28 ottobre 2017

Alla prossima. Arrivederci. See you.

La poesia è lingua e come lingua crea sinapsi tra cellule nervose, i neuroni del cervello umano; dopo una poesia sconcertante, il cervello umano inizia a lavorare diversamente, cambia il modo con cui vediamo il mondo e tutto ciò che ci accade. In questo modo la poesia cambia il mondo. E poiché i neuroni e le sinapsi sono miliardi di miliardi, ci saranno sempre nuovi poeti che scuoteranno il nostro pigro cervello.

"Incline alla fuga" di Sotirios Pastakas

Li voglio tutti intorno a me, a portata di mano
gli oggetti dello sconforto: 
alcol, sigarette e telecomando, 
per aggiunger canali e sottrarre colore, 
tanto che il futuro sembra
una macchia variopinta e oscura.
Sprofondato così sul canapè dello sconforto,
disperso fra fumo, alcol e schermo nero, 
mi sembra più facile ritirarmi, 
abbandonare il mio involucro
senza che nessuno s’accorga che manco a me stesso,
lasciare il bicchiere pieno 
e le sigarette accanto al mio corpo,
davanti al televisore acceso
senza neppure salutare, senza nemmeno dirvi
"alla prossima", "arrivederci", "see you".


14 ottobre 2017

E' ancora lunga la strada.


Dunque: ci sono delle donne che hanno fatto sesso con un uomo molto potente in un certo ambito professionale e, a distanza di tempo, dichiarano di essere state costrette a farlo per continuare a fare un certo lavoro. Il tipo molto potente non ha rotto costole o dato pugni, ha semplicemente usato la sua situazione di potere per obbligare le suddette donne a fare sesso con lui, pena l'emarginazione da quell'ambito e quindi la possibilità concreta di non lavorare. Detta così, prescindendo dai nomi famosi e dai contesti hollywoodiani, sappiamo che è una cosa che succede quotidianamente in molti ambiti lavorativi, dove c'è uno stronzo/a che ha potere (posto che le femmine acquisiscono posizioni di potere più di rado rispetto ai maschi, ma questo è un elemento fattuale che non inficia la validità del ragionamento) e ne abusa per i suoi scopi personali, che possono essere sessuali ma anche no, diciamo scopi personali di varia natura. E' orrendo da dire, ma è la prassi. E se si vuole lavorare, o peggio, non si può fare a meno di quel lavoro, si tace, altrimenti ci si può anche scansare, ma le conseguenze? Quindi, gridiamo pure allo scandalo, indigniamoci e facciamo processi , ma restiamo ben consapevoli che è il potere che fa tutto questo, ed è il potere che va combattuto. 
Ok, questa è ideologia e smetto subito. Mi preme però sottolineare che il caso che ha fatto tanto scalpore in questi giorni non ha niente di diverso, segue la prassi, solo che lì c'entrano prepotentemente il sesso e le donne. E quando ci sono di mezzo il sesso e le donne succede inevitabilmente che gli uomini, da una parte, si sentono immediatamente legittimati a qualificare le donne come zoccole e che le altre donne, dall'altra parte, si sentono in dovere di prendere le distanze dal loro comportamento al mero scopo di dichiararsi pubblicamente meno zoccole di loro. Entrambi, questi uomini e queste donne commentatori a valanga, dimostrano di non aver colto, o di non voler cogliere, il punto focale, cioè che in un rapporto con il potere può capitare di soccombere anche quando quel potere non viene esercitato attraverso la coercizione fisica, ma mediante condizionamenti di tipo diverso. 
E dimostrano anche che il maschilismo è ancora drammaticamente presente nelle loro reazioni scomposte, uomini e donne che gli danno voce e corpo.


09 ottobre 2017

La barca come allegoria della vita.

Una bella poesia di Jacques Brel , il cantore della tenerezza. Noi come barche a vivere la vita. Ognuno di noi è una barca. Ognuno si può riconoscere in una di esse.


Conosco delle barche

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po'
sulle rotte dell'oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.


P.S. Come giustamente specifica Mario Antioco Duprè, questa poesia è stata resa famosa da Brel, ma è stata scritta da Marie Annick Retif.

07 ottobre 2017

Le ricette di un senatore della Repubblica per ovviare agli stupri.

