tassone 6.500 158.000
Emma Bonino 6.500 60.000
Walter Veltroni 6.500 44.000
Filippo Berselli 6.200 278.000
Gianfranco Fini 6.200 260.000
Livia Turco 6.100 241.000
Massimo D’Alema 6.000 64.000
Francesco Rutelli 5.600 111.000
Roberto Castelli 5.500 195.000
Franco Marini 5.300 188.000
Stefano Stefani 5.000 176.000
Pierluigi Castagnetti 5.000 111.000
Claudio Scajola 4.700 158.000
Fernando Adornato *4.500 112.000
Antonio Di Pietro 4.300 60.000
Enzo Carra 3.600 111.000
Sergio D’Antoni 3.600 111.000
Furio Colombo 3.600 64.000
Savino Pezzotta 2.200 44.000
* Dal 2014
Per ulteriori info: TGCom 24
Non siete Stato voi!
Non siete Stato voi che parlate di libertà
come si parla di una notte brava dentro
i lupanari.
Non siete Stato voi che
trascinate la nazione dentro il buio
ma vi divertite a fare i luminari.
Non
siete Stato voi che siete uomini di
polso forse perché circondati da una
manica di idioti.
Non siete Stato voi
che sventolate il tricolore come in
curva e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non
siete Stato voi né il vostro parlamento
di idolatri pronti a tutto per ricevere
un'udienza.
Non siete Stato voi che
comprate voti con la propaganda ma
non ne pagate mai la conseguenza.
Non
siete Stato voi che stringete tra le
dita il rosario dei sondaggi sperando
che vi rinfranchi.
Non siete Stato
voi che risolvete il dramma dei disoccupati
andando nei salotti a fare i saltimbanchi.
Non
siete Stato voi. Non siete Stato, voi.
Non
siete Stato voi, uomini boia con la
divisa che ammazzate di percosse i
detenuti.
Non siete Stato voi con gli
anfibi sulle facce disarmate prese
a calci come sacchi di rifiuti.
Non
siete Stato voi che mandate i vostri
figli al fronte come una carogna da
una iena che la spolpa.
Non siete Stato
voi che rimboccate le bandiere sulle
bare per addormentare ogni senso di
colpa.
Non siete Stato voi maledetti
forcaioli impreparati, sempre in cerca
di un nemico per la lotta.
Non siete
Stato voi che brucereste come streghe
gli immigrati salvo venerare quello
nella grotta.
Non siete Stato voi col
busto del duce sugli scrittoi e la
costituzione sotto i piedi.
Non siete
Stato voi che meritereste d'essere
estripati come la malerba dalle vostre
sedi.
Non siete Stato voi. Non siete
Stato, voi.
Non siete Stato voi che
brindate con il sangue di chi tenta
di far luce sulle vostre vite oscure.
Non
siete Stato voi che vorreste dare voce
a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non
siete Stato voi che fate leggi su misura
come un paio di mutande a seconda dei
genitali.
Non siete Stato voi che trattate
chi vi critica come un randagio a cui
tagliare le corde vocali.
Non siete
Stato voi, servi, che avete noleggiato
costumi da sovrani con soldi immeritati,
siete
voi confratelli di una loggia che poggia
sul valore dei privilegiati
come voi
che i mafiosi li chiamate eroi e che
il corrotto lo chiamate pio
e ciascuno
di voi, implicato in ogni sorta di
reato fissa il magistrato e poi giura
su Dio:
"Non sono stato io".
come si parla di una notte brava dentro
i lupanari.
Non siete Stato voi che
trascinate la nazione dentro il buio
ma vi divertite a fare i luminari.
Non
siete Stato voi che siete uomini di
polso forse perché circondati da una
manica di idioti.
Non siete Stato voi
che sventolate il tricolore come in
curva e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non
siete Stato voi né il vostro parlamento
di idolatri pronti a tutto per ricevere
un'udienza.
Non siete Stato voi che
comprate voti con la propaganda ma
non ne pagate mai la conseguenza.
Non
siete Stato voi che stringete tra le
dita il rosario dei sondaggi sperando
che vi rinfranchi.
Non siete Stato
voi che risolvete il dramma dei disoccupati
andando nei salotti a fare i saltimbanchi.
Non
siete Stato voi. Non siete Stato, voi.
Non
siete Stato voi, uomini boia con la
divisa che ammazzate di percosse i
detenuti.
Non siete Stato voi con gli
anfibi sulle facce disarmate prese
a calci come sacchi di rifiuti.
Non
siete Stato voi che mandate i vostri
figli al fronte come una carogna da
una iena che la spolpa.
Non siete Stato
voi che rimboccate le bandiere sulle
bare per addormentare ogni senso di
colpa.
Non siete Stato voi maledetti
forcaioli impreparati, sempre in cerca
di un nemico per la lotta.
Non siete
Stato voi che brucereste come streghe
gli immigrati salvo venerare quello
nella grotta.
Non siete Stato voi col
busto del duce sugli scrittoi e la
costituzione sotto i piedi.
Non siete
Stato voi che meritereste d'essere
estripati come la malerba dalle vostre
sedi.
Non siete Stato voi. Non siete
Stato, voi.
Non siete Stato voi che
brindate con il sangue di chi tenta
di far luce sulle vostre vite oscure.
Non
siete Stato voi che vorreste dare voce
a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non
siete Stato voi che fate leggi su misura
come un paio di mutande a seconda dei
genitali.
Non siete Stato voi che trattate
chi vi critica come un randagio a cui
tagliare le corde vocali.
Non siete
Stato voi, servi, che avete noleggiato
costumi da sovrani con soldi immeritati,
siete
voi confratelli di una loggia che poggia
sul valore dei privilegiati
come voi
che i mafiosi li chiamate eroi e che
il corrotto lo chiamate pio
e ciascuno
di voi, implicato in ogni sorta di
reato fissa il magistrato e poi giura
su Dio:
"Non sono stato io".
26 febbraio 2013
Scarpette rosse, ovvero: quello che le elezioni hanno oscurato e la campagna elettorale ha ignorato..
di Rosa Ana De Santis
La puntata di Presa Diretta andata in onda domenica sera, mentre il paese era chiamato al voto, ha portato nelle case degli italiani il dramma del femminicidio, finalmente senza sconti di verità, senza striscioni commemorativi d’apparenza, con una inequivocabile e impietosa denuncia rivolta alle Istituzioni, alle voragini giudiziarie e alla sub cultura dell’ omertà. Meccanismi perversi che ad una legislazione nazionale tutto sommato buona fanno seguire inadempienze a cascata su più livelli procedurali per lungaggini burocratiche, disorganizzazione, carenza di mezzi. Un mosaico perverso di omissioni che tante vittime ha lasciato sole. Una donna uccisa ogni due giorni nel 2012.
Un lavoro giornalistico puro, nudo e crudo come di rado la tv lascia andare in onda che fa il paio con le testimonianze di un altro prodotto di denuncia “Amore Criminale”, fatto soprattutto di “cases history”: la trasmissione che sul tema della violenza di genere costruisce soprattutto un approfondimento di tipo emotivo e psicologico pur non trascurando le pene ridotte, i killer in semilibertà, i processi per stalking iniziati quando le donne sono state già seppellite da mesi.
Di questo soprattutto Presa Diretta ha parlato e dei fondi tagliati ai centri anti violenza e alle case protette, spesso lasciate al volontariato, alla buona volontà, alla fatica di campagne di fund raising quasi porta a porta o a bandi di progetto occasionali.