Ormoni e istinto primordiale per spiegare lo stupro, un linguaggio dell’odio di cui si può già compilare un aforismario:


Ecco, questa è l'arretratezza culturale di un'alta carica istituzionale, uno che ci rappresenta ai massimi livelli e svolge anche il ruolo di legislatore. Ma la cosa allucinante è che questo tizio non ha detto niente di speciale perché moltissime persone sono d'accordo con lui. E allora il problema non sono gli stupri, o meglio, non solo quelli: il problema è che esiste un atteggiamento culturale, caratterizzato dalla mancanza di rispetto, per cui alcune persone non controllano le proprie pulsioni. Ma il fatto che non le controllino non significa affatto che siano "incontrollabili", sono controllabilissime, basta "volerle controllare". 
E questo è il solo problema culturale fra chi, dentro di sé, ritiene leciti certi comportamenti e chi, invece, capisce cosa vuol dire un "no", pensa alle donne come persone libere e uguali e non confonde l'istinto sessuale con l'istinto violento. Si chiama "EDUCAZIONE".

In risposta ai suoi consigli, caro senatore, avrei anch'io qualcosa da proporle: faccia in modo di pensare prima di parlare e se non ne ha l'abitudine, cerchi in quel suo vuoto neuronale, forse qualcosa è rimasto, altrimenti faccia silenzio....potrebbe persino sembrare intelligente.



26 settembre 2017

Flower Power


Le innumerevoli guerre combattute nel corso della storia hanno sempre scandito il tempo e fatto da catalizzatore per moltissimi processi politici e sociali, che hanno visto la luce in molti casi anche in opposizione alle guerre stesse. È certamente il caso della guerra del Vietnam, la prima guerra mediatica della storia, il primo conflitto ad essere entrato direttamente nelle case dei cittadini per mezzo della televisione.
Mentre in Vietnam la guerra provocava morti e atrocità indicibili, negli Stati Uniti e in tutto l’occidente nascevano fenomeni di aggregazione e di protesta attiva contro l’intervento militare in atto, che portarono centinaia di migliaia di manifestanti in piazza, come successe il 21 ottobre del 1967, quando una folla immensa si radunò nei pressi del Lincoln Memorial di Washington, per marciare verso il Pentagono.
Le diverse anime del vasto movimento di opposizione alla guerra avevano preparato diverse azioni simboliche per spingere il governo degli Stati Uniti a ritirare i propri contingenti dal Vietnam, dalla rappresentazione di un esorcismo fino a quello che rimase solo un pianificato “bombardamento” del Pentagono con dei fiori, che avrebbero dovuto essere lanciati da piccoli velivoli.
Fu durante quella giornata, in cui pure non mancarono scontri e arresti, che venne scattata una delle foto simbolo del pacifismo e della opposizione alla guerra: erano gli anni del “Flower Power”, in cui, pur non riuscendo a lanciarne sulle stanze dove la guerra veniva decisa, gli attivisti mettevano fiori nelle canne dei fucili. Nessun fucile sparò fiori nei mesi successivi, ma l’opinione pubblica, già colpita dalla guerra in sé, dovette ascoltare le ragioni di chi con coraggio si alzava in piedi e diceva di non starci.

Dalla pagina Facebook di Cannibali e Re

10 settembre 2017

Passeggiando con le nuvole.

Stamattina ho passeggiato con le nuvole. 
Primo giorno di pioggia, quella vera, continua e persistente. Quella che non si vedeva da tempo, agognata e necessaria. 
E mi piace. 
Mi piace l'atmosfera malinconica che prelude ad una stagione di rimpianti, di ricerca di calore e di nidi confortanti. 
Mi piace l'odore della terra che beve, il rumore delle gocce sulle foglie non ancora pronte a cadere, il nuovo sapore dell'aria che si lava. 
Mi ritrovo in questo tempo delicato, pronto al cambiamento e capace di rigenerarsi.

27 agosto 2017

Una musica in testa.

A volte capita di canticchiare un motivetto che non molla per tutto il giorno, così, senza una ragione particolare. Io questa mattina mi sono svegliata con in testa una canzone che ho ascoltato per anni, tanto tempo fa, una ballata country dolcissima cantata da Sammi Smith. 
C’è un uomo che chiede a una donna di togliersi il nastro dai capelli. Scioglili e lasciali cadere sulla tua pelle. Vieni vicino a me, stiamo così fino alle prime ore del mattino. E le dice che non gli importa di sapere chi dei due ha ragione e che non proverà a capire. E che il diavolo si prenda il domani, che comunque non è a portata di vista, mentre ieri se n'è già andato. In fondo le sta solo chiedendo un po’ del suo tempo perché ha bisogno di un amico. 
Aiutami a sopravvivere alla notte, le dice così. 
Ecco, credo che questa canzone abbia in qualche modo impresso in me una certa idea dell’amore, come un soccorso tra vecchi amici. Forse non è la forma più smagliante, la più brillante, la più seducente, la più desiderabile in cui possa presentarsi l’amore, ma è un gran bel modo di volersi bene, secondo me. 
E a volte è la forma migliore che possa avvolgerti. 
Un velo, appena si alza l’aria fredda.


15 agosto 2017

Il dolce far niente.

Fuori c'è il silenzio dei giorni pigri, solo qualcuno che, tardivo, si insinua nell'asfalto vacanziero. Mi godo ancora quel po' di fresco che avanza dal mattino senza pensare a cosa farò. Potrei fare mille cose, ma anche rimandarle a domani o dopo, niente me lo impedisce: la cucina, il lavoro, gli impegni, tutto riposa, la fretta è bandita per il momento. Non ho ascoltato le notizie, non ho letto i giornali, il mondo gira, succede di tutto , ma io stacco. 
Mi invento fluttuante e leggera dentro una bolla di sapone che mi trasporta altrove, là dove si fondono pensieri e immagini e danno vita a note musicali quasi inesistenti, per non disturbare la fragilità dell'aria che mi solleva.
No, non mi avrete. Mi oppongo a qualsiasi cosa che non sia questa sensazione di poter dire...dopo...forse...non so...
Non mi accoderò all'euforia del giorno e nemmeno della notte, non mi allaccerò a nessuna idea originale e non praticherò nessun rito propiziatorio. 
Il mio ferragosto è questo: un dolce far niente fino a domani, ma anche dopodomani e anche dopo dopo....per qualche giorno almeno. 
Poi finirà, lo so, la bolla scoppierà e io mi ritroverò, come sempre, con i piedi ben piantati per terra, ma per ora questo è.



13 agosto 2017

Il cambiamento richiede coraggio.

Ci hanno insegnato cosa era giusto e cosa era sbagliato, quali erano i pensieri creativi e quali i distruttivi, ci hanno indicato le persone da non frequentare e quelle da prendere ad esempio, i luoghi da visitare e quelli dai quali dovevamo tenerci alla larga.
Eravamo convinti di fare la cosa giusta, e sentivamo la coscienza urlare.
Abbiamo sofferto ed abbiamo gioito, abbiamo distolto lo sguardo, e con sfida abbiamo puntato dritto negli occhi degli altri e abbiamo deciso di crescere. 
Abbiamo sconvolto la nostra vita e quella di chi ci stava vicino, ma anche di quelli che da una certa distanza ci osservavano.
Quel non voler deludere chi credeva in noi, ma nello stesso tempo quel non volere deludere noi stessi, dopo che avevamo deciso di allargare i nostri orizzonti. 
Perché ciò non metteva a dormire la nostra coscienza, ma la rendeva libera da costrizioni esterne.
Il cambiamento richiede coraggio, e l'accettazione da parte di chi quel coraggio ancora non l'ha trovato.




09 agosto 2017

Ci sono ancora...nonostante tutto.