Il giornalista conduttore, Riccardo Iacona, compie un viaggio dal Sud al Nord del Paese e inizia dalla camera da letto in cui la giovanissima Vanessa Scialfa è stata strangolata a 20 anni dal proprio compagno nel deserto istituzionale di Enna. Una storia paradigmatica: l’amore esclusivo e morboso, giorni su giorni trascorsi da prigioniera per desiderio di possesso e di controllo da parte del proprio fidanzato, una famiglia che sembra accettare il canone del dominio maschile nella tolleranza generale che non vede, non sente e non denuncia e che arriva sempre troppo tardi. Quando le scarpe di tutti i colori, sportive, eleganti, giovanili o comode diventano non più il vezzo della femminilità, ma il ritratto di una carneficina: quella di centotrentasette donne l’anno come dichiara l’ISTAT.
Se al Sud colpisce l’accettazione diffusa di un canone maschilista delle relazioni familiari, è però al centro-Nord che si registra la maggior frequenza di casi di violenza che si scatenano proprio quando le donne si emancipano, sono autonome e decidono di decidere della propria vita.
E’ una questione che esula dallo stereotipo del machismo latino e che attiene alla difficoltà pura e semplice di recepire l’emancipazione delle donne in sé e per sé, senza quelle scappatoie di ordine culturale che tendono ad edulcorare o anche solo a spiegare il male addomesticandolo nella conservazione del contesto sociale.
A tutto questo si unisce la denuncia di un sistema giudiziario che non riesce a proteggere adeguatamente le donne minacciate che denunciano. Nonostante l’introduzione del reato di stalking, nel 2009, le lungaggini e quindi l’incubo della prescrizione e spesso l’impreparazione diffusa a gestire i casi di violenza di genere da parte degli operatori coinvolti diventano la trappola in cui finisce anche quella donna che il coraggio di interrompere la violenza domestica lo ha trovato.
Gli strumenti effettivi a disposizione delle vittime sono ormai quasi svuotati del loro concreto potere di protezione e recupero. Il numero telefonico 1522 è spesso affidato alla dedizione dei volontari che non ricevono un euro dalle Istituzioni ed è a macchia di leopardo la distribuzione delle case protette con Regioni, soprattutto nel Sud, che hanno aree del tutto scoperte e il Molise, per citarne una, che ne è del tutto priva.
Il viaggio arriva nella Provincia di Bolzano che aprendosi a modelli europei può vantare, grazie ai soldi della Caritas e della Provincia, un percorso di eccellenza unico nel Paese che vede gli uomini, attori di violenza, essere immediatamente inseriti in un percorso di recupero per decisione del giudice: una prassi che è obbligatoria per legge in molti paesi europei, ma non da noi. L’unico modo per evitare recidive e soprattutto un modo per convincerci definitivamente che la violenza ai danni delle donne è un problema degli uomini. Non ci sono modelli sociali da prendere a pretesto, o questioni femminili da sviscerare meglio, ma uomini da curare, da mandare in carcere, da fermare e da punire.
E’ una scena desolante quella che restituisce l’inchiesta brillante di Iacona e della sua redazione. Un modo doloroso, ma efficace di ricordare ai cittadini cosa la politica e il governo di un Paese ha davvero il potere di fare o di non fare. Cosa significa tagliare fondi quando una donna chiede aiuto e denuncia il persecutore che la minaccia come Sabrina Blotti che allo Stato più volte e con dovizia di particolari aveva chiesto aiuto grazie anche a testimoni terzi che quella minaccia di morte annunciata dal suo ex l’avevano portata all’attenzione delle forze dell’ordine. Invano visto che quella giovane madre è rimasta a terra sotto i colpi di pistola come la povera Stefania Cancelliere uccisa con un mattarello mentre il suo ex – medico- sconta già i comodi arresti in una clinica immersa nel verde.
Una denuncia che non ha risparmiato nessuno quella che è arrivata dalla prima serata di Raidue, un autentico servizio alla memoria e un invito a considerare la ribellione non come il martirio spontaneo di una donna disperata, ma come un impegno della collettività. Una ricostruzione del problema che è riuscita a spogliare il tema della violenza di genere da sovrastrutture culturali o presunte tali, consegnando alla responsabilità di ogni cittadino e delle Istituzioni preposte il dovere della verità.
Di chi racconta questi drammatici casi e di chi punisce non abbastanza in tempo e non troppo abbastanza i rei di questo male. E tutto il peso della viltà di chi non dice chiaramente a tanti italiani maschi che vivono da padroni nelle ombre delle loro alcove che la legge li chiama violenti, assassini, molestatori. E che per questo andrebbero o andranno fermati.
Prima di un altro paio di scarpette rosse.
La puntata di Presa Diretta andata in onda domenica sera, mentre il paese era chiamato al voto, ha portato nelle case degli italiani il dramma del femminicidio, finalmente senza sconti di verità, senza striscioni commemorativi d’apparenza, con una inequivocabile e impietosa denuncia rivolta alle Istituzioni, alle voragini giudiziarie e alla sub cultura dell’ omertà. Meccanismi perversi che ad una legislazione nazionale tutto sommato buona fanno seguire inadempienze a cascata su più livelli procedurali per lungaggini burocratiche, disorganizzazione, carenza di mezzi. Un mosaico perverso di omissioni che tante vittime ha lasciato sole. Una donna uccisa ogni due giorni nel 2012.
Un lavoro giornalistico puro, nudo e crudo come di rado la tv lascia andare in onda che fa il paio con le testimonianze di un altro prodotto di denuncia “Amore Criminale”, fatto soprattutto di “cases history”: la trasmissione che sul tema della violenza di genere costruisce soprattutto un approfondimento di tipo emotivo e psicologico pur non trascurando le pene ridotte, i killer in semilibertà, i processi per stalking iniziati quando le donne sono state già seppellite da mesi.
Di questo soprattutto Presa Diretta ha parlato e dei fondi tagliati ai centri anti violenza e alle case protette, spesso lasciate al volontariato, alla buona volontà, alla fatica di campagne di fund raising quasi porta a porta o a bandi di progetto occasionali.
Il giornalista conduttore, Riccardo Iacona, compie un viaggio dal Sud al Nord del Paese e inizia dalla camera da letto in cui la giovanissima Vanessa Scialfa è stata strangolata a 20 anni dal proprio compagno nel deserto istituzionale di Enna. Una storia paradigmatica: l’amore esclusivo e morboso, giorni su giorni trascorsi da prigioniera per desiderio di possesso e di controllo da parte del proprio fidanzato, una famiglia che sembra accettare il canone del dominio maschile nella tolleranza generale che non vede, non sente e non denuncia e che arriva sempre troppo tardi. Quando le scarpe di tutti i colori, sportive, eleganti, giovanili o comode diventano non più il vezzo della femminilità, ma il ritratto di una carneficina: quella di centotrentasette donne l’anno come dichiara l’ISTAT.
Se al Sud colpisce l’accettazione diffusa di un canone maschilista delle relazioni familiari, è però al centro-Nord che si registra la maggior frequenza di casi di violenza che si scatenano proprio quando le donne si emancipano, sono autonome e decidono di decidere della propria vita.
E’ una questione che esula dallo stereotipo del machismo latino e che attiene alla difficoltà pura e semplice di recepire l’emancipazione delle donne in sé e per sé, senza quelle scappatoie di ordine culturale che tendono ad edulcorare o anche solo a spiegare il male addomesticandolo nella conservazione del contesto sociale.
A tutto questo si unisce la denuncia di un sistema giudiziario che non riesce a proteggere adeguatamente le donne minacciate che denunciano. Nonostante l’introduzione del reato di stalking, nel 2009, le lungaggini e quindi l’incubo della prescrizione e spesso l’impreparazione diffusa a gestire i casi di violenza di genere da parte degli operatori coinvolti diventano la trappola in cui finisce anche quella donna che il coraggio di interrompere la violenza domestica lo ha trovato.
Gli strumenti effettivi a disposizione delle vittime sono ormai quasi svuotati del loro concreto potere di protezione e recupero. Il numero telefonico 1522 è spesso affidato alla dedizione dei volontari che non ricevono un euro dalle Istituzioni ed è a macchia di leopardo la distribuzione delle case protette con Regioni, soprattutto nel Sud, che hanno aree del tutto scoperte e il Molise, per citarne una, che ne è del tutto priva.