Mi sorprende che ci siano ancora visite in questo blog. Mi fa piacere, sia chiaro, mi dispiace solo di non essere più così presente, di non avere più tempo per quel mettere nero su bianco che, a volte, mi dava anche soddisfazione. E' un periodo così, pieno di giornate frenetiche di lavoro che si concludono con una stanchezza frustrante. Giornate non prive di tensioni e malumori che cerco comunque di combattere perché non sarei io se mi lasciassi piegare. Combatto ripetendomi che non sarà certo un po' di lavoro in più che mi si costringe a fare che riuscirà a intaccare il mio equilibrio e sforzandomi di mettere a profitto quei pochi minuti di tempo libero per dissetare la testa con un libro, un po' di musica, una passeggiata...un niente da fare. Per non perdere del tutto il contatto con la mia mente, per far sì che resti curiosa e pensante in attesa di momenti migliori. Ecco, adesso, per esempio, potrò godere di un paio di settimane di ferie (quale benevolenza!!!) e la prima cosa che faccio è scrivere qui, per dire che....niente, che ci sono ancora, che sto bene nonostante una dolorosa contrattura muscolare beccata proprio il primo giorno di ferie (che curiosa coincidenza, vero?) e che vorrei lasciar vivere questo spazio (anche se a volte penso che non abbia più senso...ma è un mio problema irrisolto quello di trovare sempre un senso per tutto), nonostante le assenze prolungate e le forti pressioni esterne che mi vorrebbero indefessa e succube lavoratrice e basta. No, cari signori datori di lavoro, voi vi prendete la mia energia fisica, una grossa parte del mio tempo valutandoli anche molto poco, ma non avrete mai la mia fantasia, la mia curiosità e la mia autonomia mentale. 
E se non scriverò spesso sul mio diario virtuale, pazienza, lo farò quando potrò, tanto qui sono e qui rimarrò, in mezzo a tutto il fluire interconnesso di pensieri, parole e immagini che è questo mondo.

27 giugno 2017

Mi lascio un po' di vuoto per certi oceani dentro...

...perché mi viene da mettermi in discussione, da chiedermi se questa che ho intrapreso con tanta convinzione sia la strada giusta o se sono stata talmente brava da riuscire nell'inganno migliore: mentire non agli altri ma a me stessa. Che qualcuno dice che è la stessa cosa, ma io a questa cosa qui non ci credo. E allora sì, ogni tanto penso che le stelle siano banali, che i tramonti non servano a niente, che le verità, quelle verità così inseguite, sbandierate, manipolate, incastrate, ribaltate non abbiano poi tutta questa importanza. Mi viene da affidarmi a quel "vada come vada", perché se il mondo inciampa, prima o poi si rialzerà, anche senza che gli presti la mia stampella. Mi viene da rivalutare la mediocrità in un'epoca di geni, talenti, santi, eroi, modelli, guru. Perché, nonostante l'accettazione dell'impotenza, non è ancora spento l'essere contro quella superbia che si alza come marea perpetrando una fede che però dinnanzi alle catastrofi vacilla e si ritira, scoprendo vulnerabilità e incapacità.
Sì, sono sempre contro, ma mi guardo le mani e interpreto quei segni, quelle macchie un po' più scure, un miscuglio di sensi e di apparenze, di vividi orizzonti e profonde acque scure. Di notte ancora mi inseguono i sogni, ma di giorno gioco a tressette e contraggo mille parole in un "sto".


03 giugno 2017

Di nuovo...

Di nuovo estate. Di nuovo quel sogno accarezzato. Il librarsi degli uccelli sminuisce il mio desiderio. Loro sì, loro sono tornati, e di nuovo se ne andranno, mentre io resterò, aggrappata ad un bisogno che di volare non avrebbe certo necessità, basterebbe mettersi in cammino con quell'impertinenza che non ritrovo più tanto spesso, così soffocata dal quieto vivere. Ma risento ancora l'odore di quell'estate, per questo il sogno continua a ripresentarsi, reale e impossibile, sollecitato e intramontabile, nonostante gli inverni che si susseguono imperterriti. Vedo ancora quella luce, quei colori. Ricordo i battiti del cuore, ansia e gioia insieme. Ricordo la speranza che tutto si avverasse a dispetto del non-senso del sentire. Ricordo la fine, ovvia e inconclusa. Sensazioni esaltanti e cieche visioni della realtà che ancora si ripercuotono contrastanti. E' ancora tempo? C'è ancora modo? Sollecito i miei pensieri nascondendomi da me stessa e avvio il rewind: forse sì, forse no, forse non dipende da me...
A te ti sento dentro come un pugno...