Il viaggio arriva nella Provincia di Bolzano che aprendosi a modelli europei può vantare, grazie ai soldi della Caritas e della Provincia, un percorso di eccellenza unico nel Paese che vede gli uomini, attori di violenza, essere immediatamente inseriti in un percorso di recupero per decisione del giudice: una prassi che è obbligatoria per legge in molti paesi europei, ma non da noi. L’unico modo per evitare recidive e soprattutto un modo per convincerci definitivamente che la violenza ai danni delle donne è un problema degli uomini. Non ci sono modelli sociali da prendere a pretesto, o questioni femminili da sviscerare meglio, ma uomini da curare, da mandare in carcere, da fermare e da punire.
E’ una scena desolante quella che restituisce l’inchiesta brillante di Iacona e della sua redazione. Un modo doloroso, ma efficace di ricordare ai cittadini cosa la politica e il governo di un Paese ha davvero il potere di fare o di non fare. Cosa significa tagliare fondi quando una donna chiede aiuto e denuncia il persecutore che la minaccia come Sabrina Blotti che allo Stato più volte e con dovizia di particolari aveva chiesto aiuto grazie anche a testimoni terzi che quella minaccia di morte annunciata dal suo ex l’avevano portata all’attenzione delle forze dell’ordine. Invano visto che quella giovane madre è rimasta a terra sotto i colpi di pistola come la povera Stefania Cancelliere uccisa con un mattarello mentre il suo ex – medico- sconta già i comodi arresti in una clinica immersa nel verde.
Una denuncia che non ha risparmiato nessuno quella che è arrivata dalla prima serata di Raidue, un autentico servizio alla memoria e un invito a considerare la ribellione non come il martirio spontaneo di una donna disperata, ma come un impegno della collettività. Una ricostruzione del problema che è riuscita a spogliare il tema della violenza di genere da sovrastrutture culturali o presunte tali, consegnando alla responsabilità di ogni cittadino e delle Istituzioni preposte il dovere della verità.
Di chi racconta questi drammatici casi e di chi punisce non abbastanza in tempo e non troppo abbastanza i rei di questo male. E tutto il peso della viltà di chi non dice chiaramente a tanti italiani maschi che vivono da padroni nelle ombre delle loro alcove che la legge li chiama violenti, assassini, molestatori. E che per questo andrebbero o andranno fermati.
Prima di un altro paio di scarpette rosse.
Se questo fosse un paese normale....
Un personaggio pluri-indagato che se ne fotte della moralità
e della giustizia, che sfrutta ogni cosa a suo vantaggio facendola passare per beneficienza,
che si ricopre di plastica a mo' di mummia imbalsamata col viagra per nascondere i vermi che gli infestano il corpo
putrefatto, sarebbe stato sottoposto ad un TSO urgente con relativa camicia di
forza e avrebbe avuto l’interdizione a vita anche dal pronunciare una sola
sillaba in pubblico.
Se questo fosse un paese normale….
Un partito che si definisce democratico ma non si ricorda
più perché e fa una campagna elettorale rubando le battute a Crozza e affogando
i temi sociali nello scarso grado alcolico di una birra pur di non affrontarli,
che si dibatte forsennatamente e inutilmente per sembrare diverso dagli altri
ma che annega disperatamente nella merda comune delle speculazioni finanziarie,
avrebbe ricevuto delle gran pedate nel culo e sonore pernacchie per ogni euro chiesto
per la farsa delle primarie.
Se questo fosse un paese normale…..
Un bocconiano bilderberghino con aplomb fascistoide che ha
eseguito alla perfezione ordini superiori di spezzamento reni recitando la
parte del santo con tanto di aureola, che ha schernito i suoi predecessori con
quel tocco di superiorità tipico di chi è al di sopra di stupidi giochi plebei,
salvo poi seguirne le orme anche nel riproporsi, imitandoli, anche per un nuovo
incarico che prima sembrava disdegnare così altezzosamente, sarebbe stato
rimandato nei suoi palazzi e magari rinchiuso in una segreta dei sotterranei
più profondi.
Se questo fosse un paese normale….
Un comico, miliardario ed egocentrico, che parla come uno
scaricatore di porto e che, per rifarsi una notorietà perduta, fa spettacoli
gratuiti nelle piazze e affida il suo restyling ad un’azienda privata con
legami a 360 gradi nel mondo bancario internazionale, delle Telecom, della
speculazione in equities e che progetta
a tavolino un piano di annullamento di milioni di cervelli attraverso programmi
di massificazione e massmanipolazione della Rete apertamente descritti, che ha
tanta di quella sicumera e tanta di quell’arroganza da comportarsi come un
ducetto di quartiere o come il profeta di una setta, avrebbe avuto piazze deserte
e bannamenti a gogò.
Se questo fosse un paese normale….
Un giudice, idealista come dice di essere, al di sopra delle
parti come dovrebbe essere (ma
come non è), avrebbe continuato la sua lotta alla criminalità, alla mafia,
alla corruzione, là dove dovrebbero
esistere i mezzi e la possibilità di farlo, nei tribunali, dove giustizia dovrebbe regnare e dove il
potere non dovrebbe entrare a
contaminarla proponendo invitanti prebende o alleanze politiche, invece di
proporsi come uno 007 infiltrato in un meccanismo perverso che nemmeno da giudice
riesce a intaccare.
Se questo fosse un paese normale……
Nessuno di coloro che hanno contribuito a fare della
corruzione una normalità, a mettere sul lastrico migliaia di persone molte
delle quali hanno “preferito” suicidarsi, a togliere i diritti più elementari
ottenuti a fatica dopo anni di lotte, avrebbe avuto la benché minima
possibilità di ripresentare il proprio “faccione” per chiedere di nuovo una
fiducia che sa benissimo di non meritare.
Se questo fosse un paese normale…..
Avrebbe ormai dovuto imparare che scegliere di farsi comandare e delegare
ad altri le decisioni che riguardano la propria vita non è normale……
ma questa è un’altra storia……
e questo non è un paese normale….
25 febbraio 2013
Fatto!
Sono andata. Direi che, nonostante il tentativo di farmi desistere e nonostante sia stata la prima nel seggio a rifiutare le schede elettorali, il tutto si è risolto abbastanza velocemente. Anche perchè mi ero premunita: ho scaricato da qui il modulo, l'ho stampato in due copie e le ho sottoscritte e firmate. Al seggio ho presentato i documenti e la tessera elettorale. Non ho ritirato le schede e ho detto a chi mi stava davanti che rifiutavo per le motivazioni esposte nei fogli che presentavo. Dopo un primo attimo di perplessità, mi hanno apposto il timbro sia sulla tessera elettorale che sulle mie dichiarazioni, hanno annotato
sul registro con matita il mio diniego e su un altro registro a penna la
mia dichiarazione con l'allegato che avevo portato. Alla fine del
registro, in una pagina apposita, c'erano i numeri delle persone che hanno rifiutato ed è stato lì che ho notato di essere stata la prima (spero non l'ultima).
24 febbraio 2013
Comunicazione importante per ottenere il rimborso IMU! Da leggere prima di andare a votare! ;-)
TUTTI quelli che hanno ricevuto la lettera per il rimborso IMU e
vogliono ottenerlo, anche se non proprietari di immobili, verranno
indicati NOMINATIVAMENTE durante la trasmissione Mattina-Pomeriggio-Sera
5, condotta da Barbara D’Urso, e dopo che sarà pronunciato il loro nome
verranno subito chiamati al telefono.
Chi è presente e risponde potrà fornire l’IBAN per il bonifico; se nessuno risponde, il relativo rimborso verrà assegnato e cumulato alla telefonata SUCCESSIVA [magari al vostro vicino, quello comunista].