16 maggio 2017

Ambaradan

Noi usiamo questa parola per definire un allegro caos, mentre il dizionario De Mauro riporta: "grande confusione, baraonda". Forse però non tutti conoscono la triste origine di questo modo di dire che sfata il mito di "italiani brava gente" e ci ricorda un periodo storico che può rimpiangere solo chi non lo ha vissuto o si nutre di propaganda fascista. 
Amba Aradam è una montagna (Amba appunto) che si trova in Etiopia e che fu teatro di un crimine orrendo: il massacro di centinaia di donne, vecchi e bambini col terribile gas dell'iprite.
Dal ’29 il Duce, in un attacco di megalomania, decise che l’Italia sarebbe dovuta tornare come ai tempi dell’Impero Romano: aquile imperiali, fasci littori e, soprattutto, colonie. L’Etiopia poteva andare bene, un territorio ricco e un esercito povero.
Fu così che l’Italia nel ’35 decise di attaccarla e nel ’36 Mussolini dichiarò la nascita dell’Impero.
Quello che la storia non ci dice o tenta di nascondere sono le porcate che seguirono. In particolare la battaglia di Amba Aradam, il monte nelle cui grotte si rifugiò una compagine dell’esercito etiope, con donne, anziani e bambini al seguito, decisa a non darla vinta agli invasori.
Mussolini ordinò di stanarli ma l’impresa risultò non priva di difficoltà. Così si decise di fare intervenire i granatieri muniti della famigerata iprite, un gas che provoca la morte fra indicibili sofferenze. I sopravvissuti, circa 800 furono fucilati subito dopo. Ulteriori sopravvissuti, specie donne e bambini rifugiatisi nei meandri delle molte caverne che perforavano il monte furono sterminati a colpi di lanciafiamme.
Fu una carneficina, fu una devastazione totale, un' irrazionalità contro ogni norma della convenzione di Ginevra. Una vergogna ignorata per anni, che solo nel 2006 sarà riportata alla luce, grazie al giovane Matteo Dominioni, dottorando italiano all'università di Torino, che, partendo da un malloppo di documenti rinvenuto per caso nell'ufficio storico dello Stato maggiore dell'Esercito, si è messo sulle tracce del massacro.
Ma nonostante tutto se ne è parlato poco, pochissimo. Un bellissimo articolo di Paolo Rumiz, uscito su Repubblica il 22 maggio 2006, è l'unica cosa dettagliata che si riesca a trovare in rete sull'argomento; in Italia solo quattro città hanno dedicato una via al nome di questa strage: Roma, Genova, Mestre e Padova. 
L'orrore è stato coperto per anni clonando una nuova parola che avesse un significato completamente diverso e che ricordasse, nella memoria di tutti, qualcosa di totalmente diverso. E quando cerco di capirne il motivo mi viene in mente soltanto una parola: vergogna! 
Ora è Alessio Lega, uno dei rappresentanti più coerenti del canto sociale, che riporta alla memoria questa ennesima barbarie con una canzone che può sembrare un tormentone estivo ma che è invece una lucida denuncia della ferocia del colonialismo italiano. 
Il video e il testo.


Ambaradun ambaradiro ambaradan
ambaradun ambaradin banbero

Che cosa mai vorrà dire Ambaradan:
una parola così sbarazzina
“ma che casino, cos’è ‘sto Ambaradan?”
una reminiscenza abissina

sull’altopiano dell’Ambaradan
ci siamo appena sporcati le mani
abbiamo fatto solo un po’ di Ambaradan
noi brava gente, noi tanto italiani

Ambaradun ambaradiro ambaradan

Sotto le grotte dell’Ambaradan
c’erano donne, coi vecchi e i bambini
sopra le grotte dell’Ambaradan
arrivano i nostri soldatini

col gas d’arsina e le bombe all’iprite
fanno saltare con i lanciafiamme
bravi cristiani che fanno le ferite
nel sacro cuore di tutte le mamme

di mezzo migliaio di monaci copti
di mezzo milione di negri ammazzati
butta la pasta che sono tutti morti
faccetta nera ora è cotta e mangiata

abbiamo fatto solo un po’ di Ambaradan
poi siamo tornati immemori e vivi
a scrivere il mito dei bravi italiani
che sono più inetti non meno cattivi

Ambaradira ambaradura ambaradira ambaradura

Ambaradun ambaradiro ambaradan
ambaradun ambaradin banbero

Che cosa mai vorrà dire Ambaradan
colonialisti più buoni e più forti
abbiamo portato le strade nel deserto
per il grande viaggio di tutti quei morti

l’Ambaradan è la macchia dell’oblio
sul monumento a Rodolfo Graziani
sui gagliardetti di Nassirya
sono i due marò che fucilano gli indiani…

08 maggio 2017

...caffè e sigaretta...

Un nuovo mattino, caffè e sigaretta. Assaggio l'aria fresca e ascolto i rumori della strada ancora timidi di luce soffusa. Nella testa ci sono pensieri che ballano e fuori neppure un gallo che canta.
Un nuovo giorno che mi tiene per mano e mi consola: "Sarà diverso, vedrai. Si scioglieranno i nodi, si cancelleranno i resti e il passato si nasconderà in un cassetto". 
Ma, a volte, quel cassetto si apre da solo e butta fuori disordinatamente immagini non ancora concluse, istantanee sfuocate che si riappropriano nitide del presente e ne fanno un concerto di perché con note in attesa.
Provo a mentire a me stessa, ma i gesti abituali mi sconfessano. Anche allora, anche prima, anche dopo, è sempre un nuovo inizio, un nuovo mattino. Non ci si libera del passato, emigra, ma come gli uccelli poi ritorna, si attacca alle spalle e i pensieri sembrano gufi...e i gufi non cantano al mattino...

15 aprile 2017

Ho bisogno di tempo.


Per fermarmi a sentire l'esistere. 
Ho bisogno di tempo per sviare l'ansia dell'inquietudine e farne bagaglio da disfare. 
Per viaggiare con la mente al di fuori delle idee, dei contratti, dei mantra e dei sodalizi. 
Per raccogliere frantumi di senso e farne mosaico.
Ho bisogno di tempo per distinguere la passione, perderla per cercarla, coccolarla e poi lasciarla andare. 
Per scegliere il vizio e farne virtù. 
Per annusare la noia e perderne il sapore.
Ho bisogno di tempo per togliere etichette e cucire la fantasia. 
Per allentare gli elastici e respirare. 
Per veder crescere una pianta e assaggiarne la gratitudine.
Per smettere l'urgenza e centellinare il desiderio.
Scusate...esco a fare due passi...forse torno...

06 aprile 2017

Un mondo sordo.

Il gas, subdolo e vile come chi lo usa. Fu creato, guarda un po', dai nazisti e usato da chi quei metodi ripercorre. Ma non è da adesso che inorridiamo di fronte a queste stragi, sono anni che si continua ad uccidere, per il potere, per il dominio o anche solo per lo sterminio. Perché il consiglio di sicurezza dell'ONU ha questa impennata di indignazione? Forse che le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute con altri metodi? 
Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire: "puoi uccidere ma non con le armi chimiche!"
A me viene da pensare principalmente a due cose: a quel cinismo di ritorno che ammanta le nostre vite, quelle impotenti di cittadini comuni che si rendono conto di non poter far nulla se non gridare una frustrante indignazione per la morte, i gas, le stragi, per tutte le guerre indistintamente, e a quel cinismo opportunista ben rodato dei grandi e piccoli professionisti della geopolitica, che potrebbero fermare i massacri ma decidono in base a convenienze, alleanze, circostanze e situazioni.
E’ un quadro cupo, apparentemente senza vie d’uscita. 
Come l’attuale realtà dove tutti gli attori interni ed esterni dovrebbero tornare sui propri passi, accettare censure, praticare ritiri, restituire sogni a quei bambini a cui rubano la vita. 
Ma non lo fanno.





03 aprile 2017

E' che non ho niente da dire.


Si può parlare di tutto, sempre, dovunque, gli argomenti non mancano, ma sto vivendo una specie di apatia che mi toglie la voglia di partecipare, come se tutto fosse già detto, ripetuto, consumato. Mi assale l'inutilità del reiterare e aspetto qualcosa che distolga i pensieri dalla protettiva morbidezza del quotidiano. Cerco l'originalità nello scorrere lento del tempo che sempre si ripete incurante dei miei desideri.
L'alba, il giorno, la notte cambiano la percezione del buio o della luce che li accompagna, tutto il resto è.....noia? No, l'inquietudine che mi perseguita continua a farmi domande, ma c'è una certa stanchezza disillusa nel cercare risposte che si nascondono troppo bene.
Mi siedo per trovare riposo nel mio camminare e una pioggerellina leggera mi sorprende impreparata. Forse avrei dovuto guardare il cielo prima di partire...le nuvole dicono sempre qualcosa...