La trasmissione è una non stop che inizia alle 8.00 di domenica 24 febbraio e termina alle 15.00 di lunedì 25 febbraio.
E’ FONDAMENTALE, se davvero volete il rimborso IMU, stare INCOLLATI alla tv e NON USCIRE assolutamente di casa durante tutto questo lasso di tempo!
Chi è presente e risponde potrà fornire l’IBAN per il bonifico; se nessuno risponde, il relativo rimborso verrà assegnato e cumulato alla telefonata SUCCESSIVA [magari al vostro vicino, quello comunista].
La trasmissione è una non stop che inizia alle 8.00 di domenica 24 febbraio e termina alle 15.00 di lunedì 25 febbraio.
E’ FONDAMENTALE, se davvero volete il rimborso IMU, stare INCOLLATI alla tv e NON USCIRE assolutamente di casa durante tutto questo lasso di tempo!
23 febbraio 2013
Come un gioco...
L’astensione
dal voto non raccoglie troppi consensi, soprattutto tra i giovani le
cui scelte sono alimentate dalla speranza del cambiamento. L’ho
dichiarata troppe volte la mia posizione nel merito, tuttavia credo di
comprendere chi vuole andare ai seggi ed esprimere la propria
preferenza, o forse sarebbe meglio dire la propria "insofferenza" per lo
stato di cose presenti. Il calciatore della nazionale Buffon dichiara
che voterà per Monti perché glielo dice l'istinto.
Chissà perché
l'istinto dei ricchi è sempre rivolto contro gli interessi degli altri.
Lo
vedo in prima persona, tutti i giorni, c’è una grande incertezza.
Votare Pd per paura di Berlusconi non può essere una scelta, si chiama
ricatto. Votare Pd avrebbe un senso, per chi crede ancora in questo
sistema, se il Pd esprimesse un’alternativa riformista di vago sapore di
sinistra o quantomeno progressista. Significa invece favorire un
governo con dentro il rappresentante per antonomasia delle banche e dei
grandi poteri borghesi, quel grigio e cinico Mario Monti. E poi il
programma del Pd è troppo indeterminato su tutto: non può bastare dire
un po’ di questo e un po’ di quello, senza dire che questo partito è
impregnato di quel clericalismo che non possiamo non detestare
convintamente e che non può portare a nulla di buono su parecchie
faccende. Però bisogna prendere atto che il Pd è l’unica forza politica
che ha i numeri per un governo esposto a destra ma non fascista. È
questo un modo pragmatico per dire che ci si accontenta.
Olympe de Gouges
L'allodola e la libertà.
![]() |
Bobby Sands in un murale della zona cattolica di Belfast |
Oggi vi racconto una storia, la storia di un’allodola.
"Mio nonno una volta mi disse che imprigionare un'allodola è un delitto fra i più crudeli, perché è uno dei simboli più alti della libertà e felicità. Parlava spesso dello spirito dell'allodola, quando raccontava la storia di un uomo che ne aveva rinchiusa una in una piccola gabbia.L'allodola, soffrendo per la perdita della sua libertà, non cantava più, non aveva più nulla di cui essere felice. L'uomo che aveva commesso questa atrocità, come la chiamava mio nonno, voleva che l'allodola facesse quello che lui desiderava. Voleva che cantasse, che cantasse con tutto il cuore, che esaudisse i suoi desideri, che cambiasse il suo modo di essere per adattarsi ai suoi piaceri.L'allodola si rifiutò e l'uomo si arrabbiò e divenne violento. Egli cominciò a fare pressioni sull'allodola perché cantasse, ma non raggiunse alcun risultato. Allora fece di più. Coprì la gabbietta con uno straccio nero e le tolse la luce del sole. La fece soffrire di fame e la lasciò marcire in una sudicia gabbia, ma lei ancora rifiutò di sottomettersi.L'uomo l'ammazzò.L'allodola, come giustamente diceva mio nonno, aveva uno spirito: lo spirito della libertà e della resistenza.Voleva essere libera, e morì prima di sottomettersi al tiranno che aveva tentato di cambiarla con la tortura e la prigionia."