27 marzo 2017

Subdolamente...

Basta guardare la tv, sfogliare riviste o semplicemente guardare cartelloni pubblicitari. Ce n'è un po' dappertutto: trucchi, suggerimenti, inviti ad essere belle, snelle e sembrare giovani il più a lungo possibile. E non certo per ragioni di salute ma per "piacere" (a chi poi non è dato sapere). Reggiseni push-up che modellano il seno spingendolo verso l’alto grazie a particolari imbottiture secondo cui i nostri seni dovrebbero essere a prova di gravità. Costosissime creme antirughe e tinture di capelli che dicono che l’età è qualcosa da dissimulare ad ogni costo. Maquillage per nascondere le lentiggini, modellare la dimensione degli occhi del naso o degli zigomi. In primavera poi impazza la "prova bikini" che altro non significa che se una donna non ha un corpo perfetto, il mare se lo deve scordare per decenza. Per non parlare del proliferare degli interventi estetici (vere e proprie brutalizzazioni del corpo) che propongono miracoli e ci rendono tutte meravigliosamente uguali, copie perfette delle bambole di plastica. Tempo fa in rete ho letto anche di una strana diavoleria: l’"esaltatore delle labbra" in sostituzione del botox. Il suo funzionamento si basa su una specie di meccanismo di aspirazione, di risucchio delle labbra, che va ad influenzare la circolazione del sangue, facendo sembrare la bocca più grande. E non ci vuole molta fantasia per immaginare i commenti dei maschietti a corredo dell'articolo.
Ecco, per me anche tutto questo è violenza, subdola e pericolosa. Una violenza simbolica non fisica ma indiretta, che viene esercitata attraverso l'imposizione di una determinata visione del mondo e dei ruoli sociali, rafforzando gli stereotipi e incasellando ognuno in un suo spazio predefinito. Una violenza talmente interiorizzata e naturalizzata al punto da credere che le cose "sono sempre state così", rendendo i valori e gli spazi all'interno della società non solo indiscutibili ma persino immutabili. Violenza subdola è convincere le donne che i loro corpi non sono perfetti e hanno bisogno di un ritocco. Violenza subdola è suggerire comportamenti per adeguarsi agli stereotipi.
Per sottrarsi a questa violenza bisogna prendere coscienza di sé, incrementare l'autostima e l'autodeterminazione, essere consapevoli delle scelte, decisioni e azioni sia nell'ambito delle relazioni personali che in quello della vita sociale. 
E sottrarsi a questa violenza significa non alimentare il bisogno di riaffermazione dell'egemonia patriarcale che trae sostentamento dalla trasmissione di valori culturali e morali che giustificano posizioni dominanti e privilegi inconsistenti. 

22 marzo 2017

Sono giorni strani...

Sarà l'accavallarsi di tante sensazioni diverse, o forse solo la stanchezza di tanti giorni frenetici. 
Fatto sta che inseguo solo i ghirigori dei miei pensieri. 
Sono giorni in cui, piuttosto che esprimermi, osservo, perché ho fame di capire, come se ancora ci fossero talmente tante cose da sapere che quel poco che so non può farmi stare tranquilla.
Sono giorni in cui le persone, anche quelle a cui voglio bene, mi danno insofferenza, una strana sensazione di disagio, e mi viene da chiedermi chi è che sta dentro ad una gabbia: sono io che guardo gli altri dietro alle sbarre o sono gli altri che guardano me rinchiusa?
Ricordo un particolare: da piccola guardavo degli uccellini dentro una grande voliera e pensavo che anche loro mi vedevano attraverso una rete, e forse anche loro potevano pensare di me la stessa cosa. Sapevo che era il loro lo spazio più piccolo e chiuso, ma non riuscivo a togliermi dalla testa che fossi io in un'enorme gabbia e che il mondo fosse dentro la voliera. Lo dissi a mia madre e lei mi chiese come mi venissero in mente certe cose. Mi venne da piangere.
Ci sono dei giorni strani, come quei giorni qui, colmi del disagio del non capire. 
Ed io li sento in bocca, un po' sgradevoli, come una forchetta con i rebbi storti. Ci si può mangiare lo stesso, ma non è la stessa cosa.
O forse più semplicemente c'è qualcosa di sbagliato in me, da sempre.