Questa storia è stata scritta da Bobby Sands, un detenuto politico irlandese, morto nella
prigione di Maze, a pochi chilometri da Belfast, a 27 anni, dopo sessantasei
giorni di digiuno. Bobby Sands stava scontando una condanna a 14 anni per
possesso di arma da fuoco. A Maze, chiamata anche “H-blocks” perché viste
dall’alto le costruzioni della prigione erano a forma di H, erano detenuti
diversi altri appartenenti al movimento separatista, solitamente imprigionati
per possesso di armi e attività paramilitari (inclusi attentati e omicidi). A
partire dalla metà degli anni Settanta le proteste dei detenuti erano continue,
e includevano il rifiuto di indossare l’uniforme della prigione e di chiamare
le guardie “signore”, oppure la cosiddetta “protesta sporca”, che consisteva
nel ridurre gli ambienti del carcere in condizioni igieniche terribile
imbrattando i muri e rifiutando di lavarsi. Da parte sua, l’amministrazione
carceraria rispondeva con l’isolamento e i pestaggi. Il primo ministro
britannico Margaret Thatcher negava ogni dialogo dicendo che i carcerati non
rappresentavano nessuno e non avevano dunque alcun diritto ad essere ascoltati.
Bobby Sands iniziò lo sciopero della fame il primo marzo
1981, chiedendo che ai detenuti per il separatismo nordirlandese venisse
riconosciuto lo status di prigionieri politici o di guerra e non quello di
criminali comuni. Sands decise che altri detenuti avrebbero potuto seguirlo, ma
preferibilmente a distanza di qualche settimana, in modo da guadagnare più
attenzione da parte dei mezzi di comunicazione. Sands fu il primo a morire,
dopo 66 giorni. Venticinque giorni prima, mentre portava avanti lo sciopero, fu
eletto alla Camera dei Comuni britannica nella circoscrizione di Fermanagh and
South Tyrone: il fatto diede notorietà internazionale alla protesta della
prigione di Maze, a cui parteciparono altri ventidue detenuti. Nove di questi
lo portarono avanti fino alla morte. Lo sciopero venne sospeso solo il 3
ottobre.
Margaret Thatcher parlò della protesta come dell’”ultima
carta dell’IRA”, ma la previsione si rivelò essere clamorosamente sbagliata. Il
supporto al movimento repubblicano aumentò notevolmente e il partito politico
legato all’IRA, il Sinn Féin, crebbe fino a diventare il maggior partito dell’Irlanda
del Nord.
Ma torniamo all’allodola: il testo scritto da Bobby Sands, ripreso e diffuso da Horst Fantazzini, il
bandito gentile, continua e finisce così:
"Sento di avere qualcosa in comune con quell'allodola e con la sua tortura, la prigionia e alla fine l'assassinio. Lei aveva uno spirito che non si trova comunemente, nemmeno in mezzo a noi umani, cosiddetti esseri superiori.Prendi un prigioniero comune, il suo scopo principale è di rendere il suo periodo di prigionia il più facile e comodo possibile. Alcuni arrivano ad umiliarsi, strisciare, vendere altri prigionieri, per proteggere se stessi e affrettare la propria scarcerazione. Si conformano ai desideri dei loro carcerieri e, a differenza dell'allodola, cantano quando gli dicono di cantare e saltano quando gli dicono di muoversi.Sebbene il prigioniero comune abbia perso la libertà, non è preparato ad arrivare alle estreme conseguenze per riconquistarla, né per proteggere la propria umanità. Costui si organizza in vista di un rilascio a breve scadenza. Ma, se incarcerato per un periodo abbastanza lungo, diventa istituzionalizzato, diventa una specie di macchina, incapace di pensare, controllato e dominato dai suoi carcerieri.Nella storia di mio nonno era questo il destino dell'allodola, ma lei non aveva bisogno di cambiare, né voleva farlo, e morì per questo."
Iscriviti a:
Post (Atom